14 maggio 2017

Il potere del Maestro Venerabile

Il Maestro Venerabile può essere autocrate, militaresco nella direzione dei lavori oppure troppo lassista.
La sua sola presenza può essere tale da scoraggiare eventuali intemperanze oppure, al contrario, il suo fare dimesso, quasi contrito, senza atorevolezza, può incoraggiare anomalie "border line" nel comportamento di qualcuno.
Anche questo - se vogliamo - fa parte dei poteri (o dei non-poteri) del Maestro Venerabile.

Il potere è la capacità di fare certe cose o non farne altre. Da questa capacità nasce l'autorità (meglio: autorevolezza) del Maestro Venerabile, qualcosa che si costruisce un po' alla volta, giorno dopo giorno, facendo appunto certe cose e non facendone altre.

Anche il non fare certe cose in realtà è fare qualcosa: potrebbe quella mancanza lasciare tutti allo sbaraglio e far emergere il peggio di tutti. Io non faccio ciò che devo fare (per non saperlo, per mancanza di volontà, per mancanza di capacità), quindi permetto che accada ciò che non deve accadere.

* * *

Esaminiamo il comportamento di certi Venerabili.

Pensare al ruolo di MV come di un esercitante poteri è ridicolo. Ma qualche minus habens si attacca ad ogni parvenza di potere.
L'MV non ha poteri profani, quelli che muovono interessi materiali. Nel suo piccolo può muovere piccole cose (ma un suo atteggiamento corretto e coerente è al contrario un grande insegnamento): gli vengono delegate incombenze di piccole cose (che magari nessuno vuol fare) quindi in un certo senso ha una specie di "potere" (termine rigorosamente tra virgolette), nel senso di "vicinanza" ai Fratelli, di "autorevolezza" verso gli altri, e così via.
Per esempio il Venerabile che avvicina chi ha problemi (materiali o peggio esistenziali) e fargli capire la vicinanza degli altri è un grande modo di costruire la sua autorevolezza e lavorare sulla coesione della Loggia.

Invece andare oltre le righe dell'equilibrio comporta mostrare l'incapacità di svolgre il ruolo cui il Venerabile è stato chiamato e appiattirsi su un autoritarismo invadente e sterile.

Peggio ancora se il Venerabile è indirizzato da qualcun altro (magari l'ex MV, che era troppo attaccato al potere che non aveva ma era convinto di avere e che vuole prolungare nel tempo): lui, il MV, dimostra di non essere MV, e l'altro, l'ex MV, si dimostra attaccato a qualcosa che non c'era e non c'è e che è solo nelle sue illusioni.

Perché qualcuno si attaca al potere? Perché è il modo (un modo) di autoaffermazione: "possum ergo sum", "ho il potere quindi esisto" .
O anche: non sono capace di essere e allora sto con chi può, chi mi può riverberare.

07 maggio 2017

La primavera

La mia Loggia ha lavorato sui "Riti della Primavera". 
Tornata breve dal punto di vista temporale, ma molto significativa. E il lavoro di Loggia è continuato nella mia testa anche nei giorni successivi riflettendo sgli spunti dei Fratelli.

I Riti primaverili. La primavera. L'equinozio. Equilibrio di luce e buio. Possibilità di cogliere i contrasti molto più che nel fosco inverno o nel bagliore accecante estivo.

L'andamento stagionale del tempo della natura è una grande metafora dell'uomo, di noi stessi, di me stesso.
Né troppo di luce (la luce eccessiva appiattisce tutto, non mostra ma nasconde, è accecante).
Né troppo poco di luce (la poca luce ti fa "immaginare" non "vedere" , non distingui le proverbiali vacche nere nella notte nera).

Solo con la chiara individuazione dei contrasti si giunge all'armonia, ad armonizzare le cose. L'armonia nasce dalla vicinanza di elementi (architettonici, musicali, visivi) diversi e distinti. Si coglie qualcosa da entrambi (ah! saliamoci una buona volta su questa benedetta scala curva!...) e "ci lavoriamo sopra".

Se fosse tutto uniforme avremmo una pappina tutta uguale. Così sarà quando l'universo avrà la stessa temperatura ovunque, e i fisici parlano di morte termica dell'universo. Non ci saranno contrasti, moti, differenze. Tutto uguale in un egalitarismo sterile che non porterà niente a niente. Il nulla.

