Non so parlare dell’Oriente Eterno,
ma posso solo accennarne con qualche pennellata simbolica. E quindi
non posso dire cosa è, ma posso pensare ad un’immagine.
Tutti hanno sempre cercato di “vedere”
il termine ultimo della vita fisica e ne hanno indicato immagini
poetiche: passare al di là del velo, salire sulla grande montagna,
cacciare sulle grandi pianure.
Io posso immaginarmi un lungo corridoio
al termine del quale c’è una porta chiusa, che si aprirà al
momento opportuno. Oppure un sentiero in un grande bosco che conduce
verso l’antro di una caverna, ma che ancora non posso varcare.
E’ un’immagine idillica: cammini
tra cinguettii di uccellini, tra lo stormire delle fronde, l’urlo
di animali lontani, presenze misteriose ma non pericolose o
minacciose. Un modo forse di “attenuare” l’impatto emotivo
della cessazione della vita fisica.
Tempo fa, durante una Tornata di
Loggia, il fratello Mauro disse che la morte personalmente non lo
spaventava, ma lo preoccupava il dolore che può precedere il termine
della vita fisica.
Il dolore è un segnale che il corpo
manda al comando per avvertire una situazione di pericolo che può
compromettere l’integrità fisica. Può essere presente al
declinare del corpo fisico con una serie non solo di attenuazioni di
ciò che si può ancora compiere ma anche, spesso, di ciò che non
funziona più.
Ma ci sono anche altre “cose” che
preoccupano, che mi preoccupano. Sono le malattie degenerative,
quelle che ti prendono all’inizio quasi impercettibilmente, e un
po’ alla volta, pian piano, ti si appiccicano come una cozza allo
scoglio, ti succhiano fino a lasciare un involucro completamente
vuoto, morto prima ancora di morire. Ti sembrerà di essere come
quelle prede dei ragni, subito paralizzate e poi, con la stessa
saliva del ragno, liquefatte in modo che il predatore possa succhiare
il liquido proteico lasciando l’esoscheletro vuoto.
La memoria è ciò che, oggi, ti fa dir
di aver vissuto. Ricordi belli, ricordi brutti. Ricordi delle cose
che hai fatto, ricordi delle cose che non hai fatto. La memoria
conserva il tuo bagaglio, quello che ti porti dietro fino
all’appuntamento con la Nera Signora, quello che ti fa dire che sei
tu e non qualcun altro.
Se ti vien meno la memoria sei finito.
Sono da alcuni anni il Segretario di
Loggia. Ho sentito e sento molto il senso della memoria, della Loggia
e mia personale come componente della Loggia.
Quando scrivo un verbale (sì, la
Tavola Architettonica della Tornata precedente) mi sento il
cuoco che rimescola nel paiolo di Loggia quanto i Fratelli hanno
consegnato al magazzino della memoria collettiva del cantiere.
Rimescolo e ricuocio per rielaborare la
memoria collettiva del lavoro svolto. Mi sento una specie di cuoco
che rimescola la polenta nel paiolo per evitare che si attacchi. Il
cuoco prepara la polenta per tutto il cantiere. Ma,
contemporaneamente, quel cuoco, prepara anche per se stesso.
Voglio dire che cuocio anche nel mio
paiolo per sfamarmi. La polenta è per tutto il cantiere e quindi è
anche per me, come componente del cantiere e come cuoco che prepara
per tutto il cantiere.
Rimescolo nel paiolo della mia memoria.
La Tornata di Loggia non è una semplice assemblea o riunione: è
qualcosa che ti colpisce e va depositata anche nel tuo bagaglio
personale.
Comprometterne la memoria significa
anche compromettere te stesso.
Qui sta il punto: come giungere alla
soglia?
A volte vi giungi vero e proprio
prigioniero nel corpo fisico, ormai una vecchia carcassa che non
regge più, ma resta tenacemente il corpo fisico, abbarbicato
testardamente a questa parvenza di sopravvivenza, una specie di cella
senza porte e con finestrine che si rimpiccioliscono.
Nessun commento:
Posta un commento