La scoperta del Nome non è e non può essere, massonicamente parlando, un obiettivo religioso. Se lo diventa il demerito non va al grado, ma ai massoni che non ne hanno compreso la potenzialità. Bisognerebbe infatti svolgere una analisi sulla interpretazione religiosa di simboli che in un contesto iniziatico non possono venire ridotti ad una sfera che al più può essere solo propedeutica, ma non fondativa né tanto meno obiettivo della ricerca.
E' sicuramente vero che “tutta la massoneria” è compresa nei tre gradi (escludendovi - con buona pace della Gran Loggia d'Inghilterra - l'Arco Reale), ma è anche vero che i Corpi rituali, innestati a partire dal Terzo Grado, dovrebbero essere strumenti di perfezionamento, non di “restrizioni iniziatiche”, come può diventare restringere il ritrovamento della Parola ad un piano religioso. A questo livello, ben oltre il Terzo Grado, il Libero Muratore ha superato, o dovrebbe averlo fatto, il mero piano religioso e se pure il Nome può avere una veste religiosa è ben capace di andare oltre. Ciò che frena il cammino invece è il contesto di fede religiosa che impernia e informa il rituale tutto dell'Arco (mi riferisco qui al sistema americano, ma il discorso vale anche per l'inglese - nulla posso dire degli altri due sistemi che non conosco).
Cito solo alcuni passi, significativi dell'atmosfera. All'apertura dei lavori il Cappellano (figura tipica della ritualità anglosassone) invoca il Grande Architetto: O tu, Eterno ed Onnipotente Jehova, permetti a noi, tue creature fragili, dipendenti, bisognose, di accostarsi alla tua Divina Maestà. Umilmente noi adoriamo e veneriamo le tue indicibili perfezioni (…) ...O Padre Misericordioso, quando avremo passato i veli esterni di queste corti terrene, lasciaci entrare nel Sancta Sanctorum alla presenza del Gran Concilio del Cielo, dove il Gran Sacerdote per sempre presiede, per sempre regna.
L'atmosfera, malgrado la veste ebraica, è prettamente cristiana, anzi quasi cristiano-devozionale (...umilmente adoriamo... veneriamo le tue indicibili perfezioni...). L'Eterno ed Onnipotente Jehova non è il Grande Architetto dell'Ordine, ma un Dio ben preciso. Il citato Gran Concilio del Cielo non pare che un nome altro del paradiso cristiano con il Padreterno calato nel ruolo di Gran Sacerdote (Eterno).
E' sicuramente vero che il singolo massone lavora nel grado e applicando il simbolismo interviene nell'esegetica del grado stesso, ma pongo alcune domande.
E'il massone che interpreta il grado o è il grado che indirizza il massone?
Fino a che punto il massone può interpretare il grado?
La preghiera del Cappellano non è di per sé una preliminare dichiarazione di intenti al di qua e al di là della quale il grado non permette di andare, per cui chi si spinge oltre si trova al di fuori (del grado)?
Non diventa allora il sistema uno strumento di perfezionamento “indirizzato” piuttosto che perfezionamento tout court che porge stimoli senza indirizzare il cammino (la direzione del percorso è scelta dal camminatore)?
domenica 11 ottobre 2009
6.3.2.1 La Divinità
Si pone un problema delicato. La Parola ritrovata è il Nome di Dio, fissato nella rivelazione mosaica in Genesi 2:4 ed Esodo 3:14. Non è il nome del Dio cristiano, ma dell’ebraico YHVH (per altro ripreso dai cristiani che hanno comunque ignorato gli altri nomi presenti nella Bibbia, accettati solo come attributi e non come nomi diversi della stessa entità).
Sono convinto che per gli antichi massoni si trattasse proprio del dio cristiano (anche se sotto veste formalmente ebraica) piuttosto che del quid divino che è in ogni uomo e che veniva richiamato nel primo Dovere di Anderson. Nel 1778 il primo Gran Capitolo dell’Arco Reale puntualizza:
In questo modo la Religione nella quale tutti gli uomini convengono viene individuata nell'aspetto ebraico-cristiano, togliendo senza dubbio universalità all'Ordine muratorio che aveva reso gli adepti “neutrali” ai particolarismi delle singole religioni e tesi alla ecumenicità del religioso.
L’operazione diventerà ancora più esplicita con l’inserimento della cavalleria ( che significativamente viene innestata proprio sul sistema dell’Arco Reale.
Il massone speculativo però riesce a comprendere la necessità di andare oltre gli impacci di una interpretazione meramente religiosa che si scontra con l’universalità della massoneria ponendo differenziazioni che non le sono pertinenti, meditando sull’essere la Parola (prima perduta quindi ritrovata) non la cristiana chiave della resurrezione, ma il punto di partenza per comprendere l’armonia del sistema uomo, contemporaneamente costruttore e costruzione.
Mi hanno sempre colpito le parole di Carlo Gentile:
La leggenda dell’Arco risulta così la conclusione del cammino che l'apprendista cominciò nel Gabinetto di Riflessione. Terzo grado e Arco sono quindi quasi aspetti non necessariamente consequenziali l'uno all'altro (sicuramente il Terzo Grado dà la pienezza della maestria) ma nemmeno distanziati. Il Terzo Grado lascia il camminatore davanti alle innumerevoli potenzialità del cammino, mentre l'Arco propone fra le tante un'alternativa, non esclusiva, di interpretazione della costruzione e del completamento. Certamente l'interpretazione del grado di Maestro rimane nel filone “religioso” (ho evidenziato il termine tra virgolette per indicare sì il carattere religioso, ma separato da una religione positiva o da atteggiamenti devozionali): il massone dell'Arco Reale scopre il Nome e la Legge di “Dio” (che poi tenda a considerare il Grande Architetto come il dio di una religione rivelata, questo è affar suo – oltre che, a mio parere, riduttivo e coerente con la debolezza di chi tenta il cammino).
Così Michele Moramarco; io aggiungo, a completamento, che se Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, anche l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza (domanda provocatoria: è più importante che Dio esista o che l’uomo creda in Dio?) puntualizzando la non differenziazione tra Dio e uomo e riappropriandomi della Parola perduta (il Nome è così anche il Nome dell'uomo, pronunciato nella coscienza dell'uomo, che partecipa all’universalità unitamente alla coscienza di tutti gli uomini - Se la Torah insegna che il Libro sacro non è altro che l'elenco dei nomi di Dio, per parte mia cerco di trovare se non l'elenco almeno qualche nome dell'Uomo.
RITO SCOZZESE A. A.
Un'altra versione della leggenda dell'Arco (XIII grado del Rito Scozzese: Cavaliere dell'Arco Reale – non praticato, ma incontrato nel mio percorso di tanti anni fa) si riferisce invece al Libro di Enoch. Il profeta Enoch aveva nascosto prima del diluvio, sotto uno dei nove archi di un tempio sotterraneo, un Delta d'agata e due Colonne. Sul Delta era inciso il Nome Ineffabile dell'Essere Supremo; sulla Colonna di bronzo i princìpi della Conoscenza primordiale umana e sulla Colonna di marmo la chiave per la pronuncia del Nome Ineffabile. Salomone incaricò tre Grandi Maestri Architetti (Maestro Architetto è il XII grado scozzese) della ricerca ed essi trovarono solo il Delta e la Colonna di bronzo, quella di marmo essendo stata corrosa dalle acque.
Cambia il contesto espositivo, ma resta la sostanza della scoperta del Nome e quindi del ritrovamento della Parola. Insomma: resta l’essenzialità del grado.
Sono convinto che per gli antichi massoni si trattasse proprio del dio cristiano (anche se sotto veste formalmente ebraica) piuttosto che del quid divino che è in ogni uomo e che veniva richiamato nel primo Dovere di Anderson. Nel 1778 il primo Gran Capitolo dell’Arco Reale puntualizza:
Il Nome... non deve essere concepito solo come una parola d'ordine, alla maniera di coloro che sono legati ai vari gradi della Libera Muratoria, ma anche teologicamente, come termine, al fine di dare l'idea del Grande Essere, unico autore della nostra esistenza.[Antonio De Stefano, Origini della Massoneria dell'Arco Reale in Supremo Gran Capitolo d'Italia del Sacro Arco Reale di Gerusalemme, Atti del primo convegno, Chianciano Terme, 1986, pp. 11-12].
In questo modo la Religione nella quale tutti gli uomini convengono viene individuata nell'aspetto ebraico-cristiano, togliendo senza dubbio universalità all'Ordine muratorio che aveva reso gli adepti “neutrali” ai particolarismi delle singole religioni e tesi alla ecumenicità del religioso.
L’operazione diventerà ancora più esplicita con l’inserimento della cavalleria ( che significativamente viene innestata proprio sul sistema dell’Arco Reale.
[In ogni Rito – per quanto è a mia conoscenza - qualifica essenziale per un candidato all’esaltazione cavalleresca è l’appartenenza all’Arco Reale. Anche nel Rito Scozzese il grado dell’Arco Reale (XIII) è precedente ai più significativi gradi cavallereschi. Il Gran Priorato di Scozia, che gestisce Cavalleria Templare e di Malta, ammette solo massoni dell'Arco Reale ed è (o almeno era) così anche per la Cavalleria della Croce Rossa di Costantino].
Il massone speculativo però riesce a comprendere la necessità di andare oltre gli impacci di una interpretazione meramente religiosa che si scontra con l’universalità della massoneria ponendo differenziazioni che non le sono pertinenti, meditando sull’essere la Parola (prima perduta quindi ritrovata) non la cristiana chiave della resurrezione, ma il punto di partenza per comprendere l’armonia del sistema uomo, contemporaneamente costruttore e costruzione.
