05 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 8

Era una situazione paradossale. Immaginiamo la scena. Da una parte un tranquillo personaggio, che pareva emanare calma e serenità da tutti i pori, in comunione e armonia con il mondo circostante, amico degli animali (non ci saremmo stupiti se il romanziere lo lo avesse addirittura fatto parlare con qualche uccello come san Francesco). Dall’altra un tipo esagitato, sorpreso, affannato, talmente sicuro di aver trovato ciò che cercava da tempo da rimanere senza argomenti di fronte alle sue aspettative frustrate. Eppure pareva sicuro: quella persona era Leo, ne era certo, certissimo. Non ne comprendeva il comportamento ma “sapeva” di aver trovato il Leo che cercava da tanto tempo. Purtroppo quel Leo pareva in vibrante comunione con quel che gli era intorno, conoscesse tutti, fosse da tutti conosciuto e amato, mentre soltanto verso di me, che così profondamente lo amavo e tanto bisogno avevo di lui, non lo conducesse alcuna via. (63). Purtroppo quel Leo gli appariva molto lontano. Purtroppo quel Leo pareva fosse da tutti conosciuto e amato, mentre soltanto verso di me, che così profondamente lo amavo e tanto bisogno avevo di lui. (63)

Anche il lettore rimane sconcertato dal comportamento di Leo. E gli sorge un dubbio: la labile traccia, la serie inutile degli appostamenti del narratore in quella via, poi il motivetto fischiato e infine la persona che finalmente esce di casa per una passeggiata... o per farsi seguire, per dare all’altro la possibilità di un incontro? Era proprio casuale quell’incontro? Oppure era stato preparato. Insomma il narratore ha incontrato Leo o Leo si è fatto incontrare?
Sembravano due mondi troppo distanti per il minimo contatto che non fosse un fugace cenno di cortese saluto. E infatti i due dimostravano (almeno a prima vista) tutta la loro estraneità. E la gentilezza di Leo apparve così fredda ( Sono ben disposto a passeggiare così tutta la notte, non mi mancano né il tempo né la voglia, sempre che non sia troppo per lei – 64) da allontanarsi immediatamente al primo cenno di improvvisa stanchezza dell’altro lasciandolo sui due piedi tutto incerto: Egli scomparve rapidamente nella notte nera e io rimasi solo, allocchito, sconcertato: avevo perduto la partita. Egli non mi conosceva, non voleva conoscermi, si faceva beffe di me. Ritornai sui miei passi, il cane Necker abbaiava furioso dietro la cancellata. Nella calda umidità della notte estiva gelavo dalla stanchezza, dalla malinconia e dalla solitudine. (64)

Il narratore è certo deluso: quel Leo era tanto affabile con i cani ma così poco con lui. Certo, educato e cortese, si era intrattenuto con uno sconosciuto che pareva tutto fuorché equilibrato, ma null’altro. Nulla soprattutto che facesse pensare a lui come a partecipante a quella straordinaria impresa di tanti anni prima!

Si sentì addosso tutta la stanchezza di una ricerca alla quale aveva forse dato troppa importanza. Si sentì depresso e disperato, come se la vita all’improvviso avesse perso il suo senso. In un certo senso quell’ultimo episodio gli faceva quasi “concentrare” le delusioni e le speranze svanite, gli avvilimenti, gli abbattimenti, gli scoraggiamenti in un unico viaggio ad infera che fa dubitare di tutto e di tutti: Era il “suo” Leo? Aveva senso scrivere una storia del pellegrinaggio? L’abbandono del viaggio fu un grande errore? Aver abbandonato la Lega fu uno sbaglio?

Era solo, senza più fiducia in se stesso. Nessuno poteva aiutarlo.
Rientrò a casa, ma non trovò pace. E scrisse una lettera a Leo. Scrissi dieci, dodici, venti pagine di lamenti, di contrizione, di umile preghiera a Leo. Gli descrissi la mia misera condizione, evocai per lui le immagini delle comuni esperienze, le figure dei comuni amici di allora, gli esposi le immense, diaboliche difficoltà, contro le quali stava naufragando la mia nobile impresa. Non sentivo più la stanchezza del momento, scrivevo con grande ardore. Nonostante tutte le difficoltà, scrissi, avrei preferito subire il peggio anziché tradire uno solo dei segreti della Lega, e a onta di tutto avrei cercato di portare a termine la mia opera per ricordare il pellegrinaggio in Oriente ed esaltare la Lega. Come scosso dalla febbre empii una pagina dopo l’altra di parole frettolose, senza riflessione, senza alcuna fede. (66)

Scrisse, uscì ad imbucare nella più vicina cassetta postale, rientrò e all’alba finalmente si addormentò. Dormii pesantemente a lungo. (67)

04 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 7

Il narratore spesso si recò all’indirizzo trovato cercando di incontrare Leo. Invano.


Finalmente un giorno, era davanti a quella casa per l’ennesima volta, udì un fischio melodioso. Quelle note erano un richiamo a qualcosa, e non so quale ricordo cominciò a liberarsi dal sonno. Era una musica volgare ma i suoni che quello produceva fischiando con le labbra erano meravigliosamente dolci, belli e leggeri. (54-55). Insomma erano un richiamo a qualcosa. (54).

Richiamo. Ecco il senso della musica: un richiamo. Non tutti i giorni si sente fischiettare così (54) osservò un passante. Pareva quasi che il narratore in crisi di narrazione fosse non solo atteso ma addirittura attirato.


Finalmente il fischiettatore uscì di casa e... tosto il mio cuore avvertì con certezza: quello era Leo, non soltanto il Leo dell’annuario di indirizzi, ma Leo in persona, il nostro caro compagno di viaggio, (...) E ora ricordai, soltanto ora, che anche a quel tempo, durante il pellegrinaggio in Oriente, molte volte lo avevo udito fischiettare. Erano le note di allora, ma quanto stranamente diverse sonavano al mio orecchio. (56)


Note diverse... Non solo per i dieci e più anni trascorsi dall’epoca del viaggio, ma anche per il nuovo stato d’animo: la sorpresa del ritrovamento tanto sperato e l’amarezza dell’eccessivo tempo impiegato nella ricerca. E in fondo in fondo c’era anche un piccolo dubbio: era finalmente la persona cercata o un nuovo abbaglio? Ed io aggiungo, anche se il narratore non ne pareva consapevole: un ritrovamento oppure un essere ritrovato?


