Giudicare o non giudicare?
Anni fa in una tornata di Loggia si parlò del comportamento profano di un fratello (che preferiva gli uni agli altri non per il valore ma per interessi di parte o partito - non per egoismi personali).
E qualcuno ha insistito sul “non giudicare”.
Il detto evangelico è certamente valido, ma è anche vero che l’Istituzione ci chiede di esprimere per ben tre volte un giudizio sul profano bussante e successivamente un giudizio sull'apprendista che chiede di passare compagno e poi per l’elevazione a Maestro.
L’iniziazione e il lavoro rituale sono atti che danno all’individuo la possibilità di compiere un lavoro su se stessi.
Oltre ad avere un comportamento corretto dentro e fuori la Loggia, il massone deve anche avere una disponibilità sincera al lavoro su se stesso e la disponibilità non può essere senza conseguenze pratiche.
Un massone che voglia effettivamente fare lavoro muratorio dovrà comportarsi in un certo modo anche nel mondo quotidiano (quello che ritualmente di chiama mondo profano).
Chi può giudicare del suo comportamento?
La risposta "ne risponderà di fronte alla sua coscienza" è certo corretta. E appare molto (per così dire) "evangelica" se si aggiunge: "gli altri non possono giudicare".
Ma... ma... ma...
Anche gli altri hanno un “diritto” di giudicare, se non altro perché il comportamento negativo di un massone può ripercuotersi anche sul giudizio verso altri massoni.
Se un massone nella vita quotidiana ha comportamenti diciamo "non consoni" (prevaricazioni, favoritismi, atti impropri...) anche io massone ne vengo toccato.
Se io massone "tollero" comportamenti "non corretti" non sono più tollerante ma divento acquiescente o, peggio, complice.
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