Visualizzazione post con etichetta compasso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta compasso. Mostra tutti i post

08 maggio 2026

Il Compagno di Mestiere

Il Rito di Iniziazione al Primo Grado indica il lavoro che l’Apprendista dovrà fare, così il Rito di Passaggio al Secondo Grado indica il lavoro del Compagno e gli strumenti da usare.

Pietra grezza e Pietra levigata.

L’Intelligenza della Bellezza da aggiungere alla Forza Intelligente.

Anche la Passività può essere attiva.

I viaggi.

Uno. Maglietto e scalpello (volontà e ragione). Cinque sensi. Contatto con il mondo esterno con la propria interiorità.

Due. Regolo e compasso (senso della misura e possibilità dell’intelligenza). Ordini architettonici. Tradizione. Geometria.

Tre. Regolo e cazzuola (senso della misura e collegamento con gli altri fratelli). Arti liberali. Libertà di ricerca e rifiuto del preconcetto.

Quattro. Regolo e squadra (senso della misura ed equilibrio). Diversità nella continuità.

Cinque. Mani libere (destra e sinistra). Squadra e compasso in grado di Compagno.

Bavetta abbassata: tolleranza. Le schegge non ci sono più (forse).

Numero cinque: stella fiammeggiante.

10 giugno 2014

Ricreazione

Il Rito sta per terminare. Il nuovo Fratello è condotto nella Sala dei Passi Perduti per la necessaria istruzione. I Fratelli si pongono in ri-creazione.

D: Dopo che foste uscito come procedettero i Lavori nel Tempio?
R: Poiché ero uscito dal Tempio la mia risposta si basa su quanto poi mi raccontarono i Fratelli. Seppi che dopo la mia uscita il Maestro Venerabile concesse alla Loggia tre minuti di Ricreazione.
D: In che modo il Maestro Venerabile concesse la Ricreazione?
R: Il Maestro Venerabile comunicò al 2° Sorvegliante che concedeva la Ricreazione e il 2° Sorvegliante trasmise la disposizione a tutti i Fratelli.
D: Perché proprio al 2° Sorvegliante?
R: E' dovere del 2° Sorvegliante chiamare i Fratelli dal Lavoro alla Ricreazione e dalla Ricreazione al Lavoro.
D: Cosa seguì all'annuncio del 2° Sorvegliante?
R: Il Maestro Venerabile ordinò al 1° Sorvegliante di compiere il proprio dovere.
D: Cosa fece il 1° Sorvegliante?
R: Sull'Ara staccò squadra e compasso, lasciando però aperto il Volume della Legge Sacra.
D: Quindi tutti lasciarono i propri posti?
R: No, Ricreazione non significa confusione.
D: Che vuol dire?
R: Durante la Ricreazione è sospeso il lavoro collettivo, non quello individuale: i Fratelli rimangono seduti appunto a ri-crearsi. Il proprio posto può essere abbandonato soltanto nei modi stabiliti.
D: Quando terminò la Ricreazione?
R: Quando il Maestro Venerabile fu avvertito dal Maestro delle Cerimonie che l'Istruzione era terminata.
D: Come terminò la Ricreazione.
R: Il Maestro Venerabile ne avvertì il 2° Sorvegliante.
D: Cosa fece il 2° Sorvegliante?
R: Ordinò ai Fratelli di riprendere il posto che gli spetta.
D: Ma allora ciò significa che erano fuori posto.
R: Durante la Ricreazione i Fratelli lavorano individualmente. Riprendere il posto che spetta significa ritornare al lavoro collettivo.
D: Come si ritornò al lavoro collettivo?
R: Fu il Maestro Venerabile a dichiarare che i lavori riprendevano forza e vigore. Conseguentemente il 1° Sorvegliante ristabilì la corretta posizione di squadra e compasso sul Volume della Legge Sacra.

23 settembre 2009

4.3.4 Riga e compasso

L’accostamento dei due strumenti può forse stupire, perché siamo abituati massonicamente a considerare il compasso in abbinamento con la squadra, ma le individualità di singoli strumenti si possono intrecciare nel lavoro corale del muratore, per cui la riga può anche avere qualcosa in comune con il regolo e altro con la squadra. E altro come singola specificità.