Mi hanno sempre colpito le parole di Carlo Gentile:
Al Maestro si presenta il problema di come essere libero da un possibile determinismo occulto, per potere esercitare la propria funzione iniziatica nell'atmosfera in cui egli è venuto a trovarsi. L'Arco Reale richiama proprio a tale responsabilità; se riflettiamo alla discesa nella caverna, al recupero di preziosi simboli, e addirittura al momento in cui il Maestro dell'Arco Reale diviene il tramite che fa ricongiungere alla Luce del Tempio il Delta d'oro con sopra inciso il Nome Ineffabile... Il filosofo (e Libero Muratore) Fichte, teorico della espansione cosmica del pensiero, ha sostenuto che esso è inarrestabile per propria natura... L'indirizzo etico dell'Arco Reale ha per evidente postulato la presenza del Pensiero calato nel Tempio e risalente dalle profondità incommensurabili sotto il triplicato simbolo della Squadra (la Legge, la Rettitudine, l'Armonia dei rapporti sociali, ecc.). La sublimazione dell'opera dell'Arco Reale corrisponde in sostanza alla continua richiesta di risposte alle problematiche del cammino, aspro e denso di nebbia del Mondo.[Carlo Gentile, citato in Aldo Scarlata, Carlo Gentile e l'Arco Reale in Hiram, Roma, agosto 1987, p. 249].
La leggenda dell’Arco risulta così la conclusione del cammino che l'apprendista cominciò nel Gabinetto di Riflessione. Terzo grado e Arco sono quindi quasi aspetti non necessariamente consequenziali l'uno all'altro (sicuramente il Terzo Grado dà la pienezza della maestria) ma nemmeno distanziati. Il Terzo Grado lascia il camminatore davanti alle innumerevoli potenzialità del cammino, mentre l'Arco propone fra le tante un'alternativa, non esclusiva, di interpretazione della costruzione e del completamento. Certamente l'interpretazione del grado di Maestro rimane nel filone “religioso” (ho evidenziato il termine tra virgolette per indicare sì il carattere religioso, ma separato da una religione positiva o da atteggiamenti devozionali): il massone dell'Arco Reale scopre il Nome e la Legge di “Dio” (che poi tenda a considerare il Grande Architetto come il dio di una religione rivelata, questo è affar suo – oltre che, a mio parere, riduttivo e coerente con la debolezza di chi tenta il cammino).
[Spesso ho notato nel linguaggio di massoni esclamazioni del tipo “che il Grande Architetto ti assista”, “speriamo nel Grande Architetto”, che mostrano come il termine GADU sia quasi sinonimo di Dio (anzi del dio antropomorfo della tradizione cristiana), snaturando così quel delicato equilibrio sul quale si muove il lavoro muratorio].
Nei primi tre gradi il grande Architetto dell'Universo era una presenza-assenza: pur essendo invocato in apertura e chiusura dei lavori, pur vegliando simbolicamente dall'Oriente del Tempio sui Fratelli, non era al centro della meditazione massonica, occupata dal dramma umano.[Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, v. 1, p. 177].
Nell'Arco Reale i Massoni incontrano la Divinità, nel mistero del Suo Essere (il Nome) e nel suo significato mortale (la Torah). Ed è un Dio personale, come attestato dal Genesi, dove si afferma che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, conferendogli cioè il principio di personalità, il più alto che ci è dato di conoscere nella realtà. Dio è Persona, anche se non è "una persona".
Così Michele Moramarco; io aggiungo, a completamento, che se Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, anche l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza (domanda provocatoria: è più importante che Dio esista o che l’uomo creda in Dio?) puntualizzando la non differenziazione tra Dio e uomo e riappropriandomi della Parola perduta (il Nome è così anche il Nome dell'uomo, pronunciato nella coscienza dell'uomo, che partecipa all’universalità unitamente alla coscienza di tutti gli uomini - Se la Torah insegna che il Libro sacro non è altro che l'elenco dei nomi di Dio, per parte mia cerco di trovare se non l'elenco almeno qualche nome dell'Uomo.
RITO SCOZZESE A. A.
Un'altra versione della leggenda dell'Arco (XIII grado del Rito Scozzese: Cavaliere dell'Arco Reale – non praticato, ma incontrato nel mio percorso di tanti anni fa) si riferisce invece al Libro di Enoch. Il profeta Enoch aveva nascosto prima del diluvio, sotto uno dei nove archi di un tempio sotterraneo, un Delta d'agata e due Colonne. Sul Delta era inciso il Nome Ineffabile dell'Essere Supremo; sulla Colonna di bronzo i princìpi della Conoscenza primordiale umana e sulla Colonna di marmo la chiave per la pronuncia del Nome Ineffabile. Salomone incaricò tre Grandi Maestri Architetti (Maestro Architetto è il XII grado scozzese) della ricerca ed essi trovarono solo il Delta e la Colonna di bronzo, quella di marmo essendo stata corrosa dalle acque.
Cambia il contesto espositivo, ma resta la sostanza della scoperta del Nome e quindi del ritrovamento della Parola. Insomma: resta l’essenzialità del grado.
6.3.2 La leggenda americana e inglese
La leggenda si basa sul ritorno dalla cattività babilonese e sul racconto biblico della costruzione del secondo Tempio di Gerusalemme.
Tre Muratori ritornano dalla cattività babilonese, liberati, come tutti gli altri ebrei, dall'editto di Ciro. Giunti a Gerusalemme si presentano al Sinedrio offrendo la propria opera per la costruzione del Tempio.
Vengono destinati alla preparazione del terreno sul quale edificare il Secondo Tempio, sullo stesso luogo del Primo costruito da Salomone e dall'architetto Hiram.
Durante i lavori scoprono una cripta nella quale vengono ritrovati la Chiave di Volta, il Libro della Legge e la Parola perduta, il Nome di Dio. Questa è la vera Parola: solo ora - insegna il grado - viene raggiunta la pienezza della Maestria.
Tre Muratori ritornano dalla cattività babilonese, liberati, come tutti gli altri ebrei, dall'editto di Ciro. Giunti a Gerusalemme si presentano al Sinedrio offrendo la propria opera per la costruzione del Tempio.
Vengono destinati alla preparazione del terreno sul quale edificare il Secondo Tempio, sullo stesso luogo del Primo costruito da Salomone e dall'architetto Hiram.
Durante i lavori scoprono una cripta nella quale vengono ritrovati la Chiave di Volta, il Libro della Legge e la Parola perduta, il Nome di Dio. Questa è la vera Parola: solo ora - insegna il grado - viene raggiunta la pienezza della Maestria.
6.3.1 Osservazione sul “sistema Arco Reale”
Premetto che le osservazioni si riferiscono ai sistemi inglese e americano (gli unici che conosco) e che sugli altri due sistemi non ho che sporadiche informazioni1.
Il rituale dell'Arco Reale di Gerusalemme chiaramente espone all'atto della esaltazione del Candidato: Probabilmente, voi immaginate di aver oggi ricevuto il Quarto Grado della Massoneria; ma non è così. Questo è solo il completamento del Grado di Maestro Libero Muratore. Quando foste elevato al Terzo Grado vi si informò che, per la prematura morte del nostro Maestro Hiram Abif, i segreti di un Maestro Muratore s'erano perduti ed essi furono sostituiti con certi segreti fortuiti...
Per parte sua il rituale dell'Arco americano ribadisce lo stesso concetto: Il grado dell'Arco Reale è il completamento del grado di Maestro, la rivelazione in un secondo tempo della storia di quello che si era perduto, fino alla sua scoperta finale. Senza l'Arco Reale, il grado di Maestro è come un suono cantato a mezzo, una storia raccontata a metà o una promessa non mantenuta.
La scoperta dei vecchi segreti perduti quindi appare come una specie di “seconda parte” del Terzo Grado. A ciò fa riferimento anche l'organizzazione stessa dell'Arco in Inghilterra: ogni Capitolo prende nome e numero della Loggia sulla quale si “innesta” mostrando così lo stretto legame con l'Ordine (sottolineato anche dal fatto che i Dignitari della Gran Loggia ricoprono i corrispondenti incarichi nel Gran Capitolo (se ovviamente esaltati all'Ordine). E' ciò che si tentò in Italia anni fa con l'arco di Gerusalemme: il Gran Maestro Corona era anche Primo Gran Principale del Gran Capitolo dell'Arco e analogamente al successore Di Bernardo, diventato automaticamente Primo Gran Principale appena esaltato all'Arco.
Il mio parere (al di là del fatto organizzativo) resta problematico.
Posso accettare che il Terzo Grado sia incompleto, come del resto tutti gli altri gradi muratori, essendo in realtà progetti di lavoro che il massone dovrà poi realizzare, ma non nel senso che ne manchi una parte (appunto quella che ora è di pertinenza dell'Arco). Infatti in quest'ultimo caso la leggenda di Hiram e il ritrovamento del Libro e della Parola tra le rovine del primo Tempio (proprio quello che costruiva Hiram) avrebbero dovuto avere la stessa origine. Lascio la parola ad un esperto in materia.
La citazione è lunga ma chiara: grado hiramitico e Arco Reale non hanno avuto origini comuni, anzi pare che l'Arco segua di alcuni anni il Terzo Grado. Ci può essere solo una continuità ideale (allo stesso modo in cui c'è continuità “ideale” tra Terzo Grado” e il grado di Maestro Segreto, quarto del Rito scozzese), ma appare almeno “strana” l'organizzazione inglese (cfr. post Il Precedente Maestro di Loggia). Più accettabile la posizione dei sistemi (lo York in primis) che hanno separato il Terzo Grado nell'Ordine (nel Craft) e l'Arco Reale nel Corpo rituale.
