lunedì 29 ottobre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 3

La direzione è quella. Ma l’Oriente, meta del viaggio, appare più un “dirigersi verso” piuttosto che giungere. Effettivamente nell’oriente geografico del mondo. Intanto l’oriente geografico del mondo non esiste: ogni luogo è oriente di qualche altro luogo; addirittura sulla Terra ogni luogo è contemporaneamente oriente di altri luoghi e occidente di altri ancora, ogni luogo è anche oriente di se stesso.

Qualcuno ha osservato analogie tra il viaggio della Lega e i viaggi dell’Apprendista Libero Muratore.

Intanto dobbiamo intenderci sul viaggio e sul viaggiare.

Nella nostra società desacralizzata, mentalmente abituati a raggiungere in poche ore qualunque località del pianeta, il viaggio assume in genere due significati: andare per turismo o per lavoro.

Il turista giunge in un posto, guarda frettolosamente alcune cose, dice sottovoce: Bello! Bello! (effettivamente sono cose belle oppure ripete ciò che sente dire da altri) e se ne va. Non vede nulla del posto e della gente che vi abita.

Chi viaggia per lavoro giunge al posto di arrivo (aeroporto, stazione), va frettolosamente dove è atteso. Al termine frettolosamente ritorna al punto di partenza e rientra a casa. Non vede nulla del posto dove è stato (non ne ha il tempo e probabilmente, anche lo avesse, non ha gli stimoli o non è nel “tempo giusto”).

E certo non è il viaggio iniziatico dell’uomo che si cerca, del pellegrino che cerca Dio; è un semplice spostamento nello spazio e nulla più.

Ben diverso è il viaggio della Lega. Non camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi. Andavamo in Oriente, ma andavamo anche nel Medio Evo o nell’età dell’oro, perlustravamo l’Italia o la Svizzera, ma ogni tanto pernottavamo anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con le fate. (27)
Ecco il viaggio: non turismo, non lavoro, ma semplicemente “il” viaggio.

Io viaggio per viaggiare, perché sono un uomo, perché debbo far così; perché voglio far così. Viaggio perché sono un caminante e caminar è il modo di essere dell’uomo, almeno per me.

Viaggio nello spazio: da qui a là, da là a qui. Viaggio nel tempo: dal prima al dopo, dal dopo al prima. Viaggio nell’iperspazio e nell’ipertempo, oltre l’hic et nunc.

Il viaggio comune è facile, banale quasi: è sufficiente muoversi. Invece il viaggio è difficile. Puoi muoverti, ma puoi anche non muoverti: viaggi ugualmente.

Anche i viaggi dell’Apprendista non sono banali movimenti nello spazio e non lo sono i viaggi del Compagno. E men che mai lo sono i viaggi dei Maestri alla ricerca di Hiram.

Quei caminantes del Pellegrinaggio ebbero più volte incoraggiamenti o moniti (19) sul percorso da seguire.

In un dipinto sull’unico muro superstite tra i ruderi di una cappella un gigantesco San Cristoforo col Bimbo sulle spalle mosse improvvisamente il braccio verso la direzione giusta: segni eccezionali della eccezionalità del viaggio (significativo il san Cristoforo!).

Ma non mancarono rinunce e abbandoni: in particolare un giovane che desiderava visitare la bara del profeta Maometto (strano desiderio, una bara, sia pure di un profeta... Sembra quasi il preludio al lasciare).

Stufo di dover interrompere il viaggio più giorni per sciocchi scrupoli astrologici, arcistufo di quell’ozio, delle processioni puerili, delle feste floreali, dell’importanza attribuita alla magia, di quel mescolare la poesia con la vita (21) quel giovane rifiutò il viaggio, buttava l’anello ai piedi delle Guide e prendeva commiato per ritornare con la sua brava ferrovia al proprio paese e alle utili fatiche (21).