Strane sono le sensazioni che prova il narratore. In tanti anni era cambiato. Ed è cambiato anche il mondo. E il confronto non è tra oggi e ieri, ma è tra l’oggi e il ricordo di ieri...


Il nostro è il mondo del relativo (non del relativismo!) dai ricordi fissi. Noi ricordiamo una persona non come era e nemmeno come noi la conoscemmo, ma come è “fissata” nella nostra memoria. Insomma: noi la ricordiamo come noi crediamo oggi che fosse.

Ecco perché non mi pare bello esporre le salme dei defunti. I presenti debbono ricordare la persona cara come “era” non come i resti di un corpo spossato.


Il narratore seguì il presunto Leo: Scese lungo la via e il suo passo, benché fosse leggero, giovanile e sciolto, era però serale, aveva lo stesso suono del crepuscolo, era connaturato con l’ora. (56-57).

L’incontro tra i due non poteva avvenire che in un luogo naturale, nel giardinetto lì vicino, in una panchina sotto un grande albero, quasi testimone silente di un avvenimento per il narratore fuori del comune. Ma Leo non fece segno di riconoscere il narratore e il colloquio parve svolgersi impersonalmente con educato distacco.

Pareva quasi un colloquio banale tra due estranei che non sapevano di cosa parlare.


Ma non sempre i colloqui sono così banali come sembrano. Forse sono invece utili ad uno dei due per conoscere meglio l’altro; oppure a piantare qualcosa che come un piccolo seme possa poi germogliare.


Leo si mostrava tranquillo e sereno, mentre il narratore era visibilmente affannato. Proprio questo è la vita quando è bella e felice: un giuoco! (60). Ma altri fanno i seri e rendono la vita un dovere, una guerra, una prigione, non riuscendo certo a mostrarla più bella.


“La vita non deve essere un dovere?” è la domanda che ci poniamo spesso. E anche: “Facciamo il nostro dovere”, eccetera.

Credo che semplicemente Leo volesse dire che la vita non deve essere impostata come necessari doveri da compiere. Così infatti il dovere verrebbe ad essere una serie di costrizioni esterne e perderesti la libertà. L’antico filosofo si stupiva davanti a due grandi realtà che lo commuovevano: la volta stellata e la legge morale. E vedeva la prima “sopra di sé” e la seconda “in me”. Qui sta la chiave. La legge del dovere deve scaturire da “dentro”. In tal modo non la puoi sentire imposta, ma la cogli “tua” e la compi perché proprio tu scegli di far così, non per autorità di altro o paura di supposti castighi. Vedendo dal tetto di un alto palazzo una palla rotolare in un prato devi ipotizzare l’esistenza di certe forze in certi punti per spiegare la sua traiettoria irregolare. Chi invece osserva la stessa palla dal primo piano non ha più bisogno di supporre l’esistenza di quelle forze: la traiettoria non regolare viene spiegata semplicemente dalle asperità del terreno che permettono il passaggio della palla in alcuni posti e non in altri. Così la legge del dovere: è semplicemente una costruzione dell’uomo per spiegare la traiettoria del comportamento umano; chi ha il dovere “dentro” compie certe azioni e non altre semplicemente perché il terreno del suo comportamento non è liscio e certi passaggi non li puoi proprio fare, non per divieti ma perché il terreno è fatto così ed è impensabile andar contro la legge. Insomma il dovere è una specie di “legge del sì”: certe azioni le compi perché sì e altre invece no.

Se giungi a sentirti parte del dovere ti sentirai nel centro della bellezza della vita. Bellezza, uno dei due pilastri metaforici (l’altro è la Forza) che avverti nell’agire del mondo e che armoniosamente avvinti porteranno l’uomo alla Sapienza, la comprensione del grande gioco della vita.


Già... Il gioco della vita. Non certo le cose ludiche che noi volgarmente associamo al gioco, ma l’intensità e la leggerezza e l’impegno del bimbo che gioca. Impegno, perché nulla è più intenso del bimbo che gioca. Ma allo stesso tempo il bimbo che gioca sa che è solo un gioco. Ecco la sua leggerezza. Gioca intensamente, ma sa che è un gioco; si impegna con tutto se stesso, ma sa che c’è altro. E’ la “leggerezza forte” del vento sulle vele che può portare con l’arte del marinaio un bastimento dall’altra parte del mondo.


Ed eccoci giunti al momento dello “svelamento”, tanto atteso e allo stesso tempo temuto: atteso per giungere al punto cruciale che avrebbe posto termine agli anni di tormenti e incertezze; temuto per il rischio che non fosse il Leo “giusto”.


Leo, Leo! Lei non è forse Leo? Non mi conosce più? Siamo stati confratelli e dovremmo esserlo ancora. Siamo partiti insieme per il viaggio in Oriente. Leo, mi ha davvero dimenticato? Davvero non sa più nulla dei Custodi della Corona, di Klingsor e Boccadoro, della festa a Bremgarten, della gola di Morbio Inferiore? Leo, abbia pietà! (61)


Leo non mosse ciglio e non fece alcun cenno di riconoscimento. Proseguì tranquillo come non avesse udito nulla, ma mi lasciò il tempo di raggiungerlo e parve non avesse nulla in contrario a che mi accompagnassi a lui. (60)


Leo mostrava di non voler interrompere bruscamente il colloquio? Non aveva negato di riconoscerlo, ma il narratore era troppo agitato per notarlo e troppo preso dalla delusione: il primo incontro – a suo parere – non avrebbe dovuto succedere così. Gli pareva quasi che Leo fosse su un altro mondo (e forse era vero!), educato e gentile con lui come con chiunque. A ogni passo, ad ogni animale che incontrava, ad ogni goccia di pioggia pareva che Leo fosse in comunione con tutto ciò che lo circondava. Il narratore non si sentiva riconosciuto, pur essendoci qualche indizio del contrario che il suo tormentato sconforto non riusciva a cogliere.


Lei chiede se la conosco? Quale uomo conosce mai l’altro o sia pure se stesso? E io, vede, non sono affatto un conoscitore di uomini. Non m’interessa. I cani sì, li conosco molto bene... (61-62)

E inizia una disquisizione sui cani.


Come questo atteggiamento sfuggente frustrasse ancor di più l’interlocutore possiamo solo immaginarlo: Io sono sempre in cammino, signore, e appartengo sempre alla Lega. C’è molta gente che va e viene, ci si conosce e non ci si conosce. Coi cani è molto più facile. (62). Ecco un fugace cenno alla Lega, subito ricoperto da una ulteriore digressione sui cani.