Il "gioco" dei contrasti non deve farci dimenticare la ricerca dell'equilibrio. Forse non ci arriveremo mai: nel mondo del relativo equilibrio può essere solo aspirazione, non realtà.

Nella vita quotidiana equilibrio significa senso della misura, proprio quello che tanti non solo non hanno ma nemmeno possono immaginare cosa sia. Quei tanti che ammirano l'eroe Achille, senza rendersi conto che Achille è un perdente. Si cura della gloria, e per la fama baratta la vita. Ma è incapace di comportarsi con misura, anzi come un "border line" ante-litteram, Achille ha scatti d'ira (ricordate? l' "ira funesta del pelide Achille") che dire esagerata è dir poco.
Non ha il senso della misura Patroclo, l'amico di Achille, che indossa le sue armi per respingere i Troiani e viene ucciso per non aver saputo contenersi (non avrebbe dovuto avanzare oltre le navi gli aveva consigliato Achille). E viene perso dal sue "eccesso"
Anche il buon Ettore perde il senso della misura. Indossa le armi di Achille sottratte a Patroclo, e se ne inorgoglisce, e viene perso da questo sentimento di "eccesso".

L'immagine astronomica della terra attorno al sole dà forti spunti.
Intanto, metà della superficie del globo terrestre è sempre illuminata dal sole e l'altra metà no. E questo sempre, in ogni stagione.
Ogni punto della superficie terrestre ha poi una "sua" variazione di luce e buio seguendo un ritmo tutto "suo" che dipende da lui e dalla sua posizione (latitudine) sul globo. Per i punti terrestri ci sono solstizi ed equinozi (equipartizione di luce e buio).

Esiste quindi un equilibrio cosmico, sul quale non sappiamo dir nulla. Ed esiste un equilibrio che dipende dal luogo: una specie di equilibrio "personale".

 

06 maggio 2017

Tornata di Loggia

I lavori di una Tornata di Loggia non si esauriscono nel breve arco temporale della durata "fisica", ma continuano anche il giorno dopo, quello dopo e ancora in seguito.

Ricordo ancora una tornata di tanti anni fa (una ventina?). Un Fratello medico ci parlò dei pazienti oncologici dimessi dagli ospedali per trascorrere il proprio fine vita a casa e di come si potesse intervenire come forma di solidarietà effettiva e non a parole. Intervenne poi il Fr. 2° Sorvegliante, che con voce pacata e tranquilla, cominciò: "Avete ascoltato la voce del medico. Ora voglio farvi ascoltare la voce dell'altra parte, del malato...". E il senso dell'essere malato lo si capì qualche mese dopo quando quel Fratello ci lasciò.

E ricordo un'altra Tornata (fine anni Settanta?) monopolizzata da un Fratello che ci elargì una tavola di settantacinque cartelle (le contai). Sarebbe stata magari interessante averla potuto leggere a casa in poltrona, ma in Loggia?... Non ricordo nemmeno l'argomento: i templari?, la gnosi? Boh.Mi passò sopra come l'acqua su un sasso.

Non è importante intervenire, ma è importante concentrarsi e rimescolare nel tuo pentolone: questi sono gli effetti del lavoro di Loggia.

03 maggio 2017

Tra le carte di mio padre ho trovato diverse riflessioni. Qui ne riporto una che scrisse proprio dieci anni fa.
 
La Ricerca è una necessità interiore cui è spinto l’uomo che non si accontenta più di “verità precostituite” ma vuole “sapere”, ha sete di sapere, di conoscere.

Il primo strumento della ricerca è la curiosità che spinge la razionalità dell’uomo a cercare in tutte le direzioni. La ricerca porta progressivamente alla verità. E’ una verità relativa, non assoluta, perché l’assoluto è fuori dalla dimensione terrena, binaria per natura, e pertanto incomprensibile alla mente, relativa, dell’uomo.

Le diverse verità relative, prima appena accennate, poi sempre più organiche, fanno avvicinare il ricercatore, il questuante del sapere, alla conoscenza, acquistandone man mano i necessari gradi di potenzialità.

Tutto questo se il questuante del sapere ha come compagni di viaggio (o come strumenti di lavoro) il dubbio positivo che continuamente stimola la ricerca e l’umiltà di sapere che i risultati sono sempre relativi. Ma sopra tutto ciò che un questuante trova non è meglio e non è peggio di ciò che un altro questuante trova.

