Il viaggio si
compiva con tanti, infiniti (24) gruppi contemporaneamente in
cammino. Qualche gruppo a volte viaggia insieme per poi di nuovo
separarsi. Ma il un singolo viaggiatore a volte viaggiava solo per un
po’ per riunirsi successivamente alla compagnia. Molti, tanti sono
i modi di viaggiare. Come tante sono le mete: ognuno ha la sua e
cammina.
A volte due amici,
che ignoravano l’uno dell’altro, si incontravano e si
riconoscevano. A volte si incontravano due estranei e pure loro si
riconoscevano e camminavano insieme. Ricordo nel “Demian”
(cito a memoria): ognuno è solo sulla terra, ma a volte due percorsi
si intersecano e in quel momento ti sembra di essere a casa.
Bella l’immagine
del camminare assieme. Vuol dire avere qualcosa in comune: la stessa
direzione, la stessa fatica del caminar, l’uno con
l’altro. “Con” è la chiave di volta; “con”, dal latino
cum. Questi amici che camminano insieme sono compagni.
Compagno: cum panis, quelli che mangiano lo stesso pane, che
hanno il pane in comune.
Piace in questi
caminantes il senso di appartenenza ad un grande progetto, che
non è il totalitarismo del gruppo, bensì il piacere di camminare
insieme, ma anche, al momento giusto, il piacere di essere soli. E
poi fors’anche di ri-trovarsi.
Caratteristica
fondamentale di tutti è la libertà di essere, di esserci, di
comportarsi, che non diventa mai, né può diventare, licenza, come
spesso diventa la libertà se non è associata ad un profondo senso
del dovere.
E’ soprattutto
accettazione degli altri. Ognuno di loro aveva un suo sogno, un
desiderio, un giuoco segreto nel cuore, e pure tutti confluivano nel
grande fiume ed erano uniti nel sentimento di una stessa adorazione,
di una stessa fede e tutti avevano pronunciato lo stesso voto.
(25)
Continua il
racconto. Incontrai e amai Ninon, nota come « la straniera »: i
suoi occhi scuri mi guardavano di sotto a capelli neri, era gelosa di
Fatma, la principessa del mio sogno, ma probabilmente era lei stessa
Fatma senza saperlo. (25)
E lui stesso,
violinista e lettore di fiabe (25), diventò in un certo senso
il Maestro di Musica del suo gruppo, concretizzazione naturale del
senso della Bellezza che tramite lui si espandeva verso gli altri
caminantes.
Solo con armonia
può esserci compenetrazione tale da esaltare, elevare le capacità
del singolo e dell’intero gruppo come suoni in assonanza si
amplificano, in dissonanza si annullano. E nessuno riesce a cogliere
e creare armonia come il Maestro di Musica.
Entra ora in scena
un personaggio che avrà un ruolo cruciale nella narrazione.
Molti miei
compagni e superiori mi furono carissimi. Ma forse nessuno mi rimase
così vivo nella memoria come Leo, mentre allora pareva fosse poco
considerato. Leo era uno dei nostri servitori (i quali naturalmente
erano volontari come noi), ci aiutava a portare il bagaglio ed era
spesso comandato al servizio personale del Fiduciario. (26)
Dunque Leo era uno
dei nostri servitori. Già questa spiegazione appare poco
convincente. Sono credibili viaggiatori che vogliono cimentarsi in un
tale viaggio inaudito con servitori? A che scopo? Leo “chi”
serviva? A nome di chi? E soprattutto: “chi” era?
Sono interrogativi
senza risposta.
Certo che per
essere un servitore, Leo un po’ speciale lo era: non solo il
servitore ideale, così gentile e così accattivante
(26), ma pure era capace di addomesticare uccelli e di attirare
farfalle. Ed aveva anche uno scopo per essersi aggregato al
viaggio (ma non era un servitore?): Si recava in Oriente per il
desiderio di imparare a capire, secondo la chiave salomonica, il
linguaggio degli uccelli. (26)
Nel narratore
propostosi di raccontare quel viaggio sorse una difficoltà. Intanto
la grande diversità delle immagini che ho nella memoria. (27)
Il ricordo incompleto sarebbe comprensibile perché non si viaggiava
in tanti gruppi, piccoli e meno piccoli, ma tutti sparsi, non sempre
in collegamento gli uni con gli altri. Ma non pareva il disperdersi
in gruppetti un ostacolo insormontabile per descrivere l’esperienza
compiuta. Le difficoltà sorgevano dal “come” si viaggiava e
“dove”. Il racconto mi riesce anche difficile perché non
camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi. Andavamo
in Oriente, ma andavamo anche nel Medio Evo o nell’età dell’oro,
perlustravamo l’Italia o la Svizzera, ma ogni tanto pernottavamo
anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con le fate.