Il narratore apparve disorientato: è Leo o non è Leo? Sì, è Leo, ma non è lui: un mondo di estraneità lo separava da me. (63).

03 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 6

Il principio alla base dell’impresa fu di non calcolare mai, di non lasciarmi mai sconcertare da motivi razionali, di considerare sempre la fede più forte della cosiddetta realtà. (46)

Nobile principio, ma va puntualizzato.

Considerare la fede più forte della cosiddetta realtà è certo guida elevata delle nostre azioni. Ma non significa piegare la realtà alla nostra fede perché obbligheremmo la fede ad assumere vesti coercitive non sue. “Tu sol – pensando – o ideal sei vero” ha cantato il poeta mostrando che l’ideale (la nostra fede) deve essere regola di vita. Se si permette un paragone, pensiamo al massone che in Loggia impara certe regole di vita (il rispetto per gli altri, sapere ascoltarli, l’armonia tra i partecipanti) e nella vita quotidiana cerca di praticare principi, che a troppi appaiono lontani e desueti, non per “massonificare” la società come strepitano certi minus habentes, ma per renderla un poco meno peggiore di quel che è. Insomma: educazione con l’esempio, non coercizione con la violenza.

Il narratore cercò aiuto nel vecchio amico Lukas, giornalista, che infatti si ricordò con garbata ironia (46) della cosiddetta Crociata dei bambini (47), come all’epoca con scarsa considerazione fu chiamata. Insomma, il giornalista mostrò un amichevole e benevolo scetticismo (47), nemmeno scalfito dalle intenzioni del narratore di redigerne il resoconto. Ma la realtà che un giorno vissi insieme coi miei compagni non esiste più e nonostante che i ricordi di essa siano ciò che possiedo di più prezioso e di più vivo, mi appaiono così lontani, sono di un’altra sostanza, come se quei fatti si fossero svolti in altri millenni, su altri astri o fossero stati sogni di un febbricitante. (48)

Lukas gli confermò di aver provato pure lui sensazioni analoghe nel tentativo di raccontare l’esperienza della guerra in trincea. Tentò più volte – disse – ma tutto... era indicibilmente lontano, era soltanto sognato, non si collegava con nulla e rimaneva inafferrabile. (49)

La memoria può servire solo se si mantiene il bandolo della matassa altrimenti non può che riportare frammenti sparsi, e probabilmente più i frammenti sono sparsi e più sono veritieri. Comunque – continuò Lukas – il libro fu scritto. Fu possibile... soltanto perché era necessario. Dovevo o scrivere il libro o darmi alla disperazione, era l’unica possibilità di salvarmi dal nulla, dal caos, dal suicidio. Il libro è scritto sotto questa costrizione e mi ha dato l’attesa salvezza appunto perché è scritto, non importa se bene o male. (50)

Per Lukas quindi era importante terminare il libro riportando qualunque ricordo in qualunque modo ricordato. Per l’altro invece era fondamentale scrivere bene il libro, non scriverlo a tutti i costi. Per quello dunque richiamo ad una specie di memoria “teorica”, anche se spesso il “ricordo come fu” è percorso impraticabile, per questo invece richiamo ad una memoria “pratica”, che però si scontrava contro il frustrante e incompleto “non ricordo più come fu”.

Il narratore rimase deluso dalle parole di Lukas. Io non credo che dieci libri di questo genere, scritti ciascuno dieci volte meglio e più efficacemente del mio, possano dare al lettore meglio intenzionato un’idea della guerra se il lettore non l’ha vissuta da parte sua. (49). E forse – concluse Lukas – può darsi che l’uomo accanto alla fame di esperienze non abbia fame più gagliarda che quella dell’oblio. (49)

Come esiste il diritto al cammino esiste anche il diritto a restare fermi. Accanto al diritto di ricordare esiste anche il diritto di non ricordare (Ma Chi scorderà il passato sarà condannato a riviverlo ammonisce la saggezza della vita). Dicono che pure il dimenticare sia una forma di caminar. Che vita sarebbe ricordare ogni minimo torto subito, vero o presunto tale, e ogni piccolo bene fatto, vero o presunto che sia, se non un inutile rimescolare il passato? E invece quel passato è solo una zavorra che ci appesantisce, ma solo se – aggiunge il lettore – viene vissuto con spirito di rivalsa sterile non come insegnamento su comportamenti non adeguati.

Non mi sento di giudicare: sono talmente numerose le vie... Mi sento anzi inadeguato a parlarne. Molte concezioni che vogliono insegnare a morir bene si basano sul ricordo. Il tuo giudizio si basa sul ricordo delle tue azioni. Se tu non ricordassi, il giudizio sarebbe senza fondamento, a meno di qualcuno o qualcosa (Dio?) che nulla dimentica e nulla distrugge.

La distanza tra il narratore e l’amico giornalista era ancora più ampia di quanto appare.

Il viaggio per il narratore fu una grande impresa, ma Lukas lo chiamò con ironia, sia pure garbata, Crociata dei bambini. Per uno fu una grande Istituzione quella che l’altro aveva definito uno dei tanti movimenti “eccentrici” di un dopoguerra culturalmente vivo ma turbolento.

Lukas e il narratore non hanno solo due modi diversi di vedere le cose, ma sono due mondi distanti. L’uno è tutta Forza, “pesante”, incapace di volare e di sognare; l’altro è tutta Bellezza, aerea, priva del minimo senso pratico e incapace di realizzare.

Al secondo incontro il giornalista fu molto essenziale. Procurò al narratore una traccia tangibile: l’indirizzo di un certo Andreas Leo che avrebbe potuto sapere qualcosa del servitore scomparso.
Il narratore si precipitò all’indirizzo segnalato: che fosse proprio il “suo” Leo? Seppe che lo si poteva trovare solo di sera e si appostò nei dintorni in attesa.

Avvertiamo nelle concitate parole del narratore lo spasimo dell’attesa, l’incertezza e la speranza. Ormai non si tratta più di incontrare un vecchio servitore. Ormai c’è qualcosa di molto diverso e di più profondo dei soli ricordi di una esperienza esaltante. Era lo stesso appartenere alla Lega, della quale era giunto persino a mettere in dubbio l’esistenza, la possibilità di trovare finalmente un punto fermo che desse un senso non tanto ad una esperienza, ma alla sua stessa vita. Ecco la posta in gioco: salvare la mia vita ridandole un significato. (53)

Leo infatti era diventato una vera ossessione. Butti a mare Leo, si liberi di Leo (53) – gli aveva consigliato Lukas, che probabilmente riconosceva nel narratore i particolari di un cammino già percorso (noi però sospettiamo non percorso ma “accantonato” con la scrittura di un libro qualunque e non del libro voluto).

