domenica 3 maggio 2026

Il tempo e... il resto 2

 Continuano le riflessioni sui lavori della mia Loggia dedicati al tempo.

            Le citazioni sono tratte dai canti di Francesco Guccini, 

un vero e proprio bardo della mia generazione.


Cari Fratelli, avrei potuto intitolare queste mie parole con frasi fatte: “Ho riflettuto” oppure “Cosa è per me il tempo” o altro. Ma da tempo, per parlare del tempo, del “mio” tempo, io preferisco usare metafore, figure, immagini. Insomma simboli. Per esempio: “Silvia rimembri ancora?” oppure “Or non è più quel tempo e quell’età”.

Il titolo appropriato per queste riflessioni non può essere per me che uno solo.

L’eskimo

E’ nome che viene dal nord, il brumoso nord. Ricorda gli esquimesi, che lassù riescono a viverci, almeno fino a quando non li cancellerà il riscaldamento climatico.

E’ per me simbolo del tempo, il mio personale tempo, il mio tempo collettivo, il mio tempo sociale e il mio tempo ricreativo, il tempo che vorrei sacro (ma che vuol dire sacro?) e il tempo della mia Loggia, che è pure la nostra Loggia.

L’eskimo è un indumento che quelli della mia generazione hanno indossato almeno una volta nella vita. Un giaccone impermeabile, col cappuccio, rigorosamente verde (appunto “verde eskimo” ) con l’interno staccabile per essere usato col freddo e col meno freddo. Era diventata la divisa dei giovani sessantottini, anche di quelli che non contestavano. Era comodo, indistruttibile, economico. E soprattutto non era “fighetto”.

Lo avevo anch’io: lo ricordo con molta nostalgia.

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà…

Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però...

E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu

lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più…

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,

credevo che Bologna fosse mia….

*

Durante il mio ultimo anno di università a Bologna avevo una stanza in San Petronio Vecchio e passavo dai Servi tutti i giorni per andare in facoltà: via Guerrazzi, piazza Aldrovandi, via Petroni (tutti massoni) e via Zamboni fino alla porta, all’iper-moderno Istituto di Matematica, una scienza antica in una sede allora avveniristica e oggi, forse, solo modernariato (appunto: è passato del tempo!...). Un intrico di vie che ho ritrovato per alcuni mesi quando, inopinato Maestro Venerabile di questa Loggia, andavo alla nuova casa massonica di Bologna. Per me quelle riunioni erano diventate non solo gli appuntamenti mensili dei Venerabili ma anche un personale tuffo nelle mie memorie. Via Irnerio, dove è la sede dell’Istituto di Fisica; via Righi, dove era la sede di una Massoneria poco numerosa ma molto significativa della quale ho fatto parte per alcuni anni; la stazione ferroviaria con le corse per non perdere il treno o la lezione...

Mi ha colpito lo stesso indirizzo della Casa massonica. In quel porticato, proprio davanti a quel portone, attendevo la mia ragazza al termine delle lezioni di inglese per accompagnarla alla fermata dell’autobus alla porta. Era l’autunno del ‘70...

Chi avrebbe immaginato allora che dopo più di cinquant’anni avrei varcato quel portone, quasi collegamento materiale alla mia giovinezza?

Ma quell’io che aspettava la ragazza più di cinquant’anni fa non è quell’io che oggi scrive e parla. L. lo ricorda: noi non siamo quelli di allora e quel tempo non lo attraversiamo sempre uguali a noi stessi e quindi nemmeno quel portone. Il tempo di oggi non è più lo stesso tempo di allora...

Si alza sempre lenta come un tempo l'alba magica in collina,

ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima.

Al tempo dell’Università spesso passavo davanti a Palazzo Pepoli in via Castiglione e mi colpiva una porticina tra i ferri con anelli infissi nel muro (presumo per legarvi cavalli o somari). Anni dopo scoprii che era l’ingresso della vecchia Casa Massonica che ho frequentato per molti anni.

*

Ricordi, certo, solo ricordi. Non è questo il tempo. Il tempo è altro.

O no? I ricordi non misurano in un certo senso proprio il nostro tempo, il tempo intimo, personale?

Esiodo.

La storia del tempo è nota. La racconta Esiodo. Ce lo ha ricordato E.

Prima sorge il Caos. Poi Gea, la Terra Madre, dall’ampio seno, solida ed eterna. Poi Eros, che scioglie le membra e prende lo spirito di tutti, patrono del continuare la vita.

