giovedì 1 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 4

Il viaggio si compiva con tanti, infiniti (24) gruppi contemporaneamente in cammino. Qualche gruppo a volte viaggia insieme per poi di nuovo separarsi. Ma il un singolo viaggiatore a volte viaggiava solo per un po’ per riunirsi successivamente alla compagnia. Molti, tanti sono i modi di viaggiare. Come tante sono le mete: ognuno ha la sua e cammina.

A volte due amici, che ignoravano l’uno dell’altro, si incontravano e si riconoscevano. A volte si incontravano due estranei e pure loro si riconoscevano e camminavano insieme. Ricordo nel “Demian” (cito a memoria): ognuno è solo sulla terra, ma a volte due percorsi si intersecano e in quel momento ti sembra di essere a casa.
Bella l’immagine del camminare assieme. Vuol dire avere qualcosa in comune: la stessa direzione, la stessa fatica del caminar, l’uno con l’altro. “Con” è la chiave di volta; “con”, dal latino cum. Questi amici che camminano insieme sono compagni. Compagno: cum panis, quelli che mangiano lo stesso pane, che hanno il pane in comune.

Piace in questi caminantes il senso di appartenenza ad un grande progetto, che non è il totalitarismo del gruppo, bensì il piacere di camminare insieme, ma anche, al momento giusto, il piacere di essere soli. E poi fors’anche di ri-trovarsi.
Caratteristica fondamentale di tutti è la libertà di essere, di esserci, di comportarsi, che non diventa mai, né può diventare, licenza, come spesso diventa la libertà se non è associata ad un profondo senso del dovere.

E’ soprattutto accettazione degli altri. Ognuno di loro aveva un suo sogno, un desiderio, un giuoco segreto nel cuore, e pure tutti confluivano nel grande fiume ed erano uniti nel sentimento di una stessa adorazione, di una stessa fede e tutti avevano pronunciato lo stesso voto. (25)

Continua il racconto. Incontrai e amai Ninon, nota come « la straniera »: i suoi occhi scuri mi guardavano di sotto a capelli neri, era gelosa di Fatma, la principessa del mio sogno, ma probabilmente era lei stessa Fatma senza saperlo. (25)

E lui stesso, violinista e lettore di fiabe (25), diventò in un certo senso il Maestro di Musica del suo gruppo, concretizzazione naturale del senso della Bellezza che tramite lui si espandeva verso gli altri caminantes.

Solo con armonia può esserci compenetrazione tale da esaltare, elevare le capacità del singolo e dell’intero gruppo come suoni in assonanza si amplificano, in dissonanza si annullano. E nessuno riesce a cogliere e creare armonia come il Maestro di Musica.
Entra ora in scena un personaggio che avrà un ruolo cruciale nella narrazione.

Molti miei compagni e superiori mi furono carissimi. Ma forse nessuno mi rimase così vivo nella memoria come Leo, mentre allora pareva fosse poco considerato. Leo era uno dei nostri servitori (i quali naturalmente erano volontari come noi), ci aiutava a portare il bagaglio ed era spesso comandato al servizio personale del Fiduciario. (26)

Dunque Leo era uno dei nostri servitori. Già questa spiegazione appare poco convincente. Sono credibili viaggiatori che vogliono cimentarsi in un tale viaggio inaudito con servitori? A che scopo? Leo “chi” serviva? A nome di chi? E soprattutto: “chi” era?
Sono interrogativi senza risposta.

Certo che per essere un servitore, Leo un po’ speciale lo era: non solo il servitore ideale, così gentile e così accattivante (26), ma pure era capace di addomesticare uccelli e di attirare farfalle. Ed aveva anche uno scopo per essersi aggregato al viaggio (ma non era un servitore?): Si recava in Oriente per il desiderio di imparare a capire, secondo la chiave salomonica, il linguaggio degli uccelli. (26)