Già. Si fa presto a dire: Liberati! Non si può dire all’ossessionato di non pensarci, è inutile e irritante dire al depresso di “tirarsi su”! Sono persone nel delicato confine tra il moto dell’animo e il patologico e non possono tornare indietro ma solo procedere con equilibrio instabile. Infatti il narratore ha avuto buon gioco a rispondere all’osservazione irritante e superficiale del giornalista: Alla stessa maniera potrei buttare a mare la mia testa o il mio stomaco e liberarmene! Dio buono, aiutami Tu! (53)

02 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 5

Leo scomparve nella pericolosa gola di Morbio Inferiore (35).

Come? Perché?

Il narratore osservò: Solo molto più tardi incominciai a intuire (...) le vere circostanze e i più profondi nessi della scomparsa di Leo che non fu affatto un caso, bensì un anello in quella catena di persecuzioni con le quali il grande Nemico cercava di far fallire la nostra impresa. (35)

Sempre quando le cose non funzionano pensiamo ad un nemico esterno: i guai capitano – diciamo – perché qualcuno ce li fa capitare. Ed è molto rassicurante per noi. Ma la realtà è più semplice (e allo stesso tempo, per noi, più complessa): il grande Nemico spesso non esiste e le difficoltà nascono dal nostro comportamento. Il grande Nemico siamo noi.

La scomparsa di Leo venne subito caricata di un senso profondo e scoraggiante. Era anche l'inizio di una battaglia... Aumentava un senso di sconfitta e di inutilità... Pareva che quanto più la sua perdita diventava certezza, tanto più egli ci fosse indispensabile. (36)

Insomma ci pareva che l'impresa stessa perdesse misteriosamente di valore. (36)

In poche ore l’atmosfera cambiò. Le conseguenze, si indovina fin da ora, saranno funeste.

Non era solo la mancanza di una persona, diventata cara – osserverebbe un maligno – solo dopo la sua scomparsa, ma anche della perdita di alcuni oggetti importanti. Ora l’uno, ora l’altro di noi notò la mancanza di qualche cosa importante, indispensabile, nel proprio bagaglio, e nulla di ciò venne trovato. (38). Tutto era nel sacco di Leo? Quegli oggetti erano veramente così importanti?
La scomparsa del servitore parve catalizzare una crisi latente e tutto venne rimesso in discussione. Dovettero, gli una volta entusiasti viaggiatori, prenderne atto: ciò che pareva mancare in realtà non mancava o era irrilevante, ma ciò che era importante in realtà non c’era più.

I viaggiatori erano disorientati, in preda ai dubbi distruttivi. Certo non erano uniti. Ma lo erano mai stati o lo erano solo parsi? Molte avversità separano ciò che pareva unito. Ciò che resta unito dopo le avversità, allora sì che è veramente unito, e lo è profondamente. E se fosse stato proprio questo l’intento del viaggio: unire ciò che era sparso? Unire ciò che sembrava unito ma non lo era?
Che fine fece Leo? Incidente? Agguato mortale? Allontanamento volontario?

La scomparsa del servitore Leo fu dunque un “punto fermo” del viaggio o di quel che ne restava.

Il ricordo del narratore andò all’accampamento dove si fecero quelle prime discussioni, vedo cadere qua e là, tra le facce insolitamente serie, le foglie gialle d’autunno, vedo l’una fermarsi su un ginocchio, l’altra posarsi su un cappello. (41)

Significative le foglie d’autunno! Nel racconto non era solo l’autunno astronomico, ma pareva quasi il segno del tramonto sulla grande esperienza. O grande illusione?

Cadono le foglie, arriva l’inverno. La natura si addormenta e sospende i suoi lavori solo per iniziare a primavera un nuovo ciclo. Ma quei viaggiatori tristi, che non vedevano futuro nell’impresa, non sembravano consci dei cicli: in cuor loro vedevano irrimediabilmente compromesso il viaggio e forse già cominciavano a pensare a disimpegnarsi.

Oppure... Se invece fosse stato l’inizio di un nuovo modo di viaggiare se solo avesero affrontato il problema da una visuale diversa?

Qualcosa effettivamente scomparve: un documento inestimabile e addirittura fondamentale e indispensabile era perduto davvero e per sempre. (39). Che cosa fosse il documento il narratore non dice o non sa, avanzandone invece le ipotesi più varie sulla natura e dove avrebbe potuto o non potuto essere.

Documento sparito con Leo? Nessuno lo poteva affermare con certezza. Ma da quel momento insomma non ci furono più concordia e sicurezza nella nostra Lega, benché la grande idea ci tenesse ancora uniti. (41)

Era stato colpito proprio il senso dell’essere lì: mancando armonia e concordia di intenti la grande idea del viaggio venne minata alla base.

Il narratore ora voleva raccontare l’esperienza vissuta anche per tramandarne il ricordo. Infatti gli avvenimenti dimenticati è come non fossero mai successi.

Il ricordo è strettamente collegato alla memoria. Ma raccontare basandosi solo sulla (propria) memoria è narrazione deformata. Come raccontare? E cosa? E... soprattutto... è possibile raccontare?
Infatti senza aver, si può dire, raccontato ancora nulla, mi sono arenato in un solo piccolo episodio al quale da principio non avevo neanche pensato, mi sono incagliato nella scomparsa di Leo e, invece di un tessuto, mi trovo in mano un fascio di mille fili aggrovigliati che cento mani impiegherebbero anni a sciogliere e sbrogliare, anche se i singoli fili, non appena si afferrino e si cominci leggermente a tirare, non fossero così tenui e non ti si spezzassero fra le dita. (43)

La memoria fa esattamente questo: non riporta il tessuto, ma un groviglio di fili, una specie di piatto di spaghetti dove il singolo spaghetto si perde in una matassa inestricabile. Puoi seguirne uno, ma solo per un poco. Qualche avvenimento sta in uno spaghetto (e lì son tutti ordinati cronologicamente) e altri eventi in un altro e altri in un altro ancora, ormai cronologicamente confrontabili solo quelli sullo stesso spaghetto e non quelli su spaghetti diversi. Non ce ne rendiamo conto, ma la memoria frantuma l’ordine cronologico, proprio quello che dovrebbe essere alla base di una cronaca fedele del passato. E non solo...