Vecchie istruzioni massoniche recitano:
...Siccome questi strumenti sono necessari per elevare costruzioni statiche e regolari, essi divengono i simboli dei mezzi ordinatori delle virtù e delle conoscenze che inducono alla perfezione dello spirito: la squadra indica la rettitudine, il compasso e il regolo la misura....

Molti sono i significati simbolici del compasso e del regolo: compasso come apertura della mente, come simbolo di intuizione (collegato alla razionalità della squadra); regolo come misura, come linea retta, ecc.

Desidero affrontare per l’esame dei due strumenti (regolo e compasso, meglio: riga e compasso) da un punto di vista insolito, anche se collegato tradizionalmente al simbolismo operativo muratorio. L’arte di costruire presuppone la preliminare chiarezza del progetto da attuare, progetto che va tracciato sulla tavola da disegno con gli strumenti appositi prima del lavoro sulla pietra.

Secondo Platone, gli strumenti del disegno non devono comparire nelle teorie geometriche; è però indispensabile conoscere l’uso degli strumenti e i loro limiti.

Chiariamo preliminarmente alcuni concetti.

Parleremo di geometria e di matematica, ma con tali termini intenderemo qualcosa di molto diverso da ciò che si intende comunemente. La concezione della matematica alla base delle mie considerazioni è quella tradizionale, quella che ci permette di parlare di numeri sacri, di binario e ternario, nella quale 1+1 può far 2 ma anche 1, dove 12 può anche equivalere a 1+2=3 e dove i numeri hanno valenze metafisiche. E’ la matematica antica, quella di Pitagora, Platone, Apollonio, Bruno, fino a Reghini, quella presente in Newton e Keplero e Copernico (sono gli aspetti che in questi scienziati la critica moderna taccia di retaggi magici del passato).

La riga e il compasso servono nel disegno: la riga viene utilizzata per tracciare linee rette e il compasso per tracciare circonferenze. Con il loro uso congiunto si possono disegnare moltissime figure, cioè quelle riducibili alle seguenti tre operazioni geometriche: tracciare la retta che congiunge due punti dati; tracciare la circonferenza di centro e raggio assegnati, determinare gli eventuali punti comuni tra due rette, tra una retta e una circonferenza, tra due circonferenze.

Lo spirito greco rifuggiva in genere da enti matematici se non era data la loro costruzione. Cosi in Euclide di ogni figura trattata viene data la costruzione geometrica, tra le quali assumevano enorme importanza appunto quelle effettuate con riga e compasso.

Per rimanere in ambito muratorio l’uso di questi strumenti è testimoniato nella costruzione delle cattedrali gotiche: se ne trovano tracce negli appunti dell’architetto Villard de Honnecourt del secolo XIII.
A livello di elaborazione del progetto e per i disegni di piccole dimensioni, eseguiti in cantiere, ci si serviva del compasso, della squadra, della riga. A livello di esecuzione e di messa in opera, per i grandi tracciati e per il controllo delle dimensioni, delle altezze o della verticalità, si usavano la fune, il filo a piombo, la livella, ed alcuni semplici strumenti di allineamento visivo.
[Roland Bechmann in Villard de Honnecourt, Disegni, Milano, 1987, p. 48].

Non è però possibile eseguire tutti i disegni con l’uso di riga e compasso. Per esempio si può costruire il quadrato e il pentagono e l’esagono regolari inscritti in una circonferenza, ma non è possibile con l’uso di riga e compasso disegnare l’ettagono inscritto. In altri termini possiamo disegnare con riga e compasso la croce, la stella a cinque e sei punte, ma non la stella a sette punte.

Sono famosi tre classici problemi appunto insolubili con l’uso di riga e compasso: la duplicazione del cubo, la trisezione dell’angolo e la quadratura del cerchio.


DUPLICAZIONE DEL CUBO
Si narra che i Delii colpiti da una pestilenza avessero interrogato l’oracolo che avrebbe loro consigliato per farla cessare di costruire un’ara doppia di un’altra preesistente, di forma cubica.

