DOVE VA L'UOMO?
Sempre fuori dalla norma! Sai, questo è il tema del Vecchio e di Krishnamurti e di tanti «La verità è una terra senza sentieri ». Cammini, trovi. Non c’è chi ti dice «Guarda, il sentiero per la verità è quello ». Non sarebbe la verità. Se rimani nel conosciuto non scoprirai niente di nuovo. Come fai? Viaggi sui binari del conosciuto e rimani nel conosciuto. E così è quando cerchi. Se sai cosa cerchi non troverai mai quello che non cerchi..., e che magari è giusto la cosa che conta, no? Per cui è uno strano processo che richiede una grande determinazione, perché implica rinuncia, assenza di certezze. E comodo adagiarsi sul conosciuto, no? Alle Otto c’è il treno, alle nove apre la banca, comportati bene, non rubare i soldi, e avanti. Ma se tu esci dal conosciuto e cerchi strade che non sono state completamente battute o, come dico, se te le inventi, hai la possibilità di scoprire qualcosa di straordinario.
Tiziano Terzani
[in La fine è il mio inizio, Milano, 2006, pp. 440-441]
Tiziano Terzani
[in La fine è il mio inizio, Milano, 2006, pp. 440-441]
Non conosciamo la risposta, conosciamo la domanda, l'eterno triplice dilemma che ci risuona dentro: da dove vengo? chi sono? dove vado?
L'interrogativo esistenziale appare in ogni modalità del vivere: dove va l'uomo? dove va il cittadino? dove va la politica? dove va la società? dove va la scienza? dove va la nazione? dove va la massoneria? dove va il mondo?
…E ho applicato il cuore a cercare e a investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo: occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché vi si affatichino (Qohelet 1 13). Cioè: ho applicato il mio intelletto nella ricerca delle risposte alle eterne domande: da dove vengo? dove sono? dove andrò? Domande che in ultima analisi si riducono ad una sola: chi sono? Questa è l’occupazione angosciosa dell’uomo.
Chi può rispondere? Eppure la risposta è alla base del nostro essere. Ma non c'è risposta definitiva, perché significherebbe uscire dal condizionato, passare dal poligono al cerchio, dal finito all'infinito.
L'uomo ha sempre avvertito una forte spinta alla conoscenza, è sempre stato un viaggiatore e un camminatore. C'è un Ulisse dentro ogni uomo, un Ulisse dominato dall'ansia del sapere e dello sperimentare. Ulisse anzi può ben dirsi il paradigma dell'uomo e paradigmatico è il modo di vedere Ulisse nella storia dell'uomo.
L'Ulisse omerico dopo dieci anni di peregrinazioni giunge in patria e conquista la propria donna e la propria casa [il proprio centro!]:
...Ulisse, che, domata Troia,
sulla via del ritorno apprende e vede
genti e costumi e mai non è sommerso
nell'aspro mare dall'avversa sorte
ha cantato Orazio [Epistole 1 II 17, 22]. Ma dovrà poi riabbandonarla, la casa, alla ricerca di un paese ove il remo fosse uno strumento sconosciuto.
L’Ulisse di Dante cerca, sempre e comunque. E non importa se la ricerca ha esito negativo, importante è cercare: ha fallito ed è all'Inferno. Resta pur tuttavia in una dimensione sacrale, pertinente agli antichi: la sacralità della conoscenza e la conoscenza del sacro. Conoscere è lavorare su se stessi per se stessi.
L'Ulisse di Tennyson non sa piegare l'animo ad una vita inerte dove unica prospettiva è la morte (starmi non posso dall'errar mio... - Traduzione di Pascoli, in Giovanni Pascoli, Poesie, due voll, Firenze, 1973, p. 1261) e spinto da un desiderio irrefrenabile sprona i compagni: Tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.
L'Ulisse del pascoliano Ultimo viaggio, intrapreso nel nono anno dal ritorno, naufraga presso gli scogli delle sirene.
L’Ulisse di Joyce è emblema dell'uomo contemporaneo. Non è più l'eroe epico, ma naviga nel quotidiano, tormentato da angosce esistenziali e tentativi inutili: viaggia nell'inconscio, quasi un nuovo passaggio (ancora sacrale?)
agli inferi e si sforza forse di ricercare l'universale attraverso la quotidianità del vivere.
