domenica 29 novembre 2015

Il fratello Bravini


Nulla è dunque più erroneo che il vo­lerli persuadere ad impegnarsi; anche quando credono di farlo, il loro im­pegno non consiste nell'accettare un dato di fatto, nell'identificarsi in una delle sue funzioni, nell'assumerne le possibilità e i rischi personali; ma nel giudicarlo dal di fuori e come se non ne facessero parte essi stessi; quell'impegno è an­cora un modo particolare di restare liberi. L'insegnamento e l'indagine scien­tifica non si confondono, da questo punto di vista, con il tirocinio di un me­stiere. La loro grandezza e la loro miseria è appunto di essere e un rifugio e una missione.

Claude Lévi-Strauss (Tristi Tropici, p. 53) sta parlando di certi studenti e futuri insegnanti o scienziati.

E’ però atteggiamento diffuso in ogni campo: spesso o meno frequentemente, in qualunque ambito ti trovi, prima o poi incontri il tizio saccente, che ti spiega, che ti vuole insegnare.

Se ci riferiamo poi al campo che più ci sta a cuore, lo incontriamo, questo Massone, il fratello Bravini, che ti spiega come va la Massoneria, come va il mondo e come invece dovrebbe andare.

E’ il tipo da Loggia, alter ego dell’esperto da bar: se il mondo andasse come dovrebbe (cioè: come lui dice che dovrebbe andare) sarebbe molto migliore.

E’ l’iscritto alla Massoneria, che pur essendo iscritto (magari da molti anni) alla Massoneria è sempre stato “asintotico” e non l’ha mai “intersecata”. 
(NB: Asintotico deriva da asintoto, la retta che si avvicina sempre più ad una curva senza mai raggiungerla).

Siamo in tanti a sostenere che la Loggia non è un circolo culturale dove vai ad assistere a dotte conferenze, non è lo studio di uno psicologo o psicanalista che cura terapie di gruppo, non è un’associazione di “poverini” che sfogano le proprie frustrazioni indossando variopinti paludamenti.

No, la Loggia è qualcosa di molto diverso, e ognuno deve riportare non la freddezza di cose lette e magari capite poco, ma esperienze personali. La Loggia non è un confessionale, ma una specie di laboratorio umano, dove la mia esperienza può stimolare i Fratelli, come le loro esperienze stimolano me.

Il fratello Bravini, che legge, e legge solo, non porta nulla. Non è sincero. Non “digerisce” ciò che ha letto, non riesce a far suo quanto letto e a farlo diventare una propria esperienza.

Se tu ti limiti a riportare quanto letto senza averlo fatto tuo, resti in superficie, come la schiuma del mare. Il tuo intervento risulta freddo, superficiale, epidermico. Fondamentalmente inutile.

La Loggia deve costruire con le pietre dei singoli Fratelli, e queste pietre non le leggi altrove, ma le sgrossi dentro di te.

sabato 28 novembre 2015

Il topo che mangiava i gatti

Una delle Favole al Telefono di Gianni Rodari.

Un vecchio topo di biblioteca andò a trovare i suoi cugini, che abitavano in solaio e conoscevano poco il mondo.
- Voi conoscete poco il mondo, - egli diceva ai suoi ti­midi parenti, — e probabilmente non sapete nemmeno leggere.
- Eh, tu la sai lunga, - sospiravano quelli.
- Per esempio, avete mai mangiato un gatto?
- Eh, tu la sai lunga. Ma da noi sono i gatti che man­giano i topi.
- Perché siete ignoranti. Io ne ho mangiato più d'uno e vi assicuro che non hanno detto neanche: Ahi!
- E di che sapevano?
- Di carta e d'inchiostro, a mio parere. Ma questo è niente. Avete mai mangiato un cane?
- Per carità.
- Io ne ho mangiato uno proprio ieri. Un cane lupo. Aveva certe zanne... Bene, si è lasciato mangiare quieto quieto e non ha detto neanche: Ahi!
- E di che sapeva?
- Di carta, di carta. E un rinoceronte l'avete mai man­giato?
- Eh, tu la sai lunga. Ma noi un rinoceronte non l'abbia­mo visto mai. Somiglia al parmigiano o al gorgonzola?
- Somiglia a un rinoceronte, naturalmente. E avete mai mangiato un elefante, un frate, una principessa, un albero di Natale?
In quel momento il gatto, che era stato ad ascoltare die­tro un baule, balzò fuori con un miagolio minaccioso. Era un gatto vero, di carne e d'ossa, con baffi e artigli. I to­polini volarono a rintanarsi, tranne il topo di biblioteca, che per la sorpresa era rimasto immobile sulle sue zampe come un monumentino. Il gatto lo agguantò e cominciò a giocare con lui.
- Tu saresti il topo che mangia i gatti?
- Io, Eccellenza... Lei deve comprendere... Stando sempre in libreria...
- Capisco, capisco. Li mangi in figura, stampati nei libri.
- Qualche volta, ma solo per ragioni di studio.
- Certo. Anch'io apprezzo la letteratura. Ma non ti pare che avresti dovuto studiare un pochino anche dal vero? Avresti imparato che non tutti i gatti sono fatti di carta, e non tutti i rinoceronti si lasciano rosicchiare dai topi.
Per fortuna del povero prigioniero il gatto ebbe un atti­mo di distrazione, perché aveva visto passare un ragno sul pavimento. Il topo di biblioteca, con due salti, tornò tra i suoi libri, e il gatto dovette accontentarsi di mangiare il ragno.

Lasciamo stare l’ultimo periodo, evidentemente aggiunto per non mostrare subito ai bambini la ferocia della vita (Esopo o de la Fontaine avrebbero fatto terminare la favola col gatto che mangiava allegramente il topo).

Il resto è invece una grande metafora dell’insipiente che fa scuola.

Persone così le troviamo a tutti gli angoli delle strade: sono gli esperti da bar che sanno loro come va la vita e cosa bisognerebbe fare per risolvere i problemi del mondo.

Quanti ce ne sono anche in Massoneria! Loro sì che sanno cosa vuol dire essere Massoni, loro sì che ti spiegano la Massoneria, e come si usa la squadra e il filo a piombo, e a non impugnare così male la cazzuola e a puntar bene le punte del compasso... 

E mentre tu ti affanni a camminare per un percorso tortuoso, senza mai sapere se la direzione presa è corretta, camminando al lume della tua intuizione con l’aiuto della tua ragione, incontri qua e là questi fratelli Bravini che hanno letto libri, “rosicchiandoli” come il topo della favola, ma non ne hanno capito più di tanto, che non sono stati capaci di collegare quanto letto al loro vissuto personale e interiore, ma che parlano, parlano, parlano, dispensando il loro “rosicchiato” a tutti.

venerdì 27 novembre 2015

La memoria fallace

Fallace agg. [dal lat. fallax -acis, der. di fallĕre «ingannare»
(così il vocabolario Treccani:  http://www.treccani.it/vocabolario).

C'è un aspetto della memoria che non ho mai considerato, forse perché lo sento estraneo (ma non sono fallace anch'io nel sentirlo estraneo?).

Qualche giorno fa ho letto un'osservazione di Claude Lévi-Strauss in "Tristi Tropici" (p. 47 dell'edizione Il Saggiatore del 1960).

Scrive Lévi-Strauss dell'incontro a Parigi con l'ambasciatore brasiliano poco prima della sua partenza per Sao Paulo (siamo nel 1935). Dell'ambasciatore osserva:
Ma, brasiliano d'esportazione, che dall'adolescenza aveva adottato la Francia come patria, aveva perduto perfino la coscienza dello stato reale del suo paese, sostituendovi nella memoria luoghi comuni ufficiale e molto dignitosi.
Nella memoria di questo personaggio pare sia avvenuta una sostituzione di ricordi di certi fatti (avvenuti) con ricordi di altri fatti (non avvenuti).
Credo sia un fenomeno frequente: si dimenticano fatti percepiti come spiacevolissimi per sostituirli (nella memoria) con fatti meno spiacevoli o che addirittura non sono accaduti.
E' un po' quello che raccontano i linguaggi cimiteriali: Qui giace Pinco Pallino, sposo esemplare, sposa affettuosa, cittadino integerrimo, madre amorevole, padre premuroso, e così via.
E gli sposi adulteri, i cittadini corrotti dove sono sepolti?
Sono sempre lì, ma la memoria in un certo senso li ha "ripuliti" nel ricordo dei sopravvissuti.

E allora, per tornare al nostro "piccolo" ambito della Loggia, il Segretario deve prestare molta attenzione, altrimenti rischia di riportare non quello che in Loggia è effettivamente lavorato, bensì quello che la testa del Segretario vorrebbe fosse stato lavorato.



giovedì 26 novembre 2015

La Massoneria di oggi

Le cause della scomparsa della Massoneria operativa sono molteplici, ma fondamentalmente possono ricondursi, a dirla in termini moderni, alla caduta della domanda. Non dell'edificazione di costruzioni, ché quelle continuarono, ma della costruzione di "certi tipi" di costruzioni.

