mercoledì 30 settembre 2009

6.1.2 La tolleranza

Conseguenza immediata del rapporto tra il singolo libero muratore e il gruppo degli altri liberi muratori è la puntualizzazione del concetto di tolleranza.

Sintomatico della concezione di tolleranza che si apprende lavorando in loggia è il seguente pensiero, estrapolato da una tavola di apprendista:
Poiché nei lavori muratori, a differenza di quanto accade nel mondo profano, le posizioni espresse dai Fr. sono tutte parimenti legittime e rispettate; poiché non si devono annettere ragioni o torti, bocciature o promozioni, né stilar graduatorie; poiché non possono intervenire censure o limitazioni [tutto ciò premesso] la Tolleranza consiste nella capacità di farsi carico del punto di vista e della concezione dell'altro, per poterli indagare, confrontarli con la nostra visione, valutarne coincidenze e divergenze, decidere di accoglierne le componenti considerate corrette e valide, rifiutarne altre se considerate erronee. Con amore e tenacia, si cercherà di superare o rettificare le valenze che si considerano errate, siano esse derivate da nostri convincimenti, siano invece a carico di altri Fr..
[da www.lamelagrana.net]

E’ l’applicazione del principio voltairiano: non sono d’accordo con te, ma mi batterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di esprimerti.

[Cito a memoria. Per inciso osservo che Voltaire fu sì accolto in massoneria, ma solo poco prima della morte. Mi sembra quindi eccessivo considerarlo "esponente del pensiero massonico"].

E’ sicuramente un principio ideale da perseguire nella società e non ancora – nonostante le battaglie cui parteciparono anche massoni dal XVII secolo in poi – attuato nelle legislazioni statali oggi e nel mondo.

[Salvatore Veca, nell’intervista Etica e politica, Milano Università Cattolica, 15 dicembre 1994 ha detto:
La mia idea è che ci siano almeno tre modi di pensare la tolleranza, o tre ragioni per la tolleranza, ne citerò soltanto due per avere uno spettro: c'è una ragione minimale, che è quella che si usa chiamare la ragione "prudenziale" della tolleranza e c'è una ragione massimale (…) che è l'idea della tolleranza come valore in sé di reciproco rispetto. La prima è prudenziale, (…) basata sul fatto che ci si ammazza, ci si ammazza, ci si ammazza, alla fine si è stanchi e la si chiama tolleranza. Questa è una visione che può non eccitare troppo, ma questo è il punto con cui prudenzialmente la tolleranza insorge: i costi della repressione sono superiori a quelli della tolleranza. E allora questa è la prima soluzione, quella meno entusiasmante, ma tuttavia preziosa rispetto alla Bosnia, quella del modus vivendi, è un esito instabile di equilibrio.
Se questo è ottenuto, allora è possibile, non dico sia necessario ma è possibile, che la tolleranza si trasformi dalle sue ragioni prudenziali, da valore strumentale in un valore intrinseco, cioè consenta la crescita, generi, incentivi le condizioni per la crescita del mutuo rispetto. Il mutuo rispetto, secondo me, non dipenderà da teorie su "etica e politica", non dipenderà da principi di una super teoria della tolleranza, ma dipenderà dalla estensione delle nostre capacità di riconoscere semplicemente, in qualsiasi volto che abbia sembianze o qualcosa di affine o tratti umani, qualcosa che riguarda anche noi.
Credo, cioè, che la virtù di questa fine secolo, tra grandi migrazioni, guerre, massacro, carestia e deficit delle democrazie, sarà quella della capacità di tradurre, cioè di riconoscere negli altri tratti e storie che possono essere anche nostri
.]

Però in una prospettiva diversa dal sociale (che – ripeto – è pur fondamentale per la convivenza civile) siamo obbligati a ricercare valenze diverse, coerenti con il metodo muratorio.

Troppo spesso il senso della tolleranza viene confuso con quello della sopportazione. Mi spiego. Supponiamo che qualcuno sostenga che non sempre un corpo lasciato libero cade verso il basso, ma che può anche salire verso l’alto. Io gli chiederei di specificare o i casi in cui il corpo non cade o le leggi che regolamentano la caduta; in caso contrario mi sentirei di accusarlo di ignoranza senza per questo sentirmi intollerante.

Lo stesso succede nel lavoro muratorio. Nutro infatti forti dubbi che le posizioni espresse dai Fr. [siano] tutte parimenti legittime e rispettate; poiché non si devono annettere ragioni o torti, bocciature o promozioni, né stilar graduatorie, come sostiene il nostro Apprendista. Se a me pare che una posizione sia sbagliata (uso volutamente un verbo che denoti errore e non indichi solo opinione diversa dalla mia) come debbo comportarmi?

La docetica muratoria non tratta questi casi, ma si limita appunto a ripetere ciò che l’Apprendista notava: tutte le idee hanno cittadinanza in massoneria e la loggia deve lavorare per giungere a una sintesi superiore.

