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30 settembre 2026

C'è viaggio e viaggio

 Si viaggia

Il ponte di un piroscafo in rotta per le Americhe, meglio di Atene, offre all’uomo moderno un’acropoli per la sua preghiera. Ma non ti pregheremo ormai, anemica dea, fondatrice di una civiltà prigioniera! Trascurando quegli eroi navigatori, esploratori e conquistatori del Nuovo Mondo – che (in attesa del viaggio sulla luna) corsero la sola avventura totale proposta all’umanità di quei tempi, il mio pensiero si innalza a voi, sopravvissuti di una retroguardia che ha così crudelmente pagato l’errore di tenere aperte le porte: Indiani il cui esempio, attraverso Montaigne, Rousseau, Diderot, Voltaire, ha arricchito la sostanza di ciò che la scuola mi ha dato, Uroni, Irocchesi, Caraibi, Tupi, eccomi a voi!


Lévi-Strauss scrive queste parole a bordo del la nave che nel 1935 lo porta in Brasile.

Della citazione mi piace il breve cenno al viaggio sulla Luna. Lévi-Strauss non può immaginare all’epoca che il viaggio sulla luna sarà completamente diverso dai viaggi ai quali l’uomo era abituato.

Nei viaggi precedenti è l’uomo l’unico e vero protagonista, consapevole di poter giungere alla meta e altrettanto consapevole di poter soccombere. Cristoforo Colombo salpa da Palos seguendo una propria visione. E’ lui lo spirito e l’anima della spedizione, non l’equipaggio. In questo senso Colombo è certamente l’eroe solitario, che tiene a bada l’equipaggio come si tiene a bada un puledro focoso e poco docile.

Il viaggio sulla luna, invece, è opera dell’organizzazione. E’ la NASA che fa sbarcare Armstrong sulla luna, non è Armstrong che va sulla luna come Colombo che naviga sull’Atlantico. Senza Armstrong ci sarebbe stato un altro astronauta sulla luna, senza Colombo il viaggio verso le Americhe sarebbe stato altro da ciò che fu.

La valenza simbolica del viaggio oggi è fortemente compromessa e dovremmo ricostruirne l’impatto per far riemergere ciò che oggi – temo – fatica ad emergere.

Sono tanti gli atti del Rituale che oggi risultano compromessi e appaiono in un certo senso banalizzati.

Chi può oggi esser emotivamente colpito da una spada, oggetto che la stragrande maggioranza ha visto solo in televisione o nei musei senza averne mai toccato una? Che senso emotivo può dare una cazzuola se nessuno ha mai provato ad usarla e non sa come sia maledettamente faticoso miscelare sabbia, calcina e acqua con una cazzuola... E come sia maledettamente difficile prender la calcina e sbatterla sul muro senza che cada?

Forse dovremmo ripensare i nostri simboli per ritrovarne l’impatto emotivo, quel primo colpo che oltrepassa la tua corazza. Altrimenti il nostro apparato simbolico può ridursi a semplice giochino intellettuale.

Le parole di Lévi-Strauss fanno vedere il senso profondo del viaggio eroico nel passato e purtroppo  mostrare che quel tipo di viaggi è ormai tramontato.

Il fascino dei libri di Emilio Salgari era diretta conseguenza delle sue immaginifiche ma realissime descrizioni di paesaggi tropicali che - sapevamo - non avremmo mai visto di persona. Oggi quegli stessi libri sono improponibili a qualunque adolescente collegato solo al mondo tecnico della rete ma scollegato dalla sua immaginazione.

E non possono ancora sapere, nel 1935, che il mondo cosiddetto civile ha appena cominciato un altro tipo di viaggio, che porterà a rimescolare mostri orrendi che sonnecchiano nei fondali melmosi del mare interiore dell’uomo. L’altra faccia del viaggio: il viaggio negativo.

E non sapranno gli ottimistici scampati alla tragedia della guerra che stava sobbollendo nel mondo occidentale il ribollente magma della sopraffazione tecnica.

Se qualcuno chiedesse ad una cosiddetta "intelligenza artificiale" (cioè un software ormai in grado di autoriprodursi) come fare per eliminare il cancro dal mondo ci sorprenderemmo della lineare risposta: "per eliminare ogni forma di tumore dal mondo è sufficiente eliminare il veicolo del tumore, cioè l'uomo"?