Le grandi cattedrali medievali erano edifici sì di culto, ma riunivano tutta la comunità. Gli edifici rinascimentali e delle epoche successive venivano edificati a gloria dell'un principe o dell'altro re, non erano della comunità. Così le grandi chiese erano sì erette a gloria di Dio, ma fondamentalmente davano lustro alla struttura, alla religione per così dire "organizzata": non erano più della comunità, ma della Chiesa.

In queste condizioni avevi una "Massoneria" asservita al potere politico e religioso (cioè cattolico o anglicano o luterano eccetera).

In ogni caso le mutate condizioni storiche obbligarono a mutate condizioni nella Massoneria.

La Massoneria operativa si trovava senza ragioni di vita e stava diventando una specie di contenitore vuoto? Forse. Probabilmente fu una delle spinte ad ammettere gli "accettati", non più esercitanti il mestiere effettivo, ma intellettuali desiderosi di incontrarsi.

Questo il grande cambiamento della Massoneria da operativa a speculativa.
Quindi Massoneria snaturata? La risposta affermativa credo sia scontata. Nessun Massone oggi fa di mestiere il muratore. Io almeno non ne ho mai incontrato nessuno.

Che poi tra i massoni siano preponderanti certe professioni e non altre, è certo vero. E sarebbe interessante indagarne motivi e cause.

Comunque questa nostra povera Massoneria un suo punto di forza ce l'ha, e non trascurabile.

Se non altro ha conservato un apparato simbolico che permette, a chi vuole e non si accontenta delle vesti antropo-socio-logiche, di indagare in profondità.

Ecco il grande merito della Massoneria moderna: aver permesso che un grande linguaggio simbolico non andasse perso e metterlo a disposizione.

mercoledì 25 novembre 2015

Sapido o insipido?

La nascita della Massoneria non è certo il 1717.
Quel 24 giugno quattro Logge (sulle tante che c'erano) si unirono in una struttura nuova, inesistente.
Quel giorno nacque un organismo, la Gran Loggia di Londra, che poi diventò d'Inghilterra, che poi convisse con un altro organismo antagonista, che poi eccetera eccetera eccetera.
Il 1717 è la nascita delle "Obbedienze" (termine credo inventato da Frapolli nell'Ottocento).
Obbedienze da "obbedire", eh! Il 1717 è la morte della Loggia sovrana, altro che nascita!
La Massoneria è nata molto prima del 1717, quando si incontrarono le richieste di costruire qualcosa e le offerte di chi quel qualcosa sapeva costruire.
Lì, in quell'incontro, nacque la Massoneria. Lì, in quei tempi, i massoni non avevano tempo di parlare, disquisire, supporre, interloquire... i massoni costruivano. Non parlavano di squadra, filo a piombo, mazzuolo, cazzuola, ma li "usavano".
E come si faceva a sapere se uno era Massone oppure no (al di là di appartenenze più o meno conosciute)? Semplice. Costruisci ed è solido e sta in piedi? Bene, sei un Massone. Costruisci e non sta in piedi? Beh, caro amico, sarai anche simpatico, ma non sei Massone. E se proprio mi sei simpatico ti dico: Applicati, prova, riprova. Lo diventerai.
Diventi Massone imparando ad usare gli utensili adatti.
E imparerai che colpire uno scalpello con un mazzuolo da un chilo o più di peso per tante ore è maledettamente faticoso. E se non stai attento ti schiacci pure un dito.
E imparerai, tu che ti dai da fare per diventare il prossimo Maestro di Loggia, che usare la cazzuola per mantenere unita la tua Loggia, è maledettamente faticoso e ti spezza polso e braccio.
E imparerai che a lavore ci si sporca, si suda, si fa fatica.
E imparerai che l'abito non fa il monaco. E che la Massoneria non può ridursi ad un andarsene in giro con giacca nera, pantaloni neri, scarpe nere come tanti jellatori.
Ma il Massone di oggi sembra abbia perso il "gusto del sale".
Non coglie, il Massone di oggi, il "sale" degli strumenti perché ha perso il contatto con la "materialità" del lavoro muratorio.
Il Massone di oggi è come l'ex-buongustaio costretto a nutrirsi di minestrine insipide e non coglie più il senso del manicaretto.
Ecco il nostro grande "peccato mortale": Massoni insipidi per una Massoneria insipida.
 
 

martedì 24 novembre 2015

Il viaggio negativo

Abbiamo visto che per passar di grado il Massone deve viaggiare.
Il simbolo "viaggio" è dunque alla base di ogni cambiamento.

I viaggi posson essere di qualunque tipo: il viaggio per conoscere, il viaggio per conquistar qualcosa, il viaggio per raggiungere il proprio centro, il viaggio per superare difficoltà. Il viaggio per andar di qua o per andar di là.

Ma c'è un tipo di viaggio del quale non si parla. Chi ne parla non lo conosce. Chi lo conosce non ne parla, se non a fatica, solo con voci amiche, molto amiche.

E' il viaggio negativo.

Viaggio in una malattia che non lascia scampo.
Viaggio in brume dell'anima e dell'animo che ti fan toccare i mostri che hai dentro, quei mali oscuri che ti tolgon la voglia di vivere.
Viaggio nei cosiddetti "paradisi artificiali" che ben presto si mostrano inferni reali.

E c'è il viaggio nel male. Nel male metafisico. Nel male assoluto.
Io personalmente non lo conosco, ma so che c'è. E da quel che ho capito chi c'è passato ne è rimasto segnato. Per sempre.

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte
e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Elie Wiesel, La notte

lunedì 23 novembre 2015

Il viaggio

Il Libero Muratore viaggia.
Viaggia L'Apprendista e viaggia il Compagno. Viaggiano i Maestri alla ricerca di Hiram.

Ma viaggiano anche i Maestri Segreti. E viaggiano i Cavalieri di Malta. E viaggiano i Massoni Noachiti.

E viaggiano anche i Maestri dell'Arco Reale ritornando da Babilonia.

Ogni Massone viaggia. Il viaggio è un superamento di qualcosa, un aumento della propria esperienza, una conquista di qualcos'altro. E' un raggiungere un qualche centro.

Il "viaggio" ha un forte senso simbolico, un forte impatto emotivo.

Già: forte impatto emotivo. Specialmente se spesso il ritorno non era certo.
Pensiamo per esempio a un milanese che in pieno Rinascimento avesse voluto compiere un pellegrinaggio a Santiago di Campostela. Da Milano a Santiago sono 1800 chilometri, in auto diciotto ore più le soste. Ma allora si viaggiava a piedi o al massimo a cavallo: parti a Pasqua e arrivi a Ferragosto. Se arrivi e non soccombi durante il tragitto! E altrettanto per il ritorno.

Che c'entra l'esempio? Una semplice osservazione sull'impatto emotivo del simbolo "viaggio". Viaggiare non voleva dire: prendo l'auto e torno. Significava partire e andare... e forse, a Dio piacendo, tornare.

Carichiamo di questo impatto emotivo i viaggi dell'Apprendista e del Compagno. Dell'Apprendista che cerca un lavoro affiliandosi ad una Gilda di muratori: se ci riuscirà la sua sopravvivenza sarà assicurata: potrà mangiare tutti i giorni. Del Compagno che ha terminato un lavoro e cerca una sistemazione migliore entro la Corporazione: se ci riuscirà avrà l'avvenire in mano, potendo spuntare quel salario al quale da Apprendista non aveva diritto (l'Apprendista veniva pagato in natura: vitto e alloggio).

Carichiamo di questo impatto emotivo i viaggi dei Maestri alla ricerca di Hiram, e immaginiamo il loro smarrimento, il loro dolore, il loro "non saper più cosa fare", la loro stessa sopravvivenza nel caso in cui il Cantiere (Dio non voglia!) dovesse sfasciarsi.

Se riusciremo a caricare i viaggi del Massone di questa carica emotiva, allora, forse, avremo fatto un piccolo passo in avanti sul cammino.
 

domenica 22 novembre 2015

Copritore Interno e Segretario

Il Copritore Interno è proiettato all'esterno della Loggia: il suo compito è di conservare il luogo entro il quale i Liberi Muratori stanno lavorando, preservarlo dalla "profanità" che potrebbe entrare "disturbando i nostri Architettonici Lavori". (Però il Massone malizioso potrebbe chiedersi chi è che fa uscire la profanità già dentro la Loggia).

Il Segretario è proiettato all'interno della Loggia verso i Fratelli. Il suo compito è di recepire parole, posture, atteggiamenti dei singoli Fratelli e registrare tutto accuratamente.

Il Segretario quindi ha un atteggiamento "ricettivo". Ma non è un "ricettivo" e basta, un registrare e basta.