Dov'è il centro degli eventi, il nucleo comune, il punto a cui [gli eventi] si riferiscono e in cui si congiungono? (43). Infatti la memoria non aiutò il narratore. Non ricordava, ammesso che il narratore l’avesse compreso, il “centro degli avvenimenti”, la trama comune che ordina tutto e attribuisce agli avvenimenti il senso di ciò che è successo.

Ricordare infatti non è riportare alla mente gli avvenimenti come accaddero, ma riprendere la nostra immagine (i ricordi, appunto) di quegli avvenimenti: non l’ordito dei fatti ma solo ciò che noi oggi rammentiamo: Non c'è un’unità, un centro, un punto intorno al quale la ruota possa girare. (43)

Il narratore si era perso nei meandri della sua memoria: Tutto mi diventa una massa di immagini frantumate che si sono rispecchiate in qualche cosa, e questo qualche cosa è il mio io. (44)

Dunque, è l’io il centro? No: Questo io, questo specchio, non appena io lo voglia interrogare, non è che un nulla, il pelo di una superficie di vetro. (44)

Il fantomatico centro... Ma è mai esistito?... Non so... non ricordo...

01 novembre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 4

Il viaggio si compiva con tanti, infiniti (24) gruppi contemporaneamente in cammino. Qualche gruppo a volte viaggia insieme per poi di nuovo separarsi. Ma il un singolo viaggiatore a volte viaggiava solo per un po’ per riunirsi successivamente alla compagnia. Molti, tanti sono i modi di viaggiare. Come tante sono le mete: ognuno ha la sua e cammina.

A volte due amici, che ignoravano l’uno dell’altro, si incontravano e si riconoscevano. A volte si incontravano due estranei e pure loro si riconoscevano e camminavano insieme. Ricordo nel “Demian” (cito a memoria): ognuno è solo sulla terra, ma a volte due percorsi si intersecano e in quel momento ti sembra di essere a casa.
Bella l’immagine del camminare assieme. Vuol dire avere qualcosa in comune: la stessa direzione, la stessa fatica del caminar, l’uno con l’altro. “Con” è la chiave di volta; “con”, dal latino cum. Questi amici che camminano insieme sono compagni. Compagno: cum panis, quelli che mangiano lo stesso pane, che hanno il pane in comune.

Piace in questi caminantes il senso di appartenenza ad un grande progetto, che non è il totalitarismo del gruppo, bensì il piacere di camminare insieme, ma anche, al momento giusto, il piacere di essere soli. E poi fors’anche di ri-trovarsi.
Caratteristica fondamentale di tutti è la libertà di essere, di esserci, di comportarsi, che non diventa mai, né può diventare, licenza, come spesso diventa la libertà se non è associata ad un profondo senso del dovere.

E’ soprattutto accettazione degli altri. Ognuno di loro aveva un suo sogno, un desiderio, un giuoco segreto nel cuore, e pure tutti confluivano nel grande fiume ed erano uniti nel sentimento di una stessa adorazione, di una stessa fede e tutti avevano pronunciato lo stesso voto. (25)

Continua il racconto. Incontrai e amai Ninon, nota come « la straniera »: i suoi occhi scuri mi guardavano di sotto a capelli neri, era gelosa di Fatma, la principessa del mio sogno, ma probabilmente era lei stessa Fatma senza saperlo. (25)

E lui stesso, violinista e lettore di fiabe (25), diventò in un certo senso il Maestro di Musica del suo gruppo, concretizzazione naturale del senso della Bellezza che tramite lui si espandeva verso gli altri caminantes.

Solo con armonia può esserci compenetrazione tale da esaltare, elevare le capacità del singolo e dell’intero gruppo come suoni in assonanza si amplificano, in dissonanza si annullano. E nessuno riesce a cogliere e creare armonia come il Maestro di Musica.
Entra ora in scena un personaggio che avrà un ruolo cruciale nella narrazione.

Molti miei compagni e superiori mi furono carissimi. Ma forse nessuno mi rimase così vivo nella memoria come Leo, mentre allora pareva fosse poco considerato. Leo era uno dei nostri servitori (i quali naturalmente erano volontari come noi), ci aiutava a portare il bagaglio ed era spesso comandato al servizio personale del Fiduciario. (26)

Dunque Leo era uno dei nostri servitori. Già questa spiegazione appare poco convincente. Sono credibili viaggiatori che vogliono cimentarsi in un tale viaggio inaudito con servitori? A che scopo? Leo “chi” serviva? A nome di chi? E soprattutto: “chi” era?
Sono interrogativi senza risposta.

Certo che per essere un servitore, Leo un po’ speciale lo era: non solo il servitore ideale, così gentile e così accattivante (26), ma pure era capace di addomesticare uccelli e di attirare farfalle. Ed aveva anche uno scopo per essersi aggregato al viaggio (ma non era un servitore?): Si recava in Oriente per il desiderio di imparare a capire, secondo la chiave salomonica, il linguaggio degli uccelli. (26)

Nel narratore propostosi di raccontare quel viaggio sorse una difficoltà. Intanto la grande diversità delle immagini che ho nella memoria. (27) Il ricordo incompleto sarebbe comprensibile perché non si viaggiava in tanti gruppi, piccoli e meno piccoli, ma tutti sparsi, non sempre in collegamento gli uni con gli altri. Ma non pareva il disperdersi in gruppetti un ostacolo insormontabile per descrivere l’esperienza compiuta. Le difficoltà sorgevano dal “come” si viaggiava e “dove”. Il racconto mi riesce anche difficile perché non camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi. Andavamo in Oriente, ma andavamo anche nel Medio Evo o nell’età dell’oro, perlustravamo l’Italia o la Svizzera, ma ogni tanto pernottavamo anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con le fate. (27)

Un viaggio quindi in ogni direzione, nello spazio e nel tempo, dalla realtà alla Fantasia, dal quotidiano al non quotidiano, dalla Forza del Raziocinio alla Bellezza dell’Immaginazione, dalla Perpendicolare alla Livella, dalla Squadra al Compasso, dall’Occidente all’Oriente, dal Settentrione al Meridione.

