Continua il mio dialogo interiore. So che con la Nera Signora prima o poi arriverà.
Anche per me si dirà: la carne si stacca dalle ossa. Oppure no, se un fuoco rigeneratore brucerà tutte le mie scorie mortali.
Io parlo con me stesso
Parte terza
L'altro io. Solo il corpo?
Io. Il corpo si dissolve.
L'altro io. E la “vitalità” che anima il corpo?
Io. Si trasformerà anche quella oppure svanirà.
L'altro io. E lo “spirito”?
Io. Io credo che resterà.
L'altro io. Non so. Forse sì. E’ un mistero.
Io. E’ un mistero. Ma forse il mistero è capire che ogni cosa si inserisce in una cosa più grande ancora.
L'altro io. L’uomo… la vita… la morte…
Io.
Nel mondo di oggi non c’è posto per la morte. I modelli
stereotipati che ci vengono proposti sono di giovani e belli e magri,
tutti felici di consumare qualcosa. Non c’è posto per i vecchi,
tranne i pochi casi (sterilizzati!) di vecchi “saggi” che vendono
le “buone cose di una volta” (sempre vendere, eh!). Sono modelli
lontani dalla vita e lontani dalla morte. Non sono modelli umani, ma
artificiali. Ecco perché l’uomo ha un rapporto così difficile con
la morte.
Sentiamo la morte come cosa estranea che non ci
appartiene. La vogliamo cancellare e nascondere, sempre.
In un bosco cogliamo l’aspetto idillico: i
fiori, i frutti, gli uccellini. Non cogliamo le foglie morte a terra
che stanno marcendo; apprezziamo i funghi, non il loro grande compito
di trasformare le sostanze organiche non più viventi. Cogliamo gli
uccellini cinguettanti ma non i rapaci che di loro si cibano.
Accettiamo il rapace che acciuffa un topo, ma non lo stesso rapace
che ghermisce uno scoiattolino.
Ci scandalizziamo per il cacciatore che spara ma
accettiamo il petto di pollo negli scaffali del supermercato, cioè
un pezzo di un animale nato in gabbia, vissuto in gabbia e ucciso in
una catena di montaggio.
L'altro io. L’uomo rifiuta la morte, non la accetta, la nasconde.
Io. L’uomo occidentale ha paura della morte. La nasconde più che può. Ma la Nera Signora compare sempre. All’improvviso arriva e ti porta con sé. Punto.
L'altro io. All’improvviso?
Io. No, no! E’ un arrivo improvviso solo per chi non ha saputo cogliere i segni premonitori, perché con la morte non ha dimestichezza.
Totò ha insegnato che la morte è la grande livellatrice e azzera le differenze sociali. Ma lo spianamento di questi tempi non è uguaglianza, bensì l’orizzontale sterile del sentire comune che appiattisce tutte le idee al livello dell’acqua stagnante.
L'altro io. Vizio e virtù non possono essere posti allo stesso gradino morale; l’un peccato e l’altro peccato non hanno pari valore.
Io. Il grande peccato dell’uomo di oggi è mettere zenit e nadir alla stessa altezza.
L'altro io. E questo non è possibile.
Io. La morte livella riportando ad uno stato uguale per tutti. Ma livella anche in un altro senso: la morte è equilibrio. Non tra il numero dei vivi e dei morti, ma equilibrio tra la vita e la morte. Molti muoiono troppo tardi, ed alcuni troppo presto… Muori al momento giusto: così insegna Zarathustra.
L'altro io. Né troppo presto, né troppo tardi; forse qui sta l’ultima saggezza dell’uomo.
Io. L’uomo di oggi punta tutto sulla vita, ma solo quella fisica. Vivendo di pensieri liquidi in una società liquefatta, non ha punti fermi e non sa più comprendere l’interezza della vita. La vita è vita solo se c’è la morte.
La citazione in corsivo è tratta da Così parlò Zarathustra di Nietzsche.
(continua)
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