Già i Greci sapevano della impossibilità di disegnare il cubo doppio con riga e compasso, tanto che trovarono soluzioni alternative approssimate.

Mi interessa qui esaminare il simbolo della duplicazione del cubo.
Se un cubo ha lo spigolo lungo 1, il cubo di volume doppio ha lo spigolo lungo radice cubica di 2 (il numero che moltiplicato tre volte per se stesso dà come risultato 2: il volume del cubo è appunto spigolo x spigolo x spigolo).

Dobbiamo richiamare il significato delle operazioni aritmetiche: sommare due numeri, moltiplicare due numeri, elevare al quadrato, alla terza potenza ed estrarre la radice quadrata, terza, ecc.

Scrive Koelliker :
Simbolicamente la moltiplicazione collegata alla generazione, e la radice quadrata - o più esattamente la potenza di ordine due - si collega alla moltiplicazione con la particolarità di trattarsi di un numero che si moltiplica per se stesso. Dunque la generazione senza la presenza della Dualità. E’ il caso del mito di Iside, che genera Oro senza l’intervento del dio maschio Osiride.
[Théo Koelliker, Symbolisme et nombre d’or, Paris, 1957, p. 45].

Evidentemente riga e compasso sono strumenti qui inadeguati.


TRISEZIONE DELL'ANGOLO
E’ un problema molto semplice da spiegare: dato un angolo, costruire la sua terza parte.

Ma: non è possibile tracciare l’angolo cercato solamente con riga e compasso (mentre è possibile farlo, per esempio, per costruire l'angolo metà).

L’angolo può essere definito come la parte di piano “spazzata” da una semiretta che ruota attorno ad un punto (il vertice).

Su questa nozione Reghini propone la ricostruzione della geometria pitagorica. Il concetto di angolo diventa quindi centrale in una visione tradizionale, specialmente pensando al punto fisso della rotazione e al rapporto - collegamento tra centro della rotazione e vertice dell'angolo.


QUADRATURA DEL CERCHIO
E’ forse il problema più famoso della storia. Consiste nella costruzione di un quadrato equivalente ad un cerchio (calcolo dell’area del cerchio).

Se pensiamo al significato simbolico del quadrato e del cerchio non ci possiamo meravigliare che venga assunto a paradigma non solo di problema insolubile con riga e compasso (matematicamente appunto detto trascendente ed all’origine del numero pi greco) ma anche di realtà spirituali.

Un esempio per tutti. Quando Dante ha raggiunto la visione finale nel Paradiso, per rendere l’idea di ciò che ha vissuto non riesce a trovare miglior analogia che il riferimento alla quadratura del cerchio.
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l «velle»,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.
[Paradiso, XXXIII, vv. 133-145].

Perché Dante richiama proprio il problema della quadratura del cerchio tra le tante analogie possibili?

Non certo per indicare un problema impossibile (tra l’altro era nota ai Greci impossibilità di risoluzione con riga e compasso, tanto che avanzarono procedimenti approssimati) quanto per il profondo significato del problema, che supera i limiti delle possibilità umane.

Pensiamo alla forma del cerchio, una linea curva chiusa equidistante da un punto fisso: per la linea è irraggiungibile il centro e per il centro è irraggiungibile la circonferenza. Non c’è da meravigliarsi che sia stato assunto come simbolo dell’Assoluto, del Tutto. Il quadrato, poligono regolare di quattro lati (quattro lati uguali e quattro angoli uguali, i lati paralleli e perpendicolari) indica la Manifestazione. La quadratura del cerchio significa raggiungere l’Assoluto nella Manifestazione, la visione finale conquistata da Dante.

20 settembre 2009

4.2 Utensili

Per costruire, il Libero Muratore ha a disposizione diversi utensili, ognuno dei quali simbolicamente assume proprie valenze. Gli strumenti sono come prolungamento dell'uomo, quasi come nuovi arti. Permettono di mettere in pratica il lavoro muratorio.