[Una “caratteristica” dell'Arco Reale è la mancanza di “informazioni congiunte o comparative”: chi pratica un sistema non sembra interessarsi che marginalmente degli altri. Così il Jones, esponente del sistema inglese ed autore di una densa opera sull'Arco inglese, dimostra di ignorare (non ne dice nulla se non qualche sporadico cenno) l'Arco americano, che pure è il più diffuso nel mondo massonico). Così chi pratica l'Arco americano conosce stentatamente gli altri sistemi (quali sono le differenze, perché si sono create, quali sono i punti comuni?) e pare essere completamente soddisfatto della mancanza di curiositas]
Il rituale dell'Arco Reale di Gerusalemme chiaramente espone all'atto della esaltazione del Candidato: Probabilmente, voi immaginate di aver oggi ricevuto il Quarto Grado della Massoneria; ma non è così. Questo è solo il completamento del Grado di Maestro Libero Muratore. Quando foste elevato al Terzo Grado vi si informò che, per la prematura morte del nostro Maestro Hiram Abif, i segreti di un Maestro Muratore s'erano perduti ed essi furono sostituiti con certi segreti fortuiti...
Per parte sua il rituale dell'Arco americano ribadisce lo stesso concetto: Il grado dell'Arco Reale è il completamento del grado di Maestro, la rivelazione in un secondo tempo della storia di quello che si era perduto, fino alla sua scoperta finale. Senza l'Arco Reale, il grado di Maestro è come un suono cantato a mezzo, una storia raccontata a metà o una promessa non mantenuta.
La scoperta dei vecchi segreti perduti quindi appare come una specie di “seconda parte” del Terzo Grado. A ciò fa riferimento anche l'organizzazione stessa dell'Arco in Inghilterra: ogni Capitolo prende nome e numero della Loggia sulla quale si “innesta” mostrando così lo stretto legame con l'Ordine (sottolineato anche dal fatto che i Dignitari della Gran Loggia ricoprono i corrispondenti incarichi nel Gran Capitolo (se ovviamente esaltati all'Ordine). E' ciò che si tentò in Italia anni fa con l'arco di Gerusalemme: il Gran Maestro Corona era anche Primo Gran Principale del Gran Capitolo dell'Arco e analogamente al successore Di Bernardo, diventato automaticamente Primo Gran Principale appena esaltato all'Arco.
[Che poco dopo uscisse dal Goi assieme ai maggiorenti dell'Arco Reale è fatto che qui non interessa. L'evento appartiene ormai alla storia massonica e il giudizio è già stato pronunciato].
Il mio parere (al di là del fatto organizzativo) resta problematico.
Posso accettare che il Terzo Grado sia incompleto, come del resto tutti gli altri gradi muratori, essendo in realtà progetti di lavoro che il massone dovrà poi realizzare, ma non nel senso che ne manchi una parte (appunto quella che ora è di pertinenza dell'Arco). Infatti in quest'ultimo caso la leggenda di Hiram e il ritrovamento del Libro e della Parola tra le rovine del primo Tempio (proprio quello che costruiva Hiram) avrebbero dovuto avere la stessa origine. Lascio la parola ad un esperto in materia.
Sappiamo che, negli anni successivi al 1717 (nel quale fu fondata la Prima Gran Loggia) il Grado Hiramico si stava sviluppando come rituale eseguibile; sappiamo anche che il Grado dell'Arco Reale, due o tre decenni dopo, visse un'esperienza analoga. Questa sequenza cronologica va a sostegno dell'idea che la leggenda Hiramica del Primo Tempio sia stata enucleata per prima dal patrimonio della tradizione massonica e che in seguito lo stesso sia avvenuto per la leggenda del Soggiornante del Secondo Tempio. Benché il Conte Goblet d'Alviella suggerisca dei contatti tra muratori medioevali e filosofi, la maggior parte degli studiosi (ed io fra essi) non riesce a scorgere una pur minima possibilità che l'Arco Reale si sia sviluppato dalla muratorìa operativa. Probabilmente il Conte pensava alla congiunzione fra la muratorìa embrionalmente speculativa del diciassettesimo secolo, forse imperniata sulla Compagnia Londinese dei Muratori, e i dotti mistici che praticavano le arti Rosacruciane e alchemiche. Molti dotti che all'epoca entrarono nella muratorìa erano degli studiosi ben addentro nella letteratura classica e medioevale; essi possedevano una conoscenza eccezionale e singolare e, per quanto lo si può valutare, innestarono parte di quella conoscenza sulle brevi e semplici cerimonie della muratorìa speculativa dell'epoca. Vi sono delle buone ragioni per ritenere che molto del simbolismo della muratorìa sia stato introdotto da tali mistici e non può esservi alcun dubbio che alcuni dei più noti simboli della muratorìa dell'Arco Reale abbiano una stretta somiglianza con quelli dell'alchimia.[Jones, op. cit, p. 10].
La citazione è lunga ma chiara: grado hiramitico e Arco Reale non hanno avuto origini comuni, anzi pare che l'Arco segua di alcuni anni il Terzo Grado. Ci può essere solo una continuità ideale (allo stesso modo in cui c'è continuità “ideale” tra Terzo Grado” e il grado di Maestro Segreto, quarto del Rito scozzese), ma appare almeno “strana” l'organizzazione inglese (cfr. post Il Precedente Maestro di Loggia). Più accettabile la posizione dei sistemi (lo York in primis) che hanno separato il Terzo Grado nell'Ordine (nel Craft) e l'Arco Reale nel Corpo rituale.
6.3 Maestro dell’Arco Reale
Al di là della già citata suddivisione nei quattro sistemi (americano o Arco Reale del Rito di York, inglese o Arco Reale di Gerusalemme, irlandese e scozzese) formalmente diversi, credo vada sottolineata una caratteristica fondamentale.
La pregnanza muratoria del lavoro dell’Arco consiste nella costruzione cosciente, applicando le leggi della geometria e della fisica (cioè dell’Architettura), ma la cerimonia si svolge non sul “costruire”, bensì sul “trovare” (anche se il “costruire” appare nello sfondo).
L’applicazione delle leggi è il lavoro manuale. Sottolineo manuale, perché costruire è soprattutto sacrificio e fatica individuale, non disquisizione intellettuale o peggio intellettualistica. La fatica fisica, simbolicamente intesa, insegna l’umiltà e ti cambia; la disquisizione intellettuale invece soddisfa il tuo ego e la tua pigrizia e autoesalta il tuo delirio di onnipotenza.
La giustificazione simbolica del sistema dell'Arco dovrebbe trarre legittimità dal terzo grado.
A mio parere il condizionale è d'obbligo.
La morte di Hiram fa venir meno la possibilità di comunicare la Parola. Nei rituali muratori del Terzo Grado viene inizialmente espresso lo sconforto per la perdita della Parola, perdita che si ritiene irrecuperabile. Successivamente nei rituali latini la Parola viene ritrovata; ma in quelli anglosassoni (cfr. per esempio l'Emulation e il Duncan) ci si accorda che per Parola si sarebbe presa la prima pronunciata alla scoperta del cadavere e per Segno il primo eseguito sempre alla scoperta del cadavere, che viene trovato per la presenza di un ramo di acacia spezzato, legando così la morte-rinascita del maestro al simbolismo vegetale.
Dunque la Parola ritrovata nel terzo grado risulta una parola sostitutiva. Del resto anche nel quarto grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, che senza soluzioni di continuità riprende il racconto hiramitico, viene esplicitamente dichiarato che la Parola non è stata ancora ritrovata.
Nell'Arco Reale viene definitivamente ritrovata in un contesto vetero-testamentario: ritorno dalla prigionia babilonese (sistema americano, inglese e scozzese) o riparazione e restaurazione del Tempio al tempo di re Giosìa (sistema irlandese). In entrambi i contesti si ritrova il Libro Sacro e quindi la Parola.
La pregnanza muratoria del lavoro dell’Arco consiste nella costruzione cosciente, applicando le leggi della geometria e della fisica (cioè dell’Architettura), ma la cerimonia si svolge non sul “costruire”, bensì sul “trovare” (anche se il “costruire” appare nello sfondo).
L’applicazione delle leggi è il lavoro manuale. Sottolineo manuale, perché costruire è soprattutto sacrificio e fatica individuale, non disquisizione intellettuale o peggio intellettualistica. La fatica fisica, simbolicamente intesa, insegna l’umiltà e ti cambia; la disquisizione intellettuale invece soddisfa il tuo ego e la tua pigrizia e autoesalta il tuo delirio di onnipotenza.
La giustificazione simbolica del sistema dell'Arco dovrebbe trarre legittimità dal terzo grado.
A mio parere il condizionale è d'obbligo.
La morte di Hiram fa venir meno la possibilità di comunicare la Parola. Nei rituali muratori del Terzo Grado viene inizialmente espresso lo sconforto per la perdita della Parola, perdita che si ritiene irrecuperabile. Successivamente nei rituali latini la Parola viene ritrovata; ma in quelli anglosassoni (cfr. per esempio l'Emulation e il Duncan) ci si accorda che per Parola si sarebbe presa la prima pronunciata alla scoperta del cadavere e per Segno il primo eseguito sempre alla scoperta del cadavere, che viene trovato per la presenza di un ramo di acacia spezzato, legando così la morte-rinascita del maestro al simbolismo vegetale.