(27)
Un viaggio quindi
in ogni direzione, nello spazio e nel tempo, dalla realtà alla
Fantasia, dal quotidiano al non quotidiano, dalla Forza del
Raziocinio alla Bellezza dell’Immaginazione, dalla Perpendicolare
alla Livella, dalla Squadra al Compasso, dall’Occidente
all’Oriente, dal Settentrione al Meridione.
Quando rimanevo
solo ritrovavo spesso regioni e uomini del mio proprio passato,
passeggiavo con la mia ex fidanzata sulle rive boscose dell’Alto
Reno, facevo baldoria con amici di gioventù a Tubinga, a Basilea o a
Firenze, oppure ero ragazzo e partivo coi compagni di scuola per
acchiappare farfalle o fare la posta a una lontra, o la mia compagnia
era formata dai personaggi prediletti dei miei libri, accanto a me
cavalcavano Almansor1
e Parsifal, Viticone o Boccadoro o Sancio Panza, o eravamo ospiti dei
Barmecidi. (27)
Mi rendevo (...) conto che il mio
ritorno all'infanzia o la mia cavalcata con Sancio erano parte
integrante del mio viaggio; la nostra meta infatti non era soltanto
il paese di levante, o meglio il nostro Oriente non era soltanto un
paese e un'entità geografica, ma era la patria e la giovinezza
dell'anima, era il Dappertutto e l’ In-Nessun-Luogo, era
l'unificazione di tutti i tempi.
(28)
Un viaggio ben
strano, quello...
Di ciò avevo
però coscienza solo ogni tanto per un istante e questa era la grande
felicità che godevo allora. (28). Sprazzi, come lampi nella
notte: illuminavano per un breve attimo ma subito dopo si ritornava
nel buio e nell’oscurità.
Questo era il
cammino. Non la ricerca di non so cosa, ma riuscire a staccarsi dalla
banalità quotidiana, vivere ogni istante, vivere con leggerezza come
il bimbo che gioca, concentrato nel gioco, ma, appunto, leggero.
Più tardi
infatti, non appena quella felicità mi andò perduta, compresi
chiaramente questi nessi, ma senza ricavarne la minima utilità o
consolazione. Quando una cosa deliziosa e irrecuperabile si dilegua,
abbiamo l'impressione di svegliarci da un sogno. Nel caso mio questa
impressione è paurosamente esatta. La mia felicità infatti
consisteva effettivamente nello stesso mistero che costituisce la
felicità dei sogni, stava nella libertà di vivere
contemporaneamente tutte le cose pensabili, di scambiare per gioco il
dentro e il fuori, di far scorrere come quinte il tempo e lo spazio.
(28).
Non cercavano, quei
viaggiatori, eventuali e improbabili realtà oggettive, ma
semplicemente (semplicemente!) un nuovo modo di vivere la realtà:
con energia creatrice richiamavamo il passato, l'avvenire,
l'immaginato, al momento presente. (28).
Diventava quindi
estremamente “logico” incontrare uomini che ci capivano
(29), imbattersi nel bel mezzo dei tram e delle banche di Zurigo
(…) nell’arca di Noè, custodita da alcuni vecchi cani che
avevano tutti lo stesso nome. (28).
Sembrava quasi
l’apice incantato di un viaggio incantato. Ma come tutti gli
incantesimi anche questo sarà di breve durata: un sogno può
continuare a fronte di una realtà quotidiana sempre più invadente?
Era terminata una
tappa? Era terminato il viaggio? Dovevano quei viaggiatori continuare
in altro modo?
Improvvisamente
entrò in scena Leo, servitore molto perspicace, in grado di elargire
qualche perla di saggezza (oppure in Leo c’era qualche ignoto
secondo fine?).