SQUADRA
E’ formata da due bracci ad angolo retto. Può indicare con l'angolo retto, la ragione, il rapporto1 tra le cose. Si dice comunemente che i due bracci indicano l’attivo e il passivo, ma per parte mia ritengo più pertinente individuare in essi due modalità operative: la modalità attiva e la modalità passiva (due modi diversi di operare, cioè una specie di attività attiva e di attività passiva).


COMPASSO
Il compasso, dall'apertura variabile, specifica la potenza della intuizione; puntato sul proprio centro individua l'apertura delle proprie capacità interiori. Non indica la contrapposizione ragione - non ragione, ma le diverse modalità di lavoro, predominando a volte l’esame razionale (ma temperato dalle facoltà non razionali), a volte le facoltà intuitive (moderate dalla presenza della ragione).

Riferire l’intuizione al compasso, ad uno strumento cioè non fisso, ma variabile, indica le diverse modalità di “intuire” (non tutti gli uomini “intuiscono” nello stesso modo, e nemmeno lo stesso uomo “intuisce” in modo analogo in diversi tempi). Dunque l’atto intuitivo è indipendente dai vari uomini, linguaggi e costumi., ma di questi si serve per venire espresso. Come si serve soprattutto della simbolica del proprio contesto religioso. E’ quello che indica Scholem quando si chiede:
Perché un mistico cristiano vede continuamente visioni cristiane e non quelle di un buddhista? Perché un buddhista vede i personaggi del proprio pantheon, e non, per esempio, Gesù o la Madonna? Perché un cabbalista sulla via di illuminazione incontra il profeta Elia, e non qualche personaggio di un mondo estraneo?
Scholem risponde:
Naturalmente la risposta è che l’espressione delle loro esperienze viene immediatamente tradotta in simboli tradizionali del proprio mondo, anche se gli oggetti di questa esperienza in fondo sono identici, e non radicalmente diversi, come amano supporre alcuni studiosi del misticismo, soprattutto di parte cattolica.
[Gershom Scholem, La Kabbalah e il suo simbolismo, Torino, 1980, P.21].

L’atto intuitivo è insomma pre-culturale, non in contrapposizione con le singole culture. La cultura, la fede, l’ideologia successivamente rielaborano l’esperienza intuitiva inserendola nel contesto formativo della persona.


SQUADRA E COMPASSO
Qui credo stia lo zoccolo duro del lavoro muratorio. Non è possibile sezionare l’uomo e far sì che la sua attività sia suddivisa in fasi completamente razionali e in fasi completamente intuitive e non può essere produttivo il lavoro svolto solo con la squadra o solo col compasso.

Squadra e compasso vanno usate insieme e armonicamente, cioè con la consapevolezza che a volte sarà predominante l’una e a volte l’altra, ma senza che l’una sia contro l’altra oppure priva dell’altra. Così non credo corretto sostenere che i tre gradi di Apprendista, Compagno e Maestro siano uno sequenzialmente sottoposto all’altro, ma per mia esperienza riconosco che la metodologia specifica di un grado è profondamente intrecciata nel lavoro interiore a quella degli altri in un intrico armonico (vero e proprio nodo d’amore personale) nel quale spesso fatico a distinguere le peculiarità dell’uno o dell’altro. Forse tale incapacità dipende da una mia confusione mentale oppure è segno di un qualche superamento di alcuni opposti, ma credo che l’indicazione forte del lavoro muratorio consista nel sapere prima individuare le componenti della propria attività, quindi riuscire ad armonizzarle interiormente in modo da amplificare le risultanze del lavoro comune.

Credo che da qui possa risalire l’uso di porre squadra e compasso con aperture diverse a seconda del grado in cui si lavora.


MAGLIETTO E SCALPELLO
Il mazzuolo o maglietto (francesismo da maillet, diminutivo del francese mail, dal tardo latino mallius, latino classico malleus, derivante da manu leus = martello, propr. che è simile a mano chiusa a pugno) è il martello del muratore, strumento attivo legato nell’uso allo strumento scalpello, passivo, che tuttavia modifica direttamente la pietra trasmettendole la forza del maglietto.

