Le riflessioni continuano.
Pensierino finale ?…
I gemelli riescono a ricostruire la loro storia: sono nati non da un atto di amore ma da una violenza scientemente perpetrata dal carnefice per distruggere psicologicamente e fisicamente la madre. L’autore della violenza e loro padre biologico è il fratello biologico. La realtà fisica è discorde da qualunque prospettiva di vita: è un aberrante 1 + 1 = 1.
Come uscirne? Nawal suggerisce un sentiero impervio e difficoltoso: spezzare la catena dell’odio. Uscire dalla deterministica logica ancestrale: tu fai una cosa a me e io faccio la stessa cosa a te, e così via. Spezzare l’orrendo se… allora...
Spezzare la catena dell’odio, l’ultimo messaggio di Nawal, non è dissimile dall’ultimo messaggio di Edipo: intimità che accomuna. Qualcun altro, sette secoli fa, parlò dell’amor che move il sole e l’altre stelle. Edmond ribadisce: con tutta l’umiltà del cristiano… aspettare e sperare…
C’è un filo conduttore fra Edipo, Edmond e Nawal: speranza e fiducia. Non faccio fatica a riconoscerlo messaggio universale che al di là di ideologie e religioni unisce uomini di luoghi diversi e di tempi diversi. E’ esattamente questo il compito del Maestro muratore, mettere assieme e unire ciò che è sparso e diviso, utilizzando la calcina della fiducia e della speranza.
*
Ha senso oggi parlare di percorsi lontani nel tempo? La vicenda di Edipo è ormai talmente destrutturata da essere stata ridotta a problema paradigmatico.
Edipo è sul confine tra due mondi. Edmond lascia un mondo alla ricerca di un nuovo mondo. Pure lui in un certo senso è sul confine.
Anche noi oggi siamo al confine di un mondo che si sta esaurendo e qualcosa che verrà. Viviamo la crisi del mondo al maschile. Il mito di Edipo integrato con l’eredità di Nawal e impregnato della speranza di Edmond ci impone di riflettere: non ritornare alle origini sostituendo al maschile il femminile, con funeree coloriture di “uguale e contrario”, ma andare ancora oltre. Come? Non so rispondere. Forse possiamo provare a fondere maschile e femminile in una nuova forma transgender che riesca ad essere sia l’uno che l’altro e qualcosa di più: 1 + 1 non più uguale a 2 e nemmeno a 1, bensì tendente a 3.
…o iniziale ?
Resta una domanda fondamentale. Tutto è accaduto perché gli avvenimenti sono inseriti in un flusso finalistico che non può che portare a quella conclusione oppure le cose avvengono casualmente? In termini concisi: caso o necessità?
La domanda si intreccia alla vita dell’uomo. Ma l’uomo stenta a capire.
Un tizio estrae una moneta dalla tasca e prima di lanciarla in aria chiede quale sia la probabilità che il risultato sia “testa”. I presenti rispondono in coro: “50 per cento”. Il tizio lancia la moneta, la copre e chiede: Qual è la probabilità che sia uscita testa? Tutti ancora rispondono: “Stessa domanda, stessa risposta. L’abbiamo già detto: 50 per cento”.
No, non è così. La situazione è radicalmente cambiata e la domanda è diversa: da un’incertezza aleatoria su ciò che deve ancora succedere e non si può prevedere si è passati a un’incertezza conoscitiva su ciò che è già successo ma ancora non si conosce. La risposta potrebbe essere diversa?
Il tizio mostra infine il risultato: effettivamente è testa; ma – aggiunge – la sua è una moneta particolare, con “testa” su entrambe le facce. Se quel tizio avesse permesso ad uno dei presenti di esaminare la moneta prima del lancio la risposta di costui sarebbe stata diversa da quella degli altri perché lui solo avrebbe avuto un “di più” di conoscenza”. E se un terzo tizio, pur non sapendo nulla della moneta, si fosse fidato ciecamente di lui e lo avesse seguito nella risposta “testa”, avrebbe dato una risposta non per aumento di conoscenza ma solo per fiducia nell’altro.
