E' una litografia di Escher del 1960: Salita e discesa.Escher così la commentò: L'immagine... presenta un edificio complesso, una specie di convento con un cortile rettangolare interno. Al posto del tetto c'è un percorso chiuso di gradini, una scalinata che consente agli abitanti di camminare intorno all'attico della loro abitazione. Forse si tratta di monaci, membri di qualche ignota setta. Può darsi che salire le scale in senso orario a tempi fissi faccia parte del loro rituale quotidiano: quando sono stanchi, possono mutare direzione e, per un po' scendere...
Due individui refrattari si rifiutano di prendere parte a quest'esercizio spirituale. Senza dubbio credono di saperla più lunga dei loro compagni, ma prima o poi ammetteranno di essersi sbagliati non adeguandosi.
(M. C. Escher, Esplorando l'infinito, Garzanti, Milano, 1991, p. 87).
Non mi piace l'ultima frase. Spesso l'opera d'arte acquista vita propria anche se non era nelle intenzioni dell'autore. Io non vedo i due come adepti che sbagliano, li vedo compagni erranti (da: errare, vagare, andare, non da: errare, errore, sbagliare): se i due fossero semplicemente (semplicemente!?!) due adepti non omologati che non si ritrovano nell'autoreferenzialità degli altri?
Quante volte abbiamo sentito massoni autoreferenziali e autoreferenziantisi! E quante volte ce ne sentiamo sentiti distaccati o semplicemente separati perché la nostra massoneria è forse meno roboante ma un po' più muratoria?

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