mercoledì 30 settembre 2009

6.1.2 La tolleranza

Conseguenza immediata del rapporto tra il singolo libero muratore e il gruppo degli altri liberi muratori è la puntualizzazione del concetto di tolleranza.

Sintomatico della concezione di tolleranza che si apprende lavorando in loggia è il seguente pensiero, estrapolato da una tavola di apprendista:
Poiché nei lavori muratori, a differenza di quanto accade nel mondo profano, le posizioni espresse dai Fr. sono tutte parimenti legittime e rispettate; poiché non si devono annettere ragioni o torti, bocciature o promozioni, né stilar graduatorie; poiché non possono intervenire censure o limitazioni [tutto ciò premesso] la Tolleranza consiste nella capacità di farsi carico del punto di vista e della concezione dell'altro, per poterli indagare, confrontarli con la nostra visione, valutarne coincidenze e divergenze, decidere di accoglierne le componenti considerate corrette e valide, rifiutarne altre se considerate erronee. Con amore e tenacia, si cercherà di superare o rettificare le valenze che si considerano errate, siano esse derivate da nostri convincimenti, siano invece a carico di altri Fr..
[da www.lamelagrana.net]

E’ l’applicazione del principio voltairiano: non sono d’accordo con te, ma mi batterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di esprimerti.

[Cito a memoria. Per inciso osservo che Voltaire fu sì accolto in massoneria, ma solo poco prima della morte. Mi sembra quindi eccessivo considerarlo "esponente del pensiero massonico"].

E’ sicuramente un principio ideale da perseguire nella società e non ancora – nonostante le battaglie cui parteciparono anche massoni dal XVII secolo in poi – attuato nelle legislazioni statali oggi e nel mondo.

[Salvatore Veca, nell’intervista Etica e politica, Milano Università Cattolica, 15 dicembre 1994 ha detto:
La mia idea è che ci siano almeno tre modi di pensare la tolleranza, o tre ragioni per la tolleranza, ne citerò soltanto due per avere uno spettro: c'è una ragione minimale, che è quella che si usa chiamare la ragione "prudenziale" della tolleranza e c'è una ragione massimale (…) che è l'idea della tolleranza come valore in sé di reciproco rispetto. La prima è prudenziale, (…) basata sul fatto che ci si ammazza, ci si ammazza, ci si ammazza, alla fine si è stanchi e la si chiama tolleranza. Questa è una visione che può non eccitare troppo, ma questo è il punto con cui prudenzialmente la tolleranza insorge: i costi della repressione sono superiori a quelli della tolleranza. E allora questa è la prima soluzione, quella meno entusiasmante, ma tuttavia preziosa rispetto alla Bosnia, quella del modus vivendi, è un esito instabile di equilibrio.
Se questo è ottenuto, allora è possibile, non dico sia necessario ma è possibile, che la tolleranza si trasformi dalle sue ragioni prudenziali, da valore strumentale in un valore intrinseco, cioè consenta la crescita, generi, incentivi le condizioni per la crescita del mutuo rispetto. Il mutuo rispetto, secondo me, non dipenderà da teorie su "etica e politica", non dipenderà da principi di una super teoria della tolleranza, ma dipenderà dalla estensione delle nostre capacità di riconoscere semplicemente, in qualsiasi volto che abbia sembianze o qualcosa di affine o tratti umani, qualcosa che riguarda anche noi.
Credo, cioè, che la virtù di questa fine secolo, tra grandi migrazioni, guerre, massacro, carestia e deficit delle democrazie, sarà quella della capacità di tradurre, cioè di riconoscere negli altri tratti e storie che possono essere anche nostri
.]

Però in una prospettiva diversa dal sociale (che – ripeto – è pur fondamentale per la convivenza civile) siamo obbligati a ricercare valenze diverse, coerenti con il metodo muratorio.

Troppo spesso il senso della tolleranza viene confuso con quello della sopportazione. Mi spiego. Supponiamo che qualcuno sostenga che non sempre un corpo lasciato libero cade verso il basso, ma che può anche salire verso l’alto. Io gli chiederei di specificare o i casi in cui il corpo non cade o le leggi che regolamentano la caduta; in caso contrario mi sentirei di accusarlo di ignoranza senza per questo sentirmi intollerante.

Lo stesso succede nel lavoro muratorio. Nutro infatti forti dubbi che le posizioni espresse dai Fr. [siano] tutte parimenti legittime e rispettate; poiché non si devono annettere ragioni o torti, bocciature o promozioni, né stilar graduatorie, come sostiene il nostro Apprendista. Se a me pare che una posizione sia sbagliata (uso volutamente un verbo che denoti errore e non indichi solo opinione diversa dalla mia) come debbo comportarmi?

La docetica muratoria non tratta questi casi, ma si limita appunto a ripetere ciò che l’Apprendista notava: tutte le idee hanno cittadinanza in massoneria e la loggia deve lavorare per giungere a una sintesi superiore.

Io non credo che ogni idea abbia diritto di cittadinanza in massoneria (anche se per me è difficile individuare il paletto di confine (sarebbe un nuovo landmark e ce ne sono già abbastanza!) oltre il quale non c’è più massoneria e prima invece sì) perché bisognerà pur evitare questa indifferenza morale o culturale.

Faccio un esempio. Un profano, cattolico praticante, chiede di essere ammesso. Un fratello si oppone spiegando che non vuole che il bussante possa successivamente comunicare in confessione i nomi dei fratelli di loggia (l’esempio può sembrare irreale, ma ne sono stato testimone oculare).
Questa è una posizione giusta? Oppure ho il diritto di redarguire quel fratello così esclusivista e settario? Ma in questa seconda ipotesi non mi dimostro io stesso “intollerante”?

Altro esempio. E’ opinione diffusa che l’attività della massoneria non deve chiudersi e isterilirsi in templi inaccessibili, ma espandersi nella cosiddetta vita profana “alla luce del sole”. E oggi pare idea maggioritaria nel nostro paese.

[E non solo, ma anche fuori d’Italia. Che senso potrebbero avere infatti quelle “mega-convenzioni” che negli Stati Uniti creano massoni o addirittura maestri massoni a centinaia e in un sol giorno? Un esempio per tutti è dato dalle parole del Gran Maestro della Gran Loggia dello stato di New York.
Grand Master's One-Day Class
In line with my aggressive membership drive I have approved and authorized the conferral of all three Degrees in one day. The procedure will be conducted on March 29, 2003 in nine locations throughout New York State… Since lack of time is the number one reason men don't join organizations, I have decided to take the initiative and make a man a Master Mason in one day. …. Some 61% of Grand Lodges today are doing one-day classes, and they have all been successful. Vermont raised 292 in one location, New Jersey, 700 in one location, Indiana, 1400 in five locations, and most recently Ohio raised 7,700 new members in 10 locations. Men who have joined have included professional & businessmen, Town and City Mayors, and in Ohio, the great-nephew of President Warren G. Harding. … In Ohio 550 of 568 Lodges raised at least one new member, and one Lodge raised 82 new members. The average was between 8 and 10 new members.

C’è molta profanità e interesse rivolto al sociale in cerimonie (sic!) del genere. Le One day mason potrebbero essere comprese (non giustificate) alla luce della consuetudine americana di lavorare in Terzo Grado e abbassare i lavori in Primo e Secondo Grado solo per le ammissioni e i passaggi: il neo-massone sarebbe in pratica escluso dall'attività della sua Loggia fino al raggiungimento del Terzo Grado). Ma si potrebbe semplicemente riprendere a lavorare nei gradi e il problema sarebbe risolto].

E’ corretto accettare l'"espansione" muratoria nel mondo profano oppure si può considerare “sbagliato” “portar fuori” quello che ancora non si è costruito nel tempio (cioè nella propria interiorità)?

Io personalmente ritengo – anche se il mio parere è politically scorrect – che non tutte le opinioni possano essere considerate ugualmente valide e che si possa (anzi, in certi casi si debba) opporsi a certe opinioni, anche se sono consapevole della non universalità delle piccole verità che ho raggiunto e della mia impossibilità di imporle ad altri.. Ma è un terreno scivoloso e non mi sento in grado di stabilire con una precisione accettabile cosa sia massonico e cosa no.

D’altro canto mi rendo conto del pericolo di cadere non solo nell’indifferentismo, ma pure nella ignavia (per usare un termine ormai desueto): la scelta di non scegliere perché si ritengono tutte le scelte valide.

Per parte mia ritengo che la tolleranza, oltre ad ammettere implicitamente la facoltà che tu possa esprimere le tue idee, nel lavoro muratorio assuma una valenza per così dire costruttivistica.

In un certo senso richiama il simbolo dell’arco che si appoggia e supera le due colonne, le quali per così dire sostengono e “tollerano” l’arco stesso. Ecco, tollerare significa porsi nell’ottica di costruzione: da due idee opposte riuscire a costruire una nuova idea (né l’una, né l’altra, ma un po’ dell’una e dell’altra) che “tolleri” i due punti di partenza. Tollerare quindi significa modalità costruttiva di superamento del binario. L’immagine architettonica della tolleranza è data a mio parere dall’arco che sormonta le due colonne: entrambe le colonne “tollerano”, “sopportano” l’arco, che si regge appunto perché si appoggia su entrambe. A sua volta l’arco completa le colonne e “supera” le loro individualità, rendendole struttura unica. Tollerare quindi significa costruire e significa pure non accettare ciò che appare distruttivo.

Nel piano spirituale (non in quello comportamentale nel quale restano ristretti tanti massoni) quindi debbo cercare nelle altre posizioni diverse dalla mia quel quid che permetta la costruzione e la stabilità dell’arco. In questo senso (ma solo in questo senso) posso accettare una specie di equivalenza delle posizioni come ricchezza dell’uomo e in questo senso (ma solo in questo senso) rigettare la posizione di chi si ritiene investito di verità rivelate e di guardarmi - con Brecht – da colui che ha dio in cielo.

[La frase riportata – occorre puntualizzare – non significa elogio dell’ateismo, ma rifiuto di idee preconcette e assolutiste. Vi è uguaglianza delle potenzialità nella ricerca, ma la verità è una conquista individuale e non tutti gli uomini sono uguali sul piano delle realizzazioni (uguaglianza dei diritti, ma non dei doveri: chi è più in alto – cfr. il maestro nel Gioco delle perle di vetro di Hesse – ha più doveri). La strada è per tutti, ma sarà percorsa solo da chi vorrà e ne sarà capace. Troppo facile invece la polemica sulla validità delle diverse vie, a patto di mantenere una sola meta.

E quindi spingendo il simbolismo costruttivistico alle sue conseguenze estreme (estreme per chi resta legato al mondo del quotidiano e non sa procedere nel cammino,) obiettivo del camminatore deve essere anche il superamento di tolleranza e di intolleranza: io devo diventare né tollerante né intollerante.

A costo di passare per massone eretico (condizione comunque nella quale mi ritrovo) credo che quel londinese 24 giugno del 1717 sia stata la data non di inizio della massoneria moderna, ma della sua morte o dell'inizio della sua fine.

Mi spiego. Il paradosso è certo forte, ma ho notato in questi ultimi anni che colpisce solo quei massoni che io chiamo "mondani", quelli cioè convinti che il fine dei lavori di loggia sia la estrinsecazione esterna di qualcosa (e non sanno che si può portare fuori solo quello che si ha dentro).

Il massone tradizionale costruiva. Il massone moderno che fa? Io non lo so (o temo di saperlo anche troppo bene), lui invece non lo sa e crede di saperlo anche troppo bene. E qui sta il guaio.

Il massone operativo aveva un criterio di giudizio sul suo lavoro estremamente obiettivo e pratico: se la costruzione stava in piedi, il lavoro era buono; se l'edificio crollava, il lavoro era da rifare.

