Le citazioni sono tratte dai canti di Francesco Guccini,
un vero e proprio bardo della mia generazione.
Cari Fratelli, avrei potuto intitolare queste mie parole con frasi fatte: “Ho riflettuto” oppure “Cosa è per me il tempo” o altro. Ma da tempo, per parlare del tempo, del “mio” tempo, io preferisco usare metafore, figure, immagini. Insomma simboli. Per esempio: “Silvia rimembri ancora?” oppure “Or non è più quel tempo e quell’età”.
Il titolo appropriato per queste riflessioni non può essere per me che uno solo.
L’eskimo
E’ nome che viene dal nord, il brumoso nord. Ricorda gli esquimesi, che lassù riescono a viverci, almeno fino a quando non li cancellerà il riscaldamento climatico.
E’ per me simbolo del tempo, il mio personale tempo, il mio tempo collettivo, il mio tempo sociale e il mio tempo ricreativo, il tempo che vorrei sacro (ma che vuol dire sacro?) e il tempo della mia Loggia, che è pure la nostra Loggia.
L’eskimo è un indumento che quelli della mia generazione hanno indossato almeno una volta nella vita. Un giaccone impermeabile, col cappuccio, rigorosamente verde (appunto “verde eskimo” ) con l’interno staccabile per essere usato col freddo e col meno freddo. Era diventata la divisa dei giovani sessantottini, anche di quelli che non contestavano. Era comodo, indistruttibile, economico. E soprattutto non era “fighetto”.
Lo avevo anch’io: lo ricordo con molta nostalgia.
Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà…
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però...
E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più…
Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia….
*
Durante il mio ultimo anno di università a Bologna avevo una stanza in San Petronio Vecchio e passavo dai Servi tutti i giorni per andare in facoltà: via Guerrazzi, piazza Aldrovandi, via Petroni (tutti massoni) e via Zamboni fino alla porta, all’iper-moderno Istituto di Matematica, una scienza antica in una sede allora avveniristica e oggi, forse, solo modernariato (appunto: è passato del tempo!...). Un intrico di vie che ho ritrovato per alcuni mesi quando, inopinato Maestro Venerabile di questa Loggia, andavo alla nuova casa massonica di Bologna. Per me quelle riunioni erano diventate non solo gli appuntamenti mensili dei Venerabili ma anche un personale tuffo nelle mie memorie. Via Irnerio, dove è la sede dell’Istituto di Fisica; via Righi, dove era la sede di una Massoneria poco numerosa ma molto significativa della quale ho fatto parte per alcuni anni; la stazione ferroviaria con le corse per non perdere il treno o la lezione...
Mi ha colpito lo stesso indirizzo della Casa massonica. In quel porticato, proprio davanti a quel portone, attendevo la mia ragazza al termine delle lezioni di inglese per accompagnarla alla fermata dell’autobus alla porta. Era l’autunno del ‘70...
Chi avrebbe immaginato allora che dopo più di cinquant’anni avrei varcato quel portone, quasi collegamento materiale alla mia giovinezza?
Ma quell’io che aspettava la ragazza più di cinquant’anni fa non è quell’io che oggi scrive e parla. L. lo ricorda: noi non siamo quelli di allora e quel tempo non lo attraversiamo sempre uguali a noi stessi e quindi nemmeno quel portone. Il tempo di oggi non è più lo stesso tempo di allora...
Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina,
ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima.
Al tempo dell’Università spesso passavo davanti a Palazzo Pepoli in via Castiglione e mi colpiva una porticina tra i ferri con anelli infissi nel muro (presumo per legarvi cavalli o somari). Anni dopo scoprii che era l’ingresso della vecchia Casa Massonica che ho frequentato per molti anni.
*
Ricordi, certo, solo ricordi. Non è questo il tempo. Il tempo è altro.
O no? I ricordi non misurano in un certo senso proprio il nostro tempo, il tempo intimo, personale?
Esiodo.
La storia del tempo è nota. La racconta Esiodo. Ce lo ha ricordato E.
Prima sorge il Caos. Poi Gea, la Terra Madre, dall’ampio seno, solida ed eterna. Poi Eros, che scioglie le membra e prende lo spirito di tutti, patrono del continuare la vita.
Gea, la Terra Madre, per prima cosa genera, da sola, Urano, il Cielo Stellato affinché questi la abbracciasse tutta. Urano fecondava la Terra Madre Gea ma odiava i figli concepiti e non permetteva venissero alla luce. L’uomo greco avrebbe potuto aggiungere che Urano un po’ si vergognava di loro, dal nostro umano punto di vista esseri mostruosi.
Uno dei figli di Gea, il grande Crono, dai pensieri tortuosi (appunto, il tempo!) evirò il padre Urano e ne gettò i genitali in mare fermando la orrenda (dal nostro punto di vista) procreazione primordiale. La spuma del mare fecondata dai sanguinanti genitali uraniani generò Afrodite Urania, la celeste dea dell’amore puro e ideale. Che poi Afrodite fosse anche la Areia (la guerriera, da Ares), la Cipride, la Anzeia (la fiorita), la Pandemia (cioè di tutti e quindi triviale padrona dei cuori umani), all’origine di moti e passioni e… disastri, è altro discorso.
Comincia il dominio di Crono, il tempo, e continua l’opera di creazione. Ma il tempo divora i propri figli e così faceva Crono per scongiurare future cacciate. Già!… scacciare il tempo....
Uno dei figli, Zeus, riuscì a vincere il padre ed esiliarlo nelle Isole dei Beati.
Tempo spodestato? Quale tempo? Il tempo dell’età dell’oro?
Terminò l’età di Crono, mitica, indefinita, sfocata, che non avrebbe permesso lo sviluppo dell’uomo come noi lo conosciamo.
Con Zeus inizia il “nostro” tempo, tempo sociale, misurabile, misurato: il tempo della nostra civiltà.
Il tempo divora i suoi figli e ben lo sapeva Crono, che è stato messo da parte proprio da un figlio. Da allora non è più re, ma non fu affatto sconfitto: Zeus ha permesso, con un atto violento, la vita dell’uomo ed ha esiliato il tempo. Ma il tempo resta e l’uomo vive nel tempo.
(continua)