Proseguo l'affabulazione sul Gabinetto di Riflessione. Anzi su come potrebbe essere il viaggio di un Profano, no - meglio - di un Candidato alla Massoneria (non parlo del mio viaggio perché non ne ho ricordi).
Testamento
“No, non lo farò” disse Ulisse,
alzandosi dal tavolino. Si voltò verso la porta e fece per uscire.
“Andiamo dunque”.
Ma, subito si fermò. “E che? Son
appena arrivato e me ne vado così? Senza nemmeno attendere ciò che
succede? E se qualcuno mi conosce, che figura ci faccio?”.
In quel momento vide sulla parete del
tavolo uno sportellino e la tentazione di aprirlo fu fortissima. E
infatti l’aprì. E sobbalzò. Vide una faccia esagitata che lo
stava osservando con una espressione che lo sconcertò, prima di
capire, nella penombra, che era la sua immagine riflessa.
Sentì come se il vigore gli fluisse
via dalle gambe, vacillò e dovette sedersi di nuovo.
“Sono le gambe” si disse “sento
come se non potessi camminare più...” il cuore s'era messo a
battergli furiosamente.
“Sciocchezze. Smettila - fece una
voce dentro di lui - lascia perdere.” La sua voce risuonava fredda
e decisa. “Qualcuno ti costringe ad una bella esperienza. Fanne
tesoro”.
“Non riesco a camminare” ribatté,
con voce roca, Ulisse.
“Non dire sciocchezze” rispose
l’altro (che, per intenderci, possiamo chiamare Ulisse-2).
“Mi sento come se avessi dimenticato
la chiave e l’auto non può partire”.
“Capisco - fece Ulisse-2 – allora
devi cercare la chiave”.
Ulisse si sentiva stanco. Con quel suo
interlocutore numero 2 non riusciva mai ad avere l’ultima parola.
Lesse il foglio di carta, lentamente.
Vi trovò solo tre domande strane, quasi altisonanti, ma allo stesso
tempo pacate. Domande forse essenziali. Ma la mente era vuota. Non
sapeva cosa rispondere. Si sentiva come in balìa di un vortice che
lasciava tutto morto e vacuo dietro di sé.
“Beh, che cosa facciamo?” disse
Ulisse-2. “Non mi sembri proprio in forma”
continuò sornione.
Ulisse rabbrividì leggermente. Si
sentiva spossato.
Per prender tempo e un po’ per
curiosità, si guardò attorno, almeno per quel poco che il buio
permetteva.
La sua attenzione fu catturata
immediatamente da un teschio sul tavolo e dalla raffigurazione di uno
scheletro alle sue spalle. Lugubri segni di morte messi di fronte ad
una persona viva: per quale scopo? Per indicare che anche lui
diventerà così? Ma lo sapeva già!
E subito gli venne un pensiero. No, era
troppo banale pensare che gli avessero messo di fronte quei simboli
di morte per fargli ricordare che la vita è limitata e che tutti,
prima o poi, dobbiamo morire. Il giovane sa che deve morire, il
vecchio sa che morirà presto, il saggio non sa quando morirà, ma si
comporta come se contemporaneamente dovesse morire domani e non dovesse
morire domani.
No, forse c’era un altro motivo per
quelle presenze. Forse era un invito a non fermarsi all’apparenza
ma ad andare oltre, a cercare ciò che c’è sotto la pelle, sotto
la carne viva e i liquidi che circolavano in lui. A trovare le
fondamenta del corpo che si muove, cammina, parla.
“Certo - disse Ulisse-2 - ma
rifletti. Il corpo ha le fondazioni nelle ossa. Devi cercare solo le
fondazioni del corpo? Tu sei solo corpo? Non c’è altro?”
“Che vuoi dire?” chiese Ulisse.
“Sai benissimo cosa voglio dire”
ribatté Ulisse-2. Dopo una pausa continuò.
“Tu non sei solo
corpo. C’è ben altro. E non raccontarmi la favolina dell’anima
bella. Non sei la superficie di un vasto mare, tu sei il mare.
Sei il mare e sei il cielo sopra. In cielo ci possono stare benissimo
i tuoi angioletti, ma stai attento che non li ghermiscano rapaci e
mostri volanti. E nel tuo mare ci sono certo pesciolini graziosi, ma
anche mostri terribili in confronto ai quali King Kong è una
scimmietta giocherellona.
“Per te non è altro che un discorso
morboso” ribatté Ulisse.
“No – rispose Ulisse-2 – e sai
benissimo di cosa parlo. Certo, ci fu un'epoca in cui i pazzi erano
considerati fessure della crosta terrena, attraverso le quali
prorompeva la sacra fiamma. Ma spesso da quelle crepe e interstizi
non passano sacre fiamme: escono i mostri che abbiamo dentro, le
fiamme dell’inferno”.
Ulisse rassegnato tacque. Alzò le
spalle e osservò debolmente. “Io sono un uomo normale, lo sai,
terra terra: i misteri di cui parli mi fanno venire la pelle d'oca”.
(continua)
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