La muratoria è prassi. La conseguenza di un’azione non si basa sull’aspettativa di punizioni o premi da parte di entità superiori, ma semplicemente sul controllo dell’azione stessa. Il controllo può essere eseguito dalla coscienza individuale (giudice molto più spietato e meno caritatevole di altri) oppure dalla verifica per così dire “sperimentale” di quanto compiuto. L’analogia si pone con la costruzione di un manufatto. Se le nostre azioni portano ad esempio alla costruzione di un muro che crolla, allora quelle azioni sono da evitare e condannare. Se invece il muro sta ritto e ben saldo, allora le azioni compiute non sono biasimevoli.

Io non costruisco un muro per ottenere l’approvazione o evitare la disapprovazione del giudice; io costruisco il muro perché debbo costruirlo. Se il muro non regge, è da rifare, se il muro regge, è da accettare.

Nella massoneria di oggi vedo invece molti soloni che pontificano sugli scopi: ho l'impressione che per loro l'impegno si riduca ad una vaga prospettiva moraleggiante e non siano in grado di comprendere la valenza del lavoro muratorio. E quindi accolgano di buon grado "aperture" verso il mondo esterno per conferire senso alla loro attività.

Io credo che la massoneria sia una scuola spirituale (non di vita o di comportamento o altro). E' chiaro che una evoluzione spirituale implica anche un comportamento "migliore" nella vita quotidiana che porta in tal caso il massone, un singolo massone, ad essere punto di riferimento per chi gli sta vicino. Ma l'obiettivo credo sia appunto quello e non questo.

L'avere perso di vista lo scopo primario non ha consentito la necessaria oculatezza nel proselitismo, situazione aggravata magari da capitazioni eccessive, se non abnormi. Per cui a certi (forse troppi) massoni contemporanei incapaci, di comprendere la valenza di un lavoro su se stessi, per loro troppo teorico e poco incidente sulla realtà, interessa l'attività esterna maggiormente del lavorìo interiore, ridotto a formule moraleggianti.

Sono cose ormai risapute, ma a volte mi sento di paragonare questa preponderanza sull'attività esterna a quelle impazienze giovanili di studenti che ancora lontani dal titolo di studio pensano unicamente a ciò che faranno dopo averlo conseguito e non a ottenerlo nel migliore dei modi.

Perché mi sono dilungato? Perché credo che da questo errore di fondo derivi la qualità del massone contemporaneo. E così magari il bussante viene valutato non per quello che può essere, ma per quello che può significare nel sociale o nel civile (Cfr il comunicato del Gran Maestro della Gran Loggia dello Stato di New York che annuncia con malcelata ostentazione l’ingresso del pronipote del presidente Harding). Si considera quindi la loggia alle stregua di un circolo culturale o sociale con tutte le implicanze del caso.

6.1.1 Il cantiere - gruppo

Personalmente ritengo che la metodologia di lavoro propria di una loggia massonica sia stata mutuata direttamente dall'antica operatività muratoria e risulti a tutt'oggi di una validità sorprendente. E' infatti un lavoro di gruppo: la Loggia è un cantiere che deve costruire un edificio e nel cantiere ciascun operaio ha il proprio compito ben definito.

Uno degli aspetti più importanti (fondamentali quasi per la solidità della costruzione) deriva dall'armonia che deve regnare all'interno del gruppo e dalla coerenza del proprio lavoro con quello degli altri (un aspetto, non secondario, può consistere nella maggiore capacità di individuare difetti e manchevolezze nel fratello che ci siede accanto molto meglio che in noi. Se l’armonia prevale posso aiutare quel fratello e posso utilizzare le osservazioni degli altri su di me; in caso contrario la situazione risulta dirompente).

E' un problema molto delicato, perché tocca la libertà del singolo e del gruppo. Mi spiego. Se il singolo lavora male è tutto il gruppo ad esserne danneggiato, per cui l'opera conseguente non viene costruita nelle condizioni ottimali. D'altro canto, se il gruppo lavora male è anche il singolo, che magari vorrebbe lavorare bene, ad esserne danneggiato.

Allora: fino a che punto il singolo, che vuole lavorare bene, può contrapporsi al gruppo che lavora male? E' corretto il termine "contrapporsi"?

E ancora: fino a che punto il gruppo, che lavora bene, può imporre la propria metodologia al singolo che lavora male? E' corretto il termine "imporre"?

In termini poetici Gibran sembra individuare la mancanza di unione e la voglia di protagonismo in una piccola, ma profonda, metafora.
Una volta, quando vivevo nel cuore di una melagrana, sentii un seme che diceva: «Un giorno diventerò un albero, e il vento canterà tra i miei rami, e il sole danzerà sulle mie foglie, ed io sarò forte e bello lungo tutte le stagioni».
Allora un altro seme parlò e disse: «Quand’ero giovane come te, anch’io vedevo le cose allo stesso modo; ma ora che le cose so ben pesarle e misurarle, vedo che quelle mie speranze erano vane».
E anche un terzo seme parlò: «Non vedo in noi nulla che prometta un così grande futuro».
E un quarto disse: «Ma che beffa sarebbe la nostra vita senza un grande futuro!».
E un quinto: «Perché disputare su ciò che saremo, quando non sappiamo neanche quel che siamo ora?».
Ma rispose un sesto: «Qualunque cosa siamo, quello continueremo ad essere».
E un settimo disse: «Io ho un’idea abbastanza chiara di come sarà ogni cosa, ma non riesco ad esprimerla con parole».
Parlò poi un ottavo — e un nono — e un decimo — e molti altri —finché tutti ebbero parlato, ed io non distinsi più nulla, a causa delle tante voci.
E così volli passare quel giorno stesso nel cuore di una mela cotogna, che contiene pochi semi e quasi tutti silenziosi.
[Gibran, Il folle, 1918, in Gibran K. Gibran, Tutte le poesie e i racconti, Roma, 1993.p. 24].

Gibran a mio parere mette in evidenza l’ostacolo che si pone quando tentazioni individualistiche impediscono la continuazione del cammino.

Il rapporto singolo - gruppo è però ancora eccessivamente semplificato perché si evidenzia solo la brutalità del dilemma e non la profondità del lavoro muratorio, che si realizza in diversi piani con diverse chiavi di lettura.

Il rito ancora può suggerire la (una?) risposta. La pietra del recipiendario né rettangolare né quadrata viene scartata più per inconsapevolezza degli Ispettori piuttosto che per insipienza dell'operaio. Ma la richiesta di salario senza averne diritto (e quindi senza possedere un marchio registrato, le qualificazioni indispensabili) costituisce senza dubbio un atto colposo ancorché non voluto. La preterintenzionalità dell'atto può al più mitigare la colpa, ma non cancellarla. La solidarietà (termine qui usato nel significato più ampio) interviene per evitare la pena e trasformare la colpa in prova da superare.

La solidarietà come premessa dell'armonia può aiutare nel lavoro comune, a patto che i fratelli, sinceramente, senza prevenzioni e presunzioni, siano disposti ad ammettere i limiti e le manchevolezze del proprio lavoro.

Sembra un discorso ovvio, e probabilmente dovrebbe esserlo. Ma se parlarne in via teorica è molto facile; risulta al contrario molto difficile quando tocca il proprio lavoro, cioè quando il gruppo ritenga che sia io quel fratello che lavora male: potrei infatti chiedermi se sia proprio io a lavorare male o non sia piuttosto il gruppo a volermi imporre metodologie non pertinenti e contenuti impropri.

Ecco, ritengo che qui si trovi il punto cruciale, perché da una parte si sottolinea l'importanza del lavoro comune, dall'altra si mette alla base del lavoro (del mio lavoro), proprio quella pietra né rettangolare né quadrata scartata frettolosamente. Il lavoro si svolge sempre su un equilibrio delicatissimo: io lavoro con gli altri ma sono in possesso di un quid che gli altri non sono in grado di riconoscere se non dopo verifiche ulteriori. Ma anche ciascuno degli altri è in possesso di un quid (coincidente con il mio?) che tutti gli altri (tra cui anche io?) non sono in grado di riconoscere se non dopo verifiche successive.

La simmetria della situazione porta ad un circolo vizioso se perdiamo di vista l'obiettivo costruttivistico: sia io che gli altri (anzi, meglio, tutti noi) dobbiamo costruire un muro, solido, non storto, formato di pietre singole, ma amalgamate in un tutto unico, e quindi una struttura unitaria (sia pure unità composita, di ordine superiore). Per mutuare un esempio dalla scienza, una determinata composizione di atomi forma una molecola, elemento unitario di una
sostanza diversa, con nuove proprietà che i singoli atomi non possedevano.

La situazione però presenta ulteriori simmetrie. Il mio stesso lavoro interiore deve essere un tutto armonico, nel quale le singole facoltà debbono essere modificate, trasmutate quasi per cooperare ad un risultato equilibrato senza la prevalenza di una sulle altre, ma con l’obiettivo della costruzione di una entità nuova, diversa dalla precedente.

L'atteggiamento che ha sia il singolo verso il gruppo, sia il componente del gruppo verso il singolo può essere dirompente, se non è in grado di inserirsi nel flusso dell'iter muratorio di una nuova costruzione. Dovrà essere quindi l’ulteriore lavoro (che nel mio percorso credo di individuare nel completamento del manufatto e quindi del Tempio ideale) a rinforzare gli anticorpi per evitare quelli che in ultima analisi possono essere veri e propri deliri di onnipotenza.

Se sappiamo ben comprendere riusciamo a capire come si possa eseguire un lavoro collettivo senza perdere la propria individualità

La pietra grezza era estratta nella cava e lì sgrossata grossolanamente. Poi veniva trasportata nel cantiere dove subiva una successiva sgrossatura e veniva squadrata.

Se osserviamo attentamente la struttura delle antiche costruzioni notiamo che era però polita e lisciata solo la faccia che compariva all’esterno del muro: le altre facce erano lasciate scabre, eventualmente vi venivano incise scanalature oblique allo scopo di fissarle meglio tra loro.

Si rafforza l’insegnamento del simbolismo operativo: le pietre non perdono le singole individualità, ma assieme compongono una “unità superiore”, vale a dire il muro.

La pietra perfettamente liscia e lucida (come certi souvenir di Carrara, per esempio) non è adatta alla costruzione perché non riesce a far presa con quella a fianco, quindi le singole pietre non possono avere superfici perfettamente lisce (si potrebbe dire: la perfezione non è di questo mondo), ma sono sgrossate per quel tanto che rende le irregolarità in un certo senso “compatibili” tra loro: non siamo santi, siamo solamente uomini che cercano di migliorarsi. Il muro risulta solido non per l’uniformità delle pietre, ma per le scabrosità che permettono di aumentare la solidità dell'edificio. Per similitudine, il proprio lavoro interiore non è la ricerca della “santità” (per usare un termine religioso), ma la ricerca del proprio punto di equilibrio. Fuor di metafora, per vivere ho bisogno di mangiare, ma non debbo vivere per mangiare. Ben venga l’apprezzamento del cibo e il rispetto del proprio corpo, ma non per farne una ragione di vita. Ben venga un’agape fraterna, ma non per farne un banchetto sontuoso per crapuloni.