Quando rimanevo solo ritrovavo spesso regioni e uomini del mio proprio passato, passeggiavo con la mia ex fidanzata sulle rive boscose dell’Alto Reno, facevo baldoria con amici di gioventù a Tubinga, a Basilea o a Firenze, oppure ero ragazzo e partivo coi compagni di scuola per acchiappare farfalle o fare la posta a una lontra, o la mia compagnia era formata dai personaggi prediletti dei miei libri, accanto a me cavalcavano Almansor1 e Parsifal, Viticone o Boccadoro o Sancio Panza, o eravamo ospiti dei Barmecidi. (27)

Mi rendevo (...) conto che il mio ritorno all'infanzia o la mia cavalcata con Sancio erano parte integrante del mio viaggio; la nostra meta infatti non era soltanto il paese di levante, o meglio il nostro Oriente non era soltanto un paese e un'entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell'anima, era il Dappertutto e l’ In-Nessun-Luogo, era l'unificazione di tutti i tempi. (28)
Un viaggio ben strano, quello...

Di ciò avevo però coscienza solo ogni tanto per un istante e questa era la grande felicità che godevo allora. (28). Sprazzi, come lampi nella notte: illuminavano per un breve attimo ma subito dopo si ritornava nel buio e nell’oscurità.

Questo era il cammino. Non la ricerca di non so cosa, ma riuscire a staccarsi dalla banalità quotidiana, vivere ogni istante, vivere con leggerezza come il bimbo che gioca, concentrato nel gioco, ma, appunto, leggero.

Più tardi infatti, non appena quella felicità mi andò perduta, compresi chiaramente questi nessi, ma senza ricavarne la minima utilità o consolazione. Quando una cosa deliziosa e irrecuperabile si dilegua, abbiamo l'impressione di svegliarci da un sogno. Nel caso mio questa impressione è paurosamente esatta. La mia felicità infatti consisteva effettivamente nello stesso mistero che costituisce la felicità dei sogni, stava nella libertà di vivere contemporaneamente tutte le cose pensabili, di scambiare per gioco il dentro e il fuori, di far scorrere come quinte il tempo e lo spazio. (28).

Non cercavano, quei viaggiatori, eventuali e improbabili realtà oggettive, ma semplicemente (semplicemente!) un nuovo modo di vivere la realtà: con energia creatrice richiamavamo il passato, l'avvenire, l'immaginato, al momento presente. (28).

Diventava quindi estremamente “logico” incontrare uomini che ci capivano (29), imbattersi nel bel mezzo dei tram e delle banche di Zurigo (…) nell’arca di Noè, custodita da alcuni vecchi cani che avevano tutti lo stesso nome. (28).

Sembrava quasi l’apice incantato di un viaggio incantato. Ma come tutti gli incantesimi anche questo sarà di breve durata: un sogno può continuare a fronte di una realtà quotidiana sempre più invadente?

Era terminata una tappa? Era terminato il viaggio? Dovevano quei viaggiatori continuare in altro modo?

Improvvisamente entrò in scena Leo, servitore molto perspicace, in grado di elargire qualche perla di saggezza (oppure in Leo c’era qualche ignoto secondo fine?).

Il narratore aveva già notato, però senza rifletterci a fondo, la presenza di molti artisti: erano uomini molto vivi e amabili, [ma] i personaggi da loro inventati erano invece senza eccezione molto più vivi,- più belli, più allegri e in certo modo più giusti e reali degli stessi poeti e creatori. (32)

Il personaggio è caricato dall’autore di energie che provengono dalle proprie profondità, dalla cripta del tempio interiore del creatore. Il personaggio Dante nella Commedia è ben vivo e vegeto a otto secoli dalla sua creazione a differenza dell’autore Dante, sbiadita figura storica, che ormai ricordiamo solo di nome. E così è per tutti, da Ulisse a don Chisciotte, da Simbad a Faust: sono molto più vivi dei loro creatori che pare abbiano profuso nelle loro creazioni tanta energia da renderli immortali. Tutti conoscono don Chisciotte e nessuno Cervantes; ricordiamo Ulisse e Simbad ma i loro autori sono solo un flatus vocis e nulla più.

Leo spiegò. L’autore pare un uomo soltanto a metà mentre al contrario la sua creazione risulta così inconfutabilmente viva. Lo stesso avviene con le madri. Dopo che hanno partorito i figli e dato loro il proprio latte, la propria bellezza ed energia, diventano a loro volta poco appariscenti e nessuno più le cerca. (33)
E aggiunse: Forse è triste, ma è anche bello. La legge vuole così. (33)

La legge? Quale legge?
La legge del servire. Chi vuol vivere a lungo deve servire. Chi invece vuol dominare non vive a lungo. (33)

La creatura è immagine del creatore. Ma dopo la creazione acquista in un certo modo vita propria diventando autonoma. Addirittura in certi casi tra autore e creatura si instaura un vero e proprio rapporto di repulsione come se la creature mettesse in mostra troppo del creatore e pretendesse di appropriarsi di lui.

Ma è la legge a volere così, – disse Leo – la legge del servire. Che legge strana. Ma forse c’è anche qui una legge antica. Limitiamoci allora ad ascoltare la vecchia strega Baba Jaga, che appunto così apostrofa la piccola Vassilissa: troppo saprai, presto invecchierai.

Come insegna l’antica saggezza: ci son cose che non si debbono conoscere. Accontentiamoci di questa legge del servire che a prima vista può apparire strana. Chiunque vuole dominare sugli altri e sulle cose non vive a lungo come invece succede a chi si limita a servire.

“Servire”, latino servire, da servus, vocabolo che proviene da sero = annodo, connetto e dal greco seirà = fune, corda. Servire come legame verso colui che si serve? E alla scomparsa improvvisa di un servo è come se una parte di te venisse meno.
Significa fondamentalmente considerarsi provvisori in ogni situazione, “incaricati” di qualcosa e non “detentori” della cosa. Per tanti qui sta il difficile.

Così deve essere inteso il cristiano “servo dei servi”, che invece troppo spesso indica solo nominalmente umiltà e nasconde un grande orgoglio. Il senso invece deve essere proprio il sapere di non essere proprietari e non considerarsi mai tali. Chi si fa padrone, magari a spintoni e gomitate o peggio, finisce nel nulla (34).
Il senso del potere pare innato nell’uomo. Forse nacque ai primordi della storia, quando la sopravvivenza spingeva a prevaricare sull’altro. Oggi non deve essere più così. L’uomo nuovo deve riuscire a superare l’atavica legge della giungla.

Anche se molti dissimulano la loro volontà di potenza nascondendosi dietro il velo pudico della carica, in realtà il senso-gusto del potere molti lo hanno dentro. Anche se spesso si tratta di un potere trascurabile o addirittura miserrimo o peggio ancora ridicolo.