Io non credo che ogni idea abbia diritto di cittadinanza in massoneria (anche se per me è difficile individuare il paletto di confine (sarebbe un nuovo landmark e ce ne sono già abbastanza!) oltre il quale non c’è più massoneria e prima invece sì) perché bisognerà pur evitare questa indifferenza morale o culturale.

Faccio un esempio. Un profano, cattolico praticante, chiede di essere ammesso. Un fratello si oppone spiegando che non vuole che il bussante possa successivamente comunicare in confessione i nomi dei fratelli di loggia (l’esempio può sembrare irreale, ma ne sono stato testimone oculare).
Questa è una posizione giusta? Oppure ho il diritto di redarguire quel fratello così esclusivista e settario? Ma in questa seconda ipotesi non mi dimostro io stesso “intollerante”?

Altro esempio. E’ opinione diffusa che l’attività della massoneria non deve chiudersi e isterilirsi in templi inaccessibili, ma espandersi nella cosiddetta vita profana “alla luce del sole”. E oggi pare idea maggioritaria nel nostro paese.

[E non solo, ma anche fuori d’Italia. Che senso potrebbero avere infatti quelle “mega-convenzioni” che negli Stati Uniti creano massoni o addirittura maestri massoni a centinaia e in un sol giorno? Un esempio per tutti è dato dalle parole del Gran Maestro della Gran Loggia dello stato di New York.
Grand Master's One-Day Class
In line with my aggressive membership drive I have approved and authorized the conferral of all three Degrees in one day. The procedure will be conducted on March 29, 2003 in nine locations throughout New York State… Since lack of time is the number one reason men don't join organizations, I have decided to take the initiative and make a man a Master Mason in one day. …. Some 61% of Grand Lodges today are doing one-day classes, and they have all been successful. Vermont raised 292 in one location, New Jersey, 700 in one location, Indiana, 1400 in five locations, and most recently Ohio raised 7,700 new members in 10 locations. Men who have joined have included professional & businessmen, Town and City Mayors, and in Ohio, the great-nephew of President Warren G. Harding. … In Ohio 550 of 568 Lodges raised at least one new member, and one Lodge raised 82 new members. The average was between 8 and 10 new members.

C’è molta profanità e interesse rivolto al sociale in cerimonie (sic!) del genere. Le One day mason potrebbero essere comprese (non giustificate) alla luce della consuetudine americana di lavorare in Terzo Grado e abbassare i lavori in Primo e Secondo Grado solo per le ammissioni e i passaggi: il neo-massone sarebbe in pratica escluso dall'attività della sua Loggia fino al raggiungimento del Terzo Grado). Ma si potrebbe semplicemente riprendere a lavorare nei gradi e il problema sarebbe risolto].

E’ corretto accettare l'"espansione" muratoria nel mondo profano oppure si può considerare “sbagliato” “portar fuori” quello che ancora non si è costruito nel tempio (cioè nella propria interiorità)?

Io personalmente ritengo – anche se il mio parere è politically scorrect – che non tutte le opinioni possano essere considerate ugualmente valide e che si possa (anzi, in certi casi si debba) opporsi a certe opinioni, anche se sono consapevole della non universalità delle piccole verità che ho raggiunto e della mia impossibilità di imporle ad altri.. Ma è un terreno scivoloso e non mi sento in grado di stabilire con una precisione accettabile cosa sia massonico e cosa no.

D’altro canto mi rendo conto del pericolo di cadere non solo nell’indifferentismo, ma pure nella ignavia (per usare un termine ormai desueto): la scelta di non scegliere perché si ritengono tutte le scelte valide.

Per parte mia ritengo che la tolleranza, oltre ad ammettere implicitamente la facoltà che tu possa esprimere le tue idee, nel lavoro muratorio assuma una valenza per così dire costruttivistica.

In un certo senso richiama il simbolo dell’arco che si appoggia e supera le due colonne, le quali per così dire sostengono e “tollerano” l’arco stesso. Ecco, tollerare significa porsi nell’ottica di costruzione: da due idee opposte riuscire a costruire una nuova idea (né l’una, né l’altra, ma un po’ dell’una e dell’altra) che “tolleri” i due punti di partenza. Tollerare quindi significa modalità costruttiva di superamento del binario. L’immagine architettonica della tolleranza è data a mio parere dall’arco che sormonta le due colonne: entrambe le colonne “tollerano”, “sopportano” l’arco, che si regge appunto perché si appoggia su entrambe. A sua volta l’arco completa le colonne e “supera” le loro individualità, rendendole struttura unica. Tollerare quindi significa costruire e significa pure non accettare ciò che appare distruttivo.

Nel piano spirituale (non in quello comportamentale nel quale restano ristretti tanti massoni) quindi debbo cercare nelle altre posizioni diverse dalla mia quel quid che permetta la costruzione e la stabilità dell’arco. In questo senso (ma solo in questo senso) posso accettare una specie di equivalenza delle posizioni come ricchezza dell’uomo e in questo senso (ma solo in questo senso) rigettare la posizione di chi si ritiene investito di verità rivelate e di guardarmi - con Brecht – da colui che ha dio in cielo.