La norma quindi alla quale il lavoro deve adeguarsi non è una regola astratta, ma un principio che sa adattarsi alle esigenze (non adattamento conformistico del principio alle occasioni, ma flessibilità a seconda del materiale e ricorso a princìpi diversi a seconda delle situazioni diverse: per squadrare la pietra occorre mazzuolo e scalpello, per stendere la calcina occorre invece la cazzuola; mazzuolo e scalpello non possono usarsi allo stesso modo della cazzuola). Inoltre il camminatore sa che la norma, ogni norma, è contestualizzata alle contingenze spazio-temporali: la legge va seguita, ma sapendo che andrà superata (non contraddetta, ma superata). Non dimentichiamo il simbolo della chiave di volta: la pietra non conforme alle regole della squadratura è l’unica in grado di chiudere l’arco. Il singolo che riesce a differenziarsi dal resto, dal conformismo, ottiene un cammino più incisivo; il Maestro che ha progettato quella particolare pietra è riuscito a vedere la norma non come principio assoluto, bensì contestualizzata alla situazione ed è stato capace di andare oltre e creare una nuova norma.

Il conformarsi al rituale è segno di libertà se viene vissuto e interiorizzato come strumento di lavoro spirituale, altrimenti si banalizza in adeguamento più o meno obbligato a regole esteriori non sempre condivise con dissonanze che non permettono un lavoro produttivo: nel lavoro rituale correttamente inteso infatti le singole individualità vengono rispettate, vibrano in assonanza e manca totalmente l'aspetto costrittivo del gruppo sul singolo.

6.1 Maestro del Marchio

Il sistema del Marchio rappresenta una tappa importante del cammino del libero muratore, svolgendo due insegnamenti fondamentali: la capacità di “firmare” la pietra con il proprio marchio e l'abilità di “chiudere” l’arco con il proprio manufatto (la propria pietra, la Pietra di Volta). In queste pagine seguo il sistema americano del Rito di York, ma le considerazioni simboliche valgono anche per gli altri tre sistemi (inglese, scozzese, irlandese), le differenze tra i quattro essendo di carattere organizzativo più che simbolico-esegetico.

Dunque il recipiendario presenta all'ispezione il proprio lavoro, ma gli Ispettori non accettano la sua pietra e la scartano. Non può pretendere il salario perché il suo marchio non è conosciuto: scambiato per un impostore, sarebbe punito se non venisse riconosciuto come operaio del Craft.

Per quale ragione il lavoro svolto non passa l'ispezione? A differenza della pietra ben squadrata degli altri scalpellini, la sua, né rettangolare né quadrata, viene scartata. Ma proprio la pietra scartata per la sua forma bizzarra viene scoperta essere la chiave di volta necessaria per completare l'arco.

Ecco dunque il grande insegnamento: un manufatto, inizialmente scartato perché non eseguito secondo la norma, viene proprio riconosciuto come l'unico in grado di completare l'opera.

martedì 29 settembre 2009

6 La Massoneria della Pietra

Massoneria operativa significa ierofania della pietra organizzata da un insieme di tecniche professionali, di geometria, di lavoro. Attraverso gli strumenti del lavoro (squadra, compasso, regolo, cazzuola,...) si sollecita un processo di trasformazione interiore, che potrà condurre i Fratelli ad approdi diversi.

La ritualità e simbologia muratoria (ridotta al minimo comun denominatore e perciò universale) può schematicamente procedere secondo i seguenti punti.

Grado di Apprendista: il profano viene introdotto nell'universo della Loggia (mondo a lui ignoto) ed istruito sui princìpi e simboli essenziali dell'Arte.

Grado di Compagno: viene approfondito il lavoro e si completa con la padronanza delle metodologie di lavoro, opposte e complementari alle precedenti. Si aggiungono nuovi simboli (la stella fiammeggiante) e nuove istruzioni.

Grado di Maestro: il libero muratore rivive la storia di Hiram rinascendo al mondo dello Spirito (vera e propria ars moriendi massonica, secondo Moramarco).

Su questa base comune si sono innestate varianti di carattere storico, geografico, interpretativo e sovrapposte tradizioni e concezioni rituali anche diverse che hanno dato origine a vari sistemi rituali.

Ciò dipende a mio avviso dalla essenziale ambiguità del simbolo, che trascende la realtà sensibile e affonda le radici nella categoria dell'extra-razionale (e quindi del non definito).

Ogni concezione dunque può risultare pertinente a patto che riconosca al suo interno quell'insieme di nozioni universali conformi alla “massonicità” (non è “riduzionismo”, ma riconoscimento di un nucleo comune a tutte le tradizioni che si vogliono innestare sulla muratoria). Questa almeno è la posizione “ufficiale”. Per parte mia ritengo comunque che non sia opportuno (anche se normativamente possibile) immettere su una base muratoria (l’Ordine, per intenderci) qualunque sistema o qualunque tradizione: sarebbe quanto meno necessario un minimo di coerenza “culturale”.

Tra tutti i sistemi possibili credo che la Massoneria della Pietra (Massoneria del Marchio e dell’Arco Reale) sia tra le più vicine all’antica operatività, là dove insegna al Muratore come e perché "firmare" con il proprio marchio il lavoro eseguito e a costruire l'arco che finalmente "unisce" le due colonne.

lunedì 28 settembre 2009

5.7.1 Legittimità e patenti

Nel mondo massonico, accanto al concetto di regolarità, assume importanza il principio di legittimità.

Schematicamente possiamo affermare che la regolarità consiste nell’osservanza degli Antichi Doveri e l’irregolarità nella loro inosservanza (come il Grande Oriente di Francia che ha abolito la formula del GADU o le massonerie che accettano le donne) mentre la legittimità si riferisce a quei corpi che operano in uno stato già occupato da una Obbedienza regolare (esempio beffardo può essere l’Italia dove il GOI risulterebbea regolare, ma non legittimo, data la presenza della Gran Loggia Regolare d’Italia che ha il riconoscimento della Gran Loggia Unita di Inghilterra).

La legittimità nasce anche dal possesso di «patenti» autorizzanti un certo lavoro.
Mi spiego.
PREMESSA. In queste pagine uso il termine rito con accezioni diverse. Intendo per rito (iniziale minuscola) la cerimonia, prescritta e descritta dal “rituale” (che in lessico teatrale – absit iniuria verbis - potremmo chiamare sceneggiatura) che si svolge durante un lavoro massonico (iniziazione al grado di apprendista, di compagno, ecc.) e Rito (iniziale maiuscola) un corpo (non necessariamente innestato su logge massoniche) che si basa su un rituale comune (per esempio il Rito Scozzese Antico ed Accettato, il Rito di York, il Rito di Memphis e Misraim, ecc.).

Se a me interessa per esempio il Rito X (corpo rituale muratorio non operante in Italia) e riesco a convincere le autorità di quel Rito della opportunità di estenderlo anche in Italia allora mi verrà concessa l’autorizzazione (la patente, appunto) a fondare camere rituali anche in Italia. Se in seguito quel Rito crescerà, potrà – a richiesta e su concessione delle autorità del paese di origine – ottenere l’autorizzazione ad essere indipendente e a non lavorare in subordine al paese di origine.

Tutti i Riti massonici in Italia sono sorti da una patente concessa da altri e così è anche per l’Ordine.
Perché una nuova Gran Loggia possa essere riconosciuta dalla G. L. U. d’Inghi1terra, è necessario che essa sia formata da almeno tre Logge regolari all’interno di un Paese massonicamente non occupato. La regolarità implica qui che le Logge costituenti una nuova Gran Loggia siano state in precedenza all’obbedienza di qualche Potenza massonica straniera regolare, il che non contraddice assolutamente il principio suesposto dell’autonomia della Loggia, poiché in ultima istanza discende dal fondamento tradizionale stesso dell’Ordine, per cui nessuno si fa Massone da sé ma deve essere iniziato in una Loggia: se in un determinato paese la Massoneria regolare è assente il candidato dovrà rivolgersi a una Loggia straniera, e quando un numero sufficiente di suoi connazionali sarà analogamente stato ammesso nell’Ordine, i nostri potranno creare Logge (con Bolla emessa dalla Gran Loggia alla cui obbedienza operano la o le Logge in cui vennero iniziati) e chiedere poi l’autonomia come nuova Gran Loggia. Simile processo, si noterà, serve a impedire soluzioni di continuità nella tradizione iniziatica, ma non implica affatto che la Loggia non sia autògena. Essa in effetti lo è, ma se non intende subire l’ablazione dalla Massoneria Universale deve comunque far riferimento, fin dall’inizio della propria esistenza, al quadro dei rapporti che regolano la filiazione di nuove unità massoniche nel mondo.
[Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, vol. 1, Reggio Emilia, 1989, p. 235].

Quindi tra le condizioni che assicurano la continuità sussiste il requisito di un regolare ingresso dei richiedenti il nuovo status (la patente, appunto).
Tutti i corpi tradizionali, non solo massonici (mi riferisco per esempio al martinismo), mantengono la trasmissione (la catena) con la continuità attestata dalle “patenti”.

Guénon su questo punto è perentorio: nel capitolo V delle Considerazioni sulla via iniziatica ribadisce appunto che il collegamento [ad una organizzazione tradizionale regolare, dove per tale il Nostro intende una organizzazione depositaria di una influenza spirituale] (…) deve essere reale ed effettivo, e un cosiddetto collegamento «ideale», come alcuni si sono compiaciuti a volte di considerarlo nella nostra epoca, è interamente vano e di nessun effetto.
[René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, Genova, 1987, p. 53].

Mi pongo subito una domanda: colui che fondò l’organizzazione tradizionale in virtù di cosa lo fece? Da chi o cosa fu «autorizzato» alla fondazione?

Faccio un esempio. Il Rito Noachita in Italia è stato fondato nel 1986 su autorizzazione (patente) di alcuni massoni inglesi che detenevano la tradizione (patente) del Rito Swedemborghiano.
[Il compito di ridestare il Rito (originalmente detto Antico e Primitivo, o Swedenborghiano) fu affidato dal Fratello Desmond Bourke a Michele Moramarco, nel dicembre 1982, in una sala del British Museum, ove Bourke era impiegato. Il Charter, poi, fu intestato e inviato al medesimo Fratello italiano dalla R. L. "Heliopolis" n.1 (Memphis-Misraim) di Londra, garante della trasmissione e della operazione di risveglio, che comportò una rettifica dei rituali e del titolo. (da http://noachmason.blogspot.com, che riporta - per quanto è a mia conoscenza - correttamente ciò che effettivamente accadde).]

La tradizione (trasmessa e modificata dallo Yarker (1833-1913, eclettico personaggio inglese), giunta a metà del secolo scorso in Inghilterra dal Canada e là dagli Stati Uniti (sembra che il Rito fossa nato proprio lì, ma la tradizione o leggenda vuole che provenisse dall’inglese Rito dei Teosofi Illuminati esportato nel nuovo mondo alla fine del XVIII secolo. Parlo di leggenda perché «fumosi» sono gli inizi del Rito e certa è solo la presenza dell'onniprsente Yarker in ogni alto grado).

E’ quindi un Rito legittimo. Nato come corpo autonomo (su autorizzazione di quei fratelli inglesi) con permesso ad eventuali rettifiche dei rituali (sempre su autorizzazione di quelli) è oggi un Rito che legittimamente ha compiuto determinate scelte (per esempio il collegamento al Goi) e, indipendentemente da interferenze dei “patentanti”, svolge in Italia la propria attività.

Ho citato solo un esempio, ma potrei continuare a lungo: praticamente alla base di ogni sistema tradizionale, muratorio o no, si trova una continuità dalle origine dimostrata dalla continuità delle patenti: una specie di albero genealogico.

Per amor di verità però non si può non tener conto della mancanza di chiarezza in molti passaggi di patenti, per cui in praticamente tutti gli organismi tradizionale si rilevano momenti di nebbia (soprattutto a causa della “disinvoltura” ci certi personaggi per i quali la precisione filologica è spesso inversamente proporzionale all’entusiasmo).

La domanda posta (da chi hanno avuto la patente i primi?) credo possa puntualizzarne la valenza. Dal punto di vista normativo il possesso di una autorizzazione dovrebbe evitare il contestuale prolificare degli stessi corpi negli stessi spazi con un significativo aumento della confusione.