Dunque la Parola ritrovata nel terzo grado risulta una parola sostitutiva. Del resto anche nel quarto grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, che senza soluzioni di continuità riprende il racconto hiramitico, viene esplicitamente dichiarato che la Parola non è stata ancora ritrovata.
Nell'Arco Reale viene definitivamente ritrovata in un contesto vetero-testamentario: ritorno dalla prigionia babilonese (sistema americano, inglese e scozzese) o riparazione e restaurazione del Tempio al tempo di re Giosìa (sistema irlandese). In entrambi i contesti si ritrova il Libro Sacro e quindi la Parola.
giovedì 8 ottobre 2009
6.2 Il Precedente Maestro di Loggia
In inglese è il Past Master.
E’ dunque così importante l’aver retto il maglietto di una Loggia da quasi ripetere la cerimonia di installazione del Maestro di Loggia (tale è appunto il grado) o il farla per chi non lo è mai stato?
La risposta dovrebbe essere doverosamente positiva. Ma diventa difficile spiegarne le ragioni, perché alla luce del ritualismo “latino” il quesito non riveste un significato particolare. Invece pare che l’essere stato installato Maestro di Loggia lasci un segno indispensabile al cammino seguente e non si riduca solamente ad un'esperienza superiore.
In certi rituali, in primis l'Emulation, è prevista una cerimonia di installazione del Maestro Venerabile. La Loggia è aperta in Primo Grado. Gli Apprendisti coprono il Tempio. Il rito è condotto dal Maestro Venerabile uscente che a questo punto chiede a due ex Maestri Venerabili (cioè Maestri già Installati) di occupare gli scranni di 1° e 2° Sorvegliante; anche l'ufficio di Copritore Interno è ricoperto da un ex Venerabile. I lavori vengono elevati al Secondo Grado.
Seguendo il rituale Emulation, al Maestro installando vengono letti gli Antichi Doveri, Usi e Costumi (il testo dei quali non coincide con quelli di Anderson, ma li richiama) che dovrà “assecondare” uno ad uno.
Dopo il giuramento vengono fatti uscire tutti i Compagni e, aperti i lavori in Terzo Grado, usciti i Maestri che non sono mai stati Venerabile, si procede poi nel Consiglio dei Maestri Installati, dove si ricorda al nuovo Venerabile l'importanza delle tre Grandi Luci, gli viene consegnato dal predecessore o dal Maestro installante mazzuolo e insegne. Successivamente il Maestro Venerabile ormai installato dovrà a sua volta installare il predecessore come ex Maestro Venerabile.
Fatti rientrare, i Maestri sfilano davanti alla cattedra del nuovo Venerabile. Si procede alla chiusura dei lavori in terzo grado e vengono fatti rientrare i Compagni, che a loro volta sfilano davanti al neo Venerabile. Si chiudono i lavori in Secondo Grado e la cerimonia si ripete per gli Apprendisti.
Interessante notare che nel corso dei lavori vengono (ri)presentati gli attrezzi da lavoro: sisaro, matita e compasso per i Maestri; squadra, livella e filo a piombo per i Compagni; Regolo da 24 pollici, maglietto e scalpello per gli Apprendisti.
Quindi segue l'investitura dei Dignitari e Ufficiali di Loggia: 1° e 2° Sorvegliante, Cappellano, Tesoriere, Segretario, Maestro delle Cerimonie, 1° e 2° Diacono, Copritore Interno ed Esterno.
Si può configurare l'installazione del Maestro di Loggia come una specie di quarto grado massonico?
La domanda non pare peregrina, anche se da parte inglese, ancora oggi fa testo il compromesso tra le due Grandi Logge rivali inglesi, quella degli Antients (gli scissionisti della metà del XVIII secolo) e dei Moderns (la Gran Loggia del 1717) che si riunificarono nel 1813, pattuendo, tra l'altro: Pure antient Masonry consists of three Degres, and no more, viz. those of the Entered Apprentice, the Fellow Craft, and the Master Mason, including the Supreme Order of the Holy Royal Arch (cioè: La pura, antica Massoneria è composta da tre gradi, e non di più, cioè quelli di Apprendista Accettato (ammesso, iscritto), di Compagno d'Arte (di mestiere) e di Maestro Muratore, incluso il Supremo Ordine del Sacro Arco Reale).
Riprenderò tra poco la questione dell'Arco Reale; qui mi soffermo sui three Degrees and no more, cioè tre Gradi e non di più. L'atto (del 1813, ma valido ancora oggi) parla di tre gradi, quindi non si può parlare di "nuovi gradi", ma - eventualmente - di ampliamenti e completamenti (in quest'ottica, infatti, il Marchio risulterebbe ampliamento del grado di Compagno e l'Arco Reale di Maestro). Per cui il Marchio non è - non può e non deve essere - un nuovo grado, il Maestro Installato non può e non deve essere un nuovo grado, l'Arco Reale non può e non deve essere un nuovo grado, con buona pace di chi ha opinioni diverse.
La realtà si adegua a coercizioni derivate dall'ammettere solo tre gradi nella Massoneria e contemporaneamente “salvare” anche ciò che ai tre gradi non può propriamente rifarsi? Oppure è più "assennata" la posizione del sistema americano che non abbandona le nuove modalità, ma le inserisce come nuovi gradi in un Corpo rituale che ha al culmine proprio l'Arco Reale?
Così facendo viene preservato il regime dei tre gradi “di base” e tutto il resto viene demandato ai Corpi rituali.
Resta aperta la questione se l'installazione del Maestro Venerabile prefiguri un nuovo grado.
Il sistema inglese risponde negativamente: è una parte del grado di maestro.
Il sistema americano risponde affermativamente (evitando così la necessità di ammettere candidati all'Arco Reale solo fratelli già Maestri Venerabili di una Loggia del Craft - eventualità evitata dal sistema inglese che mantiene il venerabilato condizione indispensabile solo per i tre Principali del Capitolo).
Quale la lezione del Past Master che emerge dal rituale (americano)?
Potrebbe essere la capacità di conciliare rigore e indulgenza, scrupolosità e bonarietà nel dirigere i lavori, sempre condotti con la consapevolezza che l’equilibrio costruito per i fratelli di Loggia diventa equilibrio applicato a se stessi. Colpisce la fantasia l’episodio del tumulto (mentre il neofita siede sullo scranno del Venerabile, i fratelli di Loggia si comportano con rumorosa confusione: a un colpo di maglietto l’ordine e l'armonia dei lavori è immediatamente ristabilita), che può esaltare l’onnipotenza di chi dirige se non riesce a temperare la passione con l’armonia del lavoro.
Più significativa credo sia la responsabilità degli utensili che cade su di lui, al quale, unico fra tutti, compete il mazzuolo. Il Maestro di Loggia – credo che qui stia il senso profondo della qualifica – deve infatti conoscere a fondo gli strumenti dell’Arte e deve saperli usare. Fuor di metafora, deve essere maestro di se stesso e sapere usare gli strumenti su se stesso, e come un direttore d’orchestra promuovere l’armonia nel lavoro. E' qui - credo - che sta l'imprintig del grado.
E’ dunque così importante l’aver retto il maglietto di una Loggia da quasi ripetere la cerimonia di installazione del Maestro di Loggia (tale è appunto il grado) o il farla per chi non lo è mai stato?
La risposta dovrebbe essere doverosamente positiva. Ma diventa difficile spiegarne le ragioni, perché alla luce del ritualismo “latino” il quesito non riveste un significato particolare. Invece pare che l’essere stato installato Maestro di Loggia lasci un segno indispensabile al cammino seguente e non si riduca solamente ad un'esperienza superiore.
In certi rituali, in primis l'Emulation, è prevista una cerimonia di installazione del Maestro Venerabile. La Loggia è aperta in Primo Grado. Gli Apprendisti coprono il Tempio. Il rito è condotto dal Maestro Venerabile uscente che a questo punto chiede a due ex Maestri Venerabili (cioè Maestri già Installati) di occupare gli scranni di 1° e 2° Sorvegliante; anche l'ufficio di Copritore Interno è ricoperto da un ex Venerabile. I lavori vengono elevati al Secondo Grado.
Seguendo il rituale Emulation, al Maestro installando vengono letti gli Antichi Doveri, Usi e Costumi (il testo dei quali non coincide con quelli di Anderson, ma li richiama) che dovrà “assecondare” uno ad uno.
Dopo il giuramento vengono fatti uscire tutti i Compagni e, aperti i lavori in Terzo Grado, usciti i Maestri che non sono mai stati Venerabile, si procede poi nel Consiglio dei Maestri Installati, dove si ricorda al nuovo Venerabile l'importanza delle tre Grandi Luci, gli viene consegnato dal predecessore o dal Maestro installante mazzuolo e insegne. Successivamente il Maestro Venerabile ormai installato dovrà a sua volta installare il predecessore come ex Maestro Venerabile.
Fatti rientrare, i Maestri sfilano davanti alla cattedra del nuovo Venerabile. Si procede alla chiusura dei lavori in terzo grado e vengono fatti rientrare i Compagni, che a loro volta sfilano davanti al neo Venerabile. Si chiudono i lavori in Secondo Grado e la cerimonia si ripete per gli Apprendisti.
Interessante notare che nel corso dei lavori vengono (ri)presentati gli attrezzi da lavoro: sisaro, matita e compasso per i Maestri; squadra, livella e filo a piombo per i Compagni; Regolo da 24 pollici, maglietto e scalpello per gli Apprendisti.