Il Segretario è anche l' "elaboratore" di Loggia. Nel momento in cui recepisce per registrare, elabora o rielabora il lavoro di Loggia e lo ripresenta per i successivi lavori personali dei singoli Fratelli.

Insomma, una specie di "ricezione passiva" prima e "ricezione attiva" poi.
 

sabato 21 novembre 2015

Segretario e memoria

L'altra sera la mia Loggia ha riflettuto sul ruolo del Segretario.

Abbiamo convenuto che il compito del Segretario va ben oltre la scrittura dei verbali delle Tornate, oltre la funzione meramente burocratica di un tizio che scrive ciò che si è detto.

Nel raccogliere le pietre che i Fratelli hanno squadrato il Segretario fa sì un lavoro di raccolta e classificazione, ma contemporaneamente compie un lavoro di "ricomposizione" come se anche lui, dopo la Tornata, provvedesse ad "aggiustare" quelle pietre in una composizione fedele al lavoro della Loggia ma presentata in modo "nuovo". Una specie, cioè, di nuova "cottura" di alimenti in parte già parzialmente "precotti" nella Tornata.

E' stato detto che in questo modo il Segretario fornisce ai Fratelli una seconda opportunità e un secondo livello di lettura della Tornata.

Il lavoro del Segretario è tutto portato a stimolare la memoria dei Fratelli, memoria comune dei lavori che la Loggia man mano nel tempo ha svolto. Così la memoria comune dei Fratelli si intreccia dentro ciascuno con la memoria del proprio vissuto personale in modo che la rielaborazione del passato diventi base e stimolo del futuro.

Ma dobbiamo essere ben consapevoli che il lavoro futuro avrà sì una dimensione comune nel lavoro di Loggia, ma fondamentalmente dovrà essere un lavoro personale e interiore.

venerdì 20 novembre 2015

Forza e Bellezza

Non esiste un manuale della Bellezza e di come render belle le cose. Se esistesse, non potrebbe che insegnare il falso.

 Forza e Bellezza non sono i canoni che conosciamo, ma sono due vie strettamente intrecciate, talmente intrecciate da essere una sola via, con la caratteristica, però, di poter distinguere l'intreccio.
E' una via intrecciata che compenetra tutto il nostro essere.

giovedì 19 novembre 2015

Un massone e la memoria


Il Segretario di Loggia è un po' il pignolo raccoglitore dei sassolini delle tornate, prende appunti su ciò che si dicono i presenti, perché tutti possano ricordare...
Mi ha colpito nel film Ogni cosa è illuminata il personaggio di Jonhatan, nipote di uno dei due protagonisti occulti, i due nonni sopravissuti alle stragi razziali della guerra. Jonhatan ha il vezzo di raccogliere cose e oggettini per conservarli accuratamente e quasi catalogarli.
Alex, nipote dell’altro protagonista, gli domanda: Perché fai tutto questo? E Jonhatan risponde: Forse perché ho paura di dimenticare.
Ecco, la paura di dimenticare qualcosa di noi permane viva anche se spesso non visibile. Gli adolescenti frequentemente scrivono diari che conservano gelosamente. Noi, quasi “adolescenti dello spirito” registriamo qualche sassolino per conservare un po’ di memoria.
Memoria di noi, di ciò che ci è accaduto, del nostro “dentro” e anche del “fuori” (non è possibile separare con un taglio netto l’esterno dall’interno; non siamo un Uovo di Pasqua da scartare e rompere per giungere alla “sorpresa”).
Ma la nostra non vuole essere la memoria di coloro che ricordano per l’eternità qualunque presunto “torto” subito, ovviamente “ingiustamente”. Quella è solo memoria della vanità e dell’orgoglio, dell’egotismo e della vanagloria. La nostra invece è memoria della fatica di fare o non fare certe cose. Ricordiamo perché questa fatica fa parte delle cose belle della vita e ci piace ricordare le cose belle.
Il Segretario di Loggia raccoglie le tracce “fisiche” dei nostri lavori.
Ma... Ma... Ma... contemporaneamente, silenziosamente e segretamente l’ombra cela e svela altri verbali interiori, le minute di quel miscuglio di sensazioni, aspirazioni, considerazioni che ci hanno permesso di scendere nella nostra miniera e seguirvi i filoni nascosti, le vene preziose.
Nella miniera c’è la risposta alla domanda: Vengo in Loggia, perché?... Oppure all’altra domanda, simmetrica e opposta: Non vado in Loggia, perché?...
E’ anche, questo ricordo, memoria della labilità delle Tornate di Loggia. La Tornata è un attimo della nostra vita, ma è attimo vissuto (non un flatus vocis) e in quanto vissuto fa parte del nostro bagaglio nel nostro zaino sulle spalle che dovremo mostrare alla Nera Signora quando sarà giunto il nostro turno.


martedì 17 novembre 2015

Ancora sul Segretario di Loggia

Mi son domandato se il verbale che scrive il Segretario di Loggia (no, non verbale ma "tavola della Tornata") abbia anche un senso che va oltre la semplice burocraticità dell'atto.
 
Credo ci sia un compito “nascosto” della tavola della tornata: essere cioè il materiale a disposizione di ognuno per le sue intime e personali considerazioni. Insomma la polenta “precotta” dalla Loggia che dovrà lui, da solo, in base alla “sua” ricetta, rimescolare nel suo paiolo.

Quello del Segretario è quindi un lavoro tutto particolare, che presuppone una conoscenza significativa dei Fratelli. In un certo senso “rimescola” la polenta cotta nella Tornata e la ripropone ai Fratelli dopo un superficiale sgrossamento, materiale non più grezzo, ma ancora grossolano, e sempre coerente con la ricetta originaria.

E’ il suo un lavoro di memoria ma anche una specie di manipolazione: il Segretario potrebbe evitare di registrare interventi o parti di interventi che a suo parere sono andati oltre i fini o le modalità del lavoro di Loggia.

Dunque. Grande manipolatore. Ma questo tipo di manipolazione è accettabile solo se alla base di tutto c’è un grande rispetto di tutti per tutti. Solo così è possibile riportare non solo ciò che si è detto ma anche suggerire ciò che si voleva dire.

Faccio un esempio, puramente teorico, per cui è inutile cercar di riconoscervisi.

Il fratello Bravini è solito richiamarsi agli aspetti più superficiali della conformità muratoria. Termina spesso i suoi interventi invitando a vestirsi adeguatamente in nero; purtroppo per lui il suo dire sconfina nella saccenteria più pretenziosa. Ben si comporta allora il Segretario di quella Loggia a non registrare quell’intervento oppure, registrandolo, a cambiarne il senso, che da rampogna e censura (atteggiamenti che non possono che dividere) diventano, opportunamente “digeriti”, incitamento all’unione e al bello dello stare insieme.

E’ censura? No. E’ manipolazione? Sì e no: sì, perché l’intervento non è stato proprio così; no, perché nella Tavola vanno registrate le cose che uniscono e non gli interventi che dividono, che per la loro stessa natura non fanno parte della Massoneria.

Insomma il Segretario è interprete tendenzioso della tornata.

E ricordatevi. A disposizione di un futuro storico che voglia indagare sulla Loggia, scomparsi ormai i protagonisti, resteranno solo i resoconti del Segretario!

lunedì 16 novembre 2015

Il Segretario di Loggia

Il resoconto di una tornata va ben oltre il verbale di un’assemblea ed è lontanissimo dai resoconti di qualche consiglio di amministrazione di società.

Intanto non è “verbale” ma “tavola” (precisamente: “tavola architettonica della tornata”).
Non è solo distinzione formale:

il verbale è resoconto il più minuzioso possibile di quanto detto nella riunione, segnalando eventuali posizioni discordi e il risultato di votazioni;

la tavola è composizione armonica di quanto detto e non detto. Sì, anche quanto “non detto”, perché il lavoro di Loggia non è semplicemente ciò che viene pronunciato, ma anche il gesto, la postura, l’attenzione, lo sbadiglio, la sintonia e la disarmonia, il profumo e il suono.

Mi viene spesso alla mente la figura di vecchio e caro Fratello, da qualche anno all'Oriente Eterno, Fratello di grandissimo cuore, ma con alcune ben radicate convinzioni sul verbale che – sosteneva – doveva riportare gli interventi di tutti i Fratelli.

Gli rispondeva chi sosteneva invece il verbale dover segnare solo i nomi di presenti, giustificati, intervenuti e il titolo della Tavola.

Credo che questi siano i due paletti entro i quali si possano redigere i verbali di Loggia, a seconda delle disposizioni dei segretari, delle loro concezioni e del tempo che possono dedicare a questo compito. Insomma, dipende – credo - dalla storia personale massonica del Segretario.

Ognuno di noi infatti si pone in Loggia in base alla sua storia massonica personale.