Era questo il senso dell’avvertimento di Leo: il vivere a lungo non indica la durata della vita ma la qualità del vivere, vivere leggero senza zavorra inutile.

E’ la “sedia” che fa l’incarico; ma è l’incaricato che deve essere capace di sedersi sulla sedia: se dominerai dall’alto della sedia allora sarà la sedia che domina te. Certuni, ottenuto un “piccolo potere” perdono l’equilibrio diventando piccoli despoti. Anzi, no. Non lo diventano; lo sono sempre stati, ma lo dissimulavano bene e si controllavano. Ora invece non si controllano più.

Non vivranno a lungo... E vivranno male, tenuti a distanza. Sono troppo pesanti. Il problema infatti non è nella carica, ma sono loro.

29 ottobre 2018

Pellegrinaggio in Oriente 3

La direzione è quella. Ma l’Oriente, meta del viaggio, appare più un “dirigersi verso” piuttosto che giungere. Effettivamente nell’oriente geografico del mondo. Intanto l’oriente geografico del mondo non esiste: ogni luogo è oriente di qualche altro luogo; addirittura sulla Terra ogni luogo è contemporaneamente oriente di altri luoghi e occidente di altri ancora, ogni luogo è anche oriente di se stesso.

Qualcuno ha osservato analogie tra il viaggio della Lega e i viaggi dell’Apprendista Libero Muratore.

Intanto dobbiamo intenderci sul viaggio e sul viaggiare.

Nella nostra società desacralizzata, mentalmente abituati a raggiungere in poche ore qualunque località del pianeta, il viaggio assume in genere due significati: andare per turismo o per lavoro.

Il turista giunge in un posto, guarda frettolosamente alcune cose, dice sottovoce: Bello! Bello! (effettivamente sono cose belle oppure ripete ciò che sente dire da altri) e se ne va. Non vede nulla del posto e della gente che vi abita.

Chi viaggia per lavoro giunge al posto di arrivo (aeroporto, stazione), va frettolosamente dove è atteso. Al termine frettolosamente ritorna al punto di partenza e rientra a casa. Non vede nulla del posto dove è stato (non ne ha il tempo e probabilmente, anche lo avesse, non ha gli stimoli o non è nel “tempo giusto”).

E certo non è il viaggio iniziatico dell’uomo che si cerca, del pellegrino che cerca Dio; è un semplice spostamento nello spazio e nulla più.

Ben diverso è il viaggio della Lega. Non camminavamo soltanto attraverso spazi, ma anche nei tempi. Andavamo in Oriente, ma andavamo anche nel Medio Evo o nell’età dell’oro, perlustravamo l’Italia o la Svizzera, ma ogni tanto pernottavamo anche nel secolo decimo e abitavamo coi patriarchi o con le fate. (27)
Ecco il viaggio: non turismo, non lavoro, ma semplicemente “il” viaggio.

Io viaggio per viaggiare, perché sono un uomo, perché debbo far così; perché voglio far così. Viaggio perché sono un caminante e caminar è il modo di essere dell’uomo, almeno per me.

Viaggio nello spazio: da qui a là, da là a qui. Viaggio nel tempo: dal prima al dopo, dal dopo al prima. Viaggio nell’iperspazio e nell’ipertempo, oltre l’hic et nunc.

Il viaggio comune è facile, banale quasi: è sufficiente muoversi. Invece il viaggio è difficile. Puoi muoverti, ma puoi anche non muoverti: viaggi ugualmente.

Anche i viaggi dell’Apprendista non sono banali movimenti nello spazio e non lo sono i viaggi del Compagno. E men che mai lo sono i viaggi dei Maestri alla ricerca di Hiram.

Quei caminantes del Pellegrinaggio ebbero più volte incoraggiamenti o moniti (19) sul percorso da seguire.

In un dipinto sull’unico muro superstite tra i ruderi di una cappella un gigantesco San Cristoforo col Bimbo sulle spalle mosse improvvisamente il braccio verso la direzione giusta: segni eccezionali della eccezionalità del viaggio (significativo il san Cristoforo!).

Ma non mancarono rinunce e abbandoni: in particolare un giovane che desiderava visitare la bara del profeta Maometto (strano desiderio, una bara, sia pure di un profeta... Sembra quasi il preludio al lasciare).

Stufo di dover interrompere il viaggio più giorni per sciocchi scrupoli astrologici, arcistufo di quell’ozio, delle processioni puerili, delle feste floreali, dell’importanza attribuita alla magia, di quel mescolare la poesia con la vita (21) quel giovane rifiutò il viaggio, buttava l’anello ai piedi delle Guide e prendeva commiato per ritornare con la sua brava ferrovia al proprio paese e alle utili fatiche (21).

Quel viaggio strano si proponeva di mescolare la poesia con la vita (21). Ma questo non è altro che il giocoso e gioioso intreccio di Forza e Bellezza, presente o almeno dovrebbe esserlo in ogni aspetto della vita. Si dice anche nel linguaggio comune: “Vivere la vita”; ma non si dice, se non proprio quando non se ne può fare a meno, “Non sa vivere”, “Non ha saputo vivere” di chi rifiuta la globalità della vita e si limita ad un approccio parziale e limitato. Ci vuol molto poco per non saper vivere, basta chiudere un occhio e... la Vita diventa vita.

Il Fiduciario ascoltò gentilmente [quel giovane], si chinò sorridendo a raccattare l’anello e con una voce, la cui serena pacatezza dovette umiliare il furioso, disse : « Hai preso commiato da noi e ritornerai dunque alla ferrovia, alla ragione e alle utili fatiche. Hai preso commiato dalla Lega e dal pellegrinaggio in Oriente, dalla magia, dalle feste floreali, dalla poesia. Sei libero, sei sciolto dal voto ».
« Anche dall’obbligo di tacere? » gridò l’apostata.
« Anche dall’obbligo di tacere » rispose poi l’altro. « Ricorda : tu hai giurato di non rivelare ai miscredenti il segreto della Lega. Poiché, come vediamo, il segreto lo hai dimenticato, non lo potrai comunicare a nessuno ». (21-22)

Con queste parole il giovane fu congedato. Se ne andò ma, a quanto pare, se ne pentì e cercò di ritornare. Ebbero varie notizie, lungo le tappe del viaggio, di un giovane alla loro ricerca. Ma il Fiduciario fu laconico: « Non credo che ci troverà ». (22). E infatti non li ritrovò.