Quindi segue l'investitura dei Dignitari e Ufficiali di Loggia: 1° e 2° Sorvegliante, Cappellano, Tesoriere, Segretario, Maestro delle Cerimonie, 1° e 2° Diacono, Copritore Interno ed Esterno.
[Notiamo che la funzione di Cappellano nella ritualità anglosassone non è riconducibile a quella di Oratore nella ritualità latina. L'Esortazione al Cappellano che il Venerabile indirizza nell'installazione (vedi Emulation Ritual, pp. 175-176) è significativa. “...Io vi nomino Cappellano della Loggia e vi investo con il Gioiello della vostra carica, il Libro Aperto. Esso rappresenta il Volume della Legge Sacra, che sempre deve trovarsi aperto sul tavolo del Maestro Venerabile, quando i Fratelli sono intenti ai lavori nella Loggia. Il Volume della Legge Sacra è il principale delle tre grandi, seppur emblematiche luci della Libera Massoneria. Le Sacre Scritture sono il simbolo delle fondamenta e dell'indirizzo della nostra Fede. Il Volume Sacro ci guida alla Verità assoluta, dirigerà i nostri passi lungo il cammino verso la Felicità e sta ad indicare ogni dovere dell'Uomo. Priva di esso, la Loggia non è perfetta, e senza l'esplicita ammissione di credenza nel suo Divino Autore, nessun Candidato può essere lecitamente ammesso al nostro Ordine. Il vostro posto nella Loggia è immediatamente a sinistra dell'Ex Maestro Venerabile e il vostro dovere consiste, sia all'Apertura, sia alla Chiusura, della Loggia, in ogni Grado, così come nelle tre Cerimonie, nell'invocare la Benedizione dell'Onnipotente sui nostri lavori. Voi dovete perciò, partecipando nel limite del possibile ad ogni riunione della Loggia, espletare l'incarico sacrale previsto dalle parti devozionali delle nostre cerimonie”].Al Consiglio dei Maestri Installati può partecipare solo chi ha ricoperto la dignità di Maestro Venerabile. E' un'antica traccia delle Logge di Maestri Venerabili?
[La prima documentazione di Logge di Maestri Venerabili è nell'Inghilterra del 1730, create per elevare i Compagni d'Arte al grado di Maestro (che solo alla fine degli anni 1720 era diventato patrimonio di alcune Logge, ma non era ben noto come praticarlo. Le Logge di Maestri Venerabili erano composte da fratelli in grado di svolgere la cerimonia n modo impeccabile. (cfr. Bernard J. Jones, Il libro dei Liberi Muratori del Sacro Arco Reale, Roma, 1988.p. 68)].
Si può configurare l'installazione del Maestro di Loggia come una specie di quarto grado massonico?
La domanda non pare peregrina, anche se da parte inglese, ancora oggi fa testo il compromesso tra le due Grandi Logge rivali inglesi, quella degli Antients (gli scissionisti della metà del XVIII secolo) e dei Moderns (la Gran Loggia del 1717) che si riunificarono nel 1813, pattuendo, tra l'altro: Pure antient Masonry consists of three Degres, and no more, viz. those of the Entered Apprentice, the Fellow Craft, and the Master Mason, including the Supreme Order of the Holy Royal Arch (cioè: La pura, antica Massoneria è composta da tre gradi, e non di più, cioè quelli di Apprendista Accettato (ammesso, iscritto), di Compagno d'Arte (di mestiere) e di Maestro Muratore, incluso il Supremo Ordine del Sacro Arco Reale).
Riprenderò tra poco la questione dell'Arco Reale; qui mi soffermo sui three Degrees and no more, cioè tre Gradi e non di più. L'atto (del 1813, ma valido ancora oggi) parla di tre gradi, quindi non si può parlare di "nuovi gradi", ma - eventualmente - di ampliamenti e completamenti (in quest'ottica, infatti, il Marchio risulterebbe ampliamento del grado di Compagno e l'Arco Reale di Maestro). Per cui il Marchio non è - non può e non deve essere - un nuovo grado, il Maestro Installato non può e non deve essere un nuovo grado, l'Arco Reale non può e non deve essere un nuovo grado, con buona pace di chi ha opinioni diverse.
[Jones, esponente dell'Arco Reale (di Gerusalemme), annota (op. cit. p. 121): L'anomalia più vistosa nella storia dell'Arco Reale, costituita da una serie di stranezze, è quella implicita nella dichiarazione del 1817, secondo cui la muratorìa dell'Arco Reale non costituisce un grado. Si dice che i Fratelli “Moderni” avessero la miglior propensione a salvaguardare nella sua interezza il Grado dell'Arco Reale. E' indubbio che molti, come Fratelli, l'avessero ma è curioso vedere come ancora a quel tempo persistesse una certa opposizione ufficiale al riconoscimento totale, perché altrimenti l'Arco Reale avrebbe conservato il suo status pre-Unione, di grado a pieno titolo. Nominalmente non vi riuscì, sebbene rimanga in effetti un grado, come è sempre stato e sempre sarà, poiché dobbiamo sempre ricordare che un grado è solo un passo e che nessuno può mettere in dubbio che in una cerimonia di Esaltazione il Candidato compie un passo di alto rilievo muratorio. Non è strano che quello che nel 1813 fu ritenuto il semplice completamento di un grado della Libera Muratoria abbia avuto il permesso di rimanere sotto la giurisdizione di un organo non coincidente con quello che presiedeva ai Tre Gradi, pur stabilendo che i membri del Gran Capitolo potessero essere gli stessi della Gran Loggia? Tale condizione singolare poteva essere soltanto la conseguenza di un compromesso raggiunto dopo una accesa contrattazione - compromesso possibile solo per la mentalità inglese - ma bisogna ammettere che, per quanto illogico, esso ha funzionato. Al di fuori dell'obbedienza inglese l'Arco Reale è un grado a parte].
La realtà si adegua a coercizioni derivate dall'ammettere solo tre gradi nella Massoneria e contemporaneamente “salvare” anche ciò che ai tre gradi non può propriamente rifarsi? Oppure è più "assennata" la posizione del sistema americano che non abbandona le nuove modalità, ma le inserisce come nuovi gradi in un Corpo rituale che ha al culmine proprio l'Arco Reale?
Così facendo viene preservato il regime dei tre gradi “di base” e tutto il resto viene demandato ai Corpi rituali.
Resta aperta la questione se l'installazione del Maestro Venerabile prefiguri un nuovo grado.
Il sistema inglese risponde negativamente: è una parte del grado di maestro.
Il sistema americano risponde affermativamente (evitando così la necessità di ammettere candidati all'Arco Reale solo fratelli già Maestri Venerabili di una Loggia del Craft - eventualità evitata dal sistema inglese che mantiene il venerabilato condizione indispensabile solo per i tre Principali del Capitolo).
Quale la lezione del Past Master che emerge dal rituale (americano)?
Potrebbe essere la capacità di conciliare rigore e indulgenza, scrupolosità e bonarietà nel dirigere i lavori, sempre condotti con la consapevolezza che l’equilibrio costruito per i fratelli di Loggia diventa equilibrio applicato a se stessi. Colpisce la fantasia l’episodio del tumulto (mentre il neofita siede sullo scranno del Venerabile, i fratelli di Loggia si comportano con rumorosa confusione: a un colpo di maglietto l’ordine e l'armonia dei lavori è immediatamente ristabilita), che può esaltare l’onnipotenza di chi dirige se non riesce a temperare la passione con l’armonia del lavoro.
Più significativa credo sia la responsabilità degli utensili che cade su di lui, al quale, unico fra tutti, compete il mazzuolo. Il Maestro di Loggia – credo che qui stia il senso profondo della qualifica – deve infatti conoscere a fondo gli strumenti dell’Arte e deve saperli usare. Fuor di metafora, deve essere maestro di se stesso e sapere usare gli strumenti su se stesso, e come un direttore d’orchestra promuovere l’armonia nel lavoro. E' qui - credo - che sta l'imprintig del grado.
6.1.5 Massoneria e democrazia
E’ conseguenza immediata di quanto detto nel paragrafo precedente.
In genere il massone rivolto al sociale giustifica la propria aspirazione con le figure di quei massoni che ebbero ruoli attivi nei rispettivi paesi o nelle rispettive professioni. L’elenco dei nomi è lunghissimo, praticamente illimitato, e si spazia da Garibaldi a Washington, da Allende a Franklin, da Voltaire a Cavour.
Ma dimentica che Voltaire entrò nell’istituzione pochi mesi prima della morte e non può quindi essere considerato un maître à penser muratorio. Dimentica anche che se molti massoni operarono per la democrazia (ma andrebbero anche esaminate le differenze tra gli uni e gli altri, perché politicamente esistono eterogeneità e difformità anche sostanziali tra un Garibaldi, un Ataturk e un Washington) altrettanti operarono per regimi non democratici, anche se non necessariamente totalitari.
Dimentica anche che se fu massone Silvio Pellico, fu pure massone il giudice Salvotti che lo condannò allo Spielberg; se fu massone Allende, furono anche massoni lo stesso Pinochet (ahi! ahi!) e gli agenti della Cia che lo rovesciarono; se fu massone Proudhon, fu massone anche il famigerato Duvalier, dittatore-padrone di Haiti negli anni sessanta del Novecento più noto come Papa Doc, e fu massone pure il suo degno figliolo Baby Doc. Fu massone Andrea Costa e fu massone Charles Lindbergh, il primo sorvolatore atlantico di dichiarate simpatie naziste. Per rimanere all’Italia se furono massoni Giovanni Bovio e Mario Angeloni, furono massoni pure Cesare Balbo e Roberto Farinacci (anche se si allontanarono dalle logge dopo la decretata incompatibilità tra fascismo e massoneria).
