Schematicamente possiamo affermare che la regolarità consiste nell’osservanza degli Antichi Doveri e l’irregolarità nella loro inosservanza (come il Grande Oriente di Francia che ha abolito la formula del GADU o le massonerie che accettano le donne) mentre la legittimità si riferisce a quei corpi che operano in uno stato già occupato da una Obbedienza regolare (esempio beffardo può essere l’Italia dove il GOI risulterebbea regolare, ma non legittimo, data la presenza della Gran Loggia Regolare d’Italia che ha il riconoscimento della Gran Loggia Unita di Inghilterra).
La legittimità nasce anche dal possesso di «patenti» autorizzanti un certo lavoro.
Mi spiego.
PREMESSA. In queste pagine uso il termine rito con accezioni diverse. Intendo per rito (iniziale minuscola) la cerimonia, prescritta e descritta dal “rituale” (che in lessico teatrale – absit iniuria verbis - potremmo chiamare sceneggiatura) che si svolge durante un lavoro massonico (iniziazione al grado di apprendista, di compagno, ecc.) e Rito (iniziale maiuscola) un corpo (non necessariamente innestato su logge massoniche) che si basa su un rituale comune (per esempio il Rito Scozzese Antico ed Accettato, il Rito di York, il Rito di Memphis e Misraim, ecc.).
Se a me interessa per esempio il Rito X (corpo rituale muratorio non operante in Italia) e riesco a convincere le autorità di quel Rito della opportunità di estenderlo anche in Italia allora mi verrà concessa l’autorizzazione (la patente, appunto) a fondare camere rituali anche in Italia. Se in seguito quel Rito crescerà, potrà – a richiesta e su concessione delle autorità del paese di origine – ottenere l’autorizzazione ad essere indipendente e a non lavorare in subordine al paese di origine.
Tutti i Riti massonici in Italia sono sorti da una patente concessa da altri e così è anche per l’Ordine.
Perché una nuova Gran Loggia possa essere riconosciuta dalla G. L. U. d’Inghi1terra, è necessario che essa sia formata da almeno tre Logge regolari all’interno di un Paese massonicamente non occupato. La regolarità implica qui che le Logge costituenti una nuova Gran Loggia siano state in precedenza all’obbedienza di qualche Potenza massonica straniera regolare, il che non contraddice assolutamente il principio suesposto dell’autonomia della Loggia, poiché in ultima istanza discende dal fondamento tradizionale stesso dell’Ordine, per cui nessuno si fa Massone da sé ma deve essere iniziato in una Loggia: se in un determinato paese la Massoneria regolare è assente il candidato dovrà rivolgersi a una Loggia straniera, e quando un numero sufficiente di suoi connazionali sarà analogamente stato ammesso nell’Ordine, i nostri potranno creare Logge (con Bolla emessa dalla Gran Loggia alla cui obbedienza operano la o le Logge in cui vennero iniziati) e chiedere poi l’autonomia come nuova Gran Loggia. Simile processo, si noterà, serve a impedire soluzioni di continuità nella tradizione iniziatica, ma non implica affatto che la Loggia non sia autògena. Essa in effetti lo è, ma se non intende subire l’ablazione dalla Massoneria Universale deve comunque far riferimento, fin dall’inizio della propria esistenza, al quadro dei rapporti che regolano la filiazione di nuove unità massoniche nel mondo.[Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, vol. 1, Reggio Emilia, 1989, p. 235].
Quindi tra le condizioni che assicurano la continuità sussiste il requisito di un regolare ingresso dei richiedenti il nuovo status (la patente, appunto).
Tutti i corpi tradizionali, non solo massonici (mi riferisco per esempio al martinismo), mantengono la trasmissione (la catena) con la continuità attestata dalle “patenti”.