Da un punto di vista iniziatico e spirituale invece è per così dire “definitiva”. Se l’atto (rito) di iniziazione pone una continuità non solo ideale, ma effettiva con la vibrazione iniziale (René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, op. cit., p. 50), l’interruzione della sequenza risulta disastrosa: non si può trasmettere nulla.

Ma l’indagine sull’iniziatore della catena diventa altrettanto importante.

Mi spiego con un esempio. Dall’indagine storica risulta che il cristianesimo è iniziato dalla figura di Paolo, persona estranea alla cerchia degli intimi di Gesù, che non ha mai conosciuto personalmente. Il problema della patente, dell’agire cioè a nome di qualcosa o qualcuno che ti manda, è talmente importante che lo stesso Paolo, all’inizio della sua predicazione, sente il bisogno di affermare continuamente la propria legittimità (Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio - Atti, cap. 9) e pone all’inizio della sua missione un fatto soprannaturale che lo possa legittimare agli occhi dei seguaci (2 Corinti 1:1).

Ogni esercente cose spirituali afferma la propria idoneità basandosi su una continuità col passato (p. e. il vescovo cattolico afferma la continuità attraverso il proprio consacratore e il consacratore di quello e così via con la gerarchia tradizionale fino allo stesso Pietro investito direttamente dal divino. Matteo 16,18 : Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò la mia chiesa e le porte dell'inferno non la potranno vincere.) o con qualcuno o con qualcosa.

Ogni ordine iniziatico sente il bisogno di richiamarsi alla catena iniziatica mediante il collegamento alla catena dell’ordine (si consideri la catena degli iniziatori martinisti o la regolarità delle logge massoniche, nate appunto “regolarmente” entro la propria Obbedienza in modo prescritto e – teoricamente – rigoroso).

Il mio pensiero però è cambiato negli ultimi anni. Prima ero convinto della necessità della continuità della catena, pena la rottura e la impossibilità della trasmissione. Davo cioè molta importanza alla necessità che un “anello” della catena avesse i collegamento con gli anelli precedente e seguente.

Ma le riflessioni proprio sulla catena martinista, dove due iniziatori, Papus e Chamboseau si scambiarono vicendevolmente le iniziazioni in quanto ciascuno nella propria genealogia iniziatica presentava punti oscuri (l’uno aveva una presenza femminile e l’altro una omissione) mi ha portato a non dare eccessiva importanza a tali questioni.

Mi spiego. E’ certamente significativo inserirsi correttamente nella catena di altri ricercatori: il lavoro ne verrebbe amplificato e ci si porrebbe nella continuità con i Maestri passati. Ma non è indispensabile. Del resto, chi furono i primi? Con chi si collegarono, se furono proprio loro a cominciare?

Il collegamento avviene con il mondo che si trova sotto la parte razionale dell’uomo, il mondo dell’altrove, mondo con il quale ogni uomo può (se vuole e se ne ha la possibilità e se ne ha le capacità) porsi in correlazione e lavorare con la necessaria continuità.

Chi fatica a costruire il collegamento da solo, può validamente agganciarsi ad organismi tradizionali che vantino una corretta connessione: troverà la via tracciata per grandi linee, ma dovrà essere poi lui a camminare, non l’organismo o l’istituzione.

Da cosa sono stati legittimati i primi massoni o i primi martinisti? Con buona pace di Guénon ritengo che il “primo” abbia senza dubbio avuto una per così dire “intuizione particolare” e che la continuità della catena sia certo importante; lo spirito però non cammina sulle gambe e sui brevetti, bensì soffia dove vuole.

Ecco il motivo per cui le questioni su regolarità e legittimità mi interessano poco.
A me interessa il metodo muratorio e sono conseguentemente del parere che un profano iniziato da sette massoni regolarmente iniziati sia a sua volta massone legittimo e regolare. Non posso però nascondere che, in situazioni ove è possibile la presenza devastante di personaggi obliqui, il riconoscimento di obbedienze estere (e quindi il riconoscimento di regolarità e legittimità) può garantire un minimum di serietà di lavori e comportamenti: appunto può, non è.


POST-SCRIPTUM 2
Regolarità e legittimità appaiono i nuovi paletti entro cui le obbedienze massoniche sono costrette a muoversi.

Al camminatore non può sfuggire il richiamo alle due colonne del Tempio e quindi alla metodologia del binario.

Da malpensante si pone il problema: se appunto regolarità e legittimità siano le nuove colonne del Tempio con le quali le Obbedienze dovranno confrontarsi e superare per costruire l’universalità muratoria (o semplicemente umana)?

5.7 Regolarità

La Gran Loggia inglese nel 1929 tradusse in termini moderni i paletti che permettessero di riconoscere la regolarità di obbedienze estere. Sono i Basic Principles for Grand Lodge Recognition, ribaditi nel 1949 negli Aims and Relationships of the Craft.

In termini più semplici o semplicistici, l’Obbedienza muratoria che accetta e adempie a questi princìpi (ribaditi nelle linee essenziali nel secondo dopoguerra) è regolare, in caso contrario non lo è.

[Per chiarezza puntualizzo il significato che attribuisco al termine Obbedienza, vocabolo frequentemente usato e spesso con semantiche diverse. Per me Obbedienza è semplicemente sinonimo di organizzazione massonica ed è svincolato da qualsiasi legame con regolarità e “massonicità”. Sette maestri massoni possono costituire una loggia, svincolata da qualunque “associazione” massonica, che “sia e faccia” massoneria più e meglio di altre logge “all’obbedienza di…”.]

All’atto pratico verrebbe considerata regolare l’istituzione massonica riconosciuta dalla Gran Loggia d’Inghilterra. Per cui, per esempio, il Grande Oriente d’Italia sarebbe stato “regolare” solo nel periodo in cui ha avuto il riconoscimento inglese, da Salvini a Di Bernardo (ma la situazione appare oggi mutata - vedi più giù il paragrafo Post-scriptum 0: La stessa Gran Loggia d'Inghilterra pare considerare non coincidenti i termini “regolarità” e “riconoscimento Gran Loggia Inglese”).

Mi pare una concezione prossima agli autoritarismi religiosi e ormai incoerente con i tempi (poteva forse essere accettata ai tempi della supremazia politica inglese). Non credo che la Gran Loggia d’Inghilterra solo per una priorità temporale possa ancora oggi godere di una primazia dottrinale.

Pur concordando con la necessità di un organismo che possa realizzare i collegamenti internazionali tra le varie comunioni massoniche, credo che si debba procedere verso una specie di ONU delle massonerie piuttosto che attribuire ad una sola comunione (sia pure prestigiosa - anche se il prestigio si acquista da comportamenti odierni non come eredità del passato) il diritto di stabilire chi è regolare e chi no.

La nozione stessa di regolarità ormai deve essere rivisitata e contestualizzata ai nuovi tempi.

Riassumendo quindi quanto detto in precedenza osservo i punti che è mia opinione debbano essere rivisti per attribuire appunto il “patentino” di regolarità:

1.una comunione per stato,

2.questione femminile,

3.credenza religiosa e ateismo.

A proposito della prescrizione di una sola comunione massonica per nazione, anche il buon senso mostra il superamento della norma.

Preso atto che le comunioni massoniche in una nazione sono ormai più di una (mi riferisco all’Italia, ma l’esempio è valido ovunque), se per caso si verificassero rapporti problematici con le autorità civili non sarebbe opportuno che le varie organizzazioni muratorie assumessero comportamenti analoghi concordati assieme?
Per uscir di metafora e restare nel nostro recentissimo passato, si sarebbe potuta verificare una situazione anacronistica. Di fronte a richieste di pubblicazione degli elenchi degli iscritti (pubblicazione non prescritta dalla legge, ma richiesta allora da molti – ai fini del ragionamento non importa se strumentalmente), che sarebbe successo se una comunione massonica avesse assecondato la divulgazione e l’altra no? Non sarebbe opportuno che comportamenti del genere venissero preventivamente concordati tra le varie obbedienze di quello stato?

Il buon senso però si scontra fatalmente con le diverse scomuniche che i massoni e le massonerie si sono reciprocamente scambiate e l’esercizio di una tolleranza preventiva non è scontato. Come posso sostenere infatti che la mia massoneria sia regolare e anche la tua lo sia, proprio quando uno dei requisiti della regolarità è l’unicità della comunione massonica per nazione?

E posso io massone “regolare” unirmi – sia pure in organismi che non lavorano ritualmente – con altri massoni che “regolari” non sono? La domanda non è peregrina, in quanto contatti del genere hanno spesso condotto alla sospensione o all’espulsione dalla propria comunione (appunto una scomunica).

Ci sono molti problemi da affrontare di non facile soluzione.

Per esempio l’organismo di collegamento tra le varie massonerie (una specie di consulta) da chi deve o può essere composto? Da chiunque fondi una massoneria (anche le più “personalistiche” – per usare un termine neutro – e bizzarre)? Si entra per cooptazione? Si entra in base al numero di aderenti?

E ancora. Io personalmente farei fatica (ma forse è una mia limitazione personale) a lavorare assieme (sia pure non ritualmente) con chi abbandonò la mia comunione sottraendo “beni materiali” che non erano di sua proprietà, ma appartenevano a tutti i fratelli che li avevano acquistati. E ci fu anche chi abbandonò l’organismo cui apparteneva sottraendo archivi in suo possesso in virtù dell’incarico che in quel momento ricopriva.

Si badi bene. Io riconosco fratello anche chi volontariamente e alla luce del sole intraprende un discorso divergente: ci si lascia da buoni fratelli con la consapevolezza che si rimane fratelli (anche se spazialmente lontani). Faccio fatica a riconoscere fratello chi si allontana di soppiatto con cose non sue o non solo sue.
Se costui chiedesse di entrare nel fantomatico organo di collegamento tra le varie massonerie, io personalmente avrei qualche problema ad accettarlo. E si badi bene a non tacciarmi di intollerante e "scomunicatore". E’ solo atteggiamento conseguente ad altri atti che eufemisticamente posso chiamare scorretti.


POST-SCRIPTUM 0
Dal Forum Massoneria Tradizionale (http://lodgeroominternational.com/).

Nei giorni 4 e 5 settembre 2009, presso la sede della Grande Loge Nationale Française (Glnf), a Parigi, si è svolto il Secondo Meeting dei Gran Maestri delle Gran Logge Regolari d’Europa.... Il Pro Gran Master della Gran Loggia Unita d’Inghilterra (Ugle) ha ribadito, nel far riferimento ai casi particolari di Grecia e Italia (ove sono presenti sul territorio due diverse Obbedienze ritenute regolari), che per parte loro non pongono alcuna pregiudiziale nei confronti della regolarità storicamente esercitata dal Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani. In altri termini, per quanto non sussista al momento un mutuo riconoscimento istituzionale tra il Goi e la Ugle, entrambe queste potenze massoniche si considerano reciprocamente come Obbedienze regolari e legittimamente istallate, che lavorano all’insegna della regolarità e pertanto non si frappone alcuna difficoltà alla mutua collaborazione e partecipazione a riunioni istituzionali e meeting internazionali di carattere massonico.


POST-SCRIPTUM 1

Ho letto (gennaio 2004) in una Mailing-list massonica il seguente intervento che pone una questione interessante e delicata.

