Ulisse, profano candidato alla Libera Muratoria, è nel Gabinetto di Riflessione e sta compiendo il viaggio attraverso l'elemento Terra.
Ciò che sembrava una sceneggiata assurda si sta rivelando invece una esperienza destinata a proseguire anche dopo l'affiliazione alla Loggia.
L’Ombra
Ulisse si sentiva come un eroe a terra. L’uomo
solare che era (che era? oppure recitava una parte per gli altri?) ha
incontrato qualcosa che gli ha messo davanti l’ombra che è in lui.
Ma lui non vuole ombre, al massimo
accetta penombre. Sì, certo, il cielo notturno è bello, ma lo dice
al riparo della sua cartesianità, come in ammirazione del meccanismo
perfetto di un Grande Orologiaio. Figura rassicurante, quella del
Grande Orologiaio, costruttore di qualcosa che non lascia spazio
all’oscurità. E se oscurità c’è, è qualcosa che prima o poi
la tua razionalità riuscirà a comprendere e spiegare, dice a se
stesso.
“Devi accettare la tua ombra -
suggerì Ulisse-2 – altrimenti prima o poi emergeranno scompensi
che tieni ben celati”.
“Ma non vorrai mica dire che dietro
ai valori che ammiro c'è una morbosità latente?”.
“Valori!” ripeté Ulisse-2 con voce
lenta ed esasperante “Coraggio... devozione... sacrificio... Eh,
che paroloni!”.
“Morbosità...” continuò Ulisse-2
pronunciando con una smorfia come se avesse in bocca una fetta di
limone. “Non sono miei questi termini. Volevo solo dirti che oggi i
crociati non sono più di moda: si mascherano cercando di essere
dottrinari, o positivi, ma, soli e nudi, traspirano tutti goccioline
di sangue...”
Ulisse-2 fece il punto della
situazione, cercando di non farsi comprendere da Ulisse per non
compromettere il suo percorso.
“Bene, spero che Ulisse guarisca
presto” si disse. “Se se la cava, ne uscirà cresciuto. Infatti
un percorso di questo genere è come un tuffo in una sorgente
mitologica: o uccide o fa risalire un essere nuovo che ha ucciso il
resto.”
Ulisse si immerse in quella situazione.
Perse la cognizione del tempo. Si affidò al suo alter ego e si
immerse in quel suo mare verso il quale provava flussi di repulsione,
come una calamita alla rovescia.
Quando in futuro qualcuno gli chiese
conto di quella esperienza, Ulisse sviò sempre il discorso. Una sola
volta gli sfuggì di essere rimasto in quell’angusto stanzino per
ben tre giorni interi (sapeva benissimo che non era possibile, ma
nella sua memoria sembrava effettivamente una permanenza così
lunga).
Aveva ricordi (impossibile! ma i
ricordi li aveva proprio) di ruscelli mormoranti e
cascatelle gorgoglianti che lui cercava di raggiungere con corse
improbabili e impossibili, di onde frangenti sulla battigia
della spiaggia con un suono ricorrente che invitava a rilassarsi ed
accettare l’armonia della natura. Coglieva il volo degli uccelli e
il guizzo dei pesci come aspetti diversi della stessa realtà.
Coglieva la corsa degli animali selvatici nel bosco e faceva fatica a
distinguere corse terrestri, aeree o marine.
Gli sembrava di essere il mitico Argo
dagli innumerevoli occhi che osservavano in tutte le direzioni per
comprendere ciò che lo circondava...
gli sembrava di identificarsi nel
suo omonimo più famoso legato all’albero della nave per ascoltare
il canto seducente delle Sirene.
Canti seducenti che però non
sviarono quell’Ulisse maggiore e che quindi non dovevano sviare
lui, in un certo senso un Ulisse minore, ma vivo, in carne ed ossa (e
tutto il resto).
Un positivista e realista chiamerebbe
quell’esperienza collasso nervoso, ma lui non la chiamava, semplicemente l’avvertiva come una profonda esperienza
interiore.
Non riusciva a parlare, a dir nulla...
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