sabato 22 agosto 2015

Il Massone che ride 4

(continua dal post precedente)

Per comprendere la cristiana proibizione del ridere bisogna andare indietro nel tempo, proprio alle origini del cristianesimo. Quei primi cristiani, e conseguentemente i Padri della Chiesa, nella necessità di distinguersi dagli altri (cioè pagani ed ebrei) misero in rilievo le differenze. Così Paolo spiega esser venuti meno l’obbligo della circoncisione e le prescrizioni sui cibi. Così si insiste sulla differenza con le credenze e gli atteggiamenti pagani. Si insiste sul giudizio divino sul nostro comportamento dopo la morte e quindi si introduce l’idea che tutta la vita terrena non sia altro che preparazione alla vita divina.

Vengono rigettati i piaceri della carne, non solo gli eccessi. Vengono rifiutati i piaceri della tavola e del sesso, viene respinta una visione della vita che non sia strettamente finalizzata al dopo morte.

Non è mia intenzione esaminare quel tipo “triste” di vita, ma dobbiamo pur riconoscere che tali concezioni, esaltate e sottolineate nei secoli successivi, hanno influenzato il cristianesimo, e conseguentemente il mondo occidentale, dei secoli seguenti e, sotto sotto, persino fino ad oggi.

Esempi ne possiamo trovare numerosi. Qui mi limito ad accennarne a due.

Uno. La Regola di san Benedetto.

Capitolo IV: - Quae sunt instrumenta bonorum operum. Punto 54: verba vana aut risui apta non loqui: non ridere spesso e in maniera smodata.
Non si parla del ridere in chiesa, ma il pio monaco non riderà troppo spesso e smodatamente.

Due. Nel 1729 un fra' Gaetano Maria da Bergamo, cappuccino (quindi francescano!), darà alle stampe una specie di manuale per predicatori (L'uomo Apostolico istruito nella sua vocazione al Pulpito1) dove scrive: 

 Non si trova Santo Padre, né alcun Teologo, che faccia lecito il ridere nella Chiesa, che è la Casa d’Iddio; ed a leggere tutti i Quaresimali, ne’ quali vi è la Predica della Riverenza alle Chiese, si troverà, che altrimenti declamati contra coloro, che stanno a ridere in Chiesa, come se fossero in Piazza.

Vien da lontano, appunto, questa proibizione, che ancora oggi è molto seguita, con tutte le variazioni e sfumature.

Risus abundat in ore stultorum. Versione del latino volgare di un paio di passi del commediografo Menando (III – IV secolo a. C.). Viene condannato l’eccessivo riso, quello inopportuno per il contesto in cui esplode la risata (appunto inopportuna). Possiamo pensar la frase come rappresentativa di una classe di proverbi che dal francese Plus on est de fous plus on rit va all’italiano I matti si conoscono dal molto ridere al portoghese Muito riso è sinal de pouco siso, al tedesco, che non cito perché non conosco il tedesco, e ritorna all’italiano Chi ride senza perché o è pazzo o ce l'ha con me.2

Però non è condanna del ridere, ma del ridere inopportuno.

E qui il massone potrebbe ribattere: Appunto, è inopportuno ridere in Loggia.

Questo massone è contro il ridere, non solo contro il ridere inopportuno. 

Mentre la tradizione ebraica, per bocca del Rabbi di Lublino, insegna che si può, si deve ridere, specie mentre si piange, perché il solo pianto porta alla disperazione e il solo riso rende sciocchi e fa perdere il timor di Dio.

Dunque: ridiamo. Meglio: sorridiamo.


NOTE

1  In google.books (consultato il 24/07/15).
2  Cfr. Tosi, Sulla genesi di alcuni proverbi, in https://www.academia.edu (consultata il 31/07/15).

(continua)


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