Da vecchio camminatore ho incontrato tanti massoni, di tutti i tipi e di tutti i generi, alcuni validi compagni di cammino pronti a sostenerti se inciampi e cadi, altri invece indifferenti al cammino, altri ancora in preda ad eroici furori, a protagonismi ed esibizionismi. Ho incontrato ricercatori seri, ma anche voglie di primeggiare.
 
Per carità, sono atteggiamenti permessi, forse un po’ pesanti per gli altri partecipanti, ma leciti, anche se, a mio parere, estranei ad un lavoro in una Loggia massonica.

Il lavoro di Loggia infatti deve essere corale: tutti sullo stesso piano.

Anche il Maestro Venerabile è sullo stesso piano degli altri Maestri, ma appunto per il ruolo che la Loggia tutta gli ha affidato ha il compito di “drizzare” le orecchie per captare tutto ciò che può essere captato e comportarsi di conseguenza.

Per questo, limitandoci ai lavori di Loggia, è lui che dà la parola ai partecipanti, li segue negli interventi, eventualmente li commenta, li può limitare in durata, può non concedere un secondo intervento; infine è lui, il Venerabile, che completa i lavori della Tornata (completa, non conclude, poiché solo all’Oratore spettano le conclusioni).

Il Segretario registra, ma non i personalismi e protagonismi. Deve usare quindi un metodo molto semplice, tra l’altro a mio parere conseguente della particolarità dei lavori della Loggia: evitare il collegamento tra chi parla e ciò che dice. In questo modo si considerano gli interventi come deposito di materiale per il cantiere.

Successivamente deve “smontare” gli interventi in piccole molecole, rimescolandole le une alle altre.

In questo modo il resoconto della Tornata diventa una raccolta-classificazione di singoli ciottoli, semplicemente accostati gli uni agli altri, come appunto in un magazzino.

Insomma: ogni Fratello, ascoltando la tavola della tornata, deve sentir l’eco del suo contributo, ma non deve ritrovarlo. Starà a lui, in sede di rielaborazione della Tornata, raccogliere le pietre che ritiene opportuno e con quelle lavorare al suo Tempio interiore.

domenica 15 novembre 2015

Memoria dei Lavori di Loggia


In una visione un po’ olistica la Loggia può essere pensata come un grande organismo? Un qualcosa di super-umano in cui i presenti assumono ruoli e funzioni di organi o facoltà dell’uomo? Possiamo dirlo?

E così vedere i Diaconi come messaggeri (il sangue, gli impulsi nervosi), l’Oratore come coscienza (il collegamento alla Legge), il Maestro Venerabile come centro cerebrale e decisionale? e via dicendo?

E il Segretario? In una visione del genere il Segretario è espressione della memoria: memoria del passato, memoria del conservato, memoria per il futuro. Il Segretario riporta quanto fatto nella Tornata precedente, durante la quale era stato riportato quanto fatto in quella precedente, durante la quale era stato riportato eccetera eccetera, il Segretario collega l’attività della Loggia a quella fatidica e primordiale Tornata n. 1 di partenza, collegando l’oggi non tanto ai fondatori della Loggia bensì allo spirito originario della Loggia.

Attenzione! Se proprio vogliamo parlar per immagini, la memoria non è il congelatore di casa, che mantiene gli alimenti inalterati. La memoria piuttosto assomiglia alla massaia che prepara marmellate per l’inverno.

Appunto conserviamo la marmellata, non la frutta. Sì, perché nel ricordare vengono identificati i topos, i motivi ricorrenti che la mente ritiene significativi. E già questo la dice lunga su una presunta obiettività del ricordo. Nulla come i ricordi è più lontano dalla oggettività (ammesso che l’oggettività esista).

Allora – ribatte il Fratello scocciato dalla lettura di pedanti verbali – che senso può avere scrivere qualcosa del quale non sappiamo se ciò che è scritto si è verificato o no e del quale siamo sicuri che tanto di ciò che si è verificato non è scritto? Non sarebbe meglio accontentarsi di un registratore elettronico?

Credo che qualche Segretario un po’ pigro ne sarebbe felice, magari corredando l’apparato con un programma automatico di scrittura del parlato.

Ma sarebbe opportuna o solo utile un’attività del genere?


venerdì 13 novembre 2015

Scetticismo

C'è uno scetticismo "sano", che ognuno dovrebbe avere, che ci obbliga quasi a verificare ogni cosa o credenza criticamente prima di accoglierla, che ci permette di essere entusiasti (ma con moderazione).
E c'è uno scetticismo "malato", negativo, che non ti fa mai credere in niente, che certo ti suscita una diffidenza "opportuna", ma talmente "invischiante" che non ti pemette più di credere in nulla e in nessuno.
Se uno delinque, non significa che tutti delinqueranno.
Se uno ruba, non significa che tutti ruberanno.
Se uno ti delude, non significa che tutti ti deluderanno.

E così pure la Massoneria.
Ti hanno detto: La Massoneria ti piacerà, ma i massoni ti deluderanno.
E ne sei stato convinto, sempre.
Ma se  ora dici che è la Massoneria a deluderti, metti nel mucchio anche quelli che non ti hanno deluso.

giovedì 12 novembre 2015

Tradizione





Magritte: Sedia
Ho sempre visto questo poster di Magritte come una metafora della tradizione.
cos'è la tradizione? Come dobbiamo porci verso la tradizione? E, soprattutto: tradizione o Tradizione?
E ancora: Massoneria Tradizionale, Non modificare la tradizione, Trasmettiamo la Tradizione, e così via...
Molti sostengono che noi abbiamo ricevuto la Tradizione e dobbiamo trasmetterla senza cambiamenti a chi verrà dopo di noi.
Altri sostengono che la Tradizione è stata cambiata (leggi: è degenerata) fin dalla notte dei tempi e quella che ci è stata trasmessa non è più la Tradizione originaria ma qualcosa di diverso.
E così le domande si accavallano alle domande.
La Massoneria tradizionale accettava le donne? Metà Massoni dicon di sì (rifacendosi ai lavoranti dei cantieri delle cattedrali), e metà Massoni dicon di no (rifacendosi ai princìpi di Anderson).
In Loggia si prega? Metà Massoni dicon di no (rifacendosi agli usi dei Moderns, la Gran Loggia di Anderson), e metà Massoni dicon di sì (rifacendosi agli usi degli Antiens, la Gran Loggia antagonista a quella di Anderson, e alla Massoneria anglosassone).
E così via.
Forse (ma dico solo: forse) la Tradizione è qualcosa che noi abbiamo ricevuto già modificata (ma non lo vogliamo dire) e che inevitabilemte trasmetteremo con altre modifiche.
Del resto lo stesso Anderson redige i suoi Doveri all'inizio del XVII secolo. E prima? Anderson ha raccolto tutti i Doveri o ne ha tralasciato qualcuno?

mercoledì 11 novembre 2015

Autunno





(immagine da: https://oltreilcancello.wordpress.com)
E' autunno.
Gli alberi cominciano a perdere le foglie, anche se, causa la temperatura ancora inusualmente elevata di questo ultimo periodo, solo da poco tempo le foglie stanno ingiallendo.
E' ormai uno splendore di foglie con tutte le sfumature dal giallo al marrone al rosso.
Il giudizio estetico è immediato: è bello!
C'è ormai poca Forza, ma molta Bellezza in questo spettacolo della natura (sì, della Natura!).
L'autunno pare proprio la stagione della Bellezza, che pare al lavoro per  immagazzinare l'eccesso della Forza, una parte della Forza per tenerla disponibile in futuro.
Ma anche questo è un discorso un po' troppo superficiale.
Se intendiamo Forza e Bellezza al pari di due serpenti intrecciati che si ergono verticalmente, con le spire poco distinguibili, non è troppo sostenere che lae spire della Bellezza ora stanno sovrastando le spire della Forza.
Pare quasi che la Bellezza riesca ad incanalare la Forza (ma non è sempre così?) per prepararsi al futuro.
Che sia questo lo scopo della Natura, la Sapienza unificatrice, che come una eterna Minerva dalle profondità del suo conoscere tesse le fila del dipanarsi del tempo nel nostro pianeta?

martedì 10 novembre 2015

Caminante... Il Massone in cammino



          Caminante non hay camino
         sino estelas en la mar

ha cantato Machado.

Cioè: Viandante (ma come è più incisivo il vocabolo spagnolo: caminante!) non esiste il sentiero ma solamente scie nel mare...

Mi ci ritrovo in questi versi. E mi ritrovo anche in tutta questa poesia di Machado, specie là dove canta:



Caminante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
Caminante, non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando.
Camminando si fa il sentiero
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.
Qui “sento” forte il senso dell’uomo contemporaneo. Almeno il mio senso. 

Non ci sono paletti che possono tracciare il sentiero, da tempo ho rifiutato quelli piantati da altri e cerco di avere i “miei” punti di riferimento. Punti in armonia con la natura, con il cielo, con il sole... Posizione però “pericolosa”: nessuno ti può indicare il tuo percorso.
 
