giovedì 22 ottobre 2015

Il Maestro nel Gabinetto di Riflessione 4

(continua dal post precedente)

Continuano le riflessioni di Ulisse sul senso dell'essere Maestri.
Una domanda soprattutto sembra incuriosirlo: Quando si diventa Maestro Libero Muratore?

«Quella era la risposta – spiega Ulisse-2 – Diventerai Maestro, se lo diventerai, all’incontro con la Nera Signora».

Ulisse-2 continua.

«Il Maestro deve fare i conti con la morte. Gli si fissano nella mente due paletti fondamentali: La carne si stacca dalle ossa, E’ tutto putrefatto. Hiram è morto, morto e sepolto, morto e putrefatto: morto de-fi-ni-ti-va-men-te».

«Cioè: fine della storia?».

«Esatto».

«E il resto?».

«Il resto è ciò che vien detto rinascita iniziatica. Ma è un di più».

«Cioè?».

«Tu sarai elevato Maestro solo al momento della tua morte: questa è la vera prova iniziatica. E mai come in questo caso sarà così. Ma non lo saprà nessuno, perché in fin dei conti importa solo a te stesso se allora sarai o non sarai Maestro».

«Quindi quella bara che ho scavalcato è la mia?».

«Sì, indica proprio la tua bara».

«Ma se uno diventa Maestro solo alla propria morte allora tutti i Maestri con il grembiule rosso, verde, eccetera che sono?».

«Sono Maestri solo per la Corporazione, Maestri, per così dire, burocratici. Se si diventa Maestri solo alla propria morte, nessuno vorrebbe diventare Maestro. Allora si tien presente un altro punto di vista.

Morte è una grande parola che dice tutto e non dice niente, se non una fine.

Ed è parola tremenda che si contrappone all’istinto di conservazione dell’ego.

Il Rituale non parla di morte iniziatica. Questo termine, francamente ambiguo, è stato proposto, e ha avuto una enorme fortuna, per un solo motivo: noi non abbiamo più la saggezza degli antichi Romani che prescrivevano il generale trionfatore fosse accompagnato sul cocchio, nella cerimonia del trionfo, da uno schiavo che gli sorreggeva la corona d’alloro e continuamente gli sussurrava all’orecchio: Ricordati che devi morire.

Noi non abbiamo più con la morte un rapporto ineluttabile ma sereno. Il nostro rapporto con la Nera Signora è tremendo, angosciante, pauroso. Ci siamo identificati con il corpo fisico e non accettiamo una realtà nella quale il corpo fisico non c’è più e dalla quale siamo obbligati ad andare “altrove”.

Non lo accettiamo, non lo vogliamo, lo rifiutiamo, lo neghiamo. E non ne parliamo, mai. Proprio come fosse qualcosa che non esiste.

E allora ci aggrappiamo alla morte come un passaggio, un andare oltre una porta chiusa. Non è la vera morte, ma è certo un modo più accettabile, anche se solo parziale e non completo.

Scavalcare la bara significa fondamentalmente accettare il proprio passaggio oltre questo piano fisico. E questo è l’unico e vero significato: la bara è la “tua” bara, quella che racchiude il “tuo” corpo. La vera Maestrìa si vedrà solo in quel momento».

Ulisse-2 si ferma, come per dare ad Ulisse il tempo di “fissare” quei pensieri.

«Ma in subordine possono esserci significati per così dire “palliativi” di passaggio ad uno stato più sereno, meno complicato, di vittoria su qualche nostra facoltà.

Può essere (anzi sicuramente è) una piccola vittoria su ciò che ci allontana dal nostro equilibrio.
 
La Maestrìa può essere all’inizio semplicemente questo: conoscersi un po’ di più e armonizzarsi un po’ di più con se stessi. All’atto pratico quello che noi chiamiamo Maestrìa non è altro che un periodo di preparazione alla vera Maestrìa».




(continua)

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