E' questo il viaggio nel nuovo mondo?


08 maggio 2026

Il Compagno di Mestiere

Il Rito di Iniziazione al Primo Grado indica il lavoro che l’Apprendista dovrà fare, così il Rito di Passaggio al Secondo Grado indica il lavoro del Compagno e gli strumenti da usare.

Pietra grezza e Pietra levigata.

L’Intelligenza della Bellezza da aggiungere alla Forza Intelligente.

Anche la Passività può essere attiva.

I viaggi.

Uno. Maglietto e scalpello (volontà e ragione). Cinque sensi. Contatto con il mondo esterno con la propria interiorità.

Due. Regolo e compasso (senso della misura e possibilità dell’intelligenza). Ordini architettonici. Tradizione. Geometria.

Tre. Regolo e cazzuola (senso della misura e collegamento con gli altri fratelli). Arti liberali. Libertà di ricerca e rifiuto del preconcetto.

Quattro. Regolo e squadra (senso della misura ed equilibrio). Diversità nella continuità.

Cinque. Mani libere (destra e sinistra). Squadra e compasso in grado di Compagno.

Bavetta abbassata: tolleranza. Le schegge non ci sono più (forse).

Numero cinque: stella fiammeggiante.

08 dicembre 2015

Il Maestro Venerabile

Nel corso della mia appartenenza muratoria ho incontrato diverse volte Maestri Venerabili in cattedra o passati sostenere analogie tra la Loggia e l'equipaggio di una nave.
La loggia cioè viene paragonata all'equipaggio di una nave, nel quale ogni membro ha un suo compito specifico (uno è addetto alle vele, un altro al timone, chi si occupa del sartiame, e così via). Se tutto si svolge in ordine e armonia la barca va. Se al contrario c'è discordia e dissonanza la barca non va o corre grossi rischi.

E' un paragone bellissimo. Purtroppo questi fratelli si fermano qui e non si preoccupano di approfondirlo.

Che vuol dire ordine e armonia? E qual è il confine attraversato il quale l'ordine diventa disordine e l'armonia discordia?

Il sospetto nasce dal comportamento di certi Venerabili. Nella loro mente ordine e armonia significano semplicemente assonanza con le disposizioni e i desideri del Venerabile. Per parlare brutalmente: c'è ordine se si "obbedisce" al Venerabile, altrimenti l'ordine si trasforma in disordine.

Non hanno compreso, questi Venerabili, il senso profondo della loro Dignità e del loro ruolo. Il Venerabile non è il capo o il comandante della Loggia (capo, comandante, capufficio, colonnello, generale sono termini che con la Massoneria non hanno niente a che fare); è molto di più. E' l' "espressione" della Loggia tutta e della Camera di Maestro in particolare. E' - se vogliamo - la punta della spada, non la spada intera.

L'utensìle del Venerabile non è il bastone del comando e non è solo il mazzuolo che impugna. Il Venerabile ha un altro utensìle, del quale non parla mai nessuno, ma che deve usare e soprattutto saper usare con energia ed equilibrio. Mi riferisco alla cazzuola, che deve essere usata con molta perizia e delicatezza.

La cazzuola serve a spargere calcina tra pietra e pietra per costruire un muro solido, con le pietre ben ferme e stabili. E' un lavoro che non puoi fare senza cazzuola.
La cazzuole è quasi la terza mano del muratore, che se ne serve continuamente e la tiene sempre a portata di mano.
Che sarebbe un muratore senza cazzuola?

Solo se il Venerabile ha lavorato con la cazzuola può battere il maglietto con la debita autorità.

11 ottobre 2015

Sogno?

Odilon Redon: Sulla coppa (1879)

Una testa sognante appoggiata su un tavolo. E' una testa senza corpo, sopra un supporto estraneo. Non è solidamente posta sopra un corpo con i piedi ben solidi sul terreno. E' staccata dal suo contesto naturale. Guarda il cielo, forse sogna. Ma viene spontaneo domandarsi se i suoi sono sogni realizzabili, magari grandi utopie di oggi ma futura realtà. Oppure fantasie e fantasticherie.

Mi pare una grande metafora della Massoneria di oggi.

