mercoledì 30 settembre 2009

6.1.1 Il cantiere - gruppo

Personalmente ritengo che la metodologia di lavoro propria di una loggia massonica sia stata mutuata direttamente dall'antica operatività muratoria e risulti a tutt'oggi di una validità sorprendente. E' infatti un lavoro di gruppo: la Loggia è un cantiere che deve costruire un edificio e nel cantiere ciascun operaio ha il proprio compito ben definito.

Uno degli aspetti più importanti (fondamentali quasi per la solidità della costruzione) deriva dall'armonia che deve regnare all'interno del gruppo e dalla coerenza del proprio lavoro con quello degli altri (un aspetto, non secondario, può consistere nella maggiore capacità di individuare difetti e manchevolezze nel fratello che ci siede accanto molto meglio che in noi. Se l’armonia prevale posso aiutare quel fratello e posso utilizzare le osservazioni degli altri su di me; in caso contrario la situazione risulta dirompente).

E' un problema molto delicato, perché tocca la libertà del singolo e del gruppo. Mi spiego. Se il singolo lavora male è tutto il gruppo ad esserne danneggiato, per cui l'opera conseguente non viene costruita nelle condizioni ottimali. D'altro canto, se il gruppo lavora male è anche il singolo, che magari vorrebbe lavorare bene, ad esserne danneggiato.

Allora: fino a che punto il singolo, che vuole lavorare bene, può contrapporsi al gruppo che lavora male? E' corretto il termine "contrapporsi"?

E ancora: fino a che punto il gruppo, che lavora bene, può imporre la propria metodologia al singolo che lavora male? E' corretto il termine "imporre"?

In termini poetici Gibran sembra individuare la mancanza di unione e la voglia di protagonismo in una piccola, ma profonda, metafora.
Una volta, quando vivevo nel cuore di una melagrana, sentii un seme che diceva: «Un giorno diventerò un albero, e il vento canterà tra i miei rami, e il sole danzerà sulle mie foglie, ed io sarò forte e bello lungo tutte le stagioni».
Allora un altro seme parlò e disse: «Quand’ero giovane come te, anch’io vedevo le cose allo stesso modo; ma ora che le cose so ben pesarle e misurarle, vedo che quelle mie speranze erano vane».
E anche un terzo seme parlò: «Non vedo in noi nulla che prometta un così grande futuro».
E un quarto disse: «Ma che beffa sarebbe la nostra vita senza un grande futuro!».
E un quinto: «Perché disputare su ciò che saremo, quando non sappiamo neanche quel che siamo ora?».
Ma rispose un sesto: «Qualunque cosa siamo, quello continueremo ad essere».
E un settimo disse: «Io ho un’idea abbastanza chiara di come sarà ogni cosa, ma non riesco ad esprimerla con parole».
Parlò poi un ottavo — e un nono — e un decimo — e molti altri —finché tutti ebbero parlato, ed io non distinsi più nulla, a causa delle tante voci.
E così volli passare quel giorno stesso nel cuore di una mela cotogna, che contiene pochi semi e quasi tutti silenziosi.
[Gibran, Il folle, 1918, in Gibran K. Gibran, Tutte le poesie e i racconti, Roma, 1993.p. 24].

Gibran a mio parere mette in evidenza l’ostacolo che si pone quando tentazioni individualistiche impediscono la continuazione del cammino.

Il rapporto singolo - gruppo è però ancora eccessivamente semplificato perché si evidenzia solo la brutalità del dilemma e non la profondità del lavoro muratorio, che si realizza in diversi piani con diverse chiavi di lettura.

Il rito ancora può suggerire la (una?) risposta. La pietra del recipiendario né rettangolare né quadrata viene scartata più per inconsapevolezza degli Ispettori piuttosto che per insipienza dell'operaio. Ma la richiesta di salario senza averne diritto (e quindi senza possedere un marchio registrato, le qualificazioni indispensabili) costituisce senza dubbio un atto colposo ancorché non voluto. La preterintenzionalità dell'atto può al più mitigare la colpa, ma non cancellarla. La solidarietà (termine qui usato nel significato più ampio) interviene per evitare la pena e trasformare la colpa in prova da superare.

La solidarietà come premessa dell'armonia può aiutare nel lavoro comune, a patto che i fratelli, sinceramente, senza prevenzioni e presunzioni, siano disposti ad ammettere i limiti e le manchevolezze del proprio lavoro.

Sembra un discorso ovvio, e probabilmente dovrebbe esserlo. Ma se parlarne in via teorica è molto facile; risulta al contrario molto difficile quando tocca il proprio lavoro, cioè quando il gruppo ritenga che sia io quel fratello che lavora male: potrei infatti chiedermi se sia proprio io a lavorare male o non sia piuttosto il gruppo a volermi imporre metodologie non pertinenti e contenuti impropri.