"...È successo che un membro della Grande Loge Nationale Française nel sud della Francia ha fatto causa alla sua Gran Loggia perché non gli era permesso andare in visita dove gli pareva, e ciò in violazione alle leggi europee e francesi che regolano le associazioni no-profit (quali sono considerate qui in Francia le Gran Logge). La Grande Loge Nationale Française ha perduto davanti al Tribunal de Grande Instance di Nizza il 2 Ottobre 2001, e ha perduto di nuovo il 18 Aprile 2002 davanti alla Corte d'Appello di Aix-en-Provence.
La decisione riguardava "l'articolo 4, penultimo paragrafo delle Costituzioni e Regolamenti generali della GLNF" che recita: Ogni Fratello eviterà di partecipare alle tornate rituali o a riunioni non aperte al pubblico di associazioni massoniche non riconosciute dalla GLNF".
La corte ha stabilito che "in questi termini esso costituisce una violazione della libertà di associazione e una discriminazione ingiustificata".
Il Tribunale di Nizza ha trovato inoltre che la regola enunciata contravviene all'articolo 2 della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino della Costituzione Francese, all'articolo 11 della Convenzione Europea sui Diritti Umani e all'articolo 20 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Di conseguenza, è oggi giurisprudenza che ogni regola che permette di visitare solamente corpi massonici riconosciuti sia da considerare illegale, fraudolenta e perciò nulla e non posta.
La Corte ha anche affermato il punto importantissimo che, anche se non può vincolare le attività esterne dei suoi membri, una associazione può selezionare i suoi candidati e filtrare i suoi visitatori esterni secondo sue proprie condizioni e regole. Questo significa che la GLNF, o qualsiasi altra associazione, non è obbligata ad ammettere qualsiasi candidato o visitatore che bussi alla sua porta. Ciò implica chiaramente che nessuna Gran Loggia in Francia è obbligata ad ammettere membri dell'altro sesso o altri candidati o visitatori "indesiderati".
È piuttosto interessante che una sentenza di questo tipo, già abbastanza vecchia, abbia potuto essere tenuta sotto silenzio così a lungo".
L'autore del messaggio è Mike Segall, membro del Consiglio Federale della Gran Loggia di Francia e "ambasciatore" presso le Grandi Logge Americane della sua Obbedienza.


Un altro intervento, nel commentare la notizia, aggiunge: Così l'appartenenza ad una associazione, normata dal Codice Civile, attribuisce all'associato dei diritti inalienabili (in Francia come in Italia) che clausole statutarie non possono ledere o alterare. Una clausola tipo: "in caso di lite non si può adire la giustizia ordinaria" è contra Costituzione (della Repubblica) e contra Legem, che giuriamo peraltro di rispettare al momento della nostra iniziazione.
Eppure tale clausola, posso assicurarvi, si trova ancora in molti statuti o regolamenti di Obbedienze o Riti massonici…


Non voglio commentare la notizia. Tra l’altro osservo che se la normativa di un organismo proibisce espressamente certi atti – pur ammessi nel mondo esterno – fin da prima dell’ingresso del singolo aderente, coerenza vorrebbe che l’aderente discorde combattesse per modificare la normativa spontaneamente e liberamente accettata senza rivolgersi a sentenze esterne all’organismo. Ho ricordato l’episodio semplicemente per sottolineare quanto i parametri «esterni» (politici, sociali, religiosi,…) siano inadeguati alla comprensione della vita muratoria. Nel momento in cui si vede la massoneria come punto di riferimento della vita civile, nel senso di propugnatrice di idee di libertà, laicità e democraticità, ci si scontra con la propria tradizione che filtra le idee attraverso l’operatività del mestiere, svincolata da parametri sociali e politici: si snatura così da una parte la massoneria stessa e si va incontro a contraddizioni che sul piano muratorio risultano non conciliabili.

5.6 La volta stellata

Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Kant, Critica della ragion pratica.

Il tempio della libera muratoria non è completo: ha per tetto il cielo stellato. Sicuramente il cielo stellato è uno degli spettacoli più impressionanti che possano colpire l'uomo. Credo anzi sia stata proprio la sua contemplazione ad avere avuto un ruolo non secondario nel passaggio dall'ominide sceso dagli alberi all'homo sapiens.

Se l'immagine del cielo notturno può colpire ancora oggi l'uomo materiale e materialista del XX secolo, accecato dall’inquinamento luminoso, che vede le stelle solo alla televisione e raramente ad occhio nudo, pensiamo quale impatto invece possa avere avuto su quell'essere, non più scimmia e non ancora uomo, timoroso del buio, e pur tuttavia così affascinato dallo spettacolo di una volta scura, nera, interrotta qua e là da puntini scintillanti. Volta scura che si illuminava e quindi si riscuriva, con la presenza a volte di un globo fiammeggiante e altre di un luminare minore, e altre volte solo di puntini scintillanti distribuiti secondo strane e misteriose figure.

Non possiamo certo stupirci se l'uomo pensò di associare le stelle agli dei, a dio, all’alto, all'altro, all’altrove.

E quindi uscimmo a riveder le stelle, prende atto sollevato Dante al termine della tappa infernale del suo viaggio, e non può che collegarle alla visione finale: l'amor che muove il sole e l'altre stelle.

Anche il libero muratore lavora sotto il cielo aperto nel Tempio senza tetto. La mancanza del tetto non dipende solo dall'incompletezza della costruzione: oggi manca il tetto, che verrà costruito domani (forse, se sarà in grado). Il lavoro è sotto le stelle perché più pregnante deve essere il collegamento con quel mondo buio e misterioso, eppure così fantasticamente luminoso, dell'altrove.

Le costellazioni, questi arcani disegni che gli antichi hanno costruito e individuato nella volta scura, vere e proprie chiavi di lettura del proprio interiore, non sono semplici disegni nei quali fantastiche linee immaginarie uniscono punti luminosi, ma sono modalità di lavoro che indicano obiettivi del e nel cantiere-uomo.

Così le due Orse sono punti certi di riferimento. La sempre visibile Maggiore quasi compagna e indicatrice della Minore che in questo ciclo epocale ruotando sul perno settentrionale, la stella polare, è faro sempre presente. L'asse settentrionale indica il centro di rotazione della terra e del nostro mondo. L'angolo di nord-est era quello in cui anticamente avvenivano le iniziazioni e ancora oggi nella ritualità anglo-sassone vi viene posto il neo-massone. Sotto il nord, sotto la stella polare, sedeva il Cappellano di Loggia, conservatore della Parola sacra, che all'inizio dei lavoro metteva in squadratura il cantiere con modalità ben note.

Assai belle e commoventi le leggende che le accompagnano. I greci vedevano nella maggiore la ninfa Callisto (amata da Zeus) e il figlio Arcade nella minore, trasformati in costellazioni dalla gelosia di Era. Ma gli arabi – con non frequente rovesciamento semantico – vedevano nel Piccolo Carro una piccola bara e nella stella polare un assassino condannato alla immobilità eterna. I romani chiamavano invece il Gran Carro Septem Triones, i sette buoi che lentamente arano i cielo attorno alla Polare.

E’ sufficiente alzare gli occhi al cielo e ricercare gli antichi simboli per sentirsi in sintonia con il cammino a duplice direzione tra la terra e il cielo.

Le costellazioni allora non sono più semplici storie mitologiche di edificazione (al pari delle biografie devozionistiche dei santi cattolici), ma diventano simboli capaci di far vibrare le corde giuste nell’intimo dell’osservatore.

Se l’Orsa Minore quindi rappresenta la stabilità dell’orientamento e impedisce la perdita della via, Orione il cacciatore, che splende immane nel limpido cielo invernale accompagnato dai Cani, indica il prossimo “aumento di luce” e mostra come il buio sia un periodo a termine (ma attento, camminatore, anche la luce sarà “a termine”!).

Il camminatore sarà in armonia con se stesso e la natura se saprà “pesarsi” con la Bilancia, riconoscere il binario in sé con i Gemelli e i Pesci e superarlo con la forza del Leone.

Ma ancora più significativo il suggerimento che il simbolo del cielo stellato ci rivolge. La volta stellata è ora visibile ora nascosta, ma il cielo stellato c’è, è là, sia che lo vediamo sia che resti nascosto.

Ecco le diverse modalità che il segno ci suggerisce.

La volta stellata di giorno non è visibile, ma c’è.
La volta stellata durante una serata invernale, molto fredda ma tersa, c’è: noi la vediamo.
La volta stellata in una serata estiva, afosa e fosca, è poco visibile, ma c’è.
La volta stellata in una sera nebbiosa o nuvolosa non è visibile, ma c’è.

Meditiamo sul simbolo…

domenica 27 settembre 2009

5.5 Il lavoro di Loggia

Si dice: il lavoro muratorio modifica l'uomo. E' vero, ma aggiungo: solo se si verificano le condizioni adatte. Si deve cioè lavorare bene.

Certo la Massoneria non sempre ha lavorato bene se periodicamente è stata coinvolta in tempeste che hanno ben poco di iniziatico e molto di profano. Massoni, fatti entrare per amicizia, stima nella vita sociale o altro, ma sprovvisti delle qualità necessarie, a loro volta dovrebbero filtrare e verificare nei bussanti quelle qualità che a loro mancano.
[Sicuramente un grande limite nel lavoro muratorio deriva dal livello qualitativo dei massoni di oggi. Troppi sono quelli entrati per ragioni che forse nemmeno loro conoscono. Attratti probabilmente da un'aura vagamente romantica o magari dal non volere rispondere negativamente al proponente (anche questo ho sentito dire!). O per altro ancora.]

Ma come può un cieco esaminare e giudicare sulla vista altrui? Il racconto di Tolstoj è purtroppo sempre attuale:
Un cieco di nascita domandò ad uno che vedeva: “Di che colore è il latte?”. “Il latte?” rispose l’altro. “E’ del medesimo colore della carta bianca”. “Allora fa il rumore della carta bianca quando la si spiegazza?”. “No, il latte è bianco come la farina”. “Allora è delicato al tatto e scorre tra le dita come la farina?”. “No, è bianco semplicemente, come la pelliccia dell’ermellino”. “Allora è vellutato e soffice?”. “No, il bianco è il colore della neve”. “Allora è freddo come la neve?”. E colui che vedeva, inutilmente citò altri esempi: il cieco non riuscì a comprendere come sia il colore bianco.
[Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura, Milano, 1989, p. 128].

Gibran nel Folle amplia:
Disse un giorno l’occhio: «Vedo oltre queste valli un monte velato di nebbia azzurra. Non è magnifico?»
L’orecchio udì, e dopo aver ascoltato attentamente per un poco, disse: «Ma vi è dunque una montagna? E dove? Io non la sento».
Allora parlò la mano e disse: «Sto cercando invano di avvertirla e di toccarla: non riesco a incontrare nessuna montagna».
E il naso disse: «Non c’è nessuna montagna, non ne sento l’odore».
Allora l’occhio si volse dall’altra parte, e tutti gli altri attaccarono a discutere dello strano inganno dell’occhio. E conclusero: «Ci dev’essere qualcosa che non va, per l’occhio»
.
[Gibran K. Gibran, Tutte le poesie e i racconti, Roma, 1993, p. 32].

La morale è sarcasticamente raccontata da Borges: l’orbo nel paese dei ciechi dovrà fuggire perché i ciechi si erano convinti che le sue stranezze (il vedere ciò che gli altri non potevano vedere) derivavano appunto dal suo unico occhio e avevano deciso di accecarlo (cioè normalizzarlo) e renderlo uguale a tutti gli altri...
I ciechi borgesiani mi sembrano simili a quei massoni che hanno davanti a loro tutti gli strumenti dell’arte e non li usano: non li sanno usare per mancanza non tanto di capacità operativa, quanto di coscienza di finalità del lavoro. E pretendono che anche gli altri non li usino.