Ha perso le origini di mestiere praticato. E quindi ha perso la manualità e il senso della manipolazione dei materiali.

Il Massone di oggi, con un mazzuolo e uno scalpello in mano, è già bravo se riesce a non martellarsi le dita, altro che sgrossare la pietra!

Non sa che esistono diversi tipi di mazzuoli, martelli e martellini e martelline, strumenti diversi pur uguali, e ognuno adatto ad uno specifico uso (sgrossare, spaccare, incidere, rifinire, dividere,...).

Non sa che esistono diversi tipi di cazzuola (a punta quadrata o triangolare o arrotondata,  frattazzo, americana,...).

La cazzuola è lo strumento principe del Maestro Venerabile, che deve usarla per spargere la calcina tra le pietre e mantenere la Loggia unita e salda.

E' già molto invece se il Venerabile tiene la cazzuola sulla scrivania a mo' di tagliacarte (oltre tutto oggetto in disuso dato lo svuluppo della posta elettronica)...



20 settembre 2009

4.2 Utensili

Per costruire, il Libero Muratore ha a disposizione diversi utensili, ognuno dei quali simbolicamente assume proprie valenze. Gli strumenti sono come prolungamento dell'uomo, quasi come nuovi arti. Permettono di mettere in pratica il lavoro muratorio.


SQUADRA
E’ formata da due bracci ad angolo retto. Può indicare con l'angolo retto, la ragione, il rapporto1 tra le cose. Si dice comunemente che i due bracci indicano l’attivo e il passivo, ma per parte mia ritengo più pertinente individuare in essi due modalità operative: la modalità attiva e la modalità passiva (due modi diversi di operare, cioè una specie di attività attiva e di attività passiva).


COMPASSO
Il compasso, dall'apertura variabile, specifica la potenza della intuizione; puntato sul proprio centro individua l'apertura delle proprie capacità interiori. Non indica la contrapposizione ragione - non ragione, ma le diverse modalità di lavoro, predominando a volte l’esame razionale (ma temperato dalle facoltà non razionali), a volte le facoltà intuitive (moderate dalla presenza della ragione).

Riferire l’intuizione al compasso, ad uno strumento cioè non fisso, ma variabile, indica le diverse modalità di “intuire” (non tutti gli uomini “intuiscono” nello stesso modo, e nemmeno lo stesso uomo “intuisce” in modo analogo in diversi tempi). Dunque l’atto intuitivo è indipendente dai vari uomini, linguaggi e costumi., ma di questi si serve per venire espresso. Come si serve soprattutto della simbolica del proprio contesto religioso. E’ quello che indica Scholem quando si chiede:
Perché un mistico cristiano vede continuamente visioni cristiane e non quelle di un buddhista? Perché un buddhista vede i personaggi del proprio pantheon, e non, per esempio, Gesù o la Madonna? Perché un cabbalista sulla via di illuminazione incontra il profeta Elia, e non qualche personaggio di un mondo estraneo?
Scholem risponde:
Naturalmente la risposta è che l’espressione delle loro esperienze viene immediatamente tradotta in simboli tradizionali del proprio mondo, anche se gli oggetti di questa esperienza in fondo sono identici, e non radicalmente diversi, come amano supporre alcuni studiosi del misticismo, soprattutto di parte cattolica.
[Gershom Scholem, La Kabbalah e il suo simbolismo, Torino, 1980, P.21].

L’atto intuitivo è insomma pre-culturale, non in contrapposizione con le singole culture. La cultura, la fede, l’ideologia successivamente rielaborano l’esperienza intuitiva inserendola nel contesto formativo della persona.


SQUADRA E COMPASSO
Qui credo stia lo zoccolo duro del lavoro muratorio. Non è possibile sezionare l’uomo e far sì che la sua attività sia suddivisa in fasi completamente razionali e in fasi completamente intuitive e non può essere produttivo il lavoro svolto solo con la squadra o solo col compasso.

