Continuano le riflessioni di Ulisse sul senso dell'essere Maestri.
Una domanda soprattutto sembra incuriosirlo: Quando si diventa Maestro Libero Muratore?
«Quella
era la risposta – spiega Ulisse-2 – Diventerai Maestro, se lo
diventerai, all’incontro con la Nera Signora».
Ulisse-2
continua.
«Il
Maestro deve fare i conti con la morte. Gli si fissano nella mente
due paletti fondamentali: La carne si stacca dalle ossa, E’
tutto putrefatto. Hiram è morto, morto e sepolto, morto e
putrefatto: morto de-fi-ni-ti-va-men-te».
«Cioè:
fine della storia?».
«Esatto».
«E
il resto?».
«Il
resto è ciò che vien detto rinascita iniziatica. Ma è un di più».
«Cioè?».
«Tu
sarai elevato Maestro solo al momento della tua morte: questa è la
vera prova iniziatica. E mai come in questo caso sarà così. Ma non
lo saprà nessuno, perché in fin dei conti importa solo a te stesso
se allora sarai o non sarai Maestro».
«Quindi
quella bara che ho scavalcato è la mia?».
«Sì,
indica proprio la tua bara».
«Ma
se uno diventa Maestro solo alla propria morte allora tutti i Maestri
con il grembiule rosso, verde, eccetera che sono?».
«Sono
Maestri solo per la Corporazione, Maestri, per così dire,
burocratici. Se si diventa Maestri solo alla propria morte, nessuno
vorrebbe diventare Maestro. Allora si tien presente un altro punto di
vista.
Morte
è una grande parola che dice tutto e non dice niente, se non una
fine.
Ed è parola tremenda che si contrappone all’istinto di
conservazione dell’ego.
Il
Rituale non parla di morte iniziatica. Questo termine, francamente
ambiguo, è stato proposto, e ha avuto una enorme fortuna, per un
solo motivo: noi non abbiamo più la saggezza degli antichi Romani
che prescrivevano il generale trionfatore fosse accompagnato sul
cocchio, nella cerimonia del trionfo, da uno schiavo che gli
sorreggeva la corona d’alloro e continuamente gli sussurrava
all’orecchio: Ricordati che devi morire.
Noi non abbiamo più
con la morte un rapporto ineluttabile ma sereno. Il nostro rapporto
con la Nera Signora è tremendo, angosciante, pauroso. Ci siamo
identificati con il corpo fisico e non accettiamo una realtà nella
quale il corpo fisico non c’è più e dalla quale siamo obbligati
ad andare “altrove”.
Non lo accettiamo, non lo vogliamo, lo
rifiutiamo, lo neghiamo. E non ne parliamo, mai. Proprio come fosse
qualcosa che non esiste.
E
allora ci aggrappiamo alla morte come un passaggio, un andare oltre
una porta chiusa. Non è la vera morte, ma è certo un modo più
accettabile, anche se solo parziale e non completo.
Scavalcare
la bara significa fondamentalmente accettare il proprio passaggio
oltre questo piano fisico. E questo è l’unico e vero significato:
la bara è la “tua” bara, quella che racchiude il “tuo”
corpo. La vera Maestrìa si vedrà solo in quel momento».
Ulisse-2
si ferma, come per dare ad Ulisse il tempo di “fissare” quei
pensieri.
«Ma
in subordine possono esserci significati per così dire “palliativi”
di passaggio ad uno stato più sereno, meno complicato, di vittoria
su qualche nostra facoltà.
Può
essere (anzi sicuramente è) una piccola vittoria su ciò che ci
allontana dal nostro equilibrio.
La
Maestrìa può essere all’inizio semplicemente questo: conoscersi
un po’ di più e armonizzarsi un po’ di più con se stessi.
All’atto pratico quello che noi chiamiamo Maestrìa non è altro
che un periodo di preparazione alla vera Maestrìa».
(continua)
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