Di più. Spezzetto l'intervento in frasi distaccate, spesso mescolandole assieme alle frasi degli altri, in modo da evitare un semplice elenco di interventi, uno dietro l'altro.
Insomma, chi ascolta deve trovare nella Tavola ciò che disse ma non vi deve trovare il proprio intervento.
Il motivo è semplice. Il lavoro di Loggia è collettivo e ciascun Fratello contribuisce con la propria pietra, il materiale che verrà utilizzato dal Cantiere-Loggia per costruire. La pietra viene depositata nel magazzino del Cantiere e così perde la propria "identità personale" divenendo proprietà collettiva, di tutta la Loggia. Una specie di "anonimato" del singolo (del quale si registra solo la Loggia di appartenenza e la sua presenza alla Tornata) e rilievo della Loggia, titolare e responsabile del lavoro eseguito.
Qualche giorno fa ho letto una vecchia Tavola (che non conoscevo) di Michele Moramarco (in "Nuova Enciclopedia Massonica", vol. III, pag. 102) che spiega, molto meglio di me, il senso dei nomi in massoneria.
I conflitti, le escrescenze, le degenerazioni: tutto ciò appartiene ad una memoria massonica che dobbiamo appunto dirozzare. Si tratta di un lavoro improbo come testimoniano le anonime e solitarie mani callose che ho visto scolpito sul frontone del vostro Tempio. Stupendo questo anonimato massonico! Il nostro segreto è appunto la celebrazione dell'anonimato come struttura portante dell'essere (non i nostri nomi, ma il Nome Divino solo può colmarci la vita), la testimonianza che dietro il fatuo scintillio dei nomi famosi, dietro il vociare dei protagonisti vive il lavoro individuale e corale di un'umanità innominata...E ricordo, grazie a queste parole, quei fratelli che poco parlano in Loggia, ma non sono "comparse". Sono silenziosi, non inervengono quasi mai, ma la loro presenza si avverte e si avverte soprattutto la loro assenza, perché riescono a comunicare il "loro lavoro" anche senza parole.
Sono, i loro nomi, poco conosciuti: non li troveremo nelle storie della massoneria o delle singole Logge, ma tanto hanno contribuito.
Come quegli anonimi operai che nei cantieri delle cattedrali ci hanno lasciato capolavori.
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