Gea, la Terra Madre, per prima cosa genera, da sola, Urano, il Cielo Stellato affinché questi la abbracciasse tutta. Urano fecondava la Terra Madre Gea ma odiava i figli concepiti e non permetteva venissero alla luce. L’uomo greco avrebbe potuto aggiungere che Urano un po’ si vergognava di loro, dal nostro umano punto di vista esseri mostruosi.

Uno dei figli di Gea, il grande Crono, dai pensieri tortuosi (appunto, il tempo!) evirò il padre Urano e ne gettò i genitali in mare fermando la orrenda (dal nostro punto di vista) procreazione primordiale. La spuma del mare fecondata dai sanguinanti genitali uraniani generò Afrodite Urania, la celeste dea dell’amore puro e ideale. Che poi Afrodite fosse anche la Areia (la guerriera, da Ares), la Cipride, la Anzeia (la fiorita), la Pandemia (cioè di tutti e quindi triviale padrona dei cuori umani), all’origine di moti e passioni e… disastri, è altro discorso.

Comincia il dominio di Crono, il tempo, e continua l’opera di creazione. Ma il tempo divora i propri figli e così faceva Crono per scongiurare future cacciate. Già!… scacciare il tempo....

Uno dei figli, Zeus, riuscì a vincere il padre ed esiliarlo nelle Isole dei Beati.

Tempo spodestato? Quale tempo? Il tempo dell’età dell’oro?

Terminò l’età di Crono, mitica, indefinita, sfocata, che non avrebbe permesso lo sviluppo dell’uomo come noi lo conosciamo.

Con Zeus inizia il “nostro” tempo, tempo sociale, misurabile, misurato: il tempo della nostra civiltà.

Il tempo divora i suoi figli e ben lo sapeva Crono, che è stato messo da parte proprio da un figlio. Da allora non è più re, ma non fu affatto sconfitto: Zeus ha permesso, con un atto violento, la vita dell’uomo ed ha esiliato il tempo. Ma il tempo resta e l’uomo vive nel tempo.

(continua)


sabato 2 maggio 2026

Il tempo e... il resto 1

 L'anno scorso la mia Loggia ha lavorato sul tempo: Cronos che divora i suoi figli..., il tempo perduto, il tempo nel Tempio, il tempo della squadra, tempo ciclico e lineare, e così via.

Tutte tavole che mi hanno portato a lunghe riflessioni delle quali ho voluto far partecipi il Maestro Venerabile e i Fratelli di Loggia.


Caro Maestro Venerabile e cari Fratelli tutti

La Loggia quest’anno ha lavorato sul tempo, visto sotto diverse angolature. Ho molto riflettuto e ripensato gli interventi dei Fratelli: mi hanno suscitato nuove riflessioni che vi propongo.

Il mio non è un lavoro sistematico. Sono noterelle sparse, anche ripetitive, scritte in prossimità delle Tornate o in riflessioni estive solitarie. Sono disordinate e discontinue perché le mie idee sono ancora confuse; addirittura oggi non mi ritrovo più in certi miei interventi in Loggia.

Il tempo

Il tempo è fondamento dell’uomo: senza tempo non c’è nemmeno l’uomo. La saggezza popolare (o il conformismo?) spiega il presente come impostazione del futuro (chi ben comincia è a metà dell’opera..., se son rose fioriranno…, chi ha tempo non aspetti tempo...) e fissa nel nostro patrimonio sociale il concetto di impiegare il tempo “proficuamente” (economicamente? – si chiederebbe la società odierna). I nostri antichi avevano concezioni ben diverse: l’otium (per chi poteva permetterselo) non era sterile non far niente – anche se non in tutti – ma la disponibilità alla quiete degli studi nel tempo libero dal negotium.

Sul tempo abbiamo riflettuto tutti noi in Tornate aperte. Tutti hanno condiviso con tutti i propri pensieri (noi diciamo: il cantiere ha lavorato le pietre). Tutti hanno continuato con riflessioni successive e personali (noi diciamo: ognuno ha segnato col proprio marchio la pietra lavorata). Tutti hanno continuato a riflettere anche dopo le Tornate (noi diciamo: il salario guadagnato viene speso nel mondo).

*

E’ particolarmente prezioso il consiglio di E. che ci ammonisce contro certe frasi fatte: "Gestisci il tuo tempo”, "Il mio tempo è finito". Il tempo non è mai stato di nessuno. Prima ne conquisteremo una sicura consapevolezza, meglio potremo percorrere la nostra via nel, sul e attraverso il tempo.