Lo immagino nato dall’utensile costruito dall’antenato primitivo: un sasso legato a un bastone corto.
Dal “prototipo” sono nate due grandi “famiglie”, quella dei martelli e quella delle asce: queste ultime con una testa piatta e affilata, mentre i primi con una testa “battente”.
La famiglia dei martelli a sua volta si è suddivisa in grandi “filoni”, a seconda del materiale sul quale l’utensile deve operare: pietra, legno o ferro.
Il martello da pietra (tipico il mazzuolo del muratore) è diverso dal martello da falegname, che a sua volta è diverso dal martello del fabbro. Così il martello dello scultore è diverso dal martello di chi scolpisce il legno.

Il maglietto può essere di ferro, di legno, di metallo o altro materiale, così come esiste la massoneria della pietra, del legno e del ferro. Può ancora essere di varie forme e fogge, legate ognuna ad un particolare utilizzo (la martellina, il martelletto, il mazzuolo, ecc.). Nelle mani del Maestro Venerabile il maglietto (senza scalpello) assume il senso di guida sottolineando l’aspetto di volontà di ricerca dentro noi stessi e la maturità e abilità che il Maestro di Loggia deve avere conquistato. Ma l’uso del mazzuolo da solo può essere distruttivo e non riesce ad incidere la pietra nelle forme dovute. Lo strumento che permette al colpo di mazzuolo di trasformare la brutalità della forza in azione incisiva atta a procedere anche ad operazioni delicate (trasformare – in linguaggio muratorio – la pietra da grezza a squadrata) è lo scalpello.

Maglietto: forza di volontà, scalpello bellezza del discernimento.

Maglietto e scalpello quindi possono essere intesi come due aspetti metodologici della stessa attività.


FILO A PIOMBO E LIVELLA
Sono due strumenti in un certo senso uguali e diversi: “uguali” perché entrambi individuano una direzione ben precisa nello spazio di lavoro, “diversi” perché le direzioni sono distinte e in un certo senso “opposte” (se non spazialmente, certo spiritualmente).

La livella individua l’orizzontale e il filo a piombo la verticale: sono le due direzioni dello spazio che servono ad orientare l’operaio nel suo lavoro. Da una parte la direzione alto/basso, zenith/nadir (o viceversa); dall’altra la direzione destra/sinistra, avanti/dietro (o viceversa). In un certo senso sono strumenti che “precedono” la squadra, perché possono indicare sì l’angolo retto, ma solo quello formato con le direzioni dello spazio nel punto nel quale mi trovo, mentre la squadra può “provare” qualunque angolo retto.

Per me sono strumenti tipici del libero muratore; individuano l’uguaglianza degli operai (livella) entro la quale si manifestano le differenze delle singole individualità (filo a piombo).

L’uso congiunto di livella e filo a piombo indica l’incrocio della verticale con l’orizzontale e porta immediatamente alla quadripartizione.
Oggi il muratore ha a disposizione strumenti anche raffinati e tecnologici: per controllare i livelli e le quote usa livelle a bolla o digitali (non più a filo come nel passato). Ma per il controllo finale della verticalità ancora oggi il muratore usa il filo a piombo, come strumento che suggella l'opera eseguita.

REGOLO
E' uno strumento strutturalmente diverso dai precedenti, perché applica la nozione di misura. Misurare significa determinare quante volte una certa grandezza (unità di misura) “sta” in un’altra grandezza (quella appunto da misurare). Mentre gli strumenti precedenti avevano una valenza costruttiva (squadrare) oppure determinativa (trovare una certa direzione o un particolare punto), il regolo presenta invece una funzione comparativa e per così dire “normativa” (paragonare qualcosa a una grandezza tipica): determinare il se e il come una certa grandezza tipica (l’unità) è contenuta nella grandezza da “misurare”. Dal come ha origine la quantità che informa il lavoro, dal se scaturisce la norma e la regola che dispongono il lavoro. Fin qui il compagno: ora deve imparare e applicare la norma, più avanti imparerà anche che le regole vanno superate e sostituite con altre regole.

A me oggi fa pensare immediatamente alla “unità di misura” che è in me e alla determinazione di “quante volte” è contenuta (se lo è) in me.