Guénon su questo punto è perentorio: nel capitolo V delle Considerazioni sulla via iniziatica ribadisce appunto che il collegamento [ad una organizzazione tradizionale regolare, dove per tale il Nostro intende una organizzazione depositaria di una influenza spirituale] (…) deve essere reale ed effettivo, e un cosiddetto collegamento «ideale», come alcuni si sono compiaciuti a volte di considerarlo nella nostra epoca, è interamente vano e di nessun effetto.
[René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, Genova, 1987, p. 53].
Mi pongo subito una domanda: colui che fondò l’organizzazione tradizionale in virtù di cosa lo fece? Da chi o cosa fu «autorizzato» alla fondazione?
Faccio un esempio. Il Rito Noachita in Italia è stato fondato nel 1986 su autorizzazione (patente) di alcuni massoni inglesi che detenevano la tradizione (patente) del Rito Swedemborghiano.
[Il compito di ridestare il Rito (originalmente detto Antico e Primitivo, o Swedenborghiano) fu affidato dal Fratello Desmond Bourke a Michele Moramarco, nel dicembre 1982, in una sala del British Museum, ove Bourke era impiegato. Il Charter, poi, fu intestato e inviato al medesimo Fratello italiano dalla R. L. "Heliopolis" n.1 (Memphis-Misraim) di Londra, garante della trasmissione e della operazione di risveglio, che comportò una rettifica dei rituali e del titolo. (da http://noachmason.blogspot.com, che riporta - per quanto è a mia conoscenza - correttamente ciò che effettivamente accadde).]
La tradizione (trasmessa e modificata dallo Yarker (1833-1913, eclettico personaggio inglese), giunta a metà del secolo scorso in Inghilterra dal Canada e là dagli Stati Uniti (sembra che il Rito fossa nato proprio lì, ma la tradizione o leggenda vuole che provenisse dall’inglese Rito dei Teosofi Illuminati esportato nel nuovo mondo alla fine del XVIII secolo. Parlo di leggenda perché «fumosi» sono gli inizi del Rito e certa è solo la presenza dell'onniprsente Yarker in ogni alto grado).
E’ quindi un Rito legittimo. Nato come corpo autonomo (su autorizzazione di quei fratelli inglesi) con permesso ad eventuali rettifiche dei rituali (sempre su autorizzazione di quelli) è oggi un Rito che legittimamente ha compiuto determinate scelte (per esempio il collegamento al Goi) e, indipendentemente da interferenze dei “patentanti”, svolge in Italia la propria attività.
Ho citato solo un esempio, ma potrei continuare a lungo: praticamente alla base di ogni sistema tradizionale, muratorio o no, si trova una continuità dalle origine dimostrata dalla continuità delle patenti: una specie di albero genealogico.
Per amor di verità però non si può non tener conto della mancanza di chiarezza in molti passaggi di patenti, per cui in praticamente tutti gli organismi tradizionale si rilevano momenti di nebbia (soprattutto a causa della “disinvoltura” ci certi personaggi per i quali la precisione filologica è spesso inversamente proporzionale all’entusiasmo).
La domanda posta (da chi hanno avuto la patente i primi?) credo possa puntualizzarne la valenza. Dal punto di vista normativo il possesso di una autorizzazione dovrebbe evitare il contestuale prolificare degli stessi corpi negli stessi spazi con un significativo aumento della confusione.
Da un punto di vista iniziatico e spirituale invece è per così dire “definitiva”. Se l’atto (rito) di iniziazione pone una continuità non solo ideale, ma effettiva con la vibrazione iniziale (René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, op. cit., p. 50), l’interruzione della sequenza risulta disastrosa: non si può trasmettere nulla.
Ma l’indagine sull’iniziatore della catena diventa altrettanto importante.
Mi spiego con un esempio. Dall’indagine storica risulta che il cristianesimo è iniziato dalla figura di Paolo, persona estranea alla cerchia degli intimi di Gesù, che non ha mai conosciuto personalmente. Il problema della patente, dell’agire cioè a nome di qualcosa o qualcuno che ti manda, è talmente importante che lo stesso Paolo, all’inizio della sua predicazione, sente il bisogno di affermare continuamente la propria legittimità (Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio - Atti, cap. 9) e pone all’inizio della sua missione un fatto soprannaturale che lo possa legittimare agli occhi dei seguaci (2 Corinti 1:1).
