Il cielo stellato
Due cose riempiono l’animo di ammirazione e
venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a
lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di
me, e la legge morale in me.
Il racconto termina all’inizio
dell’eclisse, all’inizio del buio.
E in cielo compaiono le stelle...
E quindi uscimmo a riveder le stelle
ha cantato chi voleva alludere al sollievo di uscire dal mondo senza
speranza.
Ma nel lontano pianeta l’eclisse
dell’unico sole visibile e la comparsa delle stelle provoca il
fenomeno opposto (che quel pianeta sia il nostro doppio rovesciato?).
Cedendo al fascino della paura, si sollevò su
un gomito e alzò lo sguardo verso la tenebra agghiacciante, al di là
della finestra.
In quella tenebra, splendevano le Stelle! Non
le pallide tremilaseicento stelle visibili agli occhi di un
terrestre; Lagash si trovava proprio al centro di un grappolo
gigantesco. Trentamila potentissimi astri risplendevano di un fulgore
che feriva l’anima, più spaventosamente gelido, nella sua orrenda
indifferenza, del vento tagliente che spirava invisibile attraverso
un mondo freddo, orribilmente informe.
Le stelle sono comparse. La gente
puntualmente impazzisce, compresi gli scienziati nell’osservatorio
astronomico. In lontananza si vede il bagliore delle fiamme che
stanno distruggendo la città. Quel ciclo di civiltà è giunto al
capolinea.
Quando l’eclisse terminerà non
troverà nessuno ancora savio, o forse qualche superstite (come ad
esempio il ristretto gruppo di scienziati che si è chiuso in un
rifugio sotterraneo) che comunque dovrà combattere contro uomini
impazziti che si aggireranno tra le macerie. E chi è rabbiosamente
impazzito rimarrà pazzo rabbioso e pericoloso.
Atmosfera ben diversa da quella
immaginata da un altro scrittore.
V’imaginate il levar del sole nel primo
giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate
che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni
uscenti dal secolo decimo? (…) La venuta del Signore a rapir seco i
morti e i vivi nell’aere, annunziata già imminente da Paolo ai
primi cristiani; i pochi secoli di vita che fin dal tempo di
Lattanzio credevasi rimanere al mondo; il presentimento del giudizio
finale prossimo attinto da Gregorio Magno nelle disperate ruine degli
anni suoi; tutti insieme questi terrori, come nubi diverse che
aggroppandosi fan temporale, confluirono su ’l finire del millennio
cristiano in una sola e immane paura. – Mille, e non più mille –
aveva, secondo la tradizione, detto Gesù: dopo mille anni, leggevasi
nell’Apocalipsi, Satana sarà disciolto.
(…) E che stupore di gioia e che grido salì
al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’
manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e
ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le
piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di
vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille!
Qui, nell’immagine carducciana, è la
vita che trionfa. Là, nel buio asimoviano dell’eclisse, è la vita
che si spegne.
Qui è la speranza che diventa realtà, là è la realtà che
perde la speranza.
Qui è la vittoria della luce sul buio,
là è la paura del buio (e non il buio in sé) che mostra il panico
di stare con se stessi.
Luce e buio. Qui il buio che termina,
là la luce che termina.
Luce e buio. Qui la luce che cresce, là
il buio che giunge.
Anche al bambino il buio incute qualche
timore. E’ normale. Ma è normale pure superarlo, il timore del
buio.
Perché essere al buio significa
interrompere i rapporti con la realtà quotidiana: significa stare
con se stessi. Ma ahimè troppi non sanno stare con se stessi. Non
sono capaci di stare con se stessi perché non capiscono ciò che si
percepisce nell’interiorità. Non vedono le “proprie” stelle;
le rifiutano, ma non possono cancellarle; ne hanno il terrore e ne
escono sconvolti.
Il bimbo immagina che dal buio
compaiano mostri tremendi, non immagina mai che escano fatine buone e
rassicuranti. Il bosco di notte è un ambiente drammatico: forse nel
bosco di notte molti vedono la propria interiorità e ne sono
spaventati, ne hanno paura, temono le belve che possono esserci, cioè
le “loro” belve (che molti non sanno di avere).
Quei lontani abitanti (ma talmente
“lontani” che alla fin fine li vediamo come nostri parenti molto
prossimi) scambiano le stelle per mostri terribili. Ognuno teme di
avere incontrato il suo mostro e impazzisce. E non sanno che noi
“dentro” non abbiamo solo mostri...
Postfazione
1° Sorv. Come il Sole, apparendo ad
Oriente per dare inizio al giorno, illumina la Terra, così il
Maestro Venerabile, sedendo all’Oriente per dirigere i Lavori,
istruisce i Fratelli col lume della propria scienza muratoria.
..................................
M. Ven. Fratello 2° Sorvegliante, a
che ora i Fratelli Liberi Muratori hanno consuetudine di terminare i
Lavori?
Una lettura spiega che in Loggia si
lavora di giorno dall’alba al tramonto (come prescrivono diversi
rituali collegati alla Massoneria operativa) e non da mezzogiorno a
mezzanotte (come indica un’altra tradizione). Ma una lettura
complementare suggerisce che c’è un altro tipo di lavoro
(lavoro-ombra?) dal tramonto all’alba, da mezzanotte a mezzogiorno,
dall’uscita dalla Loggia all’entrata successiva in Loggia. Anche
questo lavoro, e forse più che mai questo lavoro, il caminante
deve compiere. Ed è questo, forse, il lavoro più importante che
plasma l’uomo.
(fine)
Nessun commento:
Posta un commento