Insomma non si possono certo definire campioni della democrazia; e nemmeno campione della laicità e della democrazia può essere considerato il fratello de Maistre, controrivoluzionario e papista, (autore di un reazionario seppur godibilissimo elogio del boia).
Diversi anni fa la Rivista Massonica pubblicò numerose schede di massoni (raccolte poi in Mille volti di massoni a cura di Giordano Gamberini): una galleria di personaggi, i più disparati, degli ultimi tre secoli: militari, aristocratici, borghesi. Non si riesce a individuare in loro un filo comune “democratico”.
Credo che il vedere la massoneria come campione della democrazia sia eccessivo e solo eredità di certe concezioni del passato, quando l’Ordine (ahimè) faceva politica (e la faceva “così bene” che il parlamento che nei primi anni del secolo decretò l’insegnamento religioso cattolico nelle scuole pubbliche era composto in maggioranza da massoni!).
Non è neppure vero che l’Ordine stesso sia una associazione democratica.
L’apprendista e il compagno non possiedono elettorato attivo e passivo (l'apprendista nemmeno il diritto di parola). Solo il Maestro può votare per la gestione degli organi dell’Ordine e solo il Maestro con anzianità di un anno nel grado può essere eletto alle dignità di Loggia e solo dopo tre anni di anzianità nel grado e aver ricoperto per almeno un anno una dignità di Loggia il Maestro può essere eletto Maestro Venerabile. e solo chi ha ricoperto la dignità di Venerabile può candidarsi a incarichi più alti.
Gli apprendisti non possono decidere quando diventare compagni, ma lo diventano solo su chiamata (cooptazione è il termine tecnico), così come per cooptazione il compagno diventa maestro. Così si entra in massoneria per chiamata, decisa all’unanimità di voti dei presenti (non a maggioranza). Agli occhi del massone può sembrare ovvio e opportuno, ma sicuramente non sono princìpi di democrazia e contraddicono la norma: una testa, un voto.
In genere il massone rivolto al sociale giustifica la propria aspirazione con le figure di quei massoni che ebbero ruoli attivi nei rispettivi paesi o nelle rispettive professioni. L’elenco dei nomi è lunghissimo, praticamente illimitato, e si spazia da Garibaldi a Washington, da Allende a Franklin, da Voltaire a Cavour.
Ma dimentica che Voltaire entrò nell’istituzione pochi mesi prima della morte e non può quindi essere considerato un maître à penser muratorio. Dimentica anche che se molti massoni operarono per la democrazia (ma andrebbero anche esaminate le differenze tra gli uni e gli altri, perché politicamente esistono eterogeneità e difformità anche sostanziali tra un Garibaldi, un Ataturk e un Washington) altrettanti operarono per regimi non democratici, anche se non necessariamente totalitari.
Dimentica anche che se fu massone Silvio Pellico, fu pure massone il giudice Salvotti che lo condannò allo Spielberg; se fu massone Allende, furono anche massoni lo stesso Pinochet (ahi! ahi!) e gli agenti della Cia che lo rovesciarono; se fu massone Proudhon, fu massone anche il famigerato Duvalier, dittatore-padrone di Haiti negli anni sessanta del Novecento più noto come Papa Doc, e fu massone pure il suo degno figliolo Baby Doc. Fu massone Andrea Costa e fu massone Charles Lindbergh, il primo sorvolatore atlantico di dichiarate simpatie naziste. Per rimanere all’Italia se furono massoni Giovanni Bovio e Mario Angeloni, furono massoni pure Cesare Balbo e Roberto Farinacci (anche se si allontanarono dalle logge dopo la decretata incompatibilità tra fascismo e massoneria).
Insomma non si possono certo definire campioni della democrazia; e nemmeno campione della laicità e della democrazia può essere considerato il fratello de Maistre, controrivoluzionario e papista, (autore di un reazionario seppur godibilissimo elogio del boia).
[Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, v.2, p. 136. Moramarco continua. Joseph de Maistre si staglia nella storia della Massoneria come la figura decisamente più scomoda di tutto il panorama che stiamo osservando [seconda metà del xviii e inizi del xix secolo]. Il suo “Du Pape” fu (…) un’anticipazione (…) dell’infallibilità papale… Escludeva che la sovranità potesse risiedere nel popolo… Difese la legittimità ordinaria della pena di morte… Fu anche un Libero Muratore zelante…].
Diversi anni fa la Rivista Massonica pubblicò numerose schede di massoni (raccolte poi in Mille volti di massoni a cura di Giordano Gamberini): una galleria di personaggi, i più disparati, degli ultimi tre secoli: militari, aristocratici, borghesi. Non si riesce a individuare in loro un filo comune “democratico”.
Credo che il vedere la massoneria come campione della democrazia sia eccessivo e solo eredità di certe concezioni del passato, quando l’Ordine (ahimè) faceva politica (e la faceva “così bene” che il parlamento che nei primi anni del secolo decretò l’insegnamento religioso cattolico nelle scuole pubbliche era composto in maggioranza da massoni!).
Non è neppure vero che l’Ordine stesso sia una associazione democratica.
L’apprendista e il compagno non possiedono elettorato attivo e passivo (l'apprendista nemmeno il diritto di parola). Solo il Maestro può votare per la gestione degli organi dell’Ordine e solo il Maestro con anzianità di un anno nel grado può essere eletto alle dignità di Loggia e solo dopo tre anni di anzianità nel grado e aver ricoperto per almeno un anno una dignità di Loggia il Maestro può essere eletto Maestro Venerabile. e solo chi ha ricoperto la dignità di Venerabile può candidarsi a incarichi più alti.
Gli apprendisti non possono decidere quando diventare compagni, ma lo diventano solo su chiamata (cooptazione è il termine tecnico), così come per cooptazione il compagno diventa maestro. Così si entra in massoneria per chiamata, decisa all’unanimità di voti dei presenti (non a maggioranza). Agli occhi del massone può sembrare ovvio e opportuno, ma sicuramente non sono princìpi di democrazia e contraddicono la norma: una testa, un voto.
mercoledì 7 ottobre 2009
6.1.4 Dubbio ed errore - …o no?
«Dunque, sei qui, Asa Hesel.»[Isaaac B. Singer, La famiglia Moskat, Milano, 2004, p. 282].
«Sì, nonno.»
«Vedo, vedo. Sei cresciuto. Mi sembri cresciuto.»
«Può darsi, nonno.»
«Ho saputo tutto. Ti sei sposato. Arrivò una lettera. Bene, mazal tov. Non ti ho neanche mandato un regalo di nozze.»
«Non fa nulla, nonno.»
«Ti sei almeno sposato secondo le leggi di Mosè e Israele?»
«Sì, nonno. Lei viene da una famiglia religiosa.»
«E ritieni che questo sia un pregio?»perché
«Certamente, nonno.»
«Com’è mai possibile? Dunque l’ultima scintilla di fede non si è ancora spenta in te.»
«Non nego l’esistenza di Dio.»
«E che cosa neghi, allora?»
«Le presunzioni dell’uomo.»
Chi vuole questa nostra "merce"? Chi è disposto a barattare la certezza della felicità eterna offerta dalla/e religione/i con il dubbio continuo e quotidiano del nostro vivere qui, non di là, con il dubbio unico antidoto agli integralismi e agli assolutismi, con il dubbio che resiste di fronte ad affermazioni che verità non sono e impedisce si attribuisca universalità alle intuizioni del singolo? E soprattutto con il dubbio che mostra in una luce diversa la nozione stessa di errore.
[Interessante, come descrizione letteraria dell’atteggiamento mentale dell’integralista, questo passo di Umberto Eco dal dialogo tra frate Jorge da Burgos e il protagonista frate Guglielmo da Baskerville:
“L’animo è sereno solo quando contempla la verità e si diletta del bene compiuto, e della verità e del bene non si ride. Ecco perché Cristo non rideva. Il riso è fomite di dubbio.”
“Ma talora è giusto dubitare.”
“Non ne vedo la ragione. Quando si dubita è necessario rivolgersi a un’autorità, alle parole di un padre o di un dottore, e cessa ogni ragione di dubbio…”[Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 139].
Io invece ho dubbi, ma non sono scettico, perché il dubbio, al di là dell’essere contraddittorio, è invece affermazione dei miei limiti, è sospensione del consenso (che verrà o non verrà) a qualche verità per cercarne il fondamento (intuitivo, logico, psicologico,…). E’ soprattutto rifiuto dell’ordine del capo al seguace: Seguimi, ché io ti porterò alla verità! E’ rifiuto del gregge e della guida del pastore che lo porta al pascolo].
Chi segue un’idea forte, talmente forte da assolutizzarla a verità universale (il dogmatico religioso e il dogmatico ideologo e il dogmatico scienziato e il dogmatico tout court) considera ogni deviazione dalla propria idea sbaglio ed errore. Fino a non molto tempo fa l’errante veniva considerato alla stregua di una parte malata del corpo sociale e come tale chirurgicamente separato (leggi: eliminato dal consesso fisico degli uomini o dal consesso di quegli scienziati, ecc.). Se oggi, almeno nella nostra società, conseguenze così drastiche sul piano fisico non ci sono più, l’atteggiamento mentale del dogmatico non è cambiato, pronto a commisurare una censura morale o psicologica, spesso con separazione nel mondo del lavoro o della scienza. Partendo dal presupposto che posizione moralmente accettabile sia quella del credente (o di chi è coerente con la “verità” ufficiale), vengono sminuite le idee di chi si pone dubbi, di chi accetta anche il rischio di sbagliare, ma come conseguenza di proprie scelte. Scegliere significa libertà e sostenere che la possibilità di sbagliare porti allo scetticismo mostra la debolezza del dogmatico e la forza del camminatore.
