mercoledì 7 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriete 10

Il narratore cominciò consultando l’atto di fondazione della Lega.

Ma... Dovevo però aspettarmi di non saperlo leggere. (75). Il documento ufficiale, così importante, così fondamentale, ma... inservibile, scritto in un linguaggio strano che non si sapeva comprendere.

Sconcertato ma non scoraggiato il narratore sfogliò il catalogo dell’archivio scoprendovi molti nomi familiari, persino il suo: Ma non gli venne né curiosità né coraggio per consultarlo: Chi potrebbe sopportare la sentenza pronunciata da un tribunale onnisciente su di lui? (76)

Colpisce l’atteggiamento del narratore: non sapeva cosa fosse registrato, ma parve certo che fossero giudizi severamente critici.
Sembrerebbe quasi che l’archivio della Lega funzionasse come la nostra memoria, registrando ricordi “manipolati” dei singoli fatti, ricordati non “come” effettivamente accaddero, ma “come noi” ricordiamo.

Consultò invece diverse volte la scheda su Leo, incomprensibile ma contornata da un duplice monito: Cave! (77). Lesse la scheda di Fatma, la sua meta del pellegrinaggio, ammirandone il ritratto di una principessa deliziosa che in quell'istante mi rammentò tutte le mille e una notte, tutte le fiabe della mia giovinezza, tutti i sogni e i desideri di quel tempo grandioso in cui per andare in Oriente da Fatma avevo compiuto il mio noviziato e mi ero fatto accogliere nella Lega. (78). Fatma, la fiaba della gioventù... l’ ideale di allora...

Sembra con Fatma di assaporare quasi il senso della Bellezza che – il lettore lo indovina senza indugi – mancava al narratore da tanto, troppo tempo. Che sia stata proprio la mancanza della Bellezza a fargli ripercorrere il proprio pellegrinaggio non più verso Oriente ma alla ricerca della propria bussola interiore? Che la principessa Fatma fosse non la Bellezza degli ideali di gioventù ma la seduzione di fantasticherie sterili sulla Bellezza? Fatma ormai non era più la meta, ma un sogno già sognato che non riguardava l’uomo maturo.

Il narratore era giunto ad un punto morto. Annichilito, infinitamente sciocco e ridicolo, incapace di capire me stesso, ridotto a un granellino di polvere, mi vidi in mezzo alle cose con le quali mi avevano permesso di giocare un poco per farmi sentire che cosa fosse la Lega, che cosa fossi io stesso. (79)

In effetti la sua frustrazione era ben giustificata. Propostosi un compito immane e forse illusorio (la narrazione di un evento che in realtà non fu un evento bensì un’esperienza molto intima), propostosi di anteporre alla narrazione una introduzione sulla Lega (una istituzione quasi per definizione sfuggente), sciolto dal segreto (che in realtà indicava non una proibizione al narrare ma la semplice impossibilità di descrivere cose intime), avuto a disposizione l’intero archivio della Lega (ma illeggibile come avrebbe dovuto ben aspettarsi per l’impossibilità di registrare “oggettivamente” cose non oggettive), ebbene era più disorientato che mai e si sentiva inetto

Un positivista potrebbe intendere che le informazioni possono essere raccolte e utilizzate solo applicando un valido metodo di indagine che il narratore non possedeva per cui l’archivio gli rimaneva precluso. Il lettore, molto più semplicemente, osserva che certi propositi più che obiettivi assomigliano a fantasticherie per cui era semplicemente impossibile capire ciò che in quell’archivio onnicomprensivo era conservato.

Come ad un segnale convenuto i Superiori della Lega rientrarono e il Fiduciario proclamò: La Lega è disposta a pronunciarsi per bocca dei suoi Superiori sul conto dell’autoaccusatore H., il quale si sentiva chiamato a tenere nascosti i segreti della Lega, e ora ha compreso quanto fosse strana e blasfema la sua intenzione di scrivere la storia di un pellegrinaggio che era superiore alle sue forze e la storia di una lega nella cui esistenza non credeva più e alla quale aveva negato fedeltà. (79-80)

La situazione era ormai giunta al culmine. Il Fiduciario rivolgendosi a me esclamò con la sua limpida voce di araldo: « Autoaccusatore H., sei disposto a riconoscere il tribunale e ad assoggettarti alla sua sentenza? ». (80)

Il narratore accettò il Tribunale e la sentenza che deciderà della sua vita. Un po’ troppo melodrammatico? Forse; ma il lettore capisce che questo non era un procedimento giudiziario come se ne possono trovare nella vita quotidiana. Qui siamo di fronte a qualcosa di molto diverso, una specie di tribunale dei migliori compagni o, meglio ancora, una specie di tribunale della propria coscienza.

Ed ecco avanzarsi l’Eccelso Saggio a pronunciare la sentenza.
Dalle profondità della sala, dagli orizzonti di deserto dell’archivio, si avanzò un uomo: lieve e pacifico era il suo passo, la sua veste scintillante d’oro; si avanzò nel silenzio dell’assemblea e io ne riconobbi l’andatura, ì movimenti e infine il viso. Era Leo. In paludamenti solenni e magnifici salì come un papa attraverso le file dei Superiori fino all’Eccelso Seggio. Portava su per i gradini lo splendore della veste come uno stupendo fiore esotico, e ogni fila di Superiori si alzava salutando al suo passaggio. Con cura e umiltà egli portava la dignità raggiante, proprio come un pio papa o patriarca porta umilmente le proprie insegne. (80-81)

A capo della Lega c’è quello che nei ricordi era un servitore. E parrebbe quasi che spontaneamente avesse scelto quel ruolo. Che quell’antico viaggio fosse in realtà una prova per i partecipanti? Che Leo (il “Capo Supremo”, l’Eccelso Seggio), si fosse allontanato volontariamente per lasciare i viaggiatori liberi di viaggiare? La ricerca, la queste, non può essere che personale. Sembrava quasi di udire l’antica esortazione: “Viaggiate dunque dal meridione al settentrione, dall’occidente all’oriente... viaggiate e cercate... Cercate e trovate... Trovate e ritornate...”.

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