*

Quando usiamo certe parole noi, che proprio sulla “parola” fondiamo i nostri lavori, dovremmo essere ben consapevoli di cosa diciamo. Se usate male, le parole possono essere proiettili micidiali.

Sappiamo cosa vuol dire “riflettere”?

Riflessione deriva dal latino flèctere (= piegare, curvare, torcere, girare) unita alla particella ri (= di nuovo, un’altra volta). Quindi ri-flectere = piegare, curvare di nuovo.

Cosa si piega quando pensiamo?

La riflessione della luce è il fenomeno dei raggi luminosi che ben conosciamo: colpita una superficie appunto ri-flettente tornano indietro “piegando” il percorso. Per estensione immaginiamo che i pensieri ritornino alla mente (da dove sono partiti) per essere ri-pensati e ri-considerati.

*

Il titolo di questi miei pensieri è quello del lavoro di Loggia delle ultime tornate: Il tempo. E’ titolo bello, conciso, significativo.

Cari Fratelli, avrei potuto intitolare queste mie parole con frasi fatte: “Ho riflettuto” oppure “Cosa è per me il tempo” o altro. Ma da tempo, per parlare del tempo, del “mio” tempo, io preferisco usare metafore, figure, immagini. Insomma simboli. Per esempio: “Silvia rimembri ancora?” oppure “Or non è più quel tempo e quell’età”.

Il titolo appropriato per queste riflessioni non può essere per me che uno solo.


(continua)


venerdì 1 maggio 2026

Alla porta della Camera di Mezzo

 

Narratore. La notte sta trascorrendo placida e tranquilla. Ormai l’alba non è lontana.

Io. All’improvviso mi sveglio. Che strano! Non provo più i soliti dolori. Sono qui, nel mio letto, e mi sento bene, senza dubbio meglio del solito.

Narratore. L’uomo tenta di cambiare posizione ma non riesce. Mani, braccia, gambe sono bloccate, come se qualcuno, a sua insaputa, quella notte, l’avesse immobilizzato con corde.

Io. E’ ancora notte. Ma l’alba non è lontana. Tra poco gli uccellini si sveglieranno e cominceranno a cinguettare.

Narratore. Tutti i giorni, ai primi bagliori dell’alba, l’uomo si alza, accende il camino, prepara il caffè.

Io. Un caffè. Il mio rito mattutino. Oggi però non ne ho voglia. Sto bene così, nel letto, senza dolori, accarezzato dai rumori della notte morente.

Narratore. L’uomo temeva quasi che muovendosi ed alzandosi l’incanto cessasse e ritornasse il banale del quotidiano.

Io. Che bello star qui, fermo. I pensieri ti rotolano addosso, accarezzandoti quasi. Pensieri lievi, senza tempo. Pensieri del bimbo che immagina, del giovane che riflette. Ricordi di un tempo che non c’è più.

Narratore. L’uomo ritorna al presente. Steso nel letto prova ancora a cambiare posizione, ma ancora non ci riusce.

Io. Che strano! Pare quasi di esser diventato di sasso.

Narratore. L’uomo non prova dispiacere o rabbia. Erano sentimenti, questi, che non provava più.

Io. Che faccio, ora?

Narratore. L’uomo è stupito per un nuovo flusso di pensieri, scaturiti quasi all’improvviso.

Io. Sono solo. Penso. Voglio pensare a voce alta, a parlare, per sentire la mia voce, un suono umano.

Narratore. L’uomo cerca di parlare, ma la voce non risponde.

Io. Che è questo? Vedo un volo di uccelli, alti nel cielo. Sono in formazione, come aerei che vanno lontano.

Narratore. L’uomo è colpito dall’immagine di uno stormo di uccelli migratori che al termine della stagione vanno altrove.

Io. Potessi volare anch’io! Andarmene, non più costretto in questo letto.

Narratore. Era sempre stato il sogno dell’uomo, un sogno ricorrente, alzarsi in volo e andarsene. Andarsene, e niente altro, non importava dove.

Io. Ma… che succede?… Posso muovermi,… alzarmi… uscire...

Narratore. L’uomo si accorse, all’improvviso, che poteva muoversi, non più imprigionato. Poteva uscire, camminare, forse volare e raggiungere gli uccelli lontani. Il corpo non serviva più. Bisognava abbandonarlo senza rimpianti.

Io. L’uomo, quasi folgorato dall’attimo fuggente, finalmente comprende. E sorride...

Maestro Venerabile, tutto è giusto e perfetto.


Spunto da un racconto di Federico Garberoglio






Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.