Mi ricorda il Broomway, il sentiero nel sud-est dell’Inghilterra che si svolge in mare, a qualche centinaio di metri dalla riva, ed è percorribile a piedi solo quando la terra emerge durante la bassa marea. Per secoli è stato l’unico punto di accesso all’isola Foulness, a nord dell’estuario del Tamigi per l’impossibilità di costruire ponti in un territorio paludoso. E’ lungo alcuni chilometri, ma non ci si può attardare per il pericolo di essere travolti dalla marea crescente. Sembra quasi la materializzazione dei versi di Machado e la condizione del camminatore contemporaneo.

Camminiamo. Camminiamo.

Ma il sentiero dobbiamo  segnarcelo noi, da soli. I paletti degli altri, i confini degli altri, i... Landmark degli altri (sì degli altri) non fanno per noi, massoni malpensanti.

lunedì 9 novembre 2015

Massoneria sterilizzata

Noi siamo abituati ad una Massoneria sterilizzata, che ha perso ogni contatto con il lavoro degli antichi muratori delle origini; una Massoneria che non si sporca più le mani, non in senso metaforico ma proprio in senso materiale, del muratore cioè che – svolgendo il mestiere – si sporca.

La nostra, quella dei Massoni di oggi, è la mentalità dell’Arcadia che vede la gente di campagna formata da pastorelle o pastorelli che pascolano le pecorelle, siedono all’ombra di un alberello a cantare o suonare pifferi e tarantelle.

Non sanno, gli uomini dell'Arcadia, cosa era effettivamente la vita dei campi: fatica, sudore, puzzo, escrementi, malattie, parassiti, e... fame, fame, fame atavica. E malattie: scorbuto, pellagra,... E onnipresente, la morte...

Le pecorelle così ben ricamate o dipinte sono animali sporchi, che puzzano, pieni di parassiti e che tieni cari perché anche loro ti permettono di sopravvivere.

E non sanno, i Massoni di oggi, cosa era la Massoneria delle origini, quella che costruiva, che tirava su muri, che ci ha lasciato quel po’ po’ di roba.

Lavoro duro, faticoso, dall'alba al tramonto...
Quegli Apprendisti, poco più che bambini, che sgobbavano, trasportavano carichi e pesi. Ma potevi mangiare, e non era poco in quei tempi. E potevi imparare.

Eri dentro una corporazione, che da te pretendeva ma che contemporaneamente ti dava e ti apriva il futuro.

No, la Massoneria non è quella delle nostre visioni, di massoni tutti vestiti con l’abito rigorosamente scuro, tutti incravattati, tutti rivestiti di grembiuli e sciarpe e collari variopinti.

Massoneria significa fatica e sudore. Un tempo fatica fisica, oggi fatica mentale. Ma proprio quella che deve portarci a scardinare i nostri pregiudizi e a cambiare il nostro punto di vista.

Ed è un lavoro che devi compiere sempre, continuamente, indipendentemente da come ti vesti e da dove ti trovi!

domenica 8 novembre 2015

Il Teorema di Pitagora


L’immagine è tolta dal Rituale Duncan nel capitolo relativo al Terzo Grado.

La proposizione ricordata nel titolo è la 47-sima del Primo Libro degli Elementi di Euclide, che letteralmente recita:

Nei triangoli rettangoli il quadrato del lato opposto all’angolo retto è uguale alla somma dei quadrati dei lati che comprendono l’angolo retto.

Credo sia uno dei teoremi più conosciuti al mondo, comunemente chiamato Teorema di Pitagora, anche se storicamente l’attribuzione effettiva a Pitagora è dubbia.

Sorprendentemente il teorema di Pitagora compare nel Terzo Grado muratorio.

La traduzione del brano in figura suona così.

Questa è stata una invenzione del nostro antico amico e fratello, il grande Pitagora, che, nei suoi viaggi attraverso l'Asia, l'Africa e l'Europa, fu iniziato in diversi ordini di sacerdozio, ed elevato al grado sublime di Maestro Massone.
Questo saggio filosofo arricchì la sua mente di una conoscenza generale delle cose, e più in particolare della geometria o massoneria. Su questo tema egli trasse molti problemi e teoremi, e, tra i più illustri eresse questo, che nella gioia del suo cuore chiamò "Eureka", che in greco significa "ho trovato," e su questa scoperta si dice che abbia sacrificato una ecatombe. Insegna ai Massoni di essere amanti generali delle arti e delle scienze.

Il Teorema di Pitagora compare nel gioiello del Precedente Maestro Venerabile, ma non in quello del Maestro Venerabile in carica, al quale compete la squadra; oppure detto molto poco elegantemente: che si deve “accontentare” della squadra, cioè di un triangolo rettangolo non chiuso (come se il Maestro Venerabile che ha “completato” il suo mandato abbia qualcosa in più del Maestro Venerabile che sta svolgendo il suo mandato ma non l’ha ancora terminato).

Perché il teorema di Pitagora e non altri teoremi?

Io credo che vi siano state considerazioni di due generi o filoni.
Innanzi tutto il teorema di Pitagora è intuitivo, chiaro, immediato, alla portata della comprensione di chiunque.

Per costruire materialmente un triangolo rettangolo è sufficiente prendere una fune e dividerla in dodici tratti uguali (cioè dividerla con undici nodi equidistanti tra loro e dagli estremi. Chiudendo la corda e dividendola in tre lati di tre, quattro e cinque parti si trova immediatamente un triangolo rettangolo.

Il teorema di Pitagora, in un triangolo del genere immediatamente costruibile, lega il lato opposto all'angolo retto agli altri due, in modo chiaro e univoco, molto più intuitivamente di altri teoremi che troviamo nelle pagine dell' opera di Euclide.

Un lato legato strettamente agli altri due che, in un certo senso, si fondono e confondono nel primo, come la Massoneria dovrebbe saper fare con i Fratelli.

E la Forza del simbolo, unito alla Bellezza del teorema l’ha posto nel gioiello del Maestro Venerabile che ha completato il suo mandato, al quale compete (come al Maestro Venerabile in cattedra) la Sapienza.

sabato 7 novembre 2015

Armonia

Vignetta di Chaval
Un'altra vignetta di Chaval, autore con il quale non ho feeling ma al quale riconosco la capacità di individuare difetti caratteristici dell'uomo.
La disarmonia messa in evidenza dalla vignetta si può ovviamente applicare ad ogni gruppo di persone, ma per mia scelta di vita io la riferisco alla Massoneria.
In Loggia non dovrebbero esserci protagonismi, perché chi vuol essere protagonista spesso non fa che mettere in evidenza i lati peggiori di sè. 
Nessuno è "più" di altri. Lo stesso Venerabile è solo (dovrebbe essere) l'incaricato della Camera di Mezzo (cioè dei Maestri della Loggia) che gli ha affidato temporaneamente l'incarico (impiccio, seccatura) di "condurre" (non comandare) la Loggia.
La Loggia è un tutto armonico. Deve esserlo altrimenti vien meno il suo stesso senso di essere. Se i suonatori sono come quelli della vignetta non si potrà suonar nulla (ricordate "Prova d'Orchestra" di Fellini?). Se manca l'armonia la Loggia diventerà un'assemblea, un circolo, un qualcosa d'altro: tutto fuorché una Loggia.

venerdì 6 novembre 2015

Il Compagno di Mestiere

NB - In genere uso il termine "Compagno di Mestiere" invece di "Compagno d'Arte" perché mi pare traduzione più adeguata di Fellow-Craft.

Il Compagno di Mestiere è un grande enigma nel cammino del Libero Muratore.
Ritualmente l'enigma si risolverà nell'Elevazione a Maestro, ma in realtà rimane anche dopo. Probabilmente resta sepolto nell'interiorità e si risolverà più avanti nel tempo e in altri piani.
E' infatti il Compagno il lavorante del cantiere, non l'Apprendista, relegato a compiti sussidiari e di aiuto perché sostanzialmente in fase di "istruzione" e "apprendimento".
Quindi è il Compagno che lavora le pietre e con le pietre (Attenzione! "Pietre", una diversa dall'altra, e non mattoni fabbricati in serie, tutti uguali). Ma contemporaneamente il Compagno lavora con se stesso e su se stesso perché è lui la pietra. Quindi l'attività del Compagno è l'attività del muratore su se stesso.
Mettere pietre su pietre, le une sopra le altre, è solo un "pretesto", un catalizzatore delle energie.
Tu metti pietra su pietra, ma le pietre sono dentro di te. Nel tuo interiore hai ombre di pietra (qualunque cosa voglia dire) che fissi con ombra di calcina (qualunque cosa voglia dire).
Le pietre, la squadra, il mazzuolo, eccetera sono mezzi, pretesti che servono a far succedere qualcosa in noi. Questo "qualcosa" però potrebbe verificarsi anche con altri pretesti, perchè la nostra è una strada, non la strada.
La via muratoria è una strada che decidemmo di seguire liberamente e spontaneamente e va seguita seriamente e con coerenza: il massone deve essere massone sempre, non solo durante i limitati tempi delle tornate di Loggia. Se non siamo coerenti e lavoriamo seriamente la via non porta da nessuna parte.

