sabato 29 agosto 2015

Arrivo e partenza 4

(continua dal post precedente)

Ulisse, profano candidato alla Libera Muratoria, è nel Gabinetto di Riflessione e sta compiendo il viaggio attraverso l'elemento Terra.
Ciò che sembrava una sceneggiata assurda si sta rivelando invece una esperienza destinata a proseguire anche dopo l'affiliazione alla Loggia.

 

L’Ombra

Ulisse si sentiva come un eroe a terra. L’uomo solare che era (che era? oppure recitava una parte per gli altri?) ha incontrato qualcosa che gli ha messo davanti l’ombra che è in lui.

Ma lui non vuole ombre, al massimo accetta penombre. Sì, certo, il cielo notturno è bello, ma lo dice al riparo della sua cartesianità, come in ammirazione del meccanismo perfetto di un Grande Orologiaio. Figura rassicurante, quella del Grande Orologiaio, costruttore di qualcosa che non lascia spazio all’oscurità. E se oscurità c’è, è qualcosa che prima o poi la tua razionalità riuscirà a comprendere e spiegare, dice a se stesso.

“Devi accettare la tua ombra - suggerì Ulisse-2 – altrimenti prima o poi emergeranno scompensi che tieni ben celati”.

“Ma non vorrai mica dire che dietro ai valori che ammiro c'è una morbosità latente?”.

“Valori!” ripeté Ulisse-2 con voce lenta ed esasperante “Coraggio... devozione... sacrificio... Eh, che paroloni!”.

“Morbosità...” continuò Ulisse-2 pronunciando con una smorfia come se avesse in bocca una fetta di limone. “Non sono miei questi termini. Volevo solo dirti che oggi i crociati non sono più di moda: si mascherano cercando di essere dottrinari, o positivi, ma, soli e nudi, traspirano tutti goccioline di sangue...”

Ulisse-2 fece il punto della situazione, cercando di non farsi comprendere da Ulisse per non compromettere il suo percorso.

“Bene, spero che Ulisse guarisca presto” si disse. “Se se la cava, ne uscirà cresciuto. Infatti un percorso di questo genere è come un tuffo in una sorgente mitologica: o uccide o fa risalire un essere nuovo che ha ucciso il resto.”

Ulisse si immerse in quella situazione. Perse la cognizione del tempo. Si affidò al suo alter ego e si immerse in quel suo mare verso il quale provava flussi di repulsione, come una calamita alla rovescia.

Quando in futuro qualcuno gli chiese conto di quella esperienza, Ulisse sviò sempre il discorso. Una sola volta gli sfuggì di essere rimasto in quell’angusto stanzino per ben tre giorni interi (sapeva benissimo che non era possibile, ma nella sua memoria sembrava effettivamente una permanenza così lunga).

Aveva ricordi (impossibile! ma i ricordi li aveva proprio) di ruscelli mormoranti e cascatelle gorgoglianti che lui cercava di raggiungere con corse improbabili e impossibili, di onde frangenti sulla battigia della spiaggia con un suono ricorrente che invitava a rilassarsi ed accettare l’armonia della natura. Coglieva il volo degli uccelli e il guizzo dei pesci come aspetti diversi della stessa realtà. Coglieva la corsa degli animali selvatici nel bosco e faceva fatica a distinguere corse terrestri, aeree o marine.

Gli sembrava di essere il mitico Argo dagli innumerevoli occhi che osservavano in tutte le direzioni per comprendere ciò che lo circondava...

gli sembrava di identificarsi nel suo omonimo più famoso legato all’albero della nave per ascoltare il canto seducente delle Sirene.

Canti seducenti che però non sviarono quell’Ulisse maggiore e che quindi non dovevano sviare lui, in un certo senso un Ulisse minore, ma vivo, in carne ed ossa (e tutto il resto).

Un positivista e realista chiamerebbe quell’esperienza collasso nervoso, ma lui non la chiamava, semplicemente l’avvertiva come una profonda esperienza interiore.

Non riusciva a parlare, a dir nulla...

 

(continua)

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