Squadra e compasso vanno usate insieme e armonicamente, cioè con la consapevolezza che a volte sarà predominante l’una e a volte l’altra, ma senza che l’una sia contro l’altra oppure priva dell’altra. Così non credo corretto sostenere che i tre gradi di Apprendista, Compagno e Maestro siano uno sequenzialmente sottoposto all’altro, ma per mia esperienza riconosco che la metodologia specifica di un grado è profondamente intrecciata nel lavoro interiore a quella degli altri in un intrico armonico (vero e proprio nodo d’amore personale) nel quale spesso fatico a distinguere le peculiarità dell’uno o dell’altro. Forse tale incapacità dipende da una mia confusione mentale oppure è segno di un qualche superamento di alcuni opposti, ma credo che l’indicazione forte del lavoro muratorio consista nel sapere prima individuare le componenti della propria attività, quindi riuscire ad armonizzarle interiormente in modo da amplificare le risultanze del lavoro comune.

Credo che da qui possa risalire l’uso di porre squadra e compasso con aperture diverse a seconda del grado in cui si lavora.


MAGLIETTO E SCALPELLO
Il mazzuolo o maglietto (francesismo da maillet, diminutivo del francese mail, dal tardo latino mallius, latino classico malleus, derivante da manu leus = martello, propr. che è simile a mano chiusa a pugno) è il martello del muratore, strumento attivo legato nell’uso allo strumento scalpello, passivo, che tuttavia modifica direttamente la pietra trasmettendole la forza del maglietto.

Lo immagino nato dall’utensile costruito dall’antenato primitivo: un sasso legato a un bastone corto.
Dal “prototipo” sono nate due grandi “famiglie”, quella dei martelli e quella delle asce: queste ultime con una testa piatta e affilata, mentre i primi con una testa “battente”.
La famiglia dei martelli a sua volta si è suddivisa in grandi “filoni”, a seconda del materiale sul quale l’utensile deve operare: pietra, legno o ferro.
Il martello da pietra (tipico il mazzuolo del muratore) è diverso dal martello da falegname, che a sua volta è diverso dal martello del fabbro. Così il martello dello scultore è diverso dal martello di chi scolpisce il legno.

Il maglietto può essere di ferro, di legno, di metallo o altro materiale, così come esiste la massoneria della pietra, del legno e del ferro. Può ancora essere di varie forme e fogge, legate ognuna ad un particolare utilizzo (la martellina, il martelletto, il mazzuolo, ecc.). Nelle mani del Maestro Venerabile il maglietto (senza scalpello) assume il senso di guida sottolineando l’aspetto di volontà di ricerca dentro noi stessi e la maturità e abilità che il Maestro di Loggia deve avere conquistato. Ma l’uso del mazzuolo da solo può essere distruttivo e non riesce ad incidere la pietra nelle forme dovute. Lo strumento che permette al colpo di mazzuolo di trasformare la brutalità della forza in azione incisiva atta a procedere anche ad operazioni delicate (trasformare – in linguaggio muratorio – la pietra da grezza a squadrata) è lo scalpello.

Maglietto: forza di volontà, scalpello bellezza del discernimento.

Maglietto e scalpello quindi possono essere intesi come due aspetti metodologici della stessa attività.


FILO A PIOMBO E LIVELLA
Sono due strumenti in un certo senso uguali e diversi: “uguali” perché entrambi individuano una direzione ben precisa nello spazio di lavoro, “diversi” perché le direzioni sono distinte e in un certo senso “opposte” (se non spazialmente, certo spiritualmente).

La livella individua l’orizzontale e il filo a piombo la verticale: sono le due direzioni dello spazio che servono ad orientare l’operaio nel suo lavoro. Da una parte la direzione alto/basso, zenith/nadir (o viceversa); dall’altra la direzione destra/sinistra, avanti/dietro (o viceversa). In un certo senso sono strumenti che “precedono” la squadra, perché possono indicare sì l’angolo retto, ma solo quello formato con le direzioni dello spazio nel punto nel quale mi trovo, mentre la squadra può “provare” qualunque angolo retto.

Per me sono strumenti tipici del libero muratore; individuano l’uguaglianza degli operai (livella) entro la quale si manifestano le differenze delle singole individualità (filo a piombo).

L’uso congiunto di livella e filo a piombo indica l’incrocio della verticale con l’orizzontale e porta immediatamente alla quadripartizione.
Oggi il muratore ha a disposizione strumenti anche raffinati e tecnologici: per controllare i livelli e le quote usa livelle a bolla o digitali (non più a filo come nel passato). Ma per il controllo finale della verticalità ancora oggi il muratore usa il filo a piombo, come strumento che suggella l'opera eseguita.

