domenica 27 settembre 2009

5.5 Il lavoro di Loggia

Si dice: il lavoro muratorio modifica l'uomo. E' vero, ma aggiungo: solo se si verificano le condizioni adatte. Si deve cioè lavorare bene.

Certo la Massoneria non sempre ha lavorato bene se periodicamente è stata coinvolta in tempeste che hanno ben poco di iniziatico e molto di profano. Massoni, fatti entrare per amicizia, stima nella vita sociale o altro, ma sprovvisti delle qualità necessarie, a loro volta dovrebbero filtrare e verificare nei bussanti quelle qualità che a loro mancano.
[Sicuramente un grande limite nel lavoro muratorio deriva dal livello qualitativo dei massoni di oggi. Troppi sono quelli entrati per ragioni che forse nemmeno loro conoscono. Attratti probabilmente da un'aura vagamente romantica o magari dal non volere rispondere negativamente al proponente (anche questo ho sentito dire!). O per altro ancora.]

Ma come può un cieco esaminare e giudicare sulla vista altrui? Il racconto di Tolstoj è purtroppo sempre attuale:
Un cieco di nascita domandò ad uno che vedeva: “Di che colore è il latte?”. “Il latte?” rispose l’altro. “E’ del medesimo colore della carta bianca”. “Allora fa il rumore della carta bianca quando la si spiegazza?”. “No, il latte è bianco come la farina”. “Allora è delicato al tatto e scorre tra le dita come la farina?”. “No, è bianco semplicemente, come la pelliccia dell’ermellino”. “Allora è vellutato e soffice?”. “No, il bianco è il colore della neve”. “Allora è freddo come la neve?”. E colui che vedeva, inutilmente citò altri esempi: il cieco non riuscì a comprendere come sia il colore bianco.
[Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura, Milano, 1989, p. 128].

Gibran nel Folle amplia:
Disse un giorno l’occhio: «Vedo oltre queste valli un monte velato di nebbia azzurra. Non è magnifico?»
L’orecchio udì, e dopo aver ascoltato attentamente per un poco, disse: «Ma vi è dunque una montagna? E dove? Io non la sento».
Allora parlò la mano e disse: «Sto cercando invano di avvertirla e di toccarla: non riesco a incontrare nessuna montagna».
E il naso disse: «Non c’è nessuna montagna, non ne sento l’odore».
Allora l’occhio si volse dall’altra parte, e tutti gli altri attaccarono a discutere dello strano inganno dell’occhio. E conclusero: «Ci dev’essere qualcosa che non va, per l’occhio»
.
[Gibran K. Gibran, Tutte le poesie e i racconti, Roma, 1993, p. 32].

La morale è sarcasticamente raccontata da Borges: l’orbo nel paese dei ciechi dovrà fuggire perché i ciechi si erano convinti che le sue stranezze (il vedere ciò che gli altri non potevano vedere) derivavano appunto dal suo unico occhio e avevano deciso di accecarlo (cioè normalizzarlo) e renderlo uguale a tutti gli altri...
I ciechi borgesiani mi sembrano simili a quei massoni che hanno davanti a loro tutti gli strumenti dell’arte e non li usano: non li sanno usare per mancanza non tanto di capacità operativa, quanto di coscienza di finalità del lavoro. E pretendono che anche gli altri non li usino.

Cosa significa lavorare bene? Il lavoro muratorio è corale e di gruppo. Ogni operaio è anello di una catena. Se l'anello non è in tensione non diventa conduttore e interrompe o deforma il lavoro. E' una grande responsabilità di tutti noi: partecipare ai lavori di Loggia non preparati o, peggio, increduli significa non solo non compiere lo sgrossamento della nostra pietra, ma impedire anche lo sgrossamento delle pietre dei fratelli. In tal caso gli strumenti dell'arte sono utensili inutili e la qualità dei lavori ne soffre, aspetto non secondario in una metodologia che privilegia il lavoro di gruppo: se il gruppo non è all'altezza il singolo viene frenato; se il singolo non è adeguato è tutto il gruppo ad essere frenato. E se il gruppo travalica? E se il singolo esce dal seminato?