Quel viaggio strano si proponeva di mescolare la poesia con la vita (21). Ma questo non è altro che il giocoso e gioioso intreccio di Forza e Bellezza, presente o almeno dovrebbe esserlo in ogni aspetto della vita. Si dice anche nel linguaggio comune: “Vivere la vita”; ma non si dice, se non proprio quando non se ne può fare a meno, “Non sa vivere”, “Non ha saputo vivere” di chi rifiuta la globalità della vita e si limita ad un approccio parziale e limitato. Ci vuol molto poco per non saper vivere, basta chiudere un occhio e... la Vita diventa vita.

Il Fiduciario ascoltò gentilmente [quel giovane], si chinò sorridendo a raccattare l’anello e con una voce, la cui serena pacatezza dovette umiliare il furioso, disse : « Hai preso commiato da noi e ritornerai dunque alla ferrovia, alla ragione e alle utili fatiche. Hai preso commiato dalla Lega e dal pellegrinaggio in Oriente, dalla magia, dalle feste floreali, dalla poesia. Sei libero, sei sciolto dal voto ».
« Anche dall’obbligo di tacere? » gridò l’apostata.
« Anche dall’obbligo di tacere » rispose poi l’altro. « Ricorda : tu hai giurato di non rivelare ai miscredenti il segreto della Lega. Poiché, come vediamo, il segreto lo hai dimenticato, non lo potrai comunicare a nessuno ». (21-22)

Con queste parole il giovane fu congedato. Se ne andò ma, a quanto pare, se ne pentì e cercò di ritornare. Ebbero varie notizie, lungo le tappe del viaggio, di un giovane alla loro ricerca. Ma il Fiduciario fu laconico: « Non credo che ci troverà ». (22). E infatti non li ritrovò.

Una Guida fu più esplicita: Se troverà la via del ritorno saremo ben contenti. Ma non possiamo facilitarglielo. Egli ha reso a se stesso difficile la via per ritrovare la fede; temo che non ci vedrà e non ci riconoscerà neanche se gli passiamo vicino. È diventato cieco. A nulla giova il solo pentimento, non si acquista la grazia col pentimento, in genere non la si può acquistare. (23)

La Lega non è una specie di religione o di setta; non è una chiesa e non mostra le problematiche caratteristiche di una setta o di un gruppo chiuso. Le vie della trascendenza però sono praticamente illimitate e tra le diverse vie vi possono essere numerose analogie e punti di contatto.

Il più immediato è sicuramente ciò che viene chiamata fede, da molti intesa il credere anche se nulla supporta la credenza, una specie di credo quia absurdum. Una spiegazione oltre i ristretti limiti dell’ Extra Ecclesiam nulla salus vede la fede come grande fiducia nel futuro, fiducia che in qualche modo misterioso si possa verificare ciò in cui si crede e nel quale son poste le nostre speranze.

Quell’apostata, percorrendo la via per ritrovare la fede, si mise alla ricerca di ciò che aveva rifiutato. Purtroppo: a nulla giova il solo pentimento, non si acquista la grazia col pentimento, in genere non la si può acquistare. (23)

Molti ritengono, fuorviati anche da un malinteso senso della religione e da un buonismo tanto forte quanto irreale, che il pentimento sia sufficiente per “cancellare” l’atto. Ma non è così: la legge della vita è ferrea. Se tu rompi un vaso a nulla conta il “Non lo volevo fare”. Il vaso è rotto, irrimediabilmente, irreparabilmente, e non sarà mai più come prima. Anche se non ne avevi l’intenzione, la rottura è stata provocata dal tuo comportamento più o meno “a rischio”. Ora l’atto è stato fissato nel passato, e così rimarrà. Noi siamo responsabili delle nostre azioni. Non possiamo nasconderci dietro i semplici “Non volevo”, “Non credevo finisse così”. Le conseguenze di un atto ricadono sempre su chi lo compie indipendentemente dal suo avere o non avere voluto compierlo.
Vari furono i motivi che portarono a lasciare il viaggio: l’eccesso di ragione, l’ironia del mondo, la pusillanimità, la stanchezza, la delusione. Qualche fuoriuscito, pentitosi, cercò di ritornare, ma invano; qualcun altro si trasformò in nemico accanito e sarebbe interessante esaminare cosa porti una persona a combattere ciò che fino a poco prima era quasi una causa di vita o un ideale da perseguire.

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