REGOLO
E' uno strumento strutturalmente diverso dai precedenti, perché applica la nozione di misura. Misurare significa determinare quante volte una certa grandezza (unità di misura) “sta” in un’altra grandezza (quella appunto da misurare). Mentre gli strumenti precedenti avevano una valenza costruttiva (squadrare) oppure determinativa (trovare una certa direzione o un particolare punto), il regolo presenta invece una funzione comparativa e per così dire “normativa” (paragonare qualcosa a una grandezza tipica): determinare il se e il come una certa grandezza tipica (l’unità) è contenuta nella grandezza da “misurare”. Dal come ha origine la quantità che informa il lavoro, dal se scaturisce la norma e la regola che dispongono il lavoro. Fin qui il compagno: ora deve imparare e applicare la norma, più avanti imparerà anche che le regole vanno superate e sostituite con altre regole.

A me oggi fa pensare immediatamente alla “unità di misura” che è in me e alla determinazione di “quante volte” è contenuta (se lo è) in me.


CAZZUOLA
E’ strumento che mi sconcerta. Infatti è il più tipicamente “muratorio”, ma la sua presenza nel lavoro rituale è pressoché nulla e si limita solo ad alcuni cenni, quasi fosse un utensile trascurabile.

Eppure “a pelle” ho sempre avvertito la sua importanza e mi sono sempre chiesto per quale motivo la sua funzione venga trascurata e minimizzata.

Ho successivamente letto in Bizzarri una ipotesi significativa, che fa risalire il disuso della cazzuola all’ingresso degli speculativi e in particola modo di aristocratici, che avrebbero sostituito lo strumento caratteristicamente operativo con la spada, tipicamente aristocratica e cavalleresca:
Fino ancora agli inizi del 1700 la cazzuola era utilizzata nel corso delle iniziazioni; in un rituale inglese del 1726 il recipiendario deve tenere in mano il martello con la sinistra e la cazzuola con la destra: vi viene del resto specificato che la cazzuola unisce ciò che il martello divide.
[Mariano Bizzarri, Cavalieri e Massoni, in www.zen-it.com]

Io ho dato due risposte, ma non so fino a qual punto possano essere attendibili.

Da una parte la cazzuola è strumento tipico del muratore e appunto per questo non poteva essere pienamente compresa da chi muratore effettivo non è mai stato (il cosiddetto accettato) e men che mai da appartenenti all’aristocrazia e all’alta borghesia britannica che disdegnavano il lavoro manuale.

Dall’altra, in una visione muratoria prettamente moraleggiante non poteva che essere accolto l’aspetto di strumento per mescolare la calcina, “collante” per unire pietra a pietra e quindi segno distintivo della fratellanza. Punto e basta.

Sono posizioni che mi hanno sempre lasciato insoddisfatto.

Ho allora seguito un’altra strada e ho sfruttato la possibilità di osservare un muratore al lavoro.

Le tecniche costruttive odierne e i materiali che si usano attualmente sono diversi da quelli degli antichi muratori. Oggi si usano prodotti da una parte estremamente resistenti e dall’altra molto duttili e facilmente manipolabili. La funzione degli utensili però non è cambiata gran che, ma solo si è per così dire “aggiornata”. Ebbene, la cazzuola è strumento ancora oggi praticamente indispensabile per la manipolazione.

L’uso di spalmare la calcina è quindi un uso ancora importante, ma è solo uno dei tanti… Può servire a piccoli aggiustamenti di posizione delle pietre (aggiustamenti di precisione), a piccole modifiche delle forme per pietre meno dure (la lama della cazzuola riesce a scalfire e a scheggiare). Nell’uso dei nuovi materiali (non più pietre e nemmeno mattoni pieni, bensì mattoni forati, detti in gergo foratoni) la cazzuola viene utilizzata anche come strumento per spezzarli e adattarli alle esigenze del muro. La cazzuola è indispensabile per preparare la calcina o il cemento, miscelando le varie componenti e servendo anche come unità di misura (esempio: una cazzuolata di sabbia, due cazzuolate di ghiaino).