Si staglia, infine, come prototipo del camminatore, l’Ulisse di Pessoa che innesta il vivere in una dimensione più ampia, che forse non richiama gli antichi dei, ma certo apre una porta sull’altrove. Il camminatore è giunto presso una soglia e avanza.
Il mito è quel nulla che è tutto.[Fernando Pessoa, Poesie, Milano, 2004]
Lo stesso sole che apre i cieli
è un mito brillante e muto –
il corpo morto di Dio, vivente e nudo.
Questi, che qui approdò,
poiché non c’era cominciò ad esistere.
Senza esistere ci bastò.
Per non essere venuto venne
e ci creò.
La leggenda così si dipana,
penetra la realtà
e a fecondarla decorre.
La vita, metà di nulla,
in basso muore.
Il camminatore avanza non più solo Ulisse, ma anche Zarathustra, nuovo uomo dalle infinite sfaccettature:
Sì! So donde vengo![Canto dell'Ecce homo, Nietzsche, Così parlò Zarathustra – Un libro per tutti e per nessuno, Milano, 2003, p. 62].
Mai sazio, come la fiamma
Mi ardo e mi consumo.
Luce diviene tutto ciò che afferro,
carbone ciò che lascio:
sono sicuramente fiamma.
Il camminatore riesce ad intuire da dove viene: ora vuol sapere dove va.
Una favola americana, che ispirò molti anni fa un famoso regista cinematografico, racconta che quando suona un campanello un angelo mette le ali e vola in paradiso. Parafrasando la favola potremmo dire che quando Ulisse è pronto si trova di fronte a una porta.
A cosa credi? Al fatto che i pesi di tutte le cose debbano essere rideterminati. [Nietzsche, ibid, p. 160]. Il ricalcolo del peso è oltre la porta.
La porta si apre nel Tempio della Libera Muratoria.
OSSERVAZIONE
1. Attenzione: la mia porta si è aperta sul Tempio massonico; ciò non significa che tutte le porte vi si debbano aprire.
2. Profanità e mondo profano
Per completezza del discorso e apertura verso tutto ciò che è diverso da me, debbo osservare che non dobbiamo ritenere valido solo ciò che è al di qua della porta (la massoneria) e non valido oppure non così efficace ciò che è al di là (in termini massonici, il mondo profano).
L’apprendista, ricolmo di entusiasmo e di zelo, può forse pensarlo, ma l’apprendista un po’ più anziano riconosce che il confine con la profanità è molto labile. Così non è vero che la profanità stia tutta da una parte della soglia e la massonicità tutta dall’altra. Anche la massoneria è stata ed è profanizzata o addirittura profana; come nel cosiddetto mondo profano ci sono uomini e centri non muratori ma incamminati sul percorso di un cambiamento interiore.
Noi siamo entrati in una istituzione che ci permette (se vogliamo e se ne siamo in grado) di acquisire un metodo di lavoro [Nota. Come si fa a lavorare su noi stessi? La massoneria propone un metodo di lavoro mutuato dalla antica operatività. Ma credo che ormai pochi massoni moderni, troppo rivolti all’intelletto, sappiano come e cosa si debba fare (ciò non vuol dire che lo sappia io; forse sono solo un po' più insoddisfatto di altri). L'arte si è persa? Forse no, ma è sicuramente ben nascosta. Il massone ha perso la capacità di cercare e trovare?]. Altri all’esterno dell’Istituzione possono acquisire metodi di lavoro, simili o diversi, che portino a cambiamenti altrettanto validi, se non più profondi.
Il punto essenziale per chi è al di qua della porta sta nella ricerca del metodo muratorio e nella maggiore applicabilità possibile su noi stessi. Il punto essenziale per chi è al di là della porta sta nella ricerca di un altro metodo e nella maggiore applicabilità possibile di quello su se stessi.
Se e quale dei metodi sia migliore non importa: al limite potrebbero essere inefficaci entrambi. Oppure potrebbero essere metodi analoghi applicabili con strumenti diversi.
Et de hoc satis.
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