venerdì 14 agosto 2015

Buio 4

Terminano le nostre affabulazioni sul buio e sul cielo stellato. Il buon Asimov ci ha proposto un fecondo filone di spunti che ci permettano di riflettere e meditare (ma sì, usiamola pure questa parola spesso abusata e incompresa nel suo senso più profondo!) su simboli "forti" del nostro essere homo.


Il cielo stellato

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Immanuel Kant

Il racconto termina all’inizio dell’eclisse, all’inizio del buio.
E in cielo compaiono le stelle...
E quindi uscimmo a riveder le stelle ha cantato chi voleva alludere al sollievo di uscire dal mondo senza speranza.
Ma nel lontano pianeta l’eclisse dell’unico sole visibile e la comparsa delle stelle provoca il fenomeno opposto (che quel pianeta sia il nostro doppio rovesciato?).
Cedendo al fascino della paura, si sollevò su un gomito e alzò lo sguardo verso la tenebra agghiacciante, al di là della finestra.
In quella tenebra, splendevano le Stelle! Non le pallide tremilaseicento stelle visibili agli occhi di un terrestre; Lagash si trovava proprio al centro di un grappolo gigantesco. Trentamila potentissimi astri risplendevano di un fulgore che feriva l’anima, più spaventosamente gelido, nella sua orrenda indifferenza, del vento tagliente che spirava invisibile attraverso un mondo freddo, orribilmente informe.
Le stelle sono comparse. La gente puntualmente impazzisce, compresi gli scienziati nell’osservatorio astronomico. In lontananza si vede il bagliore delle fiamme che stanno distruggendo la città. Quel ciclo di civiltà è giunto al capolinea.
Quando l’eclisse terminerà non troverà nessuno ancora savio, o forse qualche superstite (come ad esempio il ristretto gruppo di scienziati che si è chiuso in un rifugio sotterraneo) che comunque dovrà combattere contro uomini impazziti che si aggireranno tra le macerie. E chi è rabbiosamente impazzito rimarrà pazzo rabbioso e pericoloso.
Atmosfera ben diversa da quella immaginata da un altro scrittore.
V’imaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo? (…) La venuta del Signore a rapir seco i morti e i vivi nell’aere, annunziata già imminente da Paolo ai primi cristiani; i pochi secoli di vita che fin dal tempo di Lattanzio credevasi rimanere al mondo; il presentimento del giudizio finale prossimo attinto da Gregorio Magno nelle disperate ruine degli anni suoi; tutti insieme questi terrori, come nubi diverse che aggroppandosi fan temporale, confluirono su ’l finire del millennio cristiano in una sola e immane paura. – Mille, e non più mille – aveva, secondo la tradizione, detto Gesù: dopo mille anni, leggevasi nell’Apocalipsi, Satana sarà disciolto.
(…) E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille!
Qui, nell’immagine carducciana, è la vita che trionfa. Là, nel buio asimoviano dell’eclisse, è la vita che si spegne.
Qui è la speranza che diventa realtà, là è la realtà che perde la speranza.
Qui è la vittoria della luce sul buio, là è la paura del buio (e non il buio in sé) che mostra il panico di stare con se stessi.
Luce e buio. Qui il buio che termina, là la luce che termina.
Luce e buio. Qui la luce che cresce, là il buio che giunge.
Anche al bambino il buio incute qualche timore. E’ normale. Ma è normale pure superarlo, il timore del buio.
Perché essere al buio significa interrompere i rapporti con la realtà quotidiana: significa stare con se stessi. Ma ahimè troppi non sanno stare con se stessi. Non sono capaci di stare con se stessi perché non capiscono ciò che si percepisce nell’interiorità. Non vedono le “proprie” stelle; le rifiutano, ma non possono cancellarle; ne hanno il terrore e ne escono sconvolti.
Il bimbo immagina che dal buio compaiano mostri tremendi, non immagina mai che escano fatine buone e rassicuranti. Il bosco di notte è un ambiente drammatico: forse nel bosco di notte molti vedono la propria interiorità e ne sono spaventati, ne hanno paura, temono le belve che possono esserci, cioè le “loro” belve (che molti non sanno di avere).
Quei lontani abitanti (ma talmente “lontani” che alla fin fine li vediamo come nostri parenti molto prossimi) scambiano le stelle per mostri terribili. Ognuno teme di avere incontrato il suo mostro e impazzisce. E non sanno che noi “dentro” non abbiamo solo mostri...

Postfazione

1° Sorv. Come il Sole, apparendo ad Oriente per dare inizio al giorno, illumina la Terra, così il Maestro Venerabile, sedendo all’Oriente per dirigere i Lavori, istruisce i Fratelli col lume della propria scienza muratoria.
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M. Ven. Fratello 2° Sorvegliante, a che ora i Fratelli Liberi Muratori hanno consuetudine di terminare i Lavori?
2° Sorv. A mezzanotte, Maestro Venerabile.
M. Ven. Fratello 2° Sorvegliante, al momento, che ora è?
2° Sorv. Mezzanotte in punto.

Una lettura spiega che in Loggia si lavora di giorno dall’alba al tramonto (come prescrivono diversi rituali collegati alla Massoneria operativa) e non da mezzogiorno a mezzanotte (come indica un’altra tradizione). Ma una lettura complementare suggerisce che c’è un altro tipo di lavoro (lavoro-ombra?) dal tramonto all’alba, da mezzanotte a mezzogiorno, dall’uscita dalla Loggia all’entrata successiva in Loggia. Anche questo lavoro, e forse più che mai questo lavoro, il caminante deve compiere. Ed è questo, forse, il lavoro più importante che plasma l’uomo.
(fine)

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