Nel narratore propostosi di raccontare quel viaggio sorse una difficoltà. Intanto la grande diversità delle immagini che ho nella memoria. (27) Il ricordo incompleto sarebbe comprensibile perché non si viaggiava in tanti gruppi, piccoli e meno piccoli, ma tutti sparsi, non sempre in collegamento gli uni con gli altri. Ma non pareva il disperdersi in gruppetti un ostacolo insormontabile per descrivere l’esperienza compiuta. Le difficoltà sorgevano dal “come” si viaggiava e “dove”. Il racconto mi riesce anche difficile perché non camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi. Andavamo in Oriente, ma andavamo anche nel Medio Evo o nell’età dell’oro, perlustravamo l’Italia o la Svizzera, ma ogni tanto pernottavamo anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con le fate. (27)

Un viaggio quindi in ogni direzione, nello spazio e nel tempo, dalla realtà alla Fantasia, dal quotidiano al non quotidiano, dalla Forza del Raziocinio alla Bellezza dell’Immaginazione, dalla Perpendicolare alla Livella, dalla Squadra al Compasso, dall’Occidente all’Oriente, dal Settentrione al Meridione.

Quando rimanevo solo ritrovavo spesso regioni e uomini del mio proprio passato, passeggiavo con la mia ex fidanzata sulle rive boscose dell’Alto Reno, facevo baldoria con amici di gioventù a Tubinga, a Basilea o a Firenze, oppure ero ragazzo e partivo coi compagni di scuola per acchiappare farfalle o fare la posta a una lontra, o la mia compagnia era formata dai personaggi prediletti dei miei libri, accanto a me cavalcavano Almansor1 e Parsifal, Viticone o Boccadoro o Sancio Panza, o eravamo ospiti dei Barmecidi. (27)

Mi rendevo (...) conto che il mio ritorno all'infanzia o la mia cavalcata con Sancio erano parte integrante del mio viaggio; la nostra meta infatti non era soltanto il paese di levante, o meglio il nostro Oriente non era soltanto un paese e un'entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell'anima, era il Dappertutto e l’ In-Nessun-Luogo, era l'unificazione di tutti i tempi. (28)
Un viaggio ben strano, quello...

Di ciò avevo però coscienza solo ogni tanto per un istante e questa era la grande felicità che godevo allora. (28). Sprazzi, come lampi nella notte: illuminavano per un breve attimo ma subito dopo si ritornava nel buio e nell’oscurità.

Questo era il cammino. Non la ricerca di non so cosa, ma riuscire a staccarsi dalla banalità quotidiana, vivere ogni istante, vivere con leggerezza come il bimbo che gioca, concentrato nel gioco, ma, appunto, leggero.

Più tardi infatti, non appena quella felicità mi andò perduta, compresi chiaramente questi nessi, ma senza ricavarne la minima utilità o consolazione. Quando una cosa deliziosa e irrecuperabile si dilegua, abbiamo l'impressione di svegliarci da un sogno. Nel caso mio questa impressione è paurosamente esatta. La mia felicità infatti consisteva effettivamente nello stesso mistero che costituisce la felicità dei sogni, stava nella libertà di vivere contemporaneamente tutte le cose pensabili, di scambiare per gioco il dentro e il fuori, di far scorrere come quinte il tempo e lo spazio. (28).

Non cercavano, quei viaggiatori, eventuali e improbabili realtà oggettive, ma semplicemente (semplicemente!) un nuovo modo di vivere la realtà: con energia creatrice richiamavamo il passato, l'avvenire, l'immaginato, al momento presente. (28).

Diventava quindi estremamente “logico” incontrare uomini che ci capivano (29), imbattersi nel bel mezzo dei tram e delle banche di Zurigo (…) nell’arca di Noè, custodita da alcuni vecchi cani che avevano tutti lo stesso nome. (28).

Sembrava quasi l’apice incantato di un viaggio incantato. Ma come tutti gli incantesimi anche questo sarà di breve durata: un sogno può continuare a fronte di una realtà quotidiana sempre più invadente?

Era terminata una tappa? Era terminato il viaggio? Dovevano quei viaggiatori continuare in altro modo?

Improvvisamente entrò in scena Leo, servitore molto perspicace, in grado di elargire qualche perla di saggezza (oppure in Leo c’era qualche ignoto secondo fine?).

