La direzione è quella. Ma l’Oriente,
meta del viaggio, appare più un “dirigersi verso” piuttosto che
giungere. Effettivamente nell’oriente geografico del mondo. Intanto
l’oriente geografico del mondo non esiste: ogni luogo è oriente di
qualche altro luogo; addirittura sulla Terra ogni luogo è
contemporaneamente oriente di altri luoghi e occidente di altri
ancora, ogni luogo è anche oriente di se stesso.
Qualcuno ha osservato analogie tra il
viaggio della Lega e i viaggi dell’Apprendista Libero Muratore.
Intanto dobbiamo intenderci sul viaggio
e sul viaggiare.
Nella nostra società desacralizzata,
mentalmente abituati a raggiungere in poche ore qualunque località
del pianeta, il viaggio assume in genere due significati: andare per
turismo o per lavoro.
Il turista giunge in un posto, guarda
frettolosamente alcune cose, dice sottovoce: Bello! Bello!
(effettivamente sono cose belle oppure ripete ciò che sente dire da
altri) e se ne va. Non vede nulla del posto e della gente che vi
abita.
Chi viaggia per lavoro giunge al posto
di arrivo (aeroporto, stazione), va frettolosamente dove è atteso.
Al termine frettolosamente ritorna al punto di partenza e rientra a
casa. Non vede nulla del posto dove è stato (non ne ha il tempo e
probabilmente, anche lo avesse, non ha gli stimoli o non è nel
“tempo giusto”).
E certo non è il viaggio iniziatico
dell’uomo che si cerca, del pellegrino che cerca Dio; è un
semplice spostamento nello spazio e nulla più.
Ben diverso è il viaggio della Lega.
Non camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi.
Andavamo in Oriente, ma andavamo anche nel Medio Evo o nell’età
dell’oro, perlustravamo l’Italia o la Svizzera, ma ogni tanto
pernottavamo anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con
le fate. (27)
Ecco il
viaggio: non turismo, non lavoro, ma semplicemente “il” viaggio.
Io viaggio per viaggiare, perché sono
un uomo, perché debbo far così; perché voglio far così. Viaggio
perché sono un caminante e caminar è il modo di
essere dell’uomo, almeno per me.
Viaggio nello spazio: da qui a là, da
là a qui. Viaggio nel tempo: dal prima al dopo, dal dopo al prima.
Viaggio nell’iperspazio e nell’ipertempo, oltre l’hic et
nunc.
Il viaggio comune è facile, banale
quasi: è sufficiente muoversi. Invece il viaggio è
difficile. Puoi muoverti, ma puoi anche non muoverti: viaggi
ugualmente.
Anche i viaggi dell’Apprendista non
sono banali movimenti nello spazio e non lo sono i viaggi del
Compagno. E men che mai lo sono i viaggi dei Maestri alla ricerca di
Hiram.
Quei caminantes del
Pellegrinaggio ebbero più volte incoraggiamenti o moniti (19)
sul percorso da seguire.
In un dipinto sull’unico muro
superstite tra i ruderi di una cappella un gigantesco San Cristoforo
col Bimbo sulle spalle mosse improvvisamente il braccio verso la
direzione giusta: segni eccezionali della eccezionalità del viaggio
(significativo il san Cristoforo!).
Ma non mancarono rinunce e abbandoni:
in particolare un giovane che desiderava visitare la bara del profeta
Maometto (strano desiderio, una bara, sia pure di un profeta...
Sembra quasi il preludio al lasciare).
Stufo di dover interrompere il
viaggio più giorni per sciocchi scrupoli astrologici, arcistufo di
quell’ozio, delle processioni puerili, delle feste floreali,
dell’importanza attribuita alla magia, di quel mescolare la poesia
con la vita (21) quel giovane
rifiutò il viaggio, buttava l’anello ai piedi delle
Guide e prendeva commiato per ritornare con la sua brava ferrovia al
proprio paese e alle utili fatiche
(21).
Quel
viaggio strano si proponeva di mescolare la poesia con la
vita (21). Ma questo non è
altro che il giocoso e gioioso intreccio di Forza e Bellezza,
presente o almeno dovrebbe esserlo in ogni aspetto della vita. Si
dice anche nel linguaggio comune: “Vivere la vita”; ma non si
dice, se non proprio quando non se ne può fare a meno, “Non sa
vivere”, “Non ha saputo vivere” di chi rifiuta la globalità
della vita e si limita ad un approccio parziale e limitato. Ci vuol
molto poco per non saper vivere, basta chiudere un occhio e... la
Vita diventa vita.
