venerdì 11 marzo 2016

Oriente Eterno

Non so parlare dell’Oriente Eterno, ma posso solo accennarne con qualche pennellata simbolica. E quindi non posso dire cosa è, ma posso pensare ad un’immagine.

Tutti hanno sempre cercato di “vedere” il termine ultimo della vita fisica e ne hanno indicato immagini poetiche: passare al di là del velo, salire sulla grande montagna, cacciare sulle grandi pianure.

Io posso immaginarmi un lungo corridoio al termine del quale c’è una porta chiusa, che si aprirà al momento opportuno. Oppure un sentiero in un grande bosco che conduce verso l’antro di una caverna, ma che ancora non posso varcare.

E’ un’immagine idillica: cammini tra cinguettii di uccellini, tra lo stormire delle fronde, l’urlo di animali lontani, presenze misteriose ma non pericolose o minacciose. Un modo forse di “attenuare” l’impatto emotivo della cessazione della vita fisica.

Tempo fa, durante una Tornata di Loggia, il fratello Mauro disse che la morte personalmente non lo spaventava, ma lo preoccupava il dolore che può precedere il termine della vita fisica.

Il dolore è un segnale che il corpo manda al comando per avvertire una situazione di pericolo che può compromettere l’integrità fisica. Può essere presente al declinare del corpo fisico con una serie non solo di attenuazioni di ciò che si può ancora compiere ma anche, spesso, di ciò che non funziona più.

Ma ci sono anche altre “cose” che preoccupano, che mi preoccupano. Sono le malattie degenerative, quelle che ti prendono all’inizio quasi impercettibilmente, e un po’ alla volta, pian piano, ti si appiccicano come una cozza allo scoglio, ti succhiano fino a lasciare un involucro completamente vuoto, morto prima ancora di morire. Ti sembrerà di essere come quelle prede dei ragni, subito paralizzate e poi, con la stessa saliva del ragno, liquefatte in modo che il predatore possa succhiare il liquido proteico lasciando l’esoscheletro vuoto.

La memoria è ciò che, oggi, ti fa dir di aver vissuto. Ricordi belli, ricordi brutti. Ricordi delle cose che hai fatto, ricordi delle cose che non hai fatto. La memoria conserva il tuo bagaglio, quello che ti porti dietro fino all’appuntamento con la Nera Signora, quello che ti fa dire che sei tu e non qualcun altro.

Se ti vien meno la memoria sei finito.

Sono da alcuni anni il Segretario di Loggia. Ho sentito e sento molto il senso della memoria, della Loggia e mia personale come componente della Loggia.
Quando scrivo un verbale (sì, la Tavola Architettonica della Tornata precedente) mi sento il cuoco che rimescola nel paiolo di Loggia quanto i Fratelli hanno consegnato al magazzino della memoria collettiva del cantiere.
Rimescolo e ricuocio per rielaborare la memoria collettiva del lavoro svolto. Mi sento una specie di cuoco che rimescola la polenta nel paiolo per evitare che si attacchi. Il cuoco prepara la polenta per tutto il cantiere. Ma, contemporaneamente, quel cuoco, prepara anche per se stesso.

Voglio dire che cuocio anche nel mio paiolo per sfamarmi. La polenta è per tutto il cantiere e quindi è anche per me, come componente del cantiere e come cuoco che prepara per tutto il cantiere.

Rimescolo nel paiolo della mia memoria. La Tornata di Loggia non è una semplice assemblea o riunione: è qualcosa che ti colpisce e va depositata anche nel tuo bagaglio personale.

Comprometterne la memoria significa anche compromettere te stesso.

Qui sta il punto: come giungere alla soglia?

A volte vi giungi vero e proprio prigioniero nel corpo fisico, ormai una vecchia carcassa che non regge più, ma resta tenacemente il corpo fisico, abbarbicato testardamente a questa parvenza di sopravvivenza, una specie di cella senza porte e con finestrine che si rimpiccioliscono.


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