In sintesi per il muratore la cazzuola non è uno, ma è lo strumento. Anzi, più che uno strumento, è quasi un terzo arto. Ecco, la cazzuola è la terza mano del muratore.

In conclusione: la giustificazione morale della cazzuola come strumento che unisce ciò che il martello separa è sicuramente ancora oggi valida, ma come tutte le interpretazioni morali è riduttiva. Vi sono altre chiavi di lettura suggerite dall’uso dell’utensile, che presenta aspetti attivi e passivi, vera sintesi muratoria dell’operativo.

19 settembre 2009

4 Compagno

All'Apprendista vengono dati i mezzi per sgrossare la pietra grezza, cioè per organizzare il proprio lavoro, valorizzare gli aspetti volitivi, “attivi” ed iniziare l’esame della propria interiorità.

Ora gli vengono concessi nuovi strumenti per valorizzare anche l’altra faccia dell’uomo, cioè gli aspetti ricettivi e non razionali. Se l’Apprendista agisce sull’animus, il Compagno opera sull’anima, per elaborare la pietra fino a levigarla in modo che si inserisca perfettamente nell'Edificio che siamo chiamati a costruire, come viene ricordato dal Maestro Venerabile al termine del primo dei cinque viaggi, i cinque livelli del suo programma di lavoro.

Uso qui i termini animus e anima in un'accezione diversa dal cristiano e forse prossimo, ma non coincidente, a quello junghiano. Con animus indico la “parte maschile” e con anima la “parte femminile” presenti in ogni persona (con evidente riferimento anche all’animus della donna e all’anima dell’uomo). Il lavoro di completamento richiede a ciascuno di riappropriarsi anche degli aspetti contrari, che sono presenti ma sui quali non ha mai "lavorato", superando la differenza dei sessi (che non è solo fisica): così – in particolar modo – l’uomo dovrà riappropriarsi della sua parte femminile, la sua anima. E’ il compito del lavoro in secondo grado.

In termini simbolici, mentre l’Apprendista lavora sulla Forza, il Compagno lavora sulla Bellezza e sui rapporti tra Bellezza e Forza.

Anche il Compagno viaggia: il suo lavoro si svolge lungo un quintuplice percorso o, il che è lo stesso, lungo cinque percorsi-viaggi.

Nel primo viaggio usa un mazzuolo e uno scalpello, e gli vengono ricordati i cinque sensi affinché si rammenti che inizio del lavoro è la conoscenza di se stessi, ricercata partendo dal mondo sensibile e organizzata attraverso la duplice modalità degli strumenti in dotazione: la potenza del mazzuolo e il discernimento dello scalpello che permea di bellezza la forza di quello.
Il 1° viaggio si riferisce alla Levigatura della Pietra ed al perfezionamento della pratica del taglio, quindi utilizza Martello e Scalpello
Il 2° viaggio si riferisce al Marchio della Pietra o meglio all'arte della marcatura in quanto spiega come tracciare linee sulla pietra sgrossata, quindi utilizza Regolo e Squadra
Il 3° viaggio si riferisce al Trasporto della Pietra quindi utilizza Regolo e Leva
Il 4° viaggio si riferisce all'Edificazione quindi utilizza Piombo e Cazzuola
Il 5° viaggio utilizza infine Squadra e Compasso.
[Da Considerazioni sul Grado di Compagno dal sito www.loggia-rene-guenon.it/ sito/Studi.html].

Nel secondo viaggio gli vengono consegnati un regolo e un compasso. Gli viene insegnato che deve misurare ogni sua azione (misura indicata dal regolo) e aprirsi al nuovo (il non razionale) applicando su se stesso il compasso. Anche: misurare se stesso utilizzando uno strumento normativo (il regolo) e uno strumento “comprensivo” (il compasso).

Si può sostenere che il valore delle azioni compiute dipende oltre che dall’azione in sé anche dall’intenzione che vi lascia chi le compie.
L’intenzione che ci fa parlare o agire, ecco quello che decide del valore delle nostre parole o della nostra azione: la sola parola non è nulla, ove mancano le azioni.
[Hermann Oldenberg, Budda, Milano, 1937, p. 337].