CAZZUOLA
E’ strumento che mi sconcerta. Infatti è il più tipicamente “muratorio”, ma la sua presenza nel lavoro rituale è pressoché nulla e si limita solo ad alcuni cenni, quasi fosse un utensile trascurabile.

Eppure “a pelle” ho sempre avvertito la sua importanza e mi sono sempre chiesto per quale motivo la sua funzione venga trascurata e minimizzata.

Ho successivamente letto in Bizzarri una ipotesi significativa, che fa risalire il disuso della cazzuola all’ingresso degli speculativi e in particola modo di aristocratici, che avrebbero sostituito lo strumento caratteristicamente operativo con la spada, tipicamente aristocratica e cavalleresca:
Fino ancora agli inizi del 1700 la cazzuola era utilizzata nel corso delle iniziazioni; in un rituale inglese del 1726 il recipiendario deve tenere in mano il martello con la sinistra e la cazzuola con la destra: vi viene del resto specificato che la cazzuola unisce ciò che il martello divide.
[Mariano Bizzarri, Cavalieri e Massoni, in www.zen-it.com]

Io ho dato due risposte, ma non so fino a qual punto possano essere attendibili.

Da una parte la cazzuola è strumento tipico del muratore e appunto per questo non poteva essere pienamente compresa da chi muratore effettivo non è mai stato (il cosiddetto accettato) e men che mai da appartenenti all’aristocrazia e all’alta borghesia britannica che disdegnavano il lavoro manuale.

Dall’altra, in una visione muratoria prettamente moraleggiante non poteva che essere accolto l’aspetto di strumento per mescolare la calcina, “collante” per unire pietra a pietra e quindi segno distintivo della fratellanza. Punto e basta.

Sono posizioni che mi hanno sempre lasciato insoddisfatto.

Ho allora seguito un’altra strada e ho sfruttato la possibilità di osservare un muratore al lavoro.

Le tecniche costruttive odierne e i materiali che si usano attualmente sono diversi da quelli degli antichi muratori. Oggi si usano prodotti da una parte estremamente resistenti e dall’altra molto duttili e facilmente manipolabili. La funzione degli utensili però non è cambiata gran che, ma solo si è per così dire “aggiornata”. Ebbene, la cazzuola è strumento ancora oggi praticamente indispensabile per la manipolazione.

L’uso di spalmare la calcina è quindi un uso ancora importante, ma è solo uno dei tanti… Può servire a piccoli aggiustamenti di posizione delle pietre (aggiustamenti di precisione), a piccole modifiche delle forme per pietre meno dure (la lama della cazzuola riesce a scalfire e a scheggiare). Nell’uso dei nuovi materiali (non più pietre e nemmeno mattoni pieni, bensì mattoni forati, detti in gergo foratoni) la cazzuola viene utilizzata anche come strumento per spezzarli e adattarli alle esigenze del muro. La cazzuola è indispensabile per preparare la calcina o il cemento, miscelando le varie componenti e servendo anche come unità di misura (esempio: una cazzuolata di sabbia, due cazzuolate di ghiaino).

In sintesi per il muratore la cazzuola non è uno, ma è lo strumento. Anzi, più che uno strumento, è quasi un terzo arto. Ecco, la cazzuola è la terza mano del muratore.

In conclusione: la giustificazione morale della cazzuola come strumento che unisce ciò che il martello separa è sicuramente ancora oggi valida, ma come tutte le interpretazioni morali è riduttiva. Vi sono altre chiavi di lettura suggerite dall’uso dell’utensile, che presenta aspetti attivi e passivi, vera sintesi muratoria dell’operativo.

19 settembre 2009

4 Compagno

All'Apprendista vengono dati i mezzi per sgrossare la pietra grezza, cioè per organizzare il proprio lavoro, valorizzare gli aspetti volitivi, “attivi” ed iniziare l’esame della propria interiorità.