Una Guida fu più esplicita: Se troverà la via del ritorno saremo ben contenti. Ma non possiamo facilitarglielo. Egli ha reso a se stesso difficile la via per ritrovare la fede; temo che non ci vedrà e non ci riconoscerà neanche se gli passiamo vicino. È diventato cieco. A nulla giova il solo pentimento, non si acquista la grazia col pentimento, in genere non la si può acquistare. (23)

La Lega non è una specie di religione o di setta; non è una chiesa e non mostra le problematiche caratteristiche di una setta o di un gruppo chiuso. Le vie della trascendenza però sono praticamente illimitate e tra le diverse vie vi possono essere numerose analogie e punti di contatto.

Il più immediato è sicuramente ciò che viene chiamata fede, da molti intesa il credere anche se nulla supporta la credenza, una specie di credo quia absurdum. Una spiegazione oltre i ristretti limiti dell’ Extra Ecclesiam nulla salus vede la fede come grande fiducia nel futuro, fiducia che in qualche modo misterioso si possa verificare ciò in cui si crede e nel quale son poste le nostre speranze.

Quell’apostata, percorrendo la via per ritrovare la fede, si mise alla ricerca di ciò che aveva rifiutato. Purtroppo: a nulla giova il solo pentimento, non si acquista la grazia col pentimento, in genere non la si può acquistare. (23)

Molti ritengono, fuorviati anche da un malinteso senso della religione e da un buonismo tanto forte quanto irreale, che il pentimento sia sufficiente per “cancellare” l’atto. Ma non è così: la legge della vita è ferrea. Se tu rompi un vaso a nulla conta il “Non lo volevo fare”. Il vaso è rotto, irrimediabilmente, irreparabilmente, e non sarà mai più come prima. Anche se non ne avevi l’intenzione, la rottura è stata provocata dal tuo comportamento più o meno “a rischio”. Ora l’atto è stato fissato nel passato, e così rimarrà. Noi siamo responsabili delle nostre azioni. Non possiamo nasconderci dietro i semplici “Non volevo”, “Non credevo finisse così”. Le conseguenze di un atto ricadono sempre su chi lo compie indipendentemente dal suo avere o non avere voluto compierlo.
Vari furono i motivi che portarono a lasciare il viaggio: l’eccesso di ragione, l’ironia del mondo, la pusillanimità, la stanchezza, la delusione. Qualche fuoriuscito, pentitosi, cercò di ritornare, ma invano; qualcun altro si trasformò in nemico accanito e sarebbe interessante esaminare cosa porti una persona a combattere ciò che fino a poco prima era quasi una causa di vita o un ideale da perseguire.

25 agosto 2018

Pellegrinaggio in Oriente 2

Il viaggio in Oriente non era più ricordato e la Lega dimenticata o irrisa come “arnese” ormai superato dai tempi (anche se il narratore sperava in una sua riscoperta) malgrado i suoi scopi fossero molto elevati (ma il segreto impedisce di rivelarli – anche se non è difficile supporli in ciò che di più alto è nelle aspirazioni dell’uomo).


Possono invece esser detti, a differenza degli scopi dell’organizzazione, quelli individuali e privati degli aderenti. Infatti nessuno era accettato nella Lega se non spinto anche da aspirazioni personali (13), quelli che il narratore chiamava il proprio folle sogno puerile (14). E’ certo un’espressione che il linguaggio comune etichetta come dissennata chimera, ma a ben vedere esprime compitamente le aspirazioni che si possono avere: folle è il senso di volere uscire dalla quotidianità che limita (l’aspirazione è appunto folle per gli altri, i “normali”); sogno è l’irrealtà (il minus habens non sa comprendere che il sogno di oggi sarà magari la realtà di domani).


Il narratore si confessava: lo scopo mio personale, che mi fu chiesto dall'Eccelso Seggio prima dell'ammissione alla Lega, era molto semplice, mentre alcuni altri confratelli si erano proposti mete che io potevo bensì stimare, ma non comprendere fino in fondo. Uno per esempio era un cercatore di tesori e aveva in mente soltanto la conquista di un grande tesoro che egli chiamava « Tao », un altro invece si era ficcato in testa di catturare un certo serpente al quale attribuiva forze magiche e cui dava il nome di Kundalini. Per contro la meta del mio viaggio e della mia vita che fin dalla tarda fanciullezza mi si era presentata in sogno consisteva nel vedere la bella principessa Fatma e nel conquistarne possibilmente l'amore. (14)


A molti (temporalmente siamo alla fine della Grande Guerra) la Lega appariva fenomeno conseguente alla proliferazione, di moda in quegli anni, di redentori, profeti e discepoli, pieno di presagi della fine dei mondo o di speranze nell'avvento di un Terzo Regno (14). Si trattava insomma di svariate chimere, ma anche ad autentiche elevazioni dell’anima. (14-15)


Non appariva sorprendente che nel pensiero della gente comune la Lega venisse confusa con tutti i gruppi e gruppuscoli che proliferavano.


Uno dei grandi pericoli dell’età contemporanea è appunto il livellamento, non quello controllato dai muratori con l’uso magistrale della Livella, ma quello volgare: porre sullo stesso piano ogni “chiunque” che apre bocca indipendentemente da quel che dice. E’ lo stesso dell’affermare che tutte le opinioni sono ugualmente valide, come tanti anni fa ascoltai un massone disquisire su ciò che si dice in Loggia. E’ lo stesso che affermare che non c’è differenza tra temperanza e dissolutezza (intendendo la prima come imposta quasi solo da problemi di salute che l’intemperante per sua fortuna non ha), 


No, non è vero: son cose diverse, molto diverse. Le opinioni non sono tutte ugualmente valide e la libertà non significa libertà di esprimere qualunque opinione, anche le più turpi. E certune non hanno nemmeno diritto di cittadinanza in Loggia, checché ne pensi quel massone un po’ presuntuoso.


E quindi non è possibile considerare alla stessa stregua la Lega e qualunque altro gruppo costituitosi attorno attorno ad un’idea o una persona. Non è questione di dimensione od organizzazione: la Lega ha un compito elevato. Ma gli altri? Sì, dicono di averlo, ma in realtà non è certo. Vanno esaminati caso per caso. Vanno identificati i gruppi vacui, non adeguati. Vanno esclusi quelli che non lasciano libertà agli aderenti, soprattutto non lasciano la libertà di ritirarsi.


Pretendere in ogni aderente allo stesso tempo obiettivi della Istituzione e suoi personali mi pare un punto di forza della Lega. Il narratore confessa di avere come scopo personale la ricerca della principessa Fatma, il personaggio delle Mille e Un Notte.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.