Il massone che invece partecipa consapevolmente al lavoro di Loggia, sapendo ciò che fa, vuole usare gli strumenti dell'arte in pieno equilibrio: è l'uomo che vuole stare nel proprio centro. O almeno questo è il suo obiettivo. Se infatti ha ben saputo viaggiare all’inizio del suo iter muratorio, ha dovuto rendersi conto di se stesso, di come effettivamente è, anche se può non piacergli (molto spesso noi siamo diversi da quello che vorremmo essere e siamo in realtà quello che non vogliamo essere - e spesso non ce ne accorgiamo).

Quando lavori su te stesso non trovi mai tranquillità, ma solo disagio, determinazione e fatica. E' ben triste scoprire di essere non come si vuole, ma come in realtà si è, e operare per far sì che il dover essere diventi essere. Non è facile sgrossare la pietra, eliminare le scorie più grossolane e trasformare le altre. Far in modo che l'egoismo non si nasconda dietro l'amore e che l'orgoglio non si mascheri in sapere e conoscenza (mentre non è che sopraffazione e pedanteria).

Una volta in auto osservai il solito automobilista sorpassarmi rischiosamente per restare poi incolonnato a pochi metri davanti a me. "Cosa avrà ottenuto?" mi capitò di osservare. E un fratello, seduto al mio fianco: "Una soddisfazione interiore". Era vero. Quanta energia sprecata in una manovra inutile e pericolosa per un obiettivo tanto futile! A volte paragono certi massoni a quell'automobilista, perduti dietro ad obiettivi futili (e voglia il cielo siano solo futili e non pericolosi!).

Troppi fratelli al contrario ritengono che lavorare significhi discutere e dibattere (sia pure educatamente) e che il lavoro in terzo grado permetta di parlare più apertamente senza remore o vincoli, mentre, se vogliamo, è esattamente il contrario.

Il lavoro in terzo grado deve essere il momento qualificante per il Libero Muratore perché è solo con il terzo grado che si completa l'essenza di Massone. Sostenere che in Camera di Mezzo si può parlare di qualunque argomento è affermazione superficiale e non corretta. Si deve invece dire che solo il Maestro, a differenza dell'Apprendista e del Compagno, raggiunge il punto di equilibrio, oserei dire magico, che gli permette di essere Massone e non un semplice iscritto alla Massoneria.

Se il lavoro dell'Apprendista prima e del Compagno poi in un certo senso è preparatorio alla costruzione, il lavoro del Maestro è la costruzione stessa, quindi corale e di unione. Il Maestro costruisce il muro utilizzando pietre e unendole con la calcina perché la maestria è saper riunire ciò che è diviso.


IL VOLO DELLA LUCCIOLA
Il paragone tra i liberi muratori e le lucciole mi è stato suggerito dal fratello Battelli in una riunione “elettorale” durante la sua “campagna” alla Gran Maestranza.
[Qui non mi interessa il giudizio sul Battelli Gran Maestro, sul quale parlerà (o ha già parlato) la “storia massonica” (erano comunque i tempacci del post Salvini). Mi preme invece sottolineare che in un incontro elettorale recepii uno spunto straordinario per il mio lavoro, sul quale da allora (era il 1978) continuo a lavorare].
Partecipai all’incontro (alla loggia Venerucci) e ricordo che Battelli a un certo punto rammentò il nonno - massone pure lui – che al curioso nipotino (lo stesso Battelli) sulle reprimende della nonna cattolica praticante verso i massoni che escono di notte come le persone di malaffare e di malavita (le famose tre m!), rispose che i massoni escono di notte perché sono come le lucciole: ognuno ha una sua piccola porzione di luce e cerca altri compagni.

E’ un simbolo stupendo: la piccola lucciola che vola in sciami nelle notti estive (possiamo aggiungere: a ridosso del solstizio?), in compagnia di altre sue compagne, ma sola nella propria individualità: può descrivere con grande efficacia il lavoro del camminatore. Io credo di avere con me una piccola porzione di luce, io cerco assieme ad altri confratelli miei momentanei compagni di strada: ma la ricerca è individuale perché pur volando assieme ogni piccola lucciola va per conto suo. Drammatizzando, posso aggiungere che vago nelle tenebre, ma porto con me quella piccola porzione di luce…

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