Cosa significa lavorare bene? Il lavoro muratorio è corale e di gruppo. Ogni operaio è anello di una catena. Se l'anello non è in tensione non diventa conduttore e interrompe o deforma il lavoro. E' una grande responsabilità di tutti noi: partecipare ai lavori di Loggia non preparati o, peggio, increduli significa non solo non compiere lo sgrossamento della nostra pietra, ma impedire anche lo sgrossamento delle pietre dei fratelli. In tal caso gli strumenti dell'arte sono utensili inutili e la qualità dei lavori ne soffre, aspetto non secondario in una metodologia che privilegia il lavoro di gruppo: se il gruppo non è all'altezza il singolo viene frenato; se il singolo non è adeguato è tutto il gruppo ad essere frenato. E se il gruppo travalica? E se il singolo esce dal seminato?

Il massone che invece partecipa consapevolmente al lavoro di Loggia, sapendo ciò che fa, vuole usare gli strumenti dell'arte in pieno equilibrio: è l'uomo che vuole stare nel proprio centro. O almeno questo è il suo obiettivo. Se infatti ha ben saputo viaggiare all’inizio del suo iter muratorio, ha dovuto rendersi conto di se stesso, di come effettivamente è, anche se può non piacergli (molto spesso noi siamo diversi da quello che vorremmo essere e siamo in realtà quello che non vogliamo essere - e spesso non ce ne accorgiamo).

Quando lavori su te stesso non trovi mai tranquillità, ma solo disagio, determinazione e fatica. E' ben triste scoprire di essere non come si vuole, ma come in realtà si è, e operare per far sì che il dover essere diventi essere. Non è facile sgrossare la pietra, eliminare le scorie più grossolane e trasformare le altre. Far in modo che l'egoismo non si nasconda dietro l'amore e che l'orgoglio non si mascheri in sapere e conoscenza (mentre non è che sopraffazione e pedanteria).

Una volta in auto osservai il solito automobilista sorpassarmi rischiosamente per restare poi incolonnato a pochi metri davanti a me. "Cosa avrà ottenuto?" mi capitò di osservare. E un fratello, seduto al mio fianco: "Una soddisfazione interiore". Era vero. Quanta energia sprecata in una manovra inutile e pericolosa per un obiettivo tanto futile! A volte paragono certi massoni a quell'automobilista, perduti dietro ad obiettivi futili (e voglia il cielo siano solo futili e non pericolosi!).

Troppi fratelli al contrario ritengono che lavorare significhi discutere e dibattere (sia pure educatamente) e che il lavoro in terzo grado permetta di parlare più apertamente senza remore o vincoli, mentre, se vogliamo, è esattamente il contrario.

Il lavoro in terzo grado deve essere il momento qualificante per il Libero Muratore perché è solo con il terzo grado che si completa l'essenza di Massone. Sostenere che in Camera di Mezzo si può parlare di qualunque argomento è affermazione superficiale e non corretta. Si deve invece dire che solo il Maestro, a differenza dell'Apprendista e del Compagno, raggiunge il punto di equilibrio, oserei dire magico, che gli permette di essere Massone e non un semplice iscritto alla Massoneria.

Se il lavoro dell'Apprendista prima e del Compagno poi in un certo senso è preparatorio alla costruzione, il lavoro del Maestro è la costruzione stessa, quindi corale e di unione. Il Maestro costruisce il muro utilizzando pietre e unendole con la calcina perché la maestria è saper riunire ciò che è diviso.


IL VOLO DELLA LUCCIOLA
Il paragone tra i liberi muratori e le lucciole mi è stato suggerito dal fratello Battelli in una riunione “elettorale” durante la sua “campagna” alla Gran Maestranza.
[Qui non mi interessa il giudizio sul Battelli Gran Maestro, sul quale parlerà (o ha già parlato) la “storia massonica” (erano comunque i tempacci del post Salvini). Mi preme invece sottolineare che in un incontro elettorale recepii uno spunto straordinario per il mio lavoro, sul quale da allora (era il 1978) continuo a lavorare].
Partecipai all’incontro (alla loggia Venerucci) e ricordo che Battelli a un certo punto rammentò il nonno - massone pure lui – che al curioso nipotino (lo stesso Battelli) sulle reprimende della nonna cattolica praticante verso i massoni che escono di notte come le persone di malaffare e di malavita (le famose tre m!), rispose che i massoni escono di notte perché sono come le lucciole: ognuno ha una sua piccola porzione di luce e cerca altri compagni.

E’ un simbolo stupendo: la piccola lucciola che vola in sciami nelle notti estive (possiamo aggiungere: a ridosso del solstizio?), in compagnia di altre sue compagne, ma sola nella propria individualità: può descrivere con grande efficacia il lavoro del camminatore. Io credo di avere con me una piccola porzione di luce, io cerco assieme ad altri confratelli miei momentanei compagni di strada: ma la ricerca è individuale perché pur volando assieme ogni piccola lucciola va per conto suo. Drammatizzando, posso aggiungere che vago nelle tenebre, ma porto con me quella piccola porzione di luce…

5.4 Il Volume della Legge Sacra

Con squadra e compasso forma il ternario delle Grandi Luci.

Non è possibile che si svolgano lavori muratori senza che il Libro sia aperto e vi sia sovrapposto, nel modo appropriato del Grado dei lavori, squadra e compasso.

Il problema fondamentale, sul quale si sono riversati fiumi di inchiostro, è sul senso del Libro della Sacra Legge, su quale sia e a quale passo vada aperto.

La Massoneria non prescrive statutariamente quale debba essere il Libro sull’Ara, ma l’uso e la genesi del massone hanno portato la scelta sulla Bibbia. Le ragioni sono ovvie. La Massoneria è nata in ambito cristiano, e pur lasciando libertà di religione ai propri adepti è innegabile che la quasi totalità dei massoni sia di formazione cristiana o ebraica. Se poi nel tempo vi sono stati e vi sono massoni non cristiani o non ebrei, il fenomeno resta tuttavia marginale.

Ciò ha comportato che la scelta del Libro Sacro fosse la Bibbia (pur nelle sue differenti versioni). Trascurabili e secondarie infatti sono – a mio parere – le presenze di altri Libri (anche se nulla ne vieta la presenza).

Credo che vadano puntualizzate alcune considerazioni.
1. La presenza del Libro è obbligatoria durante i lavori di Loggia.

2. Il Libro viene aperto, ma non vi si legge nessun passo.

3. Sul Libro aperto è posto il sigillo di squadra e compasso, in posizioni differenti a seconda dei gradi in cui l’officina lavora.Il passo su cui è aperto il Libro è l’incipit del Vangelo di Giovanni (secondo i nuovi rituali del Goi). Non è una prescrizione universale, tanto che nei rituali del Goi in essere alla mia affiliazione (1972) l’apertura poteva essere sia al vangelo di Giovanni sia a 2 Cronache 6. In altre Obbedienze si apre il Libro in punti diversi. A volte il Libro viene aperto in passi diversi a seconda del grado in cui si lavora.
[In Inghilterra il Rituale Bristol prevede l'apertura del Libro a Ruth 2:19 in Primo Grado, Giudici 12:5-6 in Secondo e Genesi 4:22 in Terzo (brani che ricordano le Parole di Passo del grado). Il Rituale Emulation invece apre al capitolo sesto di 2 Cronache (la preghiera di Salomone al termine della costruzione del Tempio).

Negli Stati Uniti (vedi il sito http://bessel.org/vslopen.htm) in diverse Gran Logge l'apertura è sul Salmo 133 (quello che incomincia: Oh, come è bello e come soave / che i fratelli dimorino insieme...) per il grado di Apprendista, sul capitolo settimo del libro di Amos (là dove il profeta vede il Signore su un muro con in mano il filo a piombo) per quello di Compagno d'Arte e in grado di Maestro sul capitolo dodicesimo del Qoelet (l'Ecclesiaste): Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza... fino al versetto 7: ...e la polvere torni alla terra come era prima e lo spirito torni a Dio che l'ha dato. In altre Gran Logge si apre in passi diversi e diversi per i tre gradi. In altre invece l'apertura è causale, ma non su pagine con disegni. Interessante la Gran Loggia del Mississippi: il Libro è aperto a circa un terzo per il grado di Apprendista, a circa due terzi per quello di Compagno e a circa metà per quello di Maestro. A volte Squadra e Compasso non sono posti sul Libro, ma a destra del Libro aperto o alla sua sinistra. Il Grande Oriente di Francia lavora con un Libro dalle pagine bianche ad indicare l'affrancamento da qualunque religione rivelata.

Nel sito della Gran Loggia della Columbia Britannica e Yukon (Canada occidentale) si legge: Un Volume della Legge Sacra – generalmente l'edizione del 1611 della versione di Re Giacomo della Sacra Bibbia - deve essere aperto sopra l'altare, mentre una loggia è al lavoro, ma poche giurisdizioni specificano in quale pagina, o se un passo delle Sacre Scritture debba essere letto.
Per quanto non vi sia alcun obbligo costituzionale di aprire il volume della Sacra Legge a uno specifico passaggio, o per leggere un brano specifico, alcuni in questa giurisdizione
[la Gran Loggia della Columbia] hanno sviluppato le loro pratiche, scegliendo di non leggere la Scrittura, o leggere altri passaggi. Tale giurisdizione non definisce il Volume della Sacra Legge, come la Sacra Bibbia cristiana, anche se molte giurisdizioni americane lo fanno. Ecclesiaste 12:1 è recitato prima dell'apertura di una loggia massonica in grado di Maestro in Inghilterra e in Canada, mentre Ecclesiaste 12 da 1 a 7 verrà letto nel corso di un funerale massonico. Per l'apertura di loggia, alcuni preferiscono il Salmo 133.]

[Mi pare appropriato dal punto di vista operativo il riferimento ai primi versetti del capitolo sesto del primo Libro dei Re (come indicato nel cosiddetto Manoscritto Graham del 1726).
Il quattrocentottantesimo anno dopo l'uscita dei figli d'Israele dal paese d'Egitto, nel quarto anno del suo regno sopra Israele, nel mese di Ziv, che è il secondo mese, Salomone cominciò a costruire la casa per il SIGNORE.
La casa che il re Salomone costruì per il SIGNORE aveva sessanta cubiti di lunghezza, venti di larghezza, trenta di altezza.
Il Portico sul davanti del luogo santo della casa si estendeva per venti cubiti rispondenti alla larghezza della casa ed era profondo dieci cubiti sul davanti della casa.
Il re fece alla casa delle finestre a reticolato fisso.
Egli costruì, a ridosso del muro della casa, tutto intorno, dei piani che circondavano i muri della casa, cioè del luogo santo e del luogo santissimo; e fece delle camere laterali, tutto intorno.
Il piano inferiore era largo cinque cubiti; quello di mezzo sei cubiti, e il terzo sette cubiti; perché egli aveva fatto delle sporgenze intorno ai muri esterni della casa, affinché le travi non fossero incastrate nei muri della casa.
Per la costruzione della casa si servirono di pietre già preparate nella cava; così nella casa, durante la sua costruzione, non si udì mai rumore di martello, d'ascia o d'altro strumento di ferro.
L'ingresso del piano di mezzo si trovava sul lato destro della casa; per una scala a chiocciola si saliva al piano di mezzo, e dal piano di mezzo al terzo.
Dopo aver finito di costruire la casa, Salomone la coprì di travi e di assi di legno di cedro.
Fece i piani addossati a tutta la casa dando a ognuno cinque cubiti d'altezza, e li collegò alla casa con travi di cedro
. ( 1 Re 6 1-10)]

Ritengo si possa stabilire che al lavoro muratorio è estranea una qualunque rivelazione susseguente all’«uso» di un testo che la coscienza dei partecipanti ritiene “rivelato” (nel senso di comunicato da una entità divina, non di “nuovamente velato”).

