Il narratore cominciò consultando
l’atto di fondazione della Lega.
Ma... Dovevo però aspettarmi
di non saperlo leggere. (75). Il documento ufficiale, così
importante, così fondamentale, ma... inservibile, scritto in un
linguaggio strano che non si sapeva comprendere.
Sconcertato ma non scoraggiato il
narratore sfogliò il catalogo dell’archivio scoprendovi molti nomi
familiari, persino il suo: Ma non gli venne né curiosità né
coraggio per consultarlo: Chi potrebbe sopportare la sentenza
pronunciata da un tribunale onnisciente su di lui? (76)
Colpisce l’atteggiamento del
narratore: non sapeva cosa fosse registrato, ma parve certo che
fossero giudizi severamente critici.
Sembrerebbe quasi che l’archivio
della Lega funzionasse come la nostra memoria, registrando ricordi
“manipolati” dei singoli fatti, ricordati non “come”
effettivamente accaddero, ma “come noi” ricordiamo.
Consultò invece diverse volte la
scheda su Leo, incomprensibile ma contornata da un duplice monito:
Cave! (77). Lesse la scheda di Fatma, la sua meta del
pellegrinaggio, ammirandone il ritratto di una principessa
deliziosa che in quell'istante mi rammentò tutte le mille e una
notte, tutte le fiabe della mia giovinezza, tutti i sogni e i
desideri di quel tempo grandioso in cui per andare in Oriente da
Fatma avevo compiuto il mio noviziato e mi ero fatto accogliere nella
Lega. (78). Fatma, la fiaba della gioventù... l’ ideale di
allora...
Sembra con Fatma di assaporare quasi il
senso della Bellezza che – il lettore lo indovina senza indugi –
mancava al narratore da tanto, troppo tempo. Che sia stata proprio la
mancanza della Bellezza a fargli ripercorrere il proprio
pellegrinaggio non più verso Oriente ma alla ricerca della propria
bussola interiore? Che la principessa Fatma fosse non la Bellezza
degli ideali di gioventù ma la seduzione di fantasticherie sterili
sulla Bellezza? Fatma ormai non era più la meta, ma un sogno già
sognato che non riguardava l’uomo maturo.
Il narratore era giunto ad un punto
morto. Annichilito, infinitamente sciocco e ridicolo, incapace di
capire me stesso, ridotto a un granellino di polvere, mi vidi in
mezzo alle cose con le quali mi avevano permesso di giocare un poco
per farmi sentire che cosa fosse la Lega, che cosa fossi io stesso.
(79)
In effetti la sua frustrazione era ben
giustificata. Propostosi un compito immane e forse illusorio (la
narrazione di un evento che in realtà non fu un evento bensì
un’esperienza molto intima), propostosi di anteporre alla
narrazione una introduzione sulla Lega (una istituzione quasi per
definizione sfuggente), sciolto dal segreto (che in realtà indicava
non una proibizione al narrare ma la semplice impossibilità di
descrivere cose intime), avuto a disposizione l’intero archivio
della Lega (ma illeggibile come avrebbe dovuto ben aspettarsi per
l’impossibilità di registrare “oggettivamente” cose non
oggettive), ebbene era più disorientato che mai e si sentiva inetto
Un positivista potrebbe intendere che
le informazioni possono essere raccolte e utilizzate solo applicando
un valido metodo di indagine che il narratore non possedeva per cui
l’archivio gli rimaneva precluso. Il lettore, molto più
semplicemente, osserva che certi propositi più che obiettivi
assomigliano a fantasticherie per cui era semplicemente impossibile
capire ciò che in quell’archivio onnicomprensivo era conservato.
Come ad un segnale convenuto i
Superiori della Lega rientrarono e il Fiduciario proclamò: La
Lega è disposta a pronunciarsi per bocca dei suoi Superiori sul
conto dell’autoaccusatore H., il quale si sentiva chiamato a tenere
nascosti i segreti della Lega, e ora ha compreso quanto fosse strana
e blasfema la sua intenzione di scrivere la storia di un
pellegrinaggio che era superiore alle sue forze e la storia di una
lega nella cui esistenza non credeva più e alla quale aveva negato
fedeltà. (79-80)
La situazione era
ormai giunta al culmine. Il Fiduciario rivolgendosi a me esclamò
con la sua limpida voce di araldo: « Autoaccusatore H., sei
disposto a riconoscere il tribunale e ad assoggettarti alla sua
sentenza? ». (80)
Il narratore accettò il Tribunale e la
sentenza che deciderà della sua vita. Un po’ troppo
melodrammatico? Forse; ma il lettore capisce che questo non era un
procedimento giudiziario come se ne possono trovare nella vita
quotidiana. Qui siamo di fronte a qualcosa di molto diverso, una
specie di tribunale dei migliori compagni o, meglio ancora, una
specie di tribunale della propria coscienza.
Ed ecco avanzarsi l’Eccelso Saggio a
pronunciare la sentenza.
Dalle profondità della sala, dagli
orizzonti di deserto dell’archivio, si avanzò un uomo: lieve e
pacifico era il suo passo, la sua veste scintillante d’oro; si
avanzò nel silenzio dell’assemblea e io ne riconobbi l’andatura,
ì movimenti e infine il viso. Era Leo. In paludamenti solenni e
magnifici salì come un papa attraverso le file dei Superiori fino
all’Eccelso Seggio. Portava su per i gradini lo splendore della
veste come uno stupendo fiore esotico, e ogni fila di Superiori si
alzava salutando al suo passaggio. Con cura e umiltà egli portava la
dignità raggiante, proprio come un pio papa o patriarca porta
umilmente le proprie insegne. (80-81)
A capo della Lega c’è quello che nei
ricordi era un servitore. E parrebbe quasi che spontaneamente avesse
scelto quel ruolo. Che quell’antico viaggio fosse in realtà una
prova per i partecipanti? Che Leo (il “Capo Supremo”, l’Eccelso
Seggio), si fosse allontanato volontariamente per lasciare i
viaggiatori liberi di viaggiare? La ricerca, la queste, non
può essere che personale. Sembrava quasi di udire l’antica
esortazione: “Viaggiate dunque dal meridione al settentrione,
dall’occidente all’oriente... viaggiate e cercate... Cercate e
trovate... Trovate e ritornate...”.
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