Ora gli vengono concessi nuovi strumenti per valorizzare anche l’altra faccia dell’uomo, cioè gli aspetti ricettivi e non razionali. Se l’Apprendista agisce sull’animus, il Compagno opera sull’anima, per elaborare la pietra fino a levigarla in modo che si inserisca perfettamente nell'Edificio che siamo chiamati a costruire, come viene ricordato dal Maestro Venerabile al termine del primo dei cinque viaggi, i cinque livelli del suo programma di lavoro.

Uso qui i termini animus e anima in un'accezione diversa dal cristiano e forse prossimo, ma non coincidente, a quello junghiano. Con animus indico la “parte maschile” e con anima la “parte femminile” presenti in ogni persona (con evidente riferimento anche all’animus della donna e all’anima dell’uomo). Il lavoro di completamento richiede a ciascuno di riappropriarsi anche degli aspetti contrari, che sono presenti ma sui quali non ha mai "lavorato", superando la differenza dei sessi (che non è solo fisica): così – in particolar modo – l’uomo dovrà riappropriarsi della sua parte femminile, la sua anima. E’ il compito del lavoro in secondo grado.

In termini simbolici, mentre l’Apprendista lavora sulla Forza, il Compagno lavora sulla Bellezza e sui rapporti tra Bellezza e Forza.

Anche il Compagno viaggia: il suo lavoro si svolge lungo un quintuplice percorso o, il che è lo stesso, lungo cinque percorsi-viaggi.

Nel primo viaggio usa un mazzuolo e uno scalpello, e gli vengono ricordati i cinque sensi affinché si rammenti che inizio del lavoro è la conoscenza di se stessi, ricercata partendo dal mondo sensibile e organizzata attraverso la duplice modalità degli strumenti in dotazione: la potenza del mazzuolo e il discernimento dello scalpello che permea di bellezza la forza di quello.
Il 1° viaggio si riferisce alla Levigatura della Pietra ed al perfezionamento della pratica del taglio, quindi utilizza Martello e Scalpello
Il 2° viaggio si riferisce al Marchio della Pietra o meglio all'arte della marcatura in quanto spiega come tracciare linee sulla pietra sgrossata, quindi utilizza Regolo e Squadra
Il 3° viaggio si riferisce al Trasporto della Pietra quindi utilizza Regolo e Leva
Il 4° viaggio si riferisce all'Edificazione quindi utilizza Piombo e Cazzuola
Il 5° viaggio utilizza infine Squadra e Compasso.
[Da Considerazioni sul Grado di Compagno dal sito www.loggia-rene-guenon.it/ sito/Studi.html].

Nel secondo viaggio gli vengono consegnati un regolo e un compasso. Gli viene insegnato che deve misurare ogni sua azione (misura indicata dal regolo) e aprirsi al nuovo (il non razionale) applicando su se stesso il compasso. Anche: misurare se stesso utilizzando uno strumento normativo (il regolo) e uno strumento “comprensivo” (il compasso).

Si può sostenere che il valore delle azioni compiute dipende oltre che dall’azione in sé anche dall’intenzione che vi lascia chi le compie.
L’intenzione che ci fa parlare o agire, ecco quello che decide del valore delle nostre parole o della nostra azione: la sola parola non è nulla, ove mancano le azioni.
[Hermann Oldenberg, Budda, Milano, 1937, p. 337].

Il principio pare valido e accettabile, ma si presta a qualche riflessione.
Apparirebbe dunque una morale relativa non solo ai tempi e ai costumi (la contestualizzazione delle leggi etiche non pare facilmente confutabile), ma anche alle differenti situazioni: lo stesso atto assumerebbe valenze diverse a seconda delle intenzioni di chi lo commette.

E’ un principio da approfondire, che non mi sento di accettare tout court, anche se il codice penale distingue per esempio tra omicidio intenzionale e non intenzionale.

E’ ben vero che l’uccisione del proprio simile, pur espressamente proibita dalla legge mosaica, è stata continuamente violata proprio da chi avrebbe dovuto seguirla; è ben vero che costoro hanno giustificato le uccisioni e le hanno rese moralmente accettabili, proclamando di agire a nome di un principio più elevato (Dio lo vuole! è un grido che troppe volte risuona nella storia da parte dei seguaci di qualunque religione).