Il Fiduciario ascoltò gentilmente
[quel giovane], si
chinò sorridendo a raccattare l’anello e con una voce, la cui
serena pacatezza dovette umiliare il furioso, disse : « Hai
preso commiato da noi e ritornerai dunque alla ferrovia, alla ragione
e alle utili fatiche. Hai preso commiato dalla Lega e dal
pellegrinaggio in Oriente, dalla magia, dalle feste floreali, dalla
poesia. Sei libero, sei sciolto dal voto ».
« Anche dall’obbligo di tacere? »
gridò l’apostata.
« Anche dall’obbligo di tacere »
rispose poi l’altro. « Ricorda : tu hai giurato di non rivelare ai
miscredenti il segreto della Lega. Poiché, come vediamo, il segreto
lo hai dimenticato, non lo potrai comunicare a nessuno ».
(21-22)
Con
queste parole il giovane fu congedato. Se ne andò ma, a quanto pare,
se ne pentì e cercò di ritornare. Ebbero varie notizie, lungo le
tappe del viaggio, di un giovane alla loro ricerca. Ma il Fiduciario
fu laconico: « Non credo che ci troverà ».
(22). E infatti non li ritrovò.
Una
Guida fu più esplicita: Se troverà la via del ritorno
saremo ben contenti. Ma non possiamo facilitarglielo. Egli ha reso a
se stesso difficile la via per ritrovare la fede; temo che non ci
vedrà e non ci riconoscerà neanche se gli passiamo vicino. È
diventato cieco. A nulla giova il solo pentimento, non si acquista la
grazia col pentimento, in genere non la si può acquistare.
(23)
La Lega non è una
specie di religione o di setta; non è una chiesa e non mostra le
problematiche caratteristiche di una setta o di un gruppo chiuso. Le
vie della trascendenza però sono praticamente illimitate e tra le
diverse vie vi possono essere numerose analogie e punti di contatto.
Il più
immediato è sicuramente ciò che viene chiamata fede, da molti
intesa il credere anche se nulla supporta la credenza, una specie di
credo quia absurdum.
Una spiegazione oltre i ristretti limiti dell’ Extra
Ecclesiam nulla salus vede la
fede come grande fiducia nel futuro, fiducia che in qualche modo
misterioso si possa verificare ciò in cui si crede e nel quale son
poste le nostre speranze.
Quell’apostata,
percorrendo la via per ritrovare la fede, si mise alla ricerca
di ciò che aveva rifiutato. Purtroppo: a nulla giova il solo
pentimento, non si acquista la grazia col pentimento, in genere non
la si può acquistare. (23)
Molti ritengono,
fuorviati anche da un malinteso senso della religione e da un
buonismo tanto forte quanto irreale, che il pentimento sia
sufficiente per “cancellare” l’atto. Ma non è così: la legge
della vita è ferrea. Se tu rompi un vaso a nulla conta il “Non lo
volevo fare”. Il vaso è rotto, irrimediabilmente,
irreparabilmente, e non sarà mai più come prima. Anche se non ne
avevi l’intenzione, la rottura è stata provocata dal tuo
comportamento più o meno “a rischio”. Ora l’atto è stato
fissato nel passato, e così rimarrà. Noi siamo responsabili delle
nostre azioni. Non possiamo nasconderci dietro i semplici “Non
volevo”, “Non credevo finisse così”. Le conseguenze di un atto
ricadono sempre su chi lo compie indipendentemente dal suo avere o
non avere voluto compierlo.
Vari furono i
motivi che portarono a lasciare il viaggio: l’eccesso di ragione,
l’ironia del mondo, la pusillanimità, la stanchezza, la delusione.
Qualche fuoriuscito, pentitosi, cercò di ritornare, ma invano;
qualcun altro si trasformò in nemico accanito e sarebbe interessante
esaminare cosa porti una persona a combattere ciò che fino a poco
prima era quasi una causa di vita o un ideale da perseguire.
Nessun commento:
Posta un commento