27 settembre 2026

Il lavoro del Maestro

 

Tempo: anni fa. Spazio: un oriente massonico con due logge.

Un fratello in una tornata di loggia (lui era a piedilista nell'altra) affermò: il massone che chiede qualcosa ad un altro massone non può rivolgersi direttamente a lui ma deve necessariamente farlo attraverso i Venerabili del richiedente e del richiesto, che quindi possono filtrare la legittimità della richiesta. L'intervento fu tenuto con toni un po’ agitati che fecero supporre ci fossero state richieste non legittime di favoritismi o peggio.

I fratelli della loggia successivamente si agitarono tanto che il Maestro Venerabile convocò una apposita tornata in Terzo Grado.

Fu una riunione molto turbolente che lasciò amareggiato qualcuno per le forti polemiche: evidentemente i “Maestri” non avevano saputo controllare le proprie emozioni.

Al termine un anziano fratello sconsolato concluse: Abbiamo diviso anche quello che era unito.

Il giorno dopo, l'Oratore di Loggia mandò una lettera al Venerabile.


Il Maestro nella Camera di Mezzo

Ho ancora in mente la tornata di ieri sera e sento il bisogno di svolgere alcune considerazioni sul lavoro di Loggia e in particolare sul nostro modo di lavorare in Terzo Grado,

Dopo la chiusura un fratello mi ha confidato che sono proprio tornate come quella appena terminata a disturbarlo, facendomi ricordare un nostro lavoro dell’anno scorso: “Perché sono entrato in Massoneria?” aveva proposto l’allora Maestro Venerabile, “Perché, malgrado tutto, ci resto?” fu allora il mio contributo.

Premetto subito, a scanso di equivoci, che queste parole non vogliono essere una critica né sulla opportunità della tornata, né sulle modalità della conduzione: hai dimostrato un equilibrio che pochi avrebbero saputo mantenere e certamente hai permesso a qualcuno di sfogarsi apertamente evitando pericolose situazioni di cose non dette.

Sento però il dovere di pensare a voce alta perché tornate come quella di ieri sera non ci siano più. E quale destinatario più “naturale” se non il mio Maestro Venerabile?

Quali i fatti? Un fratello dell’altra officina in una nostra tornata ha detto alcune cose che possiamo serenamente definire inopportune sia per il momento scelto sia per il contenuto stesso sia per il modo con cui ha parlato.

A successive indagini quelle affermazioni sono risultate di carattere generale e non collegabili ad episodi specifici che, appunto, non si sono verificati. E questo è un fatto.

Ho però avuto l’impressione che per alcuni sia stato come sventolare un drappo rosso davanti al toro e che abbiano reagito senza il dovuto controllo.

Troppi fratelli credono che lavorare in terzo grado permetta di parlare apertamente senza remore, mentre, se vogliamo, è esattamente il contrario.

Il lavoro in terzo grado deve essere il momento qualificante per il Libero Muratore perché è solo con il terzo grado che si completa l’essenza di Massone.

Sostenere che in Camera di Mezzo si può parlare di qualunque argomento è affermazione superficiale e non corretta. Si deve invece dire che solo il Maestro, a differenza dell’Apprendista e del Compagno, raggiunge la pienezza e il punto di equilibrio, oserei dire magico, che gli permette di essere Massone e non solo un iscritto alla Massoneria.

Un fratello, dopo la tornata, mi ha detto: Abbiamo diviso anche quello che era unito.

Nella sua saggezza ha visto giusto.

Se il lavoro dell’Apprendista prima e del Compagno poi è in un certo senso preparatorio alla costruzione, il lavoro del Maestro è la costruzione stessa: è quindi corale e di unione; costruisce il muro utilizzando pietre e unendole con la calcina e deve unire ciò che è diviso.

Ieri sera, temo, si è fatto l’opposto.

Non voglio entrare nel merito. Francamente non mi interessa che possano esserci periodicamente episodi volti a sindacare questo o quel comportamento. Non ci deve interessare e non dobbiamo esserne influenzati, il nostro lavoro deve essere un altro. Il problema del rapporto tra i fratelli o tra le Officine esiste, ma non sono tornate come quelle di ieri che possono contribuire a risolverlo. Mi riferisco specificatamente al comportamento tenuto: interventi continui (due, tre, quattro volte e più), polemiche, monologhi, dialoghi e altro ancora.

No, non così dobbiamo comportarci durante il lavoro. Chi si è ricordato che stavamo lavorando ritualmente? Che dovevamo lavorare ritualmente?

I Maestri non risolvono i problemi così.

I Maestri vogliono una politica (passami il termine) di “avvicinamento” tra i fratelli per eliminare incomprensioni, dissapori e malintesi. Non dimentichiamoci, mai, che per non comprendersi bisogna essere sempre in due.

Soprattutto dobbiamo impegnarci seriamente ad eliminare il chiacchiericcio che è uno dei peggiori mali della nostra Istituzione.

Sul piano del lavoro di Loggia, quello peculiare nostro per intenderci, dobbiamo impegnarci ad essere più concentrati, meno dispersivi, insomma più seri e più Massoni. I metalli devono restare fuori dal Tempio. Ieri siamo stati sommersi da metalli e metalloidi!

Il nostro è lavoro lungo e difficile, ma lo sapevamo già; è un lavoro che forse non abbiamo fatto o abbiamo fatto male, e questi sono i risultati.

Ti abbraccio fraternamente


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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.