Il narratore aveva già notato, però senza rifletterci a fondo, la presenza di molti artisti: erano uomini molto vivi e amabili, [ma] i personaggi da loro inventati erano invece senza eccezione molto più vivi,- più belli, più allegri e in certo modo più giusti e reali degli stessi poeti e creatori. (32)

Il personaggio è caricato dall’autore di energie che provengono dalle proprie profondità, dalla cripta del tempio interiore del creatore. Il personaggio Dante nella Commedia è ben vivo e vegeto a otto secoli dalla sua creazione a differenza dell’autore Dante, sbiadita figura storica, che ormai ricordiamo solo di nome. E così è per tutti, da Ulisse a don Chisciotte, da Simbad a Faust: sono molto più vivi dei loro creatori che pare abbiano profuso nelle loro creazioni tanta energia da renderli immortali. Tutti conoscono don Chisciotte e nessuno Cervantes; ricordiamo Ulisse e Simbad ma i loro autori sono solo un flatus vocis e nulla più.

Leo spiegò. L’autore pare un uomo soltanto a metà mentre al contrario la sua creazione risulta così inconfutabilmente viva. Lo stesso avviene con le madri. Dopo che hanno partorito i figli e dato loro il proprio latte, la propria bellezza ed energia, diventano a loro volta poco appariscenti e nessuno più le cerca. (33)
E aggiunse: Forse è triste, ma è anche bello. La legge vuole così. (33)

La legge? Quale legge?
La legge del servire. Chi vuol vivere a lungo deve servire. Chi invece vuol dominare non vive a lungo. (33)

La creatura è immagine del creatore. Ma dopo la creazione acquista in un certo modo vita propria diventando autonoma. Addirittura in certi casi tra autore e creatura si instaura un vero e proprio rapporto di repulsione come se la creature mettesse in mostra troppo del creatore e pretendesse di appropriarsi di lui.

Ma è la legge a volere così, – disse Leo – la legge del servire. Che legge strana. Ma forse c’è anche qui una legge antica. Limitiamoci allora ad ascoltare la vecchia strega Baba Jaga, che appunto così apostrofa la piccola Vassilissa: troppo saprai, presto invecchierai.

Come insegna l’antica saggezza: ci son cose che non si debbono conoscere. Accontentiamoci di questa legge del servire che a prima vista può apparire strana. Chiunque vuole dominare sugli altri e sulle cose non vive a lungo come invece succede a chi si limita a servire.

“Servire”, latino servire, da servus, vocabolo che proviene da sero = annodo, connetto e dal greco seirà = fune, corda. Servire come legame verso colui che si serve? E alla scomparsa improvvisa di un servo è come se una parte di te venisse meno.
Significa fondamentalmente considerarsi provvisori in ogni situazione, “incaricati” di qualcosa e non “detentori” della cosa. Per tanti qui sta il difficile.

Così deve essere inteso il cristiano “servo dei servi”, che invece troppo spesso indica solo nominalmente umiltà e nasconde un grande orgoglio. Il senso invece deve essere proprio il sapere di non essere proprietari e non considerarsi mai tali. Chi si fa padrone, magari a spintoni e gomitate o peggio, finisce nel nulla (34).
Il senso del potere pare innato nell’uomo. Forse nacque ai primordi della storia, quando la sopravvivenza spingeva a prevaricare sull’altro. Oggi non deve essere più così. L’uomo nuovo deve riuscire a superare l’atavica legge della giungla.

Anche se molti dissimulano la loro volontà di potenza nascondendosi dietro il velo pudico della carica, in realtà il senso-gusto del potere molti lo hanno dentro. Anche se spesso si tratta di un potere trascurabile o addirittura miserrimo o peggio ancora ridicolo.

Era questo il senso dell’avvertimento di Leo: il vivere a lungo non indica la durata della vita ma la qualità del vivere, vivere leggero senza zavorra inutile.

E’ la “sedia” che fa l’incarico; ma è l’incaricato che deve essere capace di sedersi sulla sedia: se dominerai dall’alto della sedia allora sarà la sedia che domina te. Certuni, ottenuto un “piccolo potere” perdono l’equilibrio diventando piccoli despoti. Anzi, no. Non lo diventano; lo sono sempre stati, ma lo dissimulavano bene e si controllavano. Ora invece non si controllano più.

Non vivranno a lungo... E vivranno male, tenuti a distanza. Sono troppo pesanti. Il problema infatti non è nella carica, ma sono loro.

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