Ecco, ritengo che qui si trovi il punto cruciale, perché da una parte si sottolinea l'importanza del lavoro comune, dall'altra si mette alla base del lavoro (del mio lavoro), proprio quella pietra né rettangolare né quadrata scartata frettolosamente. Il lavoro si svolge sempre su un equilibrio delicatissimo: io lavoro con gli altri ma sono in possesso di un quid che gli altri non sono in grado di riconoscere se non dopo verifiche ulteriori. Ma anche ciascuno degli altri è in possesso di un quid (coincidente con il mio?) che tutti gli altri (tra cui anche io?) non sono in grado di riconoscere se non dopo verifiche successive.

La simmetria della situazione porta ad un circolo vizioso se perdiamo di vista l'obiettivo costruttivistico: sia io che gli altri (anzi, meglio, tutti noi) dobbiamo costruire un muro, solido, non storto, formato di pietre singole, ma amalgamate in un tutto unico, e quindi una struttura unitaria (sia pure unità composita, di ordine superiore). Per mutuare un esempio dalla scienza, una determinata composizione di atomi forma una molecola, elemento unitario di una
sostanza diversa, con nuove proprietà che i singoli atomi non possedevano.

La situazione però presenta ulteriori simmetrie. Il mio stesso lavoro interiore deve essere un tutto armonico, nel quale le singole facoltà debbono essere modificate, trasmutate quasi per cooperare ad un risultato equilibrato senza la prevalenza di una sulle altre, ma con l’obiettivo della costruzione di una entità nuova, diversa dalla precedente.

L'atteggiamento che ha sia il singolo verso il gruppo, sia il componente del gruppo verso il singolo può essere dirompente, se non è in grado di inserirsi nel flusso dell'iter muratorio di una nuova costruzione. Dovrà essere quindi l’ulteriore lavoro (che nel mio percorso credo di individuare nel completamento del manufatto e quindi del Tempio ideale) a rinforzare gli anticorpi per evitare quelli che in ultima analisi possono essere veri e propri deliri di onnipotenza.

Se sappiamo ben comprendere riusciamo a capire come si possa eseguire un lavoro collettivo senza perdere la propria individualità

La pietra grezza era estratta nella cava e lì sgrossata grossolanamente. Poi veniva trasportata nel cantiere dove subiva una successiva sgrossatura e veniva squadrata.

Se osserviamo attentamente la struttura delle antiche costruzioni notiamo che era però polita e lisciata solo la faccia che compariva all’esterno del muro: le altre facce erano lasciate scabre, eventualmente vi venivano incise scanalature oblique allo scopo di fissarle meglio tra loro.

Si rafforza l’insegnamento del simbolismo operativo: le pietre non perdono le singole individualità, ma assieme compongono una “unità superiore”, vale a dire il muro.

La pietra perfettamente liscia e lucida (come certi souvenir di Carrara, per esempio) non è adatta alla costruzione perché non riesce a far presa con quella a fianco, quindi le singole pietre non possono avere superfici perfettamente lisce (si potrebbe dire: la perfezione non è di questo mondo), ma sono sgrossate per quel tanto che rende le irregolarità in un certo senso “compatibili” tra loro: non siamo santi, siamo solamente uomini che cercano di migliorarsi. Il muro risulta solido non per l’uniformità delle pietre, ma per le scabrosità che permettono di aumentare la solidità dell'edificio. Per similitudine, il proprio lavoro interiore non è la ricerca della “santità” (per usare un termine religioso), ma la ricerca del proprio punto di equilibrio. Fuor di metafora, per vivere ho bisogno di mangiare, ma non debbo vivere per mangiare. Ben venga l’apprezzamento del cibo e il rispetto del proprio corpo, ma non per farne una ragione di vita. Ben venga un’agape fraterna, ma non per farne un banchetto sontuoso per crapuloni.

La norma quindi alla quale il lavoro deve adeguarsi non è una regola astratta, ma un principio che sa adattarsi alle esigenze (non adattamento conformistico del principio alle occasioni, ma flessibilità a seconda del materiale e ricorso a princìpi diversi a seconda delle situazioni diverse: per squadrare la pietra occorre mazzuolo e scalpello, per stendere la calcina occorre invece la cazzuola; mazzuolo e scalpello non possono usarsi allo stesso modo della cazzuola). Inoltre il camminatore sa che la norma, ogni norma, è contestualizzata alle contingenze spazio-temporali: la legge va seguita, ma sapendo che andrà superata (non contraddetta, ma superata). Non dimentichiamo il simbolo della chiave di volta: la pietra non conforme alle regole della squadratura è l’unica in grado di chiudere l’arco. Il singolo che riesce a differenziarsi dal resto, dal conformismo, ottiene un cammino più incisivo; il Maestro che ha progettato quella particolare pietra è riuscito a vedere la norma non come principio assoluto, bensì contestualizzata alla situazione ed è stato capace di andare oltre e creare una nuova norma.

Il conformarsi al rituale è segno di libertà se viene vissuto e interiorizzato come strumento di lavoro spirituale, altrimenti si banalizza in adeguamento più o meno obbligato a regole esteriori non sempre condivise con dissonanze che non permettono un lavoro produttivo: nel lavoro rituale correttamente inteso infatti le singole individualità vengono rispettate, vibrano in assonanza e manca totalmente l'aspetto costrittivo del gruppo sul singolo.

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