Infatti “non sbagliare” per il dogmatico significa seguire, più o meno pedissequamente, le idee accettate. Il camminatore che segue idee altrui invece non solo non è al riparo da eventuali sbagli (non saremmo uomini), ma corre il rischio di sbagliare non per proprie scelte, ma per scelte altrui, e quindi sbagliare doppiamente.
In ogni caso non scegliere in prima persona significa non essere liberi. Scegliere – invece – significa essere liberi. scegliere consapevolmente significa essere in grado di esercitare la facoltà di libertà. Dunque: io posso, perché io so. Ma fondamentalmente so di non sapere, in modo che il mio sapere (quel po’ che so), lungi dall’assumere una veste universale, diventa solamente un piccolo sapere, propedeutico ad un sapere ancora piccolo, ma – forse – un po’ meno piccolo. Ecco il senso profondo del simbolo della lucciola (vedi post Il lavoro di Loggia).
La chiave di volta dell’antidoto all’assolutizzazione personale è il dubbio, fermento del lavoro del camminatore e vaccino alle tentazioni assolutistiche e integralistiche.
A livello discorsivo sottolineo l’importanza della piccola locuzione: o no?
Faccio un esempio.
In loggia il Libro della Legge Sacra è aperto – almeno oggi nel Grande Oriente d’Italia per unanime consuetudine e prescrizione normativa – all’incipit del vangelo di Giovanni.
E’ sicuramente una pagina molto profonda che – al di là della posizione predominante in un vangelo canonicamente accolto dal cristianesimo – assume un senso che travalica le singole religioni (è sufficiente confrontarlo con testi di altre religioni).
Nella mia vita muratoria ho assistito a numerosi tentativi di massoni in cerca di spiegazioni più o meno consone al contesto muratorio.
Ho quindi assistito a tentativi di interpretare il Logos del testo originario collegando vibrazione sonora a vibrazione luminosa, e l’inizio del vangelo di Giovanni al primo capitolo della Genesi. Ci sono stati e saranno anche in futuro tentativi sapienti che possono provocare spunti alle meditazioni e al lavoro interiore. Mi pare però che fino ad ora tutti i tentativi esegetici siano risultati “limitati” per così dire da un contesto essenzialmente cristiano ed entro il quadro cristiano sono restati.
Beninteso, non mi scandalizzo e posso accettare il contesto cristiano, ma solo dal punto di vista formale e come struttura linguistica, non come quadro ultimo di riferimento al di la del quale non poter andare.
Mi spiego. Il vangelo di Giovanni inizia così.
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio.[Giovanni 1:1-5]
Essa era nel principio con Dio.
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.
In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini.
La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.
Il camminatore legge.
Nel principio era la Parola, …o no?Non accoglie affermazioni apodittiche, ma lavora sulle dichiarazioni (o testimonianze?) di altri cercando di considerarle stimoli al proprio lavoro, non verità assodate o assolute o punti di arrivo stabiliti.
…La Parola era con Dio, …o no?
…E la Parola era Dio, …o no?
Essa era nel principio con Dio, …o no?
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; …o no?
…e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. …o no?
…In lei era la vita, …o no?
…e la vita era la luce degli uomini. ….o no?
…La luce splende nelle tenebre, …o no?
…e le tenebre non l'hanno sopraffatta. …o no?
Ecco la “parolina magica”: …o no?.
PS.
Lo spunto della riflessione nasce da una tavola, corta ma profonda, di qualche anno fa di un fratello di loggia.
DIFFERENZE
Si faccia attenzione alla differenza sostanziale tra i termini dubbio ed errore.
Errore è deviazione dalla via, deviazione riconosciuta da qualcuno o qualcosa (gruppo, organismo, istituto) ed esplicitamente condannata e proibita.
Dubbio invece è riconsiderazione continua delle proprie scelte come riconferma più approfondita e contemporaneamente accettazione della validità di altre scelte – a suo tempo scartate. Non si tratta del Forse io ho torto e tu ragione (posizione certo stimabile e troppo poco praticata, ma… poco iniziatica). Il dubbio è a mio parere il dubbio metafisico, quello che ti coglie sulla via che tu e solo tu hai scelto di percorrere. Non esclude altri tipi di dubbio, che anzi ne sono per così dire l'inizio necessario, ma li ingloba in un senso più ampio e completo. E' questa la strada? E' la strada giusta? Mi porterà da qualche parte? E' mai possibile che io possa affermare che la stragrande maggioranza degli altri massoni abbia torto e io solo (o quasi) abbia ragione? Capperi, che dubbi!… Dopo più di trent’anni di vita nelle Istituzioni (massoniche e no), dopo le "visite" a riti muratori e no, dopo le "entrate" e "uscite" in riti muratori e no, dopo avere trascorso la mia vita a cercare - e a trovare non soluzioni, ma altre ricerche - chi sono io per tranciare giudizi del genere?
SE…
Kipling ci ha lasciato una poesia che sintetizza il senso dell’uomo. Ai più appare come insegnamento educativo e morale, ma non possiamo nasconderci la profonda valenza muratoria appresa nella lunga frequentazione di loggia. Ne riporto qualche passo:
…Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno la perdono, e se la prendono con te…Chi oggi è disposto a trovarsi nella situazione di dovere ricominciare dopo che gli è stato distrutto tutto? Specie quando trovi ad ogni angolo chi ti prende, ti solleva dalle tue fatiche e costruisce al tuo posto? chi ti allevia dalla difficoltà di pensare e addirittura porge un senso alla tua sofferenza?
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere…
Se sai sognare - ma dai sogni non ti fai dominare…
Se sai trattare nello stesso modo i due impostori - Trionfo e Disastro - quando ti capitano innanzi…
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati, le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante…
E se perdi, sai ricominciare senza dire una parola di sconfitta…
…Allora sarai un uomo, o figlio!
La Massoneria non potrà mai essere di molti, proprio per la sua natura. E più vorrà essere Massoneria meno sarà numerosa...
Ciò non toglie che il massone (non la massoneria) può (e deve) operare nella società. Ma come cittadino che è anche massone e che si è formato con un certo metodo.
Il resto non serve. Ricordo che proprio quando in una famigerata intervista al Corriere della Sera l'allora Gran Maestro Salvini affermò che diverse centinaia di parlamentari erano massoni iniziarono prima le proteste del mondo politico (leggi le segreterie dei partiti) e poi le quasi persecuzioni culminate nella pubblicazione dell'elenco dei Maestri Venerabili del Goi sull'Espresso.
Dobbiamo gettarci nel sociale? Non pretendiamo che l’organismo massoneria faccia concorrenza o si inserisca nel mondo del volontariato, altrimenti in quale modo potremmo distinguerci? Se la funzione della Massoneria viene ridotta ad opere sociali, che bisogno allora c'è della Massoneria? Non bastano la Caritas o le Acli o i vari enti di derivazione religiosa e laica? O Medici senza Frontiere?
Se la funzione della Massoneria viene ristretta alla promozione di princìpi sociali (tolleranza, pena di morte, laicità dello stato, diritti, ambiente) non bastano i vari Amnesty, Green Peace, associazioni consumatori, circoli culturali?
Non dobbiamo ridurre la nostra ragion d'essere. Nel Tempio si costruisce l'uomo, cioè noi stessi. Poi ognuno si comporterà nella società secondo la propria coscienza. Non in concorrenza con altri, ma in conseguenza di ciò che ha costruito dentro di sé. E allora non ci potranno essere deviazioni o vie sostituite.
Inoltre, direi quasi per definizione, il mondo profano è il mondo dei contrasti e del binario; è il mondo cioè dove le contraddizioni vengono vissute e “superate” solo nel senso di farne prevalere una a discapito dell’altra. E’ ben difficile che chi si è abituato a considerare l’altro non come contrapposizione inconciliabile, ma come suo possibile completamento possa facilmente ritornare a comportamenti ormai abbandonati.
giovedì 1 ottobre 2009
6.1.3 Il massone di oggi
Ma se costoro non hanno imparato a fare né gli Apprendisti né i Compagni, come potranno sapere e imparare ciò che significa essere Maestro? Mi ricordo della mia esperienza nel Rito Scozzese. Ero da poco entrato nella camera di quarto grado e sentii un fratello più anziano sostenere che nella camera cadeva la proibizione propria dell'Ordine di parlare di politica e di religione.
A questa chicca aggiungo alcune osservazioni lette in mailing list aperte solo a massoni.
[La condizione essenziale per la partecipazione alle Mailing List consisteva appunto nell’appartenenza ad una Obbedienza massonica. Il ritratto è quindi completo, e, pur non statisticamente esaustivo, risulta certo significativo del massone di oggi al di là della singola Obbedienza.]
Un massone scrive: Cerco di spiegarmi: la tornata in loggia, alla mia età e con la mia esperienza, la vedo come una forma di autodisciplina e di catechismo da sopportare perché necessario, ma non sufficiente, perché, fra letture, chiacchiere ed internet sono molto avanti (non è presunzione). Ricordati che i veri discorsi si fanno nella sala dei passi perduti.