01 maggio 2017

Ulisse

Ulisse è il grande "caminante".
Appartiene ad una Loggia esclusiva, molto esclusiva: la Loggia dei "caminantes", i camminatori, quella di chi va, di chi non si ferma mai.
Alla stessa Loggia appartengono l'Ebreo Errante, il Vecchio Marinaio, l'Olandese Volante. E..., perché no?, lo stesso Hiram.
A piedilista ci sono anche Cristoforo Colombo e Magellano. E Marco Polo.

30 aprile 2017

Ancora sulla Libertà

...Lei (...) possiede una qualità che ai nostri giorni è merce assai rara: la libertà. La gente finge di cercare ogni giorno la libertà, finge addirittura di desiderarla. Ma la libertà assoluta ha un prezzo troppo alto, un prezzo che lei, volente o nolente, ha pagato. Solo chi viene spogliato di tutto e rivestito di niente potrà goderne. Come se non bastasse, quindici anni fa lei decise di cancellare il suo passato, sperando di liberarsene. Aveva torto: era un'illusione. Soltanto affrontandolo, soltanto ricordandolo, soltanto accettandolo lei ha scelto veramente di essere se stesso.
Dunque seduto davanti a me vedo un uomo che non ha niente da perdere, un uomo che riconosce se stesso. Davanti a me, io vedo un uomo libero.
Lavinia Petti, Il ladro di nebbia, p. 422.

Ecco. Libertà.

Non libertà di pensiero, libertà di opinione, libertà di parola, libertà di coscienza, libertà di..., eccetera.
Non libertà dal bisogno, libertà dalla fame, libertà da..., eccetera.

Libertà. Solo e semplicemente (semplicemente?) libertà. Libertà senza aggettivi, libertà senza specificazioni. Libertà senza limitazioni perché è la libertà stessa che si autolimita nella regola aurea di non potere e dovere limitare la libertà degli altri. E’ la libertà nella uguaglianza. E’ la libertà nella fratellanza.

E’ la libertà più ampia possibile e immaginabile. E’ di questo mondo? Sì, ma – temo – per pochi. Perché la libertà è strettamente collegata al dovere, altrimenti diventa prevaricazione, sopruso e prepotenza. Massima libertà è massimo dovere.

Libertà è anche collegata alla memoria e al ricordo. Non solo perché ricordare vuol dire evitare sbagli del passato ma soprattutto perché il ricordo permette a ogni uomo di sentirsi sempre lui, di avvertire la continuità tra lui nel cammino di oggi e lui nel cammino di ieri.

Il ricordo, la memoria permette di aver sempre presente il dipanarsi del cammino. E camminare significa essere sciolto da impacci che possono trattenerti.

Libertà non va confusa con la “falsa libertà”, quella che avendo dimenticato tutto o in parte il passato si ritiene libera (appunto!) dai legami che ci vincolano al passato. Libertà invece significa ricordarli bene, quei legami. Riesaminarli, “ricuocerli” quasi nel nostro pentolone e riattribuir loro il giusto valore all’interno del nostro cammino.


27 aprile 2017

Pensieri dopo una tornata

Le tornate di Loggia non sono (e non possono esserlo) come gli incontri di un circolo culturale o sociale o altro.
La Tornata non si esaurisce negli stretti limiti temporali della serata. Ce le portiamo a casa, ci ripensiamo, le rimuginiamo. Siamo come il cuoco che rimette il ragù nel tegame a sobbollire e ogni tanto lo rimescola. E da una mescolanza di carni, verdure e aromi costruisce pian piano qualcosa che supera la nostra immaginazione.
Le Tavole proposte vengono prese, considerate, ascoltate, lette, digerite, ruminate, sobbollite, e così via. Cioè: la Tornata non si esaurisce quella sera, ma continua, insiste, suggerisce,... e così via.
La Tornata di Loggia, insomma, è qualcosa di duraturo. Una Tornata si concatena con l'altra in uno splendida collana di idee.
Un paio di mesi fa la mia Loggia lavorò, nel programma annuale di spunti e "rinascite", di "fenici" più o meno personali (ah, l'araba fernice... che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa!), su Noè, immaginato tra due spunti: il diluvio e il vino (se vai un po' indietro la trovi anche qui).
E oggi mi sono venute spontanei - pensando e ripensando - alcuni pensieri