Nel 1929 la Gran Loggia Unita di Inghilterra emanò alcuni Basic Principles for Grand Lodge Recognition, (cfr. capitolo Regolarità) tra i quali il secondo recita: Che una credenza nel G. A. D. U. e nella sua volontà rivelata (l'evidenziatura è mia) sia una qualificazione essenziale per l’appartenenza. Inoltre il punto seguente ribadisce: Che tutti gli iniziati assumano le loro obbligazioni sopra o in piena vista del Volume aperto della Legge Sacra per il quale si intende la rivelazione dall’alto che è vincolante sulla coscienza del singolo individuo che viene iniziato (l'evidenziatura è mia). I principi basici contraddicono quanto ho scritto. Forse non sono un massone regolare?
Per conto mio mi sento in sintonia con Moramarco (Nuova Enciclopedia Massonica, op. cit., v. 1, p. 478): per «volontà rivelata» si deve intendere la «normatività» della credenza in Dio…, in altre parole l’accettazione… di un codice di valori e di comportamento ispirato alla… personale (anche se condivisa da altri) percezione del divino e con tutto ciò che può significare – aggiungo io – il termine divino. Infatti se nella visione cristiana tutto parte dalla rivelazione, nella ricerca dell’uomo, invece, tutto parte dall’uomo che tenta di far risuonare in sé la parola perduta (o non trovata): l’obiettivo della libera ricerca non è necessariamente la rivelazione.]
La presenza del Libro Sacro impone quindi il necessario riferimento alla sfera del sacro, non alla sfera religiosa (opportunamente il rituale impone di non parlare né di politica, né di religione, non solo perché politica e religione possono dividere e dividono gli animi, quanto perché non sono l'obiettivo dei lavori e non vi è ancora la maturità muratoria necessaria per affrontare in chiave simbolica tali “temi”).

Credo quindi di poter affermare che la presenza del Libro della Legge (non di un Libro della Legge) svincoli la presenza del sacro da quella particolare dottrina religiosa. Se quindi posso accettare che sull’ara vi sia un Libro della Legge Sacra (Bibbia, coerentemente con la mia formazione in ambito sociale cristiano, oppure altro testo) come espressione non di una certa rivelazione ma di richiamo al senso del sacro, mi è invece più difficile accettare la presenza contemporanea di più Libri della Legge Sacra (in tal modo infatti si accetterebbe la definitività delle singole rivelazioni religiose). Inaccettabile invece e al di fuori del sentiero muratorio la presenza di Libri intoccabili da massoni che non seguono quella particolare fede religiosa.

Come mi farebbe sentire a disagio la presenza contemporanea sull’ara di diversi Libri in base al credo religioso dei singoli fratelli partecipanti ai lavori.

[Mi riferisco alla presenza contemporanea sull’ara in certe Logge di diversi Libri della Legge Sacra in base alla fede religiosa dei fratelli. Addirittura in alcuni casi uno di essi, il Corano, sarebbe coperto da un velo e vi sarebbe la proibizione per il massone non musulmano di toccarlo: solo il massone musulmano infatti potrebbe aprirlo. E’ una posizione che ritengo sostanzialmente estranea al metodo muratorio, anche se risulta coerente con l’opinione di chi – cristiano – intende attribuire alla sola Bibbia un particolare ruolo e conseguentemente (diamine! è tollerante) accetta che massoni di altre fedi (sic!) religiose attribuiscano quel ruolo ad altri Libri.
Inoltre ogni libro sacro è legato al tempo in cui visse quell'interprete del “divino”. Più precisamente: chi interpretò ciò che sentiva (redigendo quello che per molti diventò un libro sacro) era necessariamente figlio della sua epoca (pur collegandosi con l'universale). Probabilmente oggi i vangeli verrebbero scritti in diverso modo, pur esprimendo in parte le stesse cose. Dico in parte perché negli ultimi duemila anni l'umanità è cambiata e non è più quella di allora (io personalmente ho una concezione storicista delle religioni). E’ quindi non solo inutile una esposizione di diversi libri sacri, ma si dimostra comportamento fondamentalmente estraneo al metodo muratorio. Il camminatore non interpreta il Libro come parola divina, ma lo riscrive come progetto dell’uomo.
L’ara non è la vetrina di un libraio e il concetto di Libro della Sacra Legge deve essere svincolato, per l’universalità cui tende la Libera Muratoria, dalle singole religioni. Meglio sarebbe allora porre sull’ara un Libro dalle pagine non scritte a significare la inintelligibilità del sacro (che non si legge, ma si scopre) – con buona pace della Gran Loggia d’Inghilterra.

sabato 26 settembre 2009

5.3 La controiniziazione

E’ un termine che personalmente uso molto poco; non appartiene quasi al mio lessico, non perché non sia corretto, ma per l’uso talmente frequente e in qualunque contesto – non sempre a proposito – da avere perso ormai per me molto della sua valenza semantica, per cui in un certo senso si trova a condividere lo stesso destino linguistico di altri vocaboli altrettanto genericizzati e impoveriti (iniziazione, esoterismo, realizzazione, autorealizzazione). Non ne contesto il significato, ma li uso raramente e cerco di esprimere altrimenti ciò che indicano.

Molti massoni sono orientati a identificare l’iniziazione con il bene e la controiniziazione con il male, ritrovandosi in uno schema che ripete, con nomi diversi, il modello cristiano di bene e male (con l’analogia Hiram = Gesù e controiniziazione = diavolo, irriverente per un cristiano e sterile per il lavoro muratorio).
«Bene e male sono i pregiudizi di Dio»,disse il serpente.
[Nietzsche, La gaia scienza, Milano, 1996, p. 159].
La citazione nietzschiana vuole essere un contributo ad una comprensione più completa delle modalità indicate convenzionalmente con bene e male.

Qualcuno sostiene che il pavimento del Tempio è sì a scacchi bianchi e neri, ma il numero dei quadrati bianchi supera quello dei neri, ad indicare che il bene avrà la prevalenza sul male.
E' quanto ascoltai in una tornata di loggia. Ma non mi adombro con il fratello che sostenne un’idea così bizzarra, bensì con il “maestro” che gliela insegnò.

Sono concezioni non appropriate al lavoro muratorio, anzi discostantesi sostanzialmente dalla metodologia muratoria stessa. Se uno dei simbolismi più incisivi del primo grado è il pavimento bianco e nero, sul quale l’apprendista cammina dopo essere passato nel gabinetto di riflessione e avere varcato le due colonne, allora l’insegnamento operativo non può che essere il superamento delle due contraddizioni: io cammino sul bianco e nero, non sul bianco oppure sul nero. Il camminatore ha superato la contraddizione bianco – nero, perché, essendo passato nel gabinetto di riflessione, vera e propria cesura con un metodo di lavoro profano, vuole superare le contraddizioni proprie del mondo del quotidiano e comprendere che quelli che appaiono come opposti sono in realtà complementari. Ponendosi in un’ottica totalmente diversa dalla mentalità quotidiana (simbolicamente individuata come profana) deve giungere a rifiutare ciò che per il mondo profano è valore, non per rigettare qualunque valore, ma per giungere a “valori” simbolicamente più significativi di quelli profani.

Il devoto religioso si propone la salvezza (non sarà mai sufficiente ribadire che il concetto di salvezza è estraneo al metodo muratorio) nel post-mortem cercando di modificare il proprio comportamento in base a parametri coerenti con il metodo religioso-devozionale: si propone quindi di essere più “buono”, di “fuggire il peccato”, di "compiere buone azioni", ecc.

Il concetto di peccato – che personalmente mi è estraneo – appare alla moltitudine come trasgressione della legge divina, concezione che si basa anche sui frammenti di reminiscenza della dottrina cattolica inculcata nella prima infanzia e ormai entrata pure nel lessico comune. Invece nell’ottica muratoria la concezione di peccato e trasgressione risulta essenzialmente non pertinente, per cui non è possibile sostenere che scavare oscure e profonde prigioni al vizio indichi eliminare il peccato e lavorare al bene e al progresso dell’umanità significhi far sì che tutti diventino migliori e più buoni (coprendo magari con un pietoso e penoso velo le carenze dei troppi massoni che individuano altrove l’obiettivo del lavoro).
[Progresso di cosa? E' un termine che io ormai non uso più perché mi pare generico e poco caratterizzante. Progresso spirituale? Progresso economico? O sociale? O tutto questo? O qualcosa d'altro? Cosa significa "progredire"? Sento molto spesso qualcuno affermare che da quando è diventato massone è progredito e migliorato. Ma che vuol dire? In che senso è migliorato? Ha aumentato la sua cultura? Sarebbe già molto. E’ diventato più buono? Per carità!].
Umberto Eco identifica la natura dell’Anticristo non nel nemico di Cristo che verrà o è già venuto a contrastarlo, ma in una caratterizzazione tale per cui il bene senza equilibrio può diventare male.
[In http://www.akkuaria.com si legge: Il vero volto di Gesù è quello di un personaggio puramente umano, dotato di eccezionali doti di intelligenza, di bontà, di conoscenza biblica, di eloquenza e soprattutto di una profonda convinzione (…) di essere stato scelto da Dio per realizzare il promesso e tanto atteso "regno di Dio" (…). Gesù non si è creduto affatto Dio ma semplicemente il “prescelto o unto" o "Cristo" di Dio: sono stati i suoi discepoli che lo hanno divinizzato identificandolo con la "sapienza" o col "logos" dopo strane suggestioni di apparizioni di cui nelle loro relazioni troviamo tracce di mitiche e contraddittorie testimonianze. La divinizzazione di Gesù, come "Verbo Incarnato" con la missione di salvare l'umanità, ha fatto demonizzare ogni avversario che si opponesse a tale benefico maestro. Se Gesù è Dio, chi gli si oppone è il Demonio o un emissario del Demonio. Secondo tale impostazione, già presente nella letteratura apostolica, l'Anticristo è identificato con l'attività di chiunque combatte il movimento cristiano secondo la voce udita da Saulo sulla via di Damasco ("Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?") (Atti 9 3), poi nell’apparato pubblico che promuove la persecuzione, come la società ebraica, poi l'impero Romano che continua la persecuzione, poi l'islamismo che intraprende una nuova furibonda lotta contro il Cristianesimo, poi le eresie che si discostano dall'ortodossia insegnata dall'Autorità della Chiesa, poi la Chiesa stessa quando traligna dallo spirito del Vangelo. E in tutte queste personificazioni collettive veniva riconosciuta l'azione dilatata dell'anticristo identificato in un personaggio che viene additato ora in uno ora in un altro individuo storico concreto che opera servendosi delle "collettivtà".]

Scrive dunque Eco:
In quel viso devastato dall’odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell’Anticristo, che non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osar tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.
[Umberto Eco, Il nome della rosa, Milano, 1980, p. 494].

Infatti ampliando il punto di vista al religioso e considerando ad esempio le figure che in due religioni (cristianesimo e buddhismo) personificano l’altro, Satana-Diavolo cristiano e Mara buddhista, osservo che esse sono la personificazione della legge (figure-simbolo impersonali, quindi) che governa il mondo materiale, dell’impermanenza – per usare un termine buddhista. Mara e Satana sono nemici del bene nella misura in cui il bene è uscire dall’impermanenza (e quindi Mara-Satana è restarvi), anche se Satana (in ebraico l’avversario) è o era detto Lucifero, il portatore della luce.

Se vuoi uscire dalla materialità sei obbligato a scontrarti con forze contrastanti il tuo obiettivo (il simbolico guardiano della soglia) che scaturiscono dalla tua composizione materiale, psichica, vitale e animica. Tutto ciò in una parola è detto Mara. Infatti Mara, in ambito buddhista, e Satana, in ambito cristiano, sono personificazioni non del principio del male, ma della opposizione al lavoro su se stessi.