 

mercoledì 4 novembre 2015

Scala dritta e scala curva



Un modo un po' scanzonato di fissarsi su un simbolo sul quale il nostro rituale mi pare sorvolare. Infatti se ne parla solo in apertura e chiusura dei lavori.

Come l'Apprendista può passare dalla Perpendicolare alla Livella? chiede il Maestro Venerabile in apertura dei lavori.
Il 1° Sorvegliante risponde: Imparando a sgrossare la Pietra Grezza e salendo una scala dritta di tre gradini.

In che cosa consiste il lavoro del Compagni? chiede il Venerabile in chiusura dei lavori.
Risponde il 1° Sorvegliante: Nel trasformare la Pietra Sgrossata in Pietra Cubica e nel salire una scala curva di cinque gradini.
 
Nella ritualità anglosassone invece è tutto il grado ad essere significativamente presente nel Secondo Grado; nel rituale Duncan è prevista una concretizzazione della scala con tre, cinque e sette scalini, che partendo dall'ingresso porti, passando dal lato nord, vicino al 2° Sorvegliante, scala che il Candidato a Compagno deve percorrere accompagnato dal 1° Diacono.

Noi diciamo che la scala curva indica il tipico lavoro del Compagno, che deve comprendere che non si può affrontare la vita andando solo dritto come fa l'Apprendista.

A mio parere sono appunto tre i simboli più "pregnanti" della Massoneria: la punta della spada (con la quale il Copritore accoglie il Candidato all'iniziazione), la scala curva (che - nella ritualità anglosassone - il Compagno deve salire - e scendere! - periodicamente per riscuotere il salario) e lo scavalcamento della bara (azione che ti "fa diventare Maestro").






martedì 3 novembre 2015

Ateo e Massone?

Un ateo può essere massone?


E’ una domanda alla quale penso da tempo. Qui propongo sommariamente alcune considerazioni.
Ultimamente ho letto tre contributi, contrastanti perché derivanti da massoni dalla provenienza massonica diversa.
Innanzi tutto il massone anglosassone: FOR NO ATHEIST MAY BE MADE A FREEMASON in Pietre Stones Review of Freemasonry (http://www.freemasons-freemasonry.com/atheism-freemasonry.html)
Poi il massone “latino”: ATEISMO E MASSONERIA - INTERPRETAZIONE DEGLI ANTICHI DOVERI in La Cittadella delle Libere Mura
(http://www.cittadelladelleliberemura.eu/dialoghi/dialogo_ateismo_e_massoneria.html.
Infine un altro massone latino, che pone una domanda per certi versi drammatica: ¿QUEREMOS LOS MASONES ESTAR UNIDOS O SEPARADOS? in http://francmasones.ning.com/ profiles/blogs/queremos-los-masones-estar.
Sono tre punti di vista diversi.
Il primo fratello, membro della Gran Loggia del Distretto di Columbia, è rigorosamente in linea con il Primo Dovere di Anderson: il Muratore non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso.
Il secondo, italiano, propone una possibile interpretazione attualizzata del Primo Dovere.
Il terzo, in lingua spagnola, si domanda se non sia possibile, oggi, cominciare un lavoro di unione delle diverse concezioni Massoniche e quindi delle Massonerie.
Per tentare di rispondere alla domanda credo vadano tenuti presenti alcuni punti di partenza.
1. Gli Antichi Doveri di Anderson prescrivono l'impossibilità di essere massoni per lo stupido ateo, il libertino irreligioso, per uomini non nati liberi, non schiavi, con mutilazioni o difetti nel corpo. Non dovranno inoltre essere ammessi uomini di cattiva reputazione, immorali e le donne.
2. La massoneria inglese ha fissato nel secolo scorso tra i principi per il riconoscimento di Grandi Logge che una credenza nel G. A. D. U. e nella sua volontà rivelata sia una qualificazione essenziale per l’appartenenza, ponendo un paletto fondamentale per i riconoscimenti e semplicisticamente per la patente di "regolarità" di una Obbedienza massonica.
3. Nell'Europa continentale e in America latina sono presenti molte Obbedienze massoniche che non accettano uno o più dei paletti andersoniani e inglesi (ammettono donne, non considerano rilevante la credenza nell'Ente supremo come qualcosa di rivelato, e così via), tanto che non raramente là si parla di Massoneria dogmatica (quella anglosassone e nord-americana) che "imporrebbe" la credenza nel GADU e di Massoneria adogmatica (quella latina svincolata dalla credenza nell'Essere supremo).
4. Dal canto loro le Massonerie anglosassoni, per non smentirsi in questa corsa tra dogmatismo e non dogmatismo, parlano di Massoneria regolare (appunto quella conforme ai princìpi andersoniani anglosassoni) e irregolare (l'altra) in un gioco di reciproche scomuniche (se non altro semantiche) che nulla ha da insegnare a certe chiese (tranne ovviamente carcere e roghi).

Il rituale Emulation prescrive che il Maestro Venerabile interpelli il recipiendario al suo ingresso in Loggia: «In tutti i frangenti di difficoltà e di pericolo in chi riponete la vostra fiducia?». La risposta, suggerita dal 2° Diacono, è molto chiara: «In Dio».
Il rituale Duncan (Stati Uniti), dal canto suo, va oltre. Chiosa la risposta «In Dio» del candidato con una nota molto rigorosa: «Questa è la prima dichiarazione di un candidato prima dell'iniziazione. Egli ammette di credere in Dio e di avere fiducia in lui (he avows his belief and trust in God); è su questa sola confessione che si basa il suo ingresso tra noi. Se rifiutasse la conoscenza dell'esistenza di un Dio, sarebbe immediatamente respinto...».
Dunque: per la massoneria anglosassone non può esserci che una sola posizione: l'ateo, pur persona moralmente apprezzabile e ottimo cittadino, non può far parte della Massoneria, pena il venir meno dell'apertura al trascendente che ne è alla base. In questo senso il saggio del fr. Rubin For no atheist may be made a Freemason è molto chiaro e rigoroso.


