giovedì 27 agosto 2015

Arrivo e partenza 2

(continua dal post precedente)

Proseguo l'affabulazione sul Gabinetto di Riflessione. Anzi su come potrebbe essere il viaggio di un Profano, no - meglio - di un Candidato alla Massoneria (non parlo del mio viaggio perché non ne ho ricordi).


Testamento

“No, non lo farò” disse Ulisse, alzandosi dal tavolino. Si voltò verso la porta e fece per uscire. “Andiamo dunque”.

Ma, subito si fermò. “E che? Son appena arrivato e me ne vado così? Senza nemmeno attendere ciò che succede? E se qualcuno mi conosce, che figura ci faccio?”.

In quel momento vide sulla parete del tavolo uno sportellino e la tentazione di aprirlo fu fortissima. E infatti l’aprì. E sobbalzò. Vide una faccia esagitata che lo stava osservando con una espressione che lo sconcertò, prima di capire, nella penombra, che era la sua immagine riflessa.

Sentì come se il vigore gli fluisse via dalle gambe, vacillò e dovette sedersi di nuovo.

“Sono le gambe” si disse “sento come se non potessi cam­minare più...” il cuore s'era messo a battergli furiosa­mente.

“Sciocchezze. Smettila - fece una voce dentro di lui - lascia perdere.” La sua voce risuonava fredda e decisa. “Qualcuno ti costringe ad una bella esperienza. Fanne tesoro”.

“Non riesco a camminare” ribatté, con voce roca, Ulisse.

“Non dire sciocchezze” rispose l’altro (che, per intenderci, possiamo chiamare Ulisse-2).

“Mi sento come se avessi dimenticato la chiave e l’auto non può partire”.

“Capisco - fece Ulisse-2 – allora devi cercare la chiave”.

Ulisse si sentiva stanco. Con quel suo interlocutore numero 2 non riusciva mai ad avere l’ultima parola.

Lesse il foglio di carta, lentamente. Vi trovò solo tre domande strane, quasi altisonanti, ma allo stesso tempo pacate. Domande forse essenziali. Ma la mente era vuota. Non sapeva cosa rispondere. Si sentiva come in balìa di un vortice che lasciava tutto morto e vacuo dietro di sé.

“Beh, che cosa facciamo?” disse Ulisse-2. “Non mi sembri proprio in forma” continuò sornione.

Ulisse rabbrividì leggermente. Si sentiva spossato.
  
Per prender tempo e un po’ per curiosità, si guardò attorno, almeno per quel poco che il buio permetteva.

La sua attenzione fu catturata immediatamente da un teschio sul tavolo e dalla raffigurazione di uno scheletro alle sue spalle. Lugubri segni di morte messi di fronte ad una persona viva: per quale scopo? Per indicare che anche lui diventerà così? Ma lo sapeva già!

E subito gli venne un pensiero. No, era troppo banale pensare che gli avessero messo di fronte quei simboli di morte per fargli ricordare che la vita è limitata e che tutti, prima o poi, dobbiamo morire. Il giovane sa che deve morire, il vecchio sa che morirà presto, il saggio non sa quando morirà, ma si comporta come se contemporaneamente dovesse morire domani e non dovesse morire domani.

No, forse c’era un altro motivo per quelle presenze. Forse era un invito a non fermarsi all’apparenza ma ad andare oltre, a cercare ciò che c’è sotto la pelle, sotto la carne viva e i liquidi che circolavano in lui. A trovare le fondamenta del corpo che si muove, cammina, parla.

“Certo - disse Ulisse-2 - ma rifletti. Il corpo ha le fondazioni nelle ossa. Devi cercare solo le fondazioni del corpo? Tu sei solo corpo? Non c’è altro?”

“Che vuoi dire?” chiese Ulisse.

“Sai benissimo cosa voglio dire” ribatté Ulisse-2. Dopo una pausa continuò. 

“Tu non sei solo corpo. C’è ben altro. E non raccontarmi la favolina dell’anima bella. Non sei la superficie di un vasto mare, tu sei il mare. Sei il mare e sei il cielo sopra. In cielo ci possono stare benissimo i tuoi angioletti, ma stai attento che non li ghermiscano rapaci e mostri volanti. E nel tuo mare ci sono certo pesciolini graziosi, ma anche mostri terribili in confronto ai quali King Kong è una scimmietta giocherellona.

“Per te non è altro che un discorso morboso” ribatté Ulisse.

“No – rispose Ulisse-2 – e sai benissimo di cosa parlo. Certo, ci fu un'epoca in cui i pazzi erano considerati fessure della crosta terrena, attraverso le quali prorompeva la sacra fiamma. Ma spesso da quelle crepe e interstizi non passano sacre fiamme: escono i mostri che abbiamo dentro, le fiamme dell’inferno”.

Ulisse rassegnato tacque. Alzò le spalle e osservò debolmente. “Io sono un uomo normale, lo sai, terra terra: i misteri di cui parli mi fanno venire la pelle d'oca”.

(continua)

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