giovedì 10 settembre 2009

2.2 Il lavoro rituale

La caratteristica fondamentale del lavoro in Loggia è l’uso di un rituale, cioè un “dialogo” che si ripete uguale ad ogni momento particolare dei lavori: apertura e chiusura, ingresso di un nuovo adepto, “promozione” di un adepto, ecc.

L’uso del rituale può sconcertare l’uomo contemporaneo non abituato a strumenti del genere (oppure convinto che il rituale sia legato alla chiesa cattolica: rituale della messa, della comunione, del matrimonio, ecc.). Ma lo stupore viene meno se gli si fa osservare che molti gesti e frasi ripetute quotidianamente sono anch’esse piccoli rituali (forse non sacri, ma non per questo meno impegnativi): si pensi solo ai gesti ripetitivi che il bambino richiede prima di eventi per lui carichi di emotività (fondamentalmente l’esser lasciato lontano dai genitori per il sonno, all’asilo, ecc.). Sono per lui segni rassicuranti che in un certo senso gli “organizzano” l’emotività incanalando le sue paure e permettendogli di accettarle e superarle.

Il rituale ha quindi la funzione di “organizzare” gli intervenuti e di renderli partecipi di un qualcosa che è sostanzialmente diverso dal procedere della vita quotidiana. In un certo senso è un avviso al partecipante nella sua completezza (e quindi nelle sue componenti materiali, animiche, psicologiche, spirituali) che sta facendo qualcosa di “diverso” assieme ad altri.

Per essere efficace il rituale deve essere “sentito” non come atto estraneo, ma come costruzione di un fatto emotivamente intenso. Stimolare l’emotività implica successivamente sollecitare anche altre facoltà o piani dell’uomo, fino a che i partecipanti sentono di “costruire” qualcosa di sostanzialmente distinto dal quotidiano.


IL «DOGMATISMO» RITUALE

L’atto ripetitivo di pronunciare ad ogni tornata le stesse frasi diventa effettivamente “creativo” di qualcosa, incanalando le forze psichiche dei partecipanti e in un certo senso “amplificandole”.

I problemi nascono quando i partecipanti non riescono a trovare la necessaria armonia. Una situazione analoga capita nella realtà fisica: se due o più onde si trovano “in fase” la loro potenza aumenta, mentre sotto altre condizioni le onde si contrastano fino ad annullarsi a vicenda. E’ fenomeno analogo al fenomeno fisico della risonanza, che fa sì che oscillazioni anche piccole possano sotto opportune condizioni di fase sommarsi mettendo talmente in vibrazione manufatti (specie in metallo) da ottenere risultati distruttivi.

Il lavoro rituale ottiene un effetto analogo: se i partecipanti non riescono ad essere “in fase” non solo non si verifica il fenomeno di amplificazione, ma si possono avere conseguenze “negative” che nella migliore delle ipotesi non producono niente (nella peggiore invece possono produrre conseguenze indesiderate).

Alla luce di quanto premesso vanno considerate le critiche spesso avanzate da parte di quei massoni che non danno al rituale l’importanza che dovrebbe avere. A loro parere, infatti, non è rilevante tanto far sì che il rituale venga eseguito con “precisione”, quanto che i massoni sappiano lavorare “aperti al mondo”. La critica di “dogmatismo rituale” a chi ricerca la precisione diventa quindi scontata.

E’ una critica che non mi interessa, anche se mi è stata rivolta in numerose occasioni: a mio parere non fa altro che qualificare chi la propone.


RIFLESSIONE

Studiamo e pratichiamo il rituale; e soprattutto non consideriamolo una sovrastruttura. È ovvio che ogni rituale ha, nella unicità dell'obiettivo, finalità particolari da raggiungere con modalità diverse, e quindi i singoli rituali, pur nell’ambito della stessa via, possono essere dissimili: hanno origine umana e non sono rivelazione di una qualche divinità. Si suppone che il o i redattori fossero in grado di redigere un qualcosa che potesse produrre i risultati voluti. Non sono dogmi, ma metodologie; se cambio qualcosa di una metodologia posso anche vanificare l'intera operazione o renderla pericolosa o produrre risultati opposti a quelli cercati. Per spiegarmi con un esempio, se rendo valide certe regole ludiche allora gioco una partita di football; se invece cambio qualche regola è probabile che non giochi più a football, ma a qualcos'altro, magari a basket. Non posso dire che il football sia "più vero" o “migliore” del basket, ma semplicemente che sono due giochi diversi nella unicità del fine di giocare una partita di un qualche gioco.

Se all'interno dello stesso rituale cambio la posizione di certe esortazioni o dialoghi allora è possibile cambiare pure certe finalità o caratteristiche. Riporto una citazione di Moramarco:
L'assenza, l'abbreviazione o la modifica di questa o quella parte del rituale provocano di rimbalzo alterazioni nell'organizzazione e nelle sequenze dei materiali. Ad esempio, stante la mancanza del charge al termine dell'iniziazione ad Apprendista L. M., in Italia la «lezione» sulla virtù (che in Inghilterra rientra appunto nel charge finale), viene anticipata alla prima fase della cerimonia e assume una funzione propedeutica e non più esegetica, con notevole riverbero sul «tono» del rituale che in Italia accelera immediatamente in direzione della «soluzione», mentre nei paesi anglosassoni indugia più a lungo, e a nostro avviso più convincentemente, sulla «tecnica» massonica (segnatamente sulla sua geometria gestuale), sulla sacralità dell'Arte, sul rigore del «salto» iniziatico spiccato dal candidato con l'ammissione nell'Ordine e sulla disposizione dei fotismi (i simboli delle Tre Grandi e Piccole Luci) nel Tempio.

[Michele Moramarco, Nuova Enciclopedia Massonica, n. 2 voll, Reggio Emilia, 1989, v. 1, p. 84].

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