Il principio pare valido e accettabile, ma si presta a qualche riflessione.
Apparirebbe dunque una morale relativa non solo ai tempi e ai costumi (la contestualizzazione delle leggi etiche non pare facilmente confutabile), ma anche alle differenti situazioni: lo stesso atto assumerebbe valenze diverse a seconda delle intenzioni di chi lo commette.

E’ un principio da approfondire, che non mi sento di accettare tout court, anche se il codice penale distingue per esempio tra omicidio intenzionale e non intenzionale.

E’ ben vero che l’uccisione del proprio simile, pur espressamente proibita dalla legge mosaica, è stata continuamente violata proprio da chi avrebbe dovuto seguirla; è ben vero che costoro hanno giustificato le uccisioni e le hanno rese moralmente accettabili, proclamando di agire a nome di un principio più elevato (Dio lo vuole! è un grido che troppe volte risuona nella storia da parte dei seguaci di qualunque religione).

Ma l’ammettere che nell’azione, e quindi anche nella sua conseguenza, resti una specie di impronta derivante dall’intenzione rende moralmente diverso un atto a seconda di chi lo compie. L’uccisione – tanto per fare un esempio – non è generalmente ammessa, ma viene ammessa l’uccisione in nome di qualcosa di accettabile: in guerra uccido il nemico del mio paese, uccido per difendermi da un aggressore, ma anche, nelle intenzioni della santa inquisizione, uccido per eliminare un nemico della fede e quindi dello stato. Anche quest’ultima azione, considerato il fine religioso e sociale non disprezzabile, deve essere giudicata alla stregua di chi uccide per difendersi?

Con un regolo ed una cazzuola l'Apprendista compie il terzo viaggio, che gli insegna a misurare ogni atto umano non solo in relazione a se stesso ma anche in relazione agli altri. La cazzuola infatti è lo strumento che permette di “realizzare” il rapporto costruttivo con i fratelli.

Qui vedo una metodologia costruttiva del primo Dovere, là dove viene citata la legge morale e subito dopo la Religione nella quale tutti gli uomini convengono, come se quella prendesse i fondamenti da questa. E' mia interpretazione degli Antichi Doveri, che i fondamenti della legge morale possano vedersi non nei princìpi divini delle religioni o della Religione universale quanto nella stessa Umanità che nasce dal confronto costruttivo degli uomini sugli uomini, applicando gli strumenti del mestiere (ecco l'importanza della cazzuola!). E' in pratica l'applicazione del principio comune a tutte le filosofie e sistemi etici e religioni di non fare agli alti ciò che non vorremmo gli altri facessero a noi (in Occidente lo si chiama cristiano, ma lo si trova ovunque, prima e dopo Gesù, da Confucio al Buddha, dal Giainismo a Gesù, a Seneca, a Voltaire, a Kant, ecc. - cfr. www.peacelink.it)

Nel quarto viaggio, compiuto con la squadra e il regolo, viene ricordato quello che sarà il momento più significativo del lavoro della Camera: posizionare la pietra correttamente nella costruzione, se avrà perseverato e appreso a regolarsi al “giusto” modo con squadra e regolo.

Il quinto viaggio è programmatico e di suggerimento. E’ a mani libere, per ricordarsi che gli strumenti non vanno mitizzati e universalizzati ma considerati come semplici utensili: una volta esaurito il loro compito vengono sostituiti con altri. Dovrà quindi imparare la regola della contestualizzazione.

Contestualizzare significa riferire un concetto al tempo e allo spazio, cioè alla situazione storica e geografica in cui quell'idea è nata. Ciò vale in campo sociale, ma anche in campo personale: ogni mio pensiero nasce da una esperienza legata al mio tempo e al mio spazio. Non esistono concetti slegati dalla contestualizzazione storico-geografica.

Per la prima volta nel cammino del libero muratore brilla la stella, che lo accompagnerà fino al termine del viaggio. Quando nasce un uomo nuovo sempre brilla la stella. Un esempio per tutti: la stella su Betlemme.

Ora quindi l’apprendista (formalmente neo-compagno, ma più che mai apprendista: non aveva tutti i torti quel massone che insegnava che l’apprendista diventa davvero apprendista quando bussa alla porta della camera dei compagni - così come il compagno diventa veramente compagno quando bussa alla porta della Camera di Mezzo) può pronunciare la Parola, non più limitarsi a compitarla.

