Continuano le riflessioni: dalla "Donna che canta" siamo giunti a Edipo.
Edipo
La storia richiama Edipo, una figura che, come tante altre del mito greco, è intensamente intrecciata con l’uomo. Tanto intrecciata che ha sempre colpito durante il corso della storia umana. Tanto intrecciata che poco più di un secolo fa è diventata paradigma per descrivere l’attrazione tra il bimbo e il genitore di sesso opposto.
La storia
Laio, re di Tebe, avendo l'oracolo predetto la nascita di un figlio che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, dispone di eliminare il neonato, che viene abbandonato nel bosco. Un pastore impietosito lo raccoglie e il re di Corinto lo alleva come proprio figlio.
Divenuto adulto, Edipo, conosciuto l’oracolo sul suo terribile destino, abbandona quelli che ritiene i propri genitori per evitare una sorte tremenda. Nel vagare si scontra ad un bivio con due insolenti che, in una banale lite per una presunta precedenza, uccide. Si imbatte poi nella Sfinge, un mostro dalla testa di donna e corpo di leone, che divora chi non sa risolvere il suo quesito.
L’enigma (Qual è quella cosa che ha voce, che la mattina va con quattro piedi, a mezzogiorno con due e la sera con tre?) è misterioso per tutti, ma non per lui, che sa dare la risposta giusta (l’uomo, che all’inizio della vita va a gattoni, da adulto è bipede e nella vecchiaia si aiuta con un bastone, il terzo piede). La Sfinge si uccide e Creonte, fratello di Giocasta e reggente di Tebe dopo la morte di re Laio, offre il trono ad Edipo. Il matrimonio con Giocasta, la regina vedova, legittima la nuova posizione regale.
Il seguito è noto. Per eliminare una pesante pestilenza gli dei impongono la punizione del colpevole dell’uccisione di re Laio, primo marito di Giocasta. Edipo, fattosi parte diligente nella ricerca, scopre di essere lui non solo il colpevole, ma anche figlio di Laio e Giocasta, e quindi di avere lui sposato la propria madre e di essere fratello dei propri figli.
La profezia si è compiuta. Edipo si acceca, Giocasta si uccide.
Rifletto
Tra Edipo e Nawal Marwan ci sono molte analogie ma anche molte dissomiglianze, sia per il diverso sentire del greco del V secolo ac rispetto all’uomo del XXI, sia per il diverso punto di vista. Là, al centro della vicenda, il figlio-padre; qui, i figli-figli. Soprattutto noi non potremo sapere mai come Edipo e Nawal hanno sentito e possiamo solo intuire come gli altri, in tempi e spazi diversi, li hanno visti.
Attenzione! I figli di Nawal, una femmina e un maschio, indicano entrambi i principii, maschile e femminile. Di più! I ruoli maschile e femminile paiono rimescolati: la femmina, ricercatrice di matematica, indica quasi la parte razionale simbolicamente individuata nel maschile e il maschio più emotivo l’aspetto simbolicamente detto femminile. Pare la trasposizione a sessi contrapposti di una celebre coppia del Novecento, la filosofa spirito tormentato Simone Weil e il fratello matematico altrettanto famoso André.
Mescolanza significativa? Alla lettura della lettera della madre la gemella matematica versa lacrime di commozione e il gemello irruente mostra stabilità, quasi rovesciamento-superamento dei ruoli mostrati nel corso della vicenda. Il miscuglio è una nuova partenza?
Là l’intreccio insolubile tra privato e pubblico (una vicenda intima è problema collettivo che coinvolge il re, quindi la comunità e lo stato); qui il fatto è strettamente confinato alla sfera privata. Là Edipo cerca di sottrarsi al destino ineluttabile noto ai protagonisti fin dal principio; qui il destino ineluttabile viene individuato passo dopo passo. Là i figli di Edipo e Giocasta sanno cosa accadde; qui i figli lo scoprono un poco alla volta in una ricerca che si trasforma in un vero e proprio percorso di formazione.
Sembra quasi che le tappe che portano i due giovani a scoprire la verità siano come i viaggi dei Maestri alla ricerca del corpo di Hiram. Le tappe sono scandite chiaramente.
La morte della madre è l’inizio del cammino (morte come principio); l’abbandono del villaggio materno dall’atmosfera soffocante è la necessaria uscita dalle certezze iniziali diventate legacci ingombranti.
Scoprire che la madre è stata in prigione è il viaggio nel mezzogiorno del deserto assolato ed ostile, dove solo i forti come la donna che canta possono sopravvivere.
Scoprire le violenze sessuali è il cammino della sera: il buio si fa più profondo e il chiarore si dissolve in tenebre inquietanti.
Scoprire nello stupratore il padre e nel padre il fratello è il buio più buio del buio, una conflagrazione esistenziale: più in basso non puoi sprofondare; puoi solo o impazzire oppure, faticosamente, risalire.
Edipo ha fatto di tutto per sottrarsi al destino. Perché gli dei con lui furono silenti?
Direbbero gli antichi: non è possibile cambiare il fato. La virgiliana Sibilla è drastica verso il povero Palinuro: desine fata deum flecti sperare precando (smetti di sperare che gli dei cambino il destino pregandoli!). Nel pantheon antico il Fato è la potenza suprema, invisibile e tenebrosa, dal potere assoluto. Anche gli dei vi debbono sottostare!
Una prospettiva nuova (o sempre vecchia ?)
Oppure... forse ancora oggi dopo venticinque secoli il mito (potenza del mito!) invita l'uomo a non rinchiudersi in una unica prospettiva e a porsi domande.
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La Sfinge. Perché la Sfinge uccide chi non sa rispondere al suo quesito? La perdita della vita per una risposta errata sembra un pedaggio sproporzionato.
L’enigma è misterioso per tutti, ma non per Edipo. Obiettivamente non pare risposta molto difficile: un cultore di enigmistica, oggi, non farebbe fatica a trovarla. Ma… ieri?
Qualcuno propone un’analisi a ritroso: non partire dall’enigma e trovare la risposta, bensì partire dalla risposta e cercare un enigma che abbia proprio l’uomo come risposta. E allora cambia tutto.
L’uomo è la misura di tutte le cose. Non è solo massima filosofica di Protagora (il sofista contemporaneo di Sofocle, uno degli intellettuali più brillanti dell’antica Grecia), ma chiaro manifesto di una posizione filosofica e religiosa. Mi domando: la risposta di Edipo intende l’uomo nel senso astratto di essere umano oppure l’uomo legato al mondo fisico, gagliardo ma anche fragile, forte ma anche vulnerabile, e quindi l’uomo che per natura nasce dalla donna?
Domanda peregrina? Una possibile interpretazione vede Edipo rappresentare il passaggio tra la vecchia generazione e la nuova: il giovane elimina il vecchio capo e ne assume poteri e prerogative: simbolicamente il figlio uccide il padre e l’allievo uccide il maestro. Il passaggio – dice il mito – non è indolore; ma il mito pare quasi un invito a sbarazzarsi completamente del vecchio. Un esempio che precede di venticinque secoli la teoria delle catastrofi?
(continua)
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