[La frase riportata – occorre puntualizzare – non significa elogio dell’ateismo, ma rifiuto di idee preconcette e assolutiste. Vi è uguaglianza delle potenzialità nella ricerca, ma la verità è una conquista individuale e non tutti gli uomini sono uguali sul piano delle realizzazioni (uguaglianza dei diritti, ma non dei doveri: chi è più in alto – cfr. il maestro nel Gioco delle perle di vetro di Hesse – ha più doveri). La strada è per tutti, ma sarà percorsa solo da chi vorrà e ne sarà capace. Troppo facile invece la polemica sulla validità delle diverse vie, a patto di mantenere una sola meta.

E quindi spingendo il simbolismo costruttivistico alle sue conseguenze estreme (estreme per chi resta legato al mondo del quotidiano e non sa procedere nel cammino,) obiettivo del camminatore deve essere anche il superamento di tolleranza e di intolleranza: io devo diventare né tollerante né intollerante.

A costo di passare per massone eretico (condizione comunque nella quale mi ritrovo) credo che quel londinese 24 giugno del 1717 sia stata la data non di inizio della massoneria moderna, ma della sua morte o dell'inizio della sua fine.

Mi spiego. Il paradosso è certo forte, ma ho notato in questi ultimi anni che colpisce solo quei massoni che io chiamo "mondani", quelli cioè convinti che il fine dei lavori di loggia sia la estrinsecazione esterna di qualcosa (e non sanno che si può portare fuori solo quello che si ha dentro).

Il massone tradizionale costruiva. Il massone moderno che fa? Io non lo so (o temo di saperlo anche troppo bene), lui invece non lo sa e crede di saperlo anche troppo bene. E qui sta il guaio.

Il massone operativo aveva un criterio di giudizio sul suo lavoro estremamente obiettivo e pratico: se la costruzione stava in piedi, il lavoro era buono; se l'edificio crollava, il lavoro era da rifare.

La muratoria è prassi. La conseguenza di un’azione non si basa sull’aspettativa di punizioni o premi da parte di entità superiori, ma semplicemente sul controllo dell’azione stessa. Il controllo può essere eseguito dalla coscienza individuale (giudice molto più spietato e meno caritatevole di altri) oppure dalla verifica per così dire “sperimentale” di quanto compiuto. L’analogia si pone con la costruzione di un manufatto. Se le nostre azioni portano ad esempio alla costruzione di un muro che crolla, allora quelle azioni sono da evitare e condannare. Se invece il muro sta ritto e ben saldo, allora le azioni compiute non sono biasimevoli.

Io non costruisco un muro per ottenere l’approvazione o evitare la disapprovazione del giudice; io costruisco il muro perché debbo costruirlo. Se il muro non regge, è da rifare, se il muro regge, è da accettare.

Nella massoneria di oggi vedo invece molti soloni che pontificano sugli scopi: ho l'impressione che per loro l'impegno si riduca ad una vaga prospettiva moraleggiante e non siano in grado di comprendere la valenza del lavoro muratorio. E quindi accolgano di buon grado "aperture" verso il mondo esterno per conferire senso alla loro attività.

Io credo che la massoneria sia una scuola spirituale (non di vita o di comportamento o altro). E' chiaro che una evoluzione spirituale implica anche un comportamento "migliore" nella vita quotidiana che porta in tal caso il massone, un singolo massone, ad essere punto di riferimento per chi gli sta vicino. Ma l'obiettivo credo sia appunto quello e non questo.

L'avere perso di vista lo scopo primario non ha consentito la necessaria oculatezza nel proselitismo, situazione aggravata magari da capitazioni eccessive, se non abnormi. Per cui a certi (forse troppi) massoni contemporanei incapaci, di comprendere la valenza di un lavoro su se stessi, per loro troppo teorico e poco incidente sulla realtà, interessa l'attività esterna maggiormente del lavorìo interiore, ridotto a formule moraleggianti.

Sono cose ormai risapute, ma a volte mi sento di paragonare questa preponderanza sull'attività esterna a quelle impazienze giovanili di studenti che ancora lontani dal titolo di studio pensano unicamente a ciò che faranno dopo averlo conseguito e non a ottenerlo nel migliore dei modi.

Perché mi sono dilungato? Perché credo che da questo errore di fondo derivi la qualità del massone contemporaneo. E così magari il bussante viene valutato non per quello che può essere, ma per quello che può significare nel sociale o nel civile (Cfr il comunicato del Gran Maestro della Gran Loggia dello Stato di New York che annuncia con malcelata ostentazione l’ingresso del pronipote del presidente Harding). Si considera quindi la loggia alle stregua di un circolo culturale o sociale con tutte le implicanze del caso.

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