Ma l’ammettere che nell’azione, e quindi anche nella sua conseguenza, resti una specie di impronta derivante dall’intenzione rende moralmente diverso un atto a seconda di chi lo compie. L’uccisione – tanto per fare un esempio – non è generalmente ammessa, ma viene ammessa l’uccisione in nome di qualcosa di accettabile: in guerra uccido il nemico del mio paese, uccido per difendermi da un aggressore, ma anche, nelle intenzioni della santa inquisizione, uccido per eliminare un nemico della fede e quindi dello stato. Anche quest’ultima azione, considerato il fine religioso e sociale non disprezzabile, deve essere giudicata alla stregua di chi uccide per difendersi?

Con un regolo ed una cazzuola l'Apprendista compie il terzo viaggio, che gli insegna a misurare ogni atto umano non solo in relazione a se stesso ma anche in relazione agli altri. La cazzuola infatti è lo strumento che permette di “realizzare” il rapporto costruttivo con i fratelli.

Qui vedo una metodologia costruttiva del primo Dovere, là dove viene citata la legge morale e subito dopo la Religione nella quale tutti gli uomini convengono, come se quella prendesse i fondamenti da questa. E' mia interpretazione degli Antichi Doveri, che i fondamenti della legge morale possano vedersi non nei princìpi divini delle religioni o della Religione universale quanto nella stessa Umanità che nasce dal confronto costruttivo degli uomini sugli uomini, applicando gli strumenti del mestiere (ecco l'importanza della cazzuola!). E' in pratica l'applicazione del principio comune a tutte le filosofie e sistemi etici e religioni di non fare agli alti ciò che non vorremmo gli altri facessero a noi (in Occidente lo si chiama cristiano, ma lo si trova ovunque, prima e dopo Gesù, da Confucio al Buddha, dal Giainismo a Gesù, a Seneca, a Voltaire, a Kant, ecc. - cfr. www.peacelink.it)

Nel quarto viaggio, compiuto con la squadra e il regolo, viene ricordato quello che sarà il momento più significativo del lavoro della Camera: posizionare la pietra correttamente nella costruzione, se avrà perseverato e appreso a regolarsi al “giusto” modo con squadra e regolo.

Il quinto viaggio è programmatico e di suggerimento. E’ a mani libere, per ricordarsi che gli strumenti non vanno mitizzati e universalizzati ma considerati come semplici utensili: una volta esaurito il loro compito vengono sostituiti con altri. Dovrà quindi imparare la regola della contestualizzazione.

Contestualizzare significa riferire un concetto al tempo e allo spazio, cioè alla situazione storica e geografica in cui quell'idea è nata. Ciò vale in campo sociale, ma anche in campo personale: ogni mio pensiero nasce da una esperienza legata al mio tempo e al mio spazio. Non esistono concetti slegati dalla contestualizzazione storico-geografica.

Per la prima volta nel cammino del libero muratore brilla la stella, che lo accompagnerà fino al termine del viaggio. Quando nasce un uomo nuovo sempre brilla la stella. Un esempio per tutti: la stella su Betlemme.

Ora quindi l’apprendista (formalmente neo-compagno, ma più che mai apprendista: non aveva tutti i torti quel massone che insegnava che l’apprendista diventa davvero apprendista quando bussa alla porta della camera dei compagni - così come il compagno diventa veramente compagno quando bussa alla porta della Camera di Mezzo) può pronunciare la Parola, non più limitarsi a compitarla.

Esaminata la simbolica dei viaggi, mi sento di affermare che il grado di compagno – erroneamente trascurato nella prassi delle massonerie contemporanee (forse qui sta una delle cause della crisi della massoneria) - propone al camminatore una prospettiva drammatica: come apprendista hai esercitato – gli dice – la tua “Forza” tentando di uscire dalla profanità, ora, come compagno, applica la tua “Bellezza” e distruggiti. Ricorda che costruire significa, per prima cosa, distruggere il vecchio. Al più puoi usare le tue macerie (ma non tutte!) per costruire l’uomo nuovo, il Maestro massone che scavalcherà la tomba di Hiram.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.