L’atmosfera cupa che circonda il diavolo cattolico, non deve trarre in inganno: come Mara, Satana non è tanto un alter ego di dio quanto la personificazione del mondo dell’impermanente. E’ – se si vuole - la personificazione dell’altro cammino o del non-cammino e – in quanto tale – raffigurazione di uno dei due aspetti del binario, e quindi in termini “profani” (appunto, profani) del male contrapposto al bene.

Bene e male sono invece due facce della stessa medaglia e il superamento del male risulta anche e contemporaneamente il superamento del bene.

Nell'ebraico-cristiana Genesi, dal terzo giorno della creazione Dio osserva che quanto fatto è buono e addirittura al compimento della creazione l'antico scrittore enfatizza: Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono (1 31) implicitamente riconoscendo anche l'"altro" aspetto, il non-buono, e sancendo che l'energia vitale si può esplicare soltanto nella diversità. Al di là del moralistico approccio al contrasto Caino e Abele, non possiamo dimenticare che noi apparteniamo alla stirpe di Caino, intesa non nel senso religioso di figli del male, ma nel vitalizzante significato di appartenenti alla stirpe dei trasformatori e dei costruttori di conto alla stirpe di Abele (da Habel o Hebel, etimologicamente , il respiro, il soffio vitale, il pensiero, ma anche la negazione, la deficienza, la vacuità).

Non è ancora il momento per il maestro massone di affrontare la religione, ma è l’occasione di capire, non solo intellettualmente, che il cammino deve portare al superamento di tutte le contraddizioni tipiche del mondo del manifestato e alla ricerca di una armonia sempre più profonda in primis con se stessi e quindi con la natura tutta, non solo la natura naturata ma anche la natura naturans.
[Il problema del rapporto tra libero muratore (non la massoneria) e religione (intendendo per tale una religione organizzata: cattolicesimo, luteranesimo, ebraismo, ecc.) viene nei primi gradi in un certo senso “accantonato” sotto il simbolo del Grande Architetto dell’Universo o equivalenti (Supremo Patriarca, Sommo Artefice, ecc.). E' mia opinione che uno dei punti più importanti per la stabilità dell'Istituzione sia il divieto di parlare di politica e religione. Divieto ricordato ad ogni tornata in primo grado e quindi posto alla base di qualunque lavoro muratorio. Politica e religione sono argomenti che dividono, specialmente se non affrontati con le debite prospettive. Mi riferisco non tanto alla politica, ma alla religione.
In una nazione – l’Inghilterra andersoniana del XVIII secolo - in cui lotte politiche si sono intrecciate e hanno avuto origine dalle differenti religioni (anglicani e papisti in primis) il divieto di parlare di politica e religione era la condizione indispensabile e necessaria semplicemente per lo stare assieme. Oggi è lo stesso, perché politica e religione, specie se impostate con i parametri della politica militante e della religione praticante, dividono.
Ecco dunque il simbolo del Grande Architetto, che non è, non può e non vuole essere una divinità teologicamente precisa (ammesso che sia possibile), ma un simbolo di qualcosa che va oltre l'uomo o della sua esigenza di andare oltre il quotidiano e il particolare.
Grande intuizione dei nostri padri fu proporre il simbolo di qualcosa oltre l'umano, denotato Grande Architetto o altro. E' un modo ben chiaro di indicare che la massoneria non è una religione, anche se il massone può avere una sua religione.]

Il camminatore però è ancora (non può essere altrimenti!) immerso nel mondo delle contraddizioni e delle antinomie. Volendole superare, non può abbracciare un aspetto contro l’altro: non può scegliere l’aspetto attivo invece del passivo, non può scegliere il maschile invece del femminile, non può scegliere il bianco invece del nero, e non può nemmeno scegliere il bene invece del male. Scegliere uno invece dell’altro significa limitare la propria evoluzione e deviare dal cammino; scegliere il bene invece del male significa modificare la sostanza del procedere e rettificare la metodologia di lavoro9. Bene e male, strettamente legati ai costumi e al momento storico, non possono risultare meta (il bene) del camminatore, che comunque nel procedere non può non tenerne conto, ma solo come parametri e strumenti del percorso, che invece volge verso il punto di equilibrio tra le due contraddizioni, in modo che una bilanci l’altra, e sceglierne una contro l’altra fa perdere di vista la ricerca del proprio equilibrio unica via per superare il binario.
[Bene e male sono concetti legati ai tempi storici, ai costumi e alle usanze. Secoli fa per esempio nei rapporti umani la donna era considerata inferiore all’uomo: addirittura padri della chiesa la ritenevano senza anima. Era quindi “male” considerarla uguale all’uomo quando non pochi santi e anacoreti, assolutizzando la propria ricerca di santità, la vedevano tentatrice e demoniaca: e “bene” era per loro considerarla così, visto che la si reputava discendente della prima donna, che condusse l’uomo a trasgredire agli ordini divini. Oggi tali considerazioni non solo sono fermamente rifiutate, ma ripugnano alla coscienza e “bene” è rifiutarle.]

In natura tutto è maschio o femmina. La devianza è errore perché impedisce la focalizzazione delle forze. In termini simbolici l'unione maschio-femmina è il due che dà origine al tre (numero paradigmatico composto che a sua volta può dare origine a un altro dualismo). La devianza verso uno dei due aspetti (maschio o femmina, attivo o passivo) impedisce l’unione e non fa raggiungere la sintesi superiore.
[Attenzione. Queste righe non significano condanna della omosessualità, come aspetto “deviato” dalla norma eterosessuale, fenomeno sul quale non mi sento in grado di avanzare nessun tipo di giudizio.
Per devianza sessuale io intendo il rifiuto dell’equilibrio, per cui considero deviato il fiero eterosessuale che imposta la sua vita quotidiana alla ricerca di incontri sessuali e non considero deviato l’omosessuale che sa attribuire al sesso la giusta importanza nei rapporti umani (sia pure con persone dello stesso sesso).
A coloro che obiettano essere l’omosessualità un rifiuto della distinzione tra l’attivo (maschile) e il passivo (femminile) obietto semplicemente – da ignorante – che forse anche tale distinzione proviene da chi ha implicitamente già espresso un giudizio sulla omosessualità. Domando e mi chiedo: Forse anche questo giudizio è da rivedere alla luce del cammino svolto?]

Noi siamo nel mondo del manifestato, del quaternario (per usare un termine tradizionale). Modalità del mondo è la manifestazione nelle due dimensioni (oppure nelle quattro: le tre spaziali e la quarta temporale) e quindi la contraddizione.

Tutto è contraddizione e di ogni aspetto possiamo individuare l’aspetto opposto. E’ immediato riconoscere a livello quotidiano le opposizioni più evidenti, dal maschile al femminile, dall’attivo al passivo, dal positivo al negativo, dall’apollineo al dionisiaco, dal razionale all’extra-razionale.

Meno immediate sono altre opposizioni e sono del parere che la metodologia muratoria di “lavorare per gradi” (quando nei gradi si lavori davvero!) sia non solo corretta, ma l’unica adeguata che permetta la maturazione del camminatore. Aumentando appunto i gradi, cioè lavorando su se stessi a diversi livelli, vengono individuate altre opposizioni da superare. Ne ho già indicato una nella contrapposizione bene e male, ma ve ne sono altre, se vogliamo ben più drammatiche, che si dovranno affrontare nel prosieguo del cammino. Tra queste cito solo la contrapposizione dio e diavolo, Cristo e Anticristo. Se la metodologia muratoria è corretta, il camminatore dovrà superare anche queste (attenzione: superare, non scegliere!), obiettivo indicato dalla posizione di squadra e compasso sovrapposte al Libro della Legge, che pertanto non appare né come verità rivelata né come indicatore devozionale.

Controiniziazione (o Anticristo per analoghe considerazioni in ambito religioso cristiano) per me significa utilizzare gli strumenti in modo improprio e incamminarsi sulla via sostitutiva, pericolo sempre presente in lavori che si svolgono con il sole allo zenith perché la direzione punto dei lavori / zenith e punto dei lavori / nadir è la stessa ancorché il verso sia opposto.

Attenzione. Non mi riferisco all’operaio che per propria imperfezione non è in grado di utilizzare al meglio gli strumenti, sbaglia e deve continuamente rivedere il proprio lavoro (noi siamo questo operaio!); mi riferisco invece a chi non ritiene di doversi impegnarsi in prima persona lungo il sentiero della ricerca e spinge, insegna, che il lavoro è cosa diversa (noi non dobbiamo essere questo falso maestro). Quando si parla di decadenza (per non dire altro) degli ordini iniziatici, si intende proprio che la controiniziazione ha avuto parte importante in organismi che avrebbero dovuto invece lavorare per altri fini.

5.2 Hiram

Hiram è l'architetto, capo dei lavoranti, che ha ricevuto l'ordine di edificare il Tempio di re Salomone. Ma non è ancora l'uomo che si è realizzato: per realizzarsi infatti deve prima morire (la seconda morte affrontata dal Libero Muratore) per intraprendere un altro cambiamento.

La morte avviene per mano di Fratelli (i cattivi compagni) mediante gli strumenti dell'arte: regolo, squadra, maglietto.

Il simbolismo è eloquente e va meditato a fondo, in quanto molti sono gli usi degli strumenti, alcuni buoni, altri non buoni e il camminatore deve conoscerli tutti. Deve uccidere il Maestro per abbandonare definitivamente quella parte indicata dai cattivi compagni e diventare lui stesso Maestro di se stesso. Non ha bisogno né di guide esterne né di guide interne. Anche la coscienza, guida iniziale, a un certo punto deve essere superata, perché solo così il camminatore può progredire.

Hiram è il “rialzato vivente” (secondo l'etimo del nome) e fa proprie quelle energie, indicate dall'acacia, che la morte non solo non disperde, ma sublima.

Molte religioni presentano nel loro patrimonio simbolico la “caduta” dell'uomo da una condizione superiore (età dell'oro, paradiso terrestre) a una inferiore (mondo fisico); e il compito dell'uomo consiste in un continuo tentativo di reintegrazione, consapevole della primitiva condizione abbandonata.

In Massoneria invece non c'è il tentativo di raggiungere una primitiva condizione di "grazia". Hiram, prima dell'uccisione, non è ancora Maestro: lo diventa solo dopo essere stato rialzato dal sepolcro: Maestro di se stesso, non della Massoneria; quasi un “fratello maggiore” del massone.

Hiram é l'uomo che ha raggiunto la meta (questa meta del grande percorso) muratoriamente indicata con il ritrovamento della Parola: è quindi l'uomo che non solo sa lavorare, ma sa anche progettare sulla tavola da disegno. Ha cambiato piano e conosce l'uso degli strumenti. Passando dalla squadra al compasso non è più utilizzatore di strumenti, ma ideatore di progetti essendosi impadronito della geometria, la scienza dell’architetto.

Il senso della leggenda è chiaro: gli uccisori, le forze negative (l'ignoranza, la presunzione, l'ambizione, l'orgoglio) fanno parte dell'Ordine, sono al nostro interno, all'interno dell'uomo. Proprio quando il camminatore crede di trovarsi verso la fine del lavoro si accorge di essere ancora molto indietro, tanto indietro da rischiare il fallimento. Le nostre passioni, non tutte trasformate, sono in agguato con la loro potenza. Sono le forze disgregatrici, tipiche dell’inerzia simbolica (analoga alla legge fisica del mondo della materia) che si oppongono ai “movimenti spirituali”, in una parola le forze della controiniziazione. Ci aspettano infatti altri passaggi, i più difficili, per giungere al termine del cammino. Ma non dobbiamo aspettarci guide o istruttori, al più solo qualche suggerimento.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.