Un altro: Accetto ed apprezzo la disciplina (rectius l'autodisciplina), comprendo meno perché, anche nella sala dei passi perduti, dovrei parlare come in grado da apprendista (sono già un compagno).
Un altro ancora: Ecco perché vorrei spostare l'argomento della nostra prossima (…) Agape dai rituali ad argomenti concreti della vita quotidiana, in cui pensiero e atteggiamenti possano trovare applicazione concreta nella vita di tutti i giorni. Là dove si vedono i Massoni.
Ancora: Nella Loggia, vestito con i coriandoli e medaglie (simboliche, per carità...) non mi sento operativo...
Un altro: Io penso che, anche in Massoneria, la forma rimane tale, come indicazione di massima. La sostanza sono gli uomini.
Sono solo pochi esempi, raccolti qua e là senza voler essere completi od esaustivi. Ma indicano idee purtroppo diffuse sempre di più che rendono labile se non inesistente il confine con la profanità rappresentato dall’ingresso nel Tempio tra le due colonne.
Il problema tratteggiato poco fa sul rapporto tra singolo e gruppo si delinea ancora più pressante: come è possibile svolgere un effettivo lavoro rituale muratorio se chi partecipa ha queste idee?
Chi obietta sostiene (come quel fratello della precedente Mailing List): Ma i Massoni sono un'altra cosa ! Più concreta, penso. O no?
LA MASSONERIA E IL SOCIALE
Al massone che vuole “uscire alla luce del sole” e si lamenta dell’attuale incomprensione del mondo profano verso la massoneria ritenendo che la causa vada cercata nella nostra “chiusura”, obietto che gran parte della cosiddetta “incomprensione” ha origine proprio nei comportamenti di massoni: non solo Gelli e la P2, ma anche i piccoli carrierismi e favoritismi che a volte (troppo spesso) massoni hanno fatto ad altri massoni (poca cosa rispetto ai favoritismi di partiti, sindacati o lobby religiose o finanziarie, ma tant’è).
La P2 per palazzo Giustiniani, e la massoneria tutta, è stata una esperienza dirompente, ma non so fino a qual punto la loggia coperta fosse un corpo sia pure estraneo alla stragrande maggioranza dei fratelli ma estrema conseguenza (squallida, ma consequenzialmente logica) di certe concezioni rivolte al "sociale", nel caso non tanto ad improbabili "attentati alla democrazia" (Gelli e i gelliani in questa democrazia "ci sguazzavano"), quanto al carrierismo e al sottogoverno, ai favoritismi e al tangentismo). Ricordo ancora quando i nostri maggiorenti in un certo senso se ne vantavano; ricordo ancora quel fratello cui, raggiunta un’alta carica elettiva, fu chiesto di passare alla P2. E nel registro della mia prima loggia c'è ancora la firma di un fratello (o iscritto?) visitatore che siglò la sua Loggia di appartenenza con la scritta "all'orecchio del Gran Maestro".
Ma nella migliore delle ipotesi, che cioè ci presentassimo al mondo con facce oneste, comportamenti irreprensibili e con il nostro desiderio di ricerca e perfezionamento, come possiamo essere compresi in un mondo come quello attuale? La chiesa offre certezza. Le piccole chiese o sette offrono a qualcuno certezze ancora più certe.
Noi non possiamo offrire (quando offriamo qualcosa) che il dubbio e la ricerca.
A questa chicca aggiungo alcune osservazioni lette in mailing list aperte solo a massoni.
[La condizione essenziale per la partecipazione alle Mailing List consisteva appunto nell’appartenenza ad una Obbedienza massonica. Il ritratto è quindi completo, e, pur non statisticamente esaustivo, risulta certo significativo del massone di oggi al di là della singola Obbedienza.]
Un massone scrive: Cerco di spiegarmi: la tornata in loggia, alla mia età e con la mia esperienza, la vedo come una forma di autodisciplina e di catechismo da sopportare perché necessario, ma non sufficiente, perché, fra letture, chiacchiere ed internet sono molto avanti (non è presunzione). Ricordati che i veri discorsi si fanno nella sala dei passi perduti.
Un altro: Accetto ed apprezzo la disciplina (rectius l'autodisciplina), comprendo meno perché, anche nella sala dei passi perduti, dovrei parlare come in grado da apprendista (sono già un compagno).
Un altro ancora: Ecco perché vorrei spostare l'argomento della nostra prossima (…) Agape dai rituali ad argomenti concreti della vita quotidiana, in cui pensiero e atteggiamenti possano trovare applicazione concreta nella vita di tutti i giorni. Là dove si vedono i Massoni.
Ancora: Nella Loggia, vestito con i coriandoli e medaglie (simboliche, per carità...) non mi sento operativo...
Un altro: Io penso che, anche in Massoneria, la forma rimane tale, come indicazione di massima. La sostanza sono gli uomini.
[Credo non si tratti di distinzione tra forma e sostanza. Nel lavoro rituale (massonico o no) forma e sostanza coincidono. Il rituale è ad un primo esame un fatto puramente formale. Ma chi vuole incamminarsi sulla via non sta neppure a perdere tempo su queste false distinzioni. Il lavoro permette modifiche sui piani oltre il materiale per cui le espressioni verbali da formali diventano sostanziali].Infine, “dulcis in fundo”: Difatti, io sono entrato nella Libera Muratoria per imparare quello che sanno gli altri, aspettando lo Ierofante vero che mi introducesse nell'antro della Luce.
[Qui viene da commentare un po' brutalmente: Aspetta e spera! Non dobbiamo aspettare nessuno. Lo Ierofante (denominazione tipica della massoneria egizia, che può essere traslitterato in Maestro) non va aspettato. Il Maestro è in noi. Ricorda: Svegliati, o Tu che dormi! La Parola non è affatto perduta, la Parola continua da sempre a risuonare attorno a noi e in noi: siamo noi che non abbiamo l'udito! Possiamo costruirlo oppure cercare un pastore che ci guidi (ma allora non è più metodologia muratoria). Infatti per Maestro non si deve intendere un uomo fisico o un guru, ma il Maestro interiore che si nasconde nel profondo del Se. In alternativa è il lavoro collettivo, comunitario quasi, dove ognuno può essere maestro all’altro in uno scambio reciproco di esperienze e reciproco arricchimento. In questo senso aiuta il simbolismo del lavoro del cantiere, dove il maestro Hiram non è tanto l’architetto che guida i lavori alla costruzione del Tempio, ma colui che cerca lo sviluppo armonico del cantiere tutto con l’utilizzo opportuno dei vari strumenti (il paragone tra il cantiere fisico e il cantiere interiore per la costruzione del Tempio interiore è immediato)].
Sono solo pochi esempi, raccolti qua e là senza voler essere completi od esaustivi. Ma indicano idee purtroppo diffuse sempre di più che rendono labile se non inesistente il confine con la profanità rappresentato dall’ingresso nel Tempio tra le due colonne.
Il problema tratteggiato poco fa sul rapporto tra singolo e gruppo si delinea ancora più pressante: come è possibile svolgere un effettivo lavoro rituale muratorio se chi partecipa ha queste idee?
Chi obietta sostiene (come quel fratello della precedente Mailing List): Ma i Massoni sono un'altra cosa ! Più concreta, penso. O no?
[Mi viene in mente un vecchio verbale degli anni 50 della mia prima Loggia. Diceva più o meno così: abbiamo fratelli in Comune, in Provincia, al Genio Civile. Ce ne vorrebbe qualcuno anche in Prefettura, eccetera. Ecco la massoneria concreta e pratica!].
LA MASSONERIA E IL SOCIALE
Al massone che vuole “uscire alla luce del sole” e si lamenta dell’attuale incomprensione del mondo profano verso la massoneria ritenendo che la causa vada cercata nella nostra “chiusura”, obietto che gran parte della cosiddetta “incomprensione” ha origine proprio nei comportamenti di massoni: non solo Gelli e la P2, ma anche i piccoli carrierismi e favoritismi che a volte (troppo spesso) massoni hanno fatto ad altri massoni (poca cosa rispetto ai favoritismi di partiti, sindacati o lobby religiose o finanziarie, ma tant’è).
La P2 per palazzo Giustiniani, e la massoneria tutta, è stata una esperienza dirompente, ma non so fino a qual punto la loggia coperta fosse un corpo sia pure estraneo alla stragrande maggioranza dei fratelli ma estrema conseguenza (squallida, ma consequenzialmente logica) di certe concezioni rivolte al "sociale", nel caso non tanto ad improbabili "attentati alla democrazia" (Gelli e i gelliani in questa democrazia "ci sguazzavano"), quanto al carrierismo e al sottogoverno, ai favoritismi e al tangentismo). Ricordo ancora quando i nostri maggiorenti in un certo senso se ne vantavano; ricordo ancora quel fratello cui, raggiunta un’alta carica elettiva, fu chiesto di passare alla P2. E nel registro della mia prima loggia c'è ancora la firma di un fratello (o iscritto?) visitatore che siglò la sua Loggia di appartenenza con la scritta "all'orecchio del Gran Maestro".
Ma nella migliore delle ipotesi, che cioè ci presentassimo al mondo con facce oneste, comportamenti irreprensibili e con il nostro desiderio di ricerca e perfezionamento, come possiamo essere compresi in un mondo come quello attuale? La chiesa offre certezza. Le piccole chiese o sette offrono a qualcuno certezze ancora più certe.
Noi non possiamo offrire (quando offriamo qualcosa) che il dubbio e la ricerca.
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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.