Ma... ma... ma...
Facciamo un passo indietro.
Anderson, massone e pastore presbiteriano, "redige" i suoi doveri nei primi decenni del XVIII secolo, riprendendo precedenti doveri. Sono convinto che quando parla di stupid atheist intenda proprio l'uomo ateo che per il fatto di essere ateo è stupido (e non invece - come a volte ho ascoltato in Loggia - porre una differenza tra l'ateo stupido e quello intelligente).
Dunque, che si intende per ateo?
La radice etimologica indica la negazione di Dio e il senso comune indica l'ateo come colui che non crede in Dio. Ma nel corso della storia l'accusa di ateismo è stata rivolta a molti (specialmente a chi non credeva al dio dell'accusatore, considerato l'unico esistente e vero). L'essere ateo spesso era considerato un delitto da punire ed ancora oggi è riprovato da molti.
Al di là dell'opinione di Anderson, che dobbiamo tener presente in quanto i Doveri andersoniani sono posti alla base della regolarità di una Obbedienza massonica, ci dobbiamo però porre il problema se dopo trecento anni non si possa e debba ripuntualizzare la semantica del nome. (Non appaia una forzatura; quante volte abbiamo ascoltato fratelli disquisire in Loggia sull’ “uomo libero” inteso come “libero dalla schiavitù delle passioni”, mentre l'espressione inglese è molto chiara: free born, nato in condizioni di uomo libero, cioè non in condizione di schiavitù).
Nel nostro rituale (parlo del rituale italiano - del Goi, per intenderci) non si parla di Dio (l'unico cenno può essere nel divieto di parlare di politica e di religione: ma appunto religione, non Dio).
I lavori (come ogni atto rituale, iniziazione, passaggio) vengono svolti alla gloria del GADU, ma non si specifica nulla della sua natura, lasciando il problema al singolo massone, non ai lavori di Loggia. Nessun atto nei lavori e nelle iniziazioni di primo, secondo e terzo grado presuppone la credenza in Dio.
Ma i lavori muratori sono collettivi e il singolo influisce su tutti: se un singolo fratello lavora male è tutto il lavoro della Camera che ne risente.
Chi è oggi l'ateo?
Il "a (alfa privativo)-theos", il "non-dio", senza dio e per estensione il "senza trascendenza"?
Il "a (alfa privativo)-theos", il non-teista, chi non accetta il dio rivelato, il teismo (ma non necessariamente è deista)?
In sintesi: ateismo come indicatore delle posizioni, anche religiose, discordanti con il concetto di dio rivelato?
Il passaggio più delicato nel lavoro di Loggia è nella costruzione dello spazio e del tempo sacri ove si svolgono i lavori muratorii. Il massone deve sentire il senso del sacro.
Ecco, qui sta il punto cruciale: il senso del sacro, non necessariamente legato alla trascendenza o alla religione, perché le può comprendere e superare.
Il sacro è percepito come legato indissolubilmente alla religione e dopo venti secoli di cristianesimo appare un'affermazione scontata.. Ma non ritengo il legame tra religione e sacro necessariamente nei due sensi: la religione implica il sacro, ma il sacro non implica necessariamente la religione.
Il sacro implica il trascendente? Anche questo legame non mi pare possa porsi nei due sensi. Se il trascendente può implicare il sacro, non ritengo che necessariamente il sacro debba implicare il trascendente.
Faccio un esempio, semplificando al limite della correttezza. Il teologo cattolico Vito Mancuso nel suo lavoro sul l'anima (L'anima e il suo destino) considera l'uomo come una configurazione di energia, dalla più "grossolana" (il corpo) alla più "sottile" (l'anima) e - aggiungo io - alla "sottilissima" (spirito): dunque qualità diverse della stessa sostanza. Se l'energia è tutto ciò che costituisce l'universo, dal materiale allo spirituale, viene a cadere l'eterno contrasto tra materia e spirito, tra immanenza e trascendenza, tra corpo e anima in una sintesi superiore che è il superamento del binario (per parlare in linguaggio muratorio). La trascendenza, lo spirito sono modalità del sacro, ma il sacro è svincolato dalla trascendenza e dallo spirito.
L'ateo può avere il senso del sacro? può partecipare al sacro?
Non credo che essere ateo (specie se si considera il termine nel senso detto sopra) precluda la capacità di percepire il sacro. Un oggetto sacro è qualcosa cui per un certo motivo qualcuno attribuisce altre qualità, diverse. Per esempio, l'ostia dell'eucarestia è una cialda di farina che per qualcuno è carne e sangue del dio, per altri simboleggia il corpo del dio, per altri ancora è una semplice cialda. Così qualunque altro oggetto o simbolo è sacro a qualche uomo e non ad altri (tralascio il "sacro per tutti" perché è tipico di concezioni totalitarie e totalizzanti). Ciò che per me è un albero per altri può essere il simbolo dell'illuminazione (di Buddha sotto il sicomoro sacro) o il simbolo dell'asse del mondo. L'albero di Natale per qualcuno è un oggetto di arredamento, per altri un segno di festa, per altri ancora il simbolo della luce nascente in corrispondenza del solstizio d'inverno. Vi sono atei dichiarati (atei nel senso letterale etimologico) che provano un vero e proprio senso sacrale verso l'uomo e l'umanità. Vi sono atei e agnostici che finalizzano il lavoro dell'uomo non a un'improbabile (per loro) premio divino ma ad una ineliminabile (per loro) esigenza di giustizia verso l'Umanità, una sorta di compassione buddhista che deve (e sottolineo deve) far parte dell'essere uomo. E a questo sentire sono disposti a indirizzare la propria vita.
Essere in grado di sentire il senso del sacro può essere condizione di ammissibilità per la Massoneria o è necessario credere in un principio trascendente?
Chi ritiene che immanenza e trascendenza siano aspetti diversi di una stessa realtà, per cui non crede all'immanenza come non crede alla trascendenza può essere massone? Se in ultima analisi si considera l'Umanità come il GADU, rimaniamo nell'ambito muratorio o ne siamo fuori?
Belle domande...
In conclusione: un ateo può essere ammesso in Massoneria?
La risposta - credo - va data non per categorie (gli atei, i credenti, i religiosi o altro) ma sulle singole persone. Come quindi la credenza in un Essere supremo non può essere la sola chiave per l'ingresso ma va inquadrata nell'insieme delle qualifiche e aspirazioni del bussante, così l'"essere ateo" non può essere necessariamente la causa del rifiuto ma va inquadrato nell'insieme delle qualifiche del bussante.
In ultima analisi l'ateo o non-teista si è dato una risposta perché in precedenza si era posto la domanda. Ecco, credo che la discriminante possa essere non tanto chi dà un tipo di risposta, ma l'uomo che non si pone la domanda.
Mi domando: se paradossalmente bussasse alla porta del tempio lo Zarathustra, che nell'opera nietzschiana proclama nel suo cuore «Questo santo vegliardo non ha ancora sentito dire nella sua foresta, che Dio è morto!», ma vuole costruire nuovi valori, verrebbe respinto come ateo oppure accolto come operaio nel cantiere-Loggia?


lunedì 2 novembre 2015

Ricreazione

Il nostro Rituale di Primo Grado prevede che all'uscita del Neofita dal Tempio il Venerabile conceda tre minuti di ricreazione, "visualizzati" dal distacco sull'Ara di Squadra e Compasso che restano sul Libro (ma, appunto, senza toccarsi).
“Analogo” rito non è, nel Rituale, previsto per le corrispondenti situazioni in Secondo e Terzo Grado all’uscita del neo Compagno e neo Maestro per l’istruzione. Perché? Non spremiamoci troppo le meningi, la risposta può essere molto semplice: non attribuiamo a cause esoteriche o simboliche ciò che può essere completamente descritto dalla dimenticanza del massone. Probabilmente – ritengo – le rettifiche (purtroppo spesso avvenute non in base ad una visione organica ma separatamente) furono effettuate per il Primo Grado e rinviate per gli altri Gradi.
Come avviene la sospensione dei lavori?
Nel nostro Rituale all'uscita del Neofita dal Tempio per l'istruzione il Venerabile comunica la ricreazione di tre minuti. (anni fa il Rituale si limitava ad annunciarla senza specifici atti rituali).


M. Ven. Fratello 2° Sorvegliante, concedo alla Loggia tre minuti di ricreazione.
2° Sorv. (batte un colpo di maglietto) Fratelli, il Maestro Venerabile concede alla Loggia tre minuti di ricreazione.
M. Ven. (batte un colpo di maglietto) Fratelli, in piedi e all’Ordine.
Fratello 1° Sorvegliante, fate il vostro dovere.
Il 1° Sorvegliante si reca da solo all’ara, dà il Segno, stacca la Squadra dal Compasso, lascia il Libro aperto e torna al suo posto.
M. Ven. Fratelli, sedete.

La ripresa dei lavori avviene così.

 
M. Ven. (batte un colpo di maglietto) Fratello 2° Sorvegliante, che i Fratelli riprendano il loro posto.
2° Sorv. (batte un colpo di maglietto) Fratelli, ognuno riprenda il posto che gli spetta.
I Fratelli eseguono.
M. Ven. Fratelli, in piedi e all’Ordine. I lavori interrotti riprendono Forza e Vigore. Fratello 1° Sorvegliante, fate il vostro dovere.
Il 1° Sorvegliante si reca da solo all’Ara, dà il Segno, ricompone la Squadra e il Compasso in Grado di Apprendista e torna al suo posto.
M. Ven. Fratelli, sedete.
 
Per analogia lo stesso dovrebbe verificarsi anche in Secondo e Terzo Grado, ma - diciamo - viene lasciato alla libera iniziativa delle Logge.

Emulation

Anche la ritualità Emulation prevede una sospensione dei lavori.

SOSPENSIONE DEI LAVORI

M. Ven. (batte un colpo di maglietto) ●

1° Sorv. (batte un colpo di maglietto) ●

2° Sorv. (batte un colpo di maglietto) ●

M. Ven. Dignitari, in piedi.

Si alzano solo il Maestro Venerabile, il 1° e il 2° Sorvegliante.

M. Ven. - Fr. 2° Sorvegliante, che ora e?

2° Sorv. Mezzogiorno, Maestro Venerabile

M. Ven. Qual è il vostro dovere?

2° Sorv. Chiamare i Fratelli dal lavoro al riposo.

M. Ven. Vi sarò grato se vorrete provvedere.

2° Sorv. Fratelli, per comando del Maestro Venerabile, sospendete i vostri lavori e prendete il vostro riposo. Tenetevi a portata di voce, al fine di poter ritornare in tempo opportuno, cosicché ne risulti profitto e piacere .

Il 2° Sorvegliante batte un colpo di maglietto (●) e alza la Colonnina.

II 1° Sorvegliante batte un colpo di maglietto (●) e abbassa la Colonnina.

Il Maestro Venerabile batte un colpo di maglietto (●).

Il Precedente Maestro Venerabile si alza e, senza togliere la Squadra e il Compasso., chiude il Volume della Legge Sacra; il 2° Diacono si occupa della Tavola di Tracciamento [il Quadro di Loggia]; tutti i Fratelli possono ora alzarsi e lasciare il Tempio.