L’esempio dice che la probabilità di un certo evento dipende non solo dai cosiddetti “dati conosciuti”, ma anche dalla “fiducia” che quell’evento si verifichi. La fiducia si basa su ipotesi, sensazioni e conoscenze spesso soggettive e non sempre prevedibili.
La probabilità insomma non è proprietà oggettiva dell’evento, come potrebbe essere la temperatura, ma dipende dall’osservatore; quindi non è concetto che esista di per sé ma è costruzione umana basata su valutazioni e supposizioni diverse, spesso dubbiose.
Questo è un modo di pensare cui non siamo abituati e forse molti sentono estraneo.
Infatti l’uomo tendenzialmente ragiona in termini di implicazione “se… allora…”. Implicazione viene dal greco em-plèkein (= piegare insieme, avvolgere), derivato da una radice proto-indoeuropea plek (= intrecciare). Quindi: attorcigliare, intrecciare, avvolgere, frammischiare (Nota Bene: frammischiare = mescolare tra loro cose diverse, come nel miscuglio olio e aceto).
L’uomo tende a “legare” assieme due eventi anche se appaiono slegati. Pensiamo al nostro antenato nella boscaglia: ode un rumore sospetto oppure vede un’ombra strana e subito fugge. Forse è segno di un pericolo o forse no. Ma (pensa l’antenato – cioè: non pensa ma lo fa d'istinto): se c’è un pericolo allora io fuggo. La mente ha collegato i due eventi interpretando il primo (odo un rumore) come segnale di pericolo e il secondo (io fuggo) come conseguenza logica.
La mente dell’uomo è programmata in modo da ragionare per classificazioni e implicazioni: il nostro “centro direzionale” attribuisce significato a ciò che percepiscono i sensi e si trova a disagio se non riesce a farlo. L’esempio che mi viene in mente è immaginare la faccia umana nella luna o in certi paesaggi (un esempio per tutti: la collina chiamata Punta del Nasone sul Vesuvio) o il "vedere" costruzioni artificiali in certe particolari ombre sulle foto di un pianeta lontano oppure vedere lontane distese d’acqua in aridi deserti. La fuga a seguito di un rumore interpretato come segnale di pericolo senza dubbio offre all’uomo della foresta maggiori opportunità di sopravvivenza rispetto al non fuggire.
Però dobbiamo porci una domanda. E’ corretto estendere interpretazioni circoscritte a un certo ambito anche altrove? « Se nel mondo ogni oggetto è costruito da qualcuno allora qualcuno ha creato il mondo » è ragionamento corretto?
Il buon Kant ci ammonisce che l’idea di avere in tasca trenta talleri (all’epoca una somma consistente) non possa significare che in tasca io realmente li abbia. Ciò non impedisce di credere di averli effettivamente in tasca oppure che qualcuno abbia effettivamente creato il mondo, ma mette in guardia dalle illusioni costruite dalla mente, che vede presunti collegamenti anche là dove non ce ne sono.
Se nel mondo quotidiano la soggettività può influire fortemente sul modo in cui si valuta l’accadere di un avvenimento, non possiamo non domandarci se le nostre rappresentazioni del mondo siano corrette o almeno attendibili o, invece, troppo “soggettive”.
Chi ha avuto frequentazione di lavori di Loggia prima o poi si è imbattuto in qualcuno che ha detto: “Il caso non esiste. Lo diceva persino Einstein che Dio non può giocare a dadi con il mondo!”. Questo buon fratello tralascia il resto. Non sa che Niels Bohr, uno dei padri nobili della meccanica quantistica, replicò una volta ad Einstein di smetterla di dire a Dio cosa deve fare con i suoi dadi. Cosa vuol dire? Semplicemente che nel campo metafisico e gnoseologico si è proceduto troppo spesso per supposizioni personali basati su nostre presunte estensioni delle regole del mondo fisico ritenute valide per tutto e per tutti. Chissà? Magari Dio odia giocare con i dadi, oppure i suoi dadi sono molto diversi dai nostri. Oppure non ci sono i dadi di Dio e non c’è nemmeno Dio! Oppure, ancora, "caso" è la parola che noi usiamo per indicare qualcosa che ancora non comprendiamo, ma che esiste.
(continua)
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