Esaminata la simbolica dei viaggi, mi sento di affermare che il grado di compagno – erroneamente trascurato nella prassi delle massonerie contemporanee (forse qui sta una delle cause della crisi della massoneria) - propone al camminatore una prospettiva drammatica: come apprendista hai esercitato – gli dice – la tua “Forza” tentando di uscire dalla profanità, ora, come compagno, applica la tua “Bellezza” e distruggiti. Ricorda che costruire significa, per prima cosa, distruggere il vecchio. Al più puoi usare le tue macerie (ma non tutte!) per costruire l’uomo nuovo, il Maestro massone che scavalcherà la tomba di Hiram.

16 settembre 2009

3.8.8 La Fratellanza

Compare ad oriente del Tempio come componente del cosiddetto Trinomio: libertà, uguaglianza, fratellanza.

Anche se risulta elemento non tradizionale, ma inserito surrettiziamente nel Settecento, può essere coerente con un metodo di lavoro muratorio.

Intanto i massoni si chiamano fratelli, con evidente riferimento all’essere l’Istituzione sostanzialmente diversa da altri circoli o associazioni. Spesso gli organi di informazione parlano di “popolo della notte” per indicare coloro che hanno in comune la voglia di divertirsi il sabato sera (notte), “popolo del calcio” per indicare chi è tifoso di squadre di calcio, e così via. Mi sembra una evidente forzatura semantica. A mio parere “popolo” andrebbe attribuito a coloro che hanno un ideale in comune (che non può essere la squadra di calcio o la discoteca), quasi una patria spirituale. In questa accezione invece risulta corretto parlare di “popolo massonico”.

Anche qui però vi sono diversi piani operativi e di interpretazione, dal “vogliamoci bene” alla comunanza di ideali, dalla unione di intenti alle comunità spirituali.

Molti, troppi, si appagano di un vago senso di bontà (o buonismo?): tra di noi stiamo bene, ci sentiamo uniti.

Se esaminiamo la composizione sociale dei massoni di oggi notiamo una prevalenza di ceto medio: è dunque ben facile per costoro sentirsi fratelli e tollerare il vicino.

Probabilmente è meno facile sentirsi fratello con chi è troppo diverso da te, anche come ceto sociale: quanti operai abbiamo incontrato in loggia? Io in più di trent’anni uno solo, e solo per poco tempo. Nel passato furono massoni artigiani e botteganti: quanti artigiani abbiamo incontrato in loggia? Io, nessuno.
E non si dica che dipende dal fatto che l’operaio e l’artigiano hanno interessi materiali mentre il libero professionista no (e quei professionisti non so quanto liberi che sono entrati in vista di contatti umani “interessanti”?).

Il senso della fratellanza va oltre il ceto sociale, ma non in un afflato quasi mistico che sente di abbracciare tutto e tutti, come in una religione.
Il fratello non abbraccia il fratello; oppure, può anche farlo, ma dopo aver lavorato su sé stesso in modo da essere fratello con l’altro, che ha contemporaneamente eseguito lo stesso tipo di lavoro. Io non mi sento fratello sic et simpliciter, ma lo divento.

Così alcune pietre poste una accanto all’altra formano semplicemente un mucchio di pietre. Le pietre possono costruire un muro solido solo se sono unite da una calcina ben dosata e ben mescolata. E allora, cari fratelli, dosiamo questa calcina, e mescoliamola a regola d'arte. Vi accorgerete come sia spossante il lavoro di schiena per mescolare con il badile e stremante il lavoro di polsi e di braccia per impastare con la cazzuola e spalmare la calcina tra pietra e pietra!

La fratellanza non è sentirsi più buoni (io credo che la nozione di bontà non appartenga alla muratoria). La fratellanza è fatica, è impegno con se stessi, è modificarsi. E' schiantarsi le ossa per cambiarsi e quindi stimolare il fratello.

Ma vallo a dire ai nostri fratelli!

Le mie scabrosità devono essere ridotte e reimpostate: solo così, assieme alle tue scabrosità e ai tuoi difetti (compatibili con i miei) possiamo costruire qualcosa di solido: un muro reale, terrestre, robusto, un muro “sanguigno”, immagine del muro interiore.

Questa è la fratellanza.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.