RIPRESA DEI LAVORI

Quando tutti i Fratelli sono rientrati nel Tempio e sono seduti, il Copritore Interno chiude a chiave la porta

M. Ven. (batte un colpo di maglietto) ●

1° Sorv. (batte un colpo di maglietto) ●

2° Sorv. (batte un colpo di maglietto) ●

M. Ven. Dignitari, in piedi.

Si alzano solo il Maestro Venerabile, il 1° e 2° Sorvegliante.

M. Ven. - Fr. 2° Sorvegliante, che ora e?

2° Sorv. Mezzogiorno è passato, Maestro Venerabile

M. Ven. Qual è il vostro dovere?

2° Sorv. Chiamare i Fratelli dal riposo al lavoro.

M. Ven. Vi sarò grato se vorrete provvedere.

2° Sorv. Fratelli, per comando del Maestro Venerabile, il riposo è terminato. Vogliate riprendere il lavoro per 1'ulteriore adempimento dei nostri doveri Massonici.

Il 2° Sorvegliante batte un colpo di maglietto (●) e abbassa la Colonnina.

II 1° Sorvegliante batte un colpo di maglietto (●) e alza la Colonnina.

Il Maestro Venerabile batte un colpo di maglietto (●).

Il Precedente Maestro Venerabile si alza e apre il Volume della Legge Sacra controllando che la Squadra e il Compasso siano sistemati correttamente, quindi siede; il 2° Diacono si occupa della Tavola di Tracciamento [il Quadro di Loggia] del grado in cui i lavori sono aperti; quando tutto è completato il Maestro Venerabile siede; quindi siedono il 1° e il 2° Sorvegliante.


Non sono a conoscenza di sospensione dei lavori in altri sistemi rituali.
Probabilmente l'introduzione della pausa dei lavori fu suggerita ai nostri "ritualisti" proprio dall'Emulation, anche se l'azione del 1° Sorvegliante o del Precedente Venerabile è diversa: nel nostro stacca squadra e compasso (ma il compasso va lasciato aperto o chiuso?) lasciandoli sul Libro, nell'Emulation invece lascia stare squadra e compasso aperti e chiude il Libro (azione fattibile se si ricorda che in Emulation Squadra e Compasso vengono messi sulla pagina destra - secondo il punto di vista del Venerabile - del Libro, rivolto in modo che il Venerabile stesso possa leggervi). Nell'Emulation inoltre il procedere per la sospensione è un capitolo a parte che può essere inserito in ogni momento del lavoro rituale e in ogni grado a discrezione del Venerabile; nel nostro Rituale è previsto solo per quel particolare momento (dopo l'iniziazione) e per quello scopo particolare (l'istruzione del neofita).
In ogni caso è indicato un preciso atto che interrompe prima, e riprende poi, il corso dei lavori, che in un certo senso subiscono una specie di "frattura".
Durante la "frattura" è uso uscire dal Tempio (necessità fisiologiche, fumo,...). Altri passeggiano nel Tempio chiacchierando e intrattenendosi in lieti conversari.
Ricordo che negli anni Ottanta o Novanta ci fu una proposta di modifica del Rituale che prevedeva, senza sospensione dei lavori, l'istruzione del Neofita eseguita dal Maestro Venerabile entro il Tempio di fronte a tutti i Fratelli seduti in silenzio (appunto in ri-creazione). Non se ne fece nulla, purtroppo! Ma aveva un grande significato: la continuità dell'atmosfera dei lavori senza cesure.
Infatti una così evidente fenditura nel continuum dei lavori di iniziazione pare da una parte un controsenso e dall'altra una caduta della tensione dei lavori di iniziazione scaturita dalla partecipazione consapevole, attiva e continua dei Fratelli tutti che stanno partecipando ad un Rito, fondamentale non solo per il singolo iniziato, ma per tutti i partecipanti (il rito è rivolto anche, se non soprattutto, a loro!).
La "sospensione - frattura" dei lavori è la conseguenza del Rito: infatti quando "entra" un nuovo Apprendista o un nuovo Compagno (nella Camera di Secondo Grado) o un nuovo Maestro (nella Camera di Mezzo) è come se almeno per un momento straordinariamente si "apra la porta" per l'ingresso: il Copritore Interno si fa da parte e permette l'ingresso di chi non potrebbe entrare. Poiché costui non può entrare "normalmente", con la marcia adeguata e i gesti opportuni, deve allora entrare in un certo modo, accompagnato da chi di dovere, mediante una "iniziazione". E qui avviene la frattura. I Fratelli debbono lavorare "in un certo modo" attingendo alle loro "riserve di energia".
Ecco allora il senso della sospensione. Si sospende il lavoro collettivo di Loggia e in quell'intervallo il singolo Fratello compie individualmente la propria ri-creazione, attività individuale che ha lo scopo di ritornare allo "status quo ante" ultima iniziazione o, almeno, di "ricaricarsi". Altro che andare a fumare! La Massoneria è molto più profonda. Si rimane al proprio posto (ad eccezione di chi ha il compito di occuparsi di cose pratiche: cambiare arredi, accendere incensi, ecc. - e lo fa rapidamente e silenziosamente). Quando la ri-creazione termina, l'atto formale del 1° Sorvegliante ha lo scopo di richiamare tutti al lavoro collettivo. E da quel momento in poi i Fratelli si concentrano sul lavoro della Loggia: ripartono i lavori collettivi.
Questo è per me il senso della sospensione dei lavori e della ricreazione. Il lavoro muratorio è collettivo, la saldezza della catena dipende dalla saldezza dell'anello più debole: il Maestro Venerabile lo ripete spesso, ma nel nostro ambito è una "verità rivoluzionaria" e tutti lo debbono comprendere cercando non solo di non essere l'anello debole, ma aiutando il Fratello a non essere un punto di debolezza. La ri-creazione individuale che ogni Fratello compie durante l'istruzione del neofita ha anche la funzione di rafforzare il neo Fratello, che in quel momento è appunto l'anello più debole.
Ricordo che nella Massoneria Criptica, simbolicamente a numero chiuso, il nuovo entrato può appunto entrare perché la mancanza di un Fratello già entrato (venuto meno al proprio dovere e per questo sommariamente giustiziato) lascia libero un posto per il Neofita. Ciò in realtà impone una grande responsabilità, che deve emergere ad ogni livello: tu sei entrato perché un Fratello indegno è stato eliminato e ha lasciato libero proprio quel posto che tu ora occupi. La stessa responsabilità deve permeare ogni atto del Massone: potresti essere proprio tu il Fratello eliminato per liberare il tuo posto a favore di uno più degno di te; potresti essere proprio tu l'anello debole che mina la saldezza della catena.
Per rinsaldare la catena è allora necessario che ogni Fratello compia la propria ri-creazione. Assume quindi pieno significato il Rito della Catena Spezzata che la Nozzoli pratica ad ogni ingresso: è un modo "visibile" di rinsaldare il legame tra i Fratelli nel momento in cui un nuovo anello (che non deve essere debole) si inserisce e di mostrare che la ri-creazione sta avvenendo.
Un'ultima osservazione.
A me non piace il Rito di staccare squadra e compasso durante i lavori rituali: mi pare una contraddizione con la ritualità dei lavori, che si aprono, si svolgono, poi si chiudono.
Finché i lavori sono aperti squadra e compasso non possono essere mossi (se non per il passaggio ad altri Gradi). Non mi pare ci sia un senso nello "staccarli" se non alla chiusura dei lavori.
Preferirei un altro atto.
In apertura dei lavori il 1° Sorvegliante alza la sua Colonnina e il 2° abbassa la sua. In chiusura accade il contrario (atti che pure l'Emulation prevede alla Sospensorie dei Lavori). Perché?
Ho trovato una risposta che, se non vera, almeno per me è plausibile, e si richiama alle riunioni delle Logge inglesi vano in taverne e osterie nella prima metà del XVIII secolo.
Al tempo, per quanto ne sappiamo, le riunioni erano conviviali (la tradizione di mangiare in Massoneria vien da lontano, eh?). Al tempo l'unico obbligo rituale (oltre alla Tracing Board e pochi altri simboli) erano i cosiddetti Toasts, i sette brindisi ancora oggi praticati, che allora venivano fatti non in successione stretta ma "diluiti" durante la riunione-pranzo. Ho letto dell'ipotesi dei due Sorveglianti che per chiamare i Fratelli dal lavoro al riposo alzavano e abbassavano le due Colonnine: se la Colonnina del 2° era alzata e quella del 1° abbassata si mangiava perché i lavori erano sospesi; se invece la Colonnina del 1° era alzata e quella del 2° abbassata tutti si preparavano al brindisi, perché si era nella fase del lavoro rituale. E' ovviamente solo un'ipotesi, ma per me è molto suggestiva.
Non potremmo allora lasciare stare squadra e compasso e indirizzarci sulle due Colonnine, come del resto fa l'Emulation?
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.