martedì 6 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 9

Al risveglio il narratore trovò nella stanza Leo!

E’ la Lega che mi manda. Lei mi ha scritto una lettera in proposito. L’ho consegnata ai Superiori. L’Eccelso Seggio l’aspetta. Possiamo andare? (68)

E’ immaginabile lo stato d’animo del narratore. Aveva avuto finalmente la conferma non solo dell’esistenza della Lega (non era dunque un sogno della sua immaginazione!) ma la Lega lo chiamava. Si sentiva pieno di speranza: la Lega voleva parlare con lui, proprio con lui!

Si potrebbe chiamare, la sua, speranza remissiva. Lui voleva essere ri-accettato, disposto a qualunque cosa pur di essere accettato. Disposto a tutto, pronto a obbedire. (69)

Tremenda sottomissione, pure malsana. Cosa risponderei ad una tale sottomissione se io fossi membro della Lega? Sicuramente sarei molto a disagio di fronte ad una soggezione cosi evidente e plateale, da suddito poco libero. Sicuramente consiglierei ad un tale adepto un lavoro che lo depurasse da remissività poco producenti.
I due si incamminarono, Leo davanti e il narratore, ancora tutto esaltato, dietro. Il narratore seguiva la sua guida, ma non le si accompagnava. Pareva un “venir condotto”, non un “andare con”. Si mostrava pure un seguace impaziente: la via segnatami da Leo pareva intollerabilmente lunga alla mia impazienza, dovendo per più di due ore seguire la mia guida nei giri più strani e, secondo me, più capricciosi. (70)

Leo si fermò a pregare in due chiese e rimase a lungo in ammirazione del vecchio Municipio, con la scusa della sua fondazione da parte di un celebre membro della Lega. (70)

Non pensò, il narratore, che proprio quel percorso lungo e inconcludente, quel girovagare senza apparente senso fosse un consiglio alla riflessione e alla tranquillità d’animo. L’impazienza è disperdersi e mentre stava per avvenire un incontro con i capi della Lega sarebbe stato necessario invece un saldo equilibrio interiore e riflessività concentrata, non una storditezza esagitata e un po’ folle.
Sagge istruzioni insegnano che l’impazienza, spesso accompagnata da irriflessività e imprudenza, fa ritardare i risultati attesi.

L’impazienza va combattuta con l’attesa, che aiuta a riflettere e a pensare. Leo, accorta guida, tentava di placare l’effervescenza dell’altro in modo da liberar la mente per l’imminente incontro? Anche la sosta davanti a municipio e chiesa era uno stimolante invito a riflettere sul mondo e sul mondo oltre il mondo. Insomma il narratore non stava girovagando, ma compiendo un vero e proprio viaggio iniziatico verso il proprio centro. E non pareva essersene accorto!

Finalmente il viaggio terminò in un vasto e tranquillo edificio che di fuori si sarebbe detto un palazzo per uffici o un museo. Non vi si vedeva anima viva, corridoi e scale erano deserti e rimbombavano dei nostri passi. Leo incominciò a cercare nei corridoi, su per le scale, nelle anticamere. (71)

Era dunque nascosta in questo enorme, vasto, deserto e silenzioso palazzo la sede della Lega?

Finalmente nella parte più alta dell’immenso edificio arrivammo in un solaio dove si sentiva un odore di carta e cartone, e lungo le pareti per molte centinaia di metri si vedevano sportelli di armadi, dorsi di volumi e fasci di documenti: un archivio enorme, una grandiosa cancelleria. Nessuno si curò di noi, tutti lavoravano in silenzio; ebbi l’impressione che tutto il mondo, compreso il firmamento stellato, fosse governato di lì o almeno registrato e sorvegliato. Rimanemmo a lungo in attesa, intorno a noi giravano senza far rumore, con le mani piene di schede e cataloghi, numerosi bibliotecari e archivisti che appoggiavano scale e vi salivano, mentre montacarichi e carrelli erano in moto sommesso. (71)

Ogni istituzione deve avere un centro che focalizza le energie dell’istituzione stessa, ma pure un centro organizzativo che osserva e classifica ciò che succede. Non necessariamente per dirigere e indirizzare secondo le sempre in voga teorie complottiste, ma semplicemente per capire e comprendere la realtà. E fuor di metafora, accantonando la suggestiva ma fantastica presenza di una fantomatica “super organizzazione”, qual è l’attività della nostra mente se non capire immaginando, analizzando e conservando i fatti nei suoi archivi, la nostra memoria?

Leo iniziò a cantare. Commosso ascoltai quelle note che una volta mi erano tanto familiari: era la melodia di uno dei canti della Lega. (71)

Fu come un segnale: la sala si svuotò trasformandosi in una specie di anfiteatro con sedie che via via si riempivano di Superiori (il narratore ne riconobbe qualcuno) e culminante in un grande trono.
Si fece avanti il Fiduciario che platealmente annunciò quanto stava per accadere: Autoaccusa di un confratello fuggito. (72)

Dunque un processo. Dunque qualcuno lo stava accusando. Infatti il Fiduciario continuò: Lei ha preso parte alla marcia attraverso la Svevia superiore, alla festa di Bremgarten? Poco dopo Morbio Inferiore, ha disertato? Confessa di voler scrivere una storia del pellegrinaggio in Oriente? Si considera ostacolato dal voto del silenzio intorno ai segreti della Lega? (72-73)

Domande pressanti che accusano il narratore di “infedeltà”, anche se in lui mai venne meno la fiducia verso la Lega, tanto da proporsi di scrivere un rapporto sul viaggio. Ma la conclusione è sorprendente. Dopo un breve consulto il Fiduciario annunciò: L’accusatore di se stesso è qui autorizzato a mettere in pubblico qualunque legge e qualunque segreto della Lega gli siano noti. Oltre a ciò gli viene messo a disposizione per il suo lavoro l’intero archivio della Lega. (73)

Dunque il narratore ha avuto licenza di narrare ciò che gli stava a cuore, senza vincoli o ritegni. Avrebbe potuto raccontare tutto, senza segreti.

Quasi per incanto comparve il suo manoscritto del resoconto del viaggio, che – si accorse – era del tutto inadeguato a raccontare quell’esperienza. Ma ora, senza vincoli, con la possibilità di accedere a qualunque documento dell’archivio smisurato, le difficoltà sarebbero state superate.

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