Ogni esercente cose spirituali afferma la propria idoneità basandosi su una continuità col passato (p. e. il vescovo cattolico afferma la continuità attraverso il proprio consacratore e il consacratore di quello e così via con la gerarchia tradizionale fino allo stesso Pietro investito direttamente dal divino. Matteo 16,18 : Ed io altresì ti dico, che tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò la mia chiesa e le porte dell'inferno non la potranno vincere.) o con qualcuno o con qualcosa.
Ogni ordine iniziatico sente il bisogno di richiamarsi alla catena iniziatica mediante il collegamento alla catena dell’ordine (si consideri la catena degli iniziatori martinisti o la regolarità delle logge massoniche, nate appunto “regolarmente” entro la propria Obbedienza in modo prescritto e – teoricamente – rigoroso).
Il mio pensiero però è cambiato negli ultimi anni. Prima ero convinto della necessità della continuità della catena, pena la rottura e la impossibilità della trasmissione. Davo cioè molta importanza alla necessità che un “anello” della catena avesse i collegamento con gli anelli precedente e seguente.
Ma le riflessioni proprio sulla catena martinista, dove due iniziatori, Papus e Chamboseau si scambiarono vicendevolmente le iniziazioni in quanto ciascuno nella propria genealogia iniziatica presentava punti oscuri (l’uno aveva una presenza femminile e l’altro una omissione) mi ha portato a non dare eccessiva importanza a tali questioni.
Mi spiego. E’ certamente significativo inserirsi correttamente nella catena di altri ricercatori: il lavoro ne verrebbe amplificato e ci si porrebbe nella continuità con i Maestri passati. Ma non è indispensabile. Del resto, chi furono i primi? Con chi si collegarono, se furono proprio loro a cominciare?
Il collegamento avviene con il mondo che si trova sotto la parte razionale dell’uomo, il mondo dell’altrove, mondo con il quale ogni uomo può (se vuole e se ne ha la possibilità e se ne ha le capacità) porsi in correlazione e lavorare con la necessaria continuità.
Chi fatica a costruire il collegamento da solo, può validamente agganciarsi ad organismi tradizionali che vantino una corretta connessione: troverà la via tracciata per grandi linee, ma dovrà essere poi lui a camminare, non l’organismo o l’istituzione.
Da cosa sono stati legittimati i primi massoni o i primi martinisti? Con buona pace di Guénon ritengo che il “primo” abbia senza dubbio avuto una per così dire “intuizione particolare” e che la continuità della catena sia certo importante; lo spirito però non cammina sulle gambe e sui brevetti, bensì soffia dove vuole.
Ecco il motivo per cui le questioni su regolarità e legittimità mi interessano poco.
A me interessa il metodo muratorio e sono conseguentemente del parere che un profano iniziato da sette massoni regolarmente iniziati sia a sua volta massone legittimo e regolare. Non posso però nascondere che, in situazioni ove è possibile la presenza devastante di personaggi obliqui, il riconoscimento di obbedienze estere (e quindi il riconoscimento di regolarità e legittimità) può garantire un minimum di serietà di lavori e comportamenti: appunto può, non è.
POST-SCRIPTUM 2
Regolarità e legittimità appaiono i nuovi paletti entro cui le obbedienze massoniche sono costrette a muoversi.
Al camminatore non può sfuggire il richiamo alle due colonne del Tempio e quindi alla metodologia del binario.
Da malpensante si pone il problema: se appunto regolarità e legittimità siano le nuove colonne del Tempio con le quali le Obbedienze dovranno confrontarsi e superare per costruire l’universalità muratoria (o semplicemente umana)?
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