Il narratore aveva
già notato, però senza rifletterci a fondo, la presenza di
molti artisti: erano uomini molto vivi e amabili, [ma] i
personaggi da loro inventati erano invece senza eccezione molto più
vivi,- più belli, più allegri e in certo modo più giusti e reali
degli stessi poeti e creatori. (32)
Il personaggio è
caricato dall’autore di energie che provengono dalle proprie
profondità, dalla cripta del tempio interiore del creatore. Il
personaggio Dante nella Commedia è ben vivo e vegeto a otto
secoli dalla sua creazione a differenza dell’autore Dante, sbiadita
figura storica, che ormai ricordiamo solo di nome. E così è per
tutti, da Ulisse a don Chisciotte, da Simbad a Faust: sono molto più
vivi dei loro creatori che pare abbiano profuso nelle loro creazioni
tanta energia da renderli immortali. Tutti conoscono don Chisciotte e
nessuno Cervantes; ricordiamo Ulisse e Simbad ma i loro autori sono
solo un flatus vocis e nulla più.
Leo spiegò.
L’autore pare un uomo soltanto a metà mentre al contrario
la sua creazione risulta così inconfutabilmente viva. Lo
stesso avviene con le madri. Dopo che hanno partorito i figli e dato
loro il proprio latte, la propria bellezza ed energia, diventano a
loro volta poco appariscenti e nessuno più le cerca. (33)
E aggiunse: Forse
è triste, ma è anche bello. La legge vuole così. (33)
La legge? Quale
legge?
La legge del
servire. Chi vuol vivere a lungo deve servire. Chi invece vuol
dominare non vive a lungo. (33)
La creatura è
immagine del creatore. Ma dopo la creazione acquista in un certo modo
vita propria diventando autonoma. Addirittura in certi casi tra
autore e creatura si instaura un vero e proprio rapporto di
repulsione come se la creature mettesse in mostra troppo del creatore
e pretendesse di appropriarsi di lui.
Ma è la legge a
volere così, – disse Leo – la legge del servire. Che legge
strana. Ma forse c’è anche qui una legge antica. Limitiamoci
allora ad ascoltare la vecchia strega Baba Jaga, che appunto così apostrofa
la piccola Vassilissa: troppo saprai, presto
invecchierai.
Come insegna l’antica saggezza: ci son cose che non si debbono
conoscere. Accontentiamoci di questa legge del servire che a prima
vista può apparire strana. Chiunque vuole dominare sugli altri e
sulle cose non vive a lungo come invece succede a chi si limita a
servire.
“Servire”,
latino servire, da servus, vocabolo che proviene da
sero = annodo, connetto e dal greco seirà = fune,
corda. Servire come legame verso colui che si serve? E alla scomparsa
improvvisa di un servo è come se una parte di te venisse meno.
Significa
fondamentalmente considerarsi provvisori in ogni situazione,
“incaricati” di qualcosa e non “detentori” della cosa. Per
tanti qui sta il difficile.
Così deve essere
inteso il cristiano “servo dei servi”, che invece troppo
spesso indica solo nominalmente umiltà e nasconde un grande
orgoglio. Il senso invece deve essere proprio il sapere di non essere
proprietari e non considerarsi mai tali. Chi si fa padrone, magari a
spintoni e gomitate o peggio, finisce nel nulla (34).
Il senso del potere
pare innato nell’uomo. Forse nacque ai primordi della storia,
quando la sopravvivenza spingeva a prevaricare sull’altro. Oggi non
deve essere più così. L’uomo nuovo deve riuscire a superare
l’atavica legge della giungla.
Anche se molti
dissimulano la loro volontà di potenza nascondendosi dietro il velo
pudico della carica, in realtà il senso-gusto del potere molti lo
hanno dentro. Anche se spesso si tratta di un potere trascurabile o
addirittura miserrimo o peggio ancora ridicolo.
Era questo il senso
dell’avvertimento di Leo: il vivere a lungo non indica la
durata della vita ma la qualità del vivere, vivere leggero senza
zavorra inutile.
E’ la “sedia”
che fa l’incarico; ma è l’incaricato che deve essere capace di
sedersi sulla sedia: se dominerai dall’alto della sedia allora sarà
la sedia che domina te. Certuni, ottenuto un “piccolo potere”
perdono l’equilibrio diventando piccoli despoti. Anzi, no. Non lo
diventano; lo sono sempre stati, ma lo dissimulavano bene e si
controllavano. Ora invece non si controllano più.
Non vivranno a
lungo... E vivranno male, tenuti a distanza. Sono troppo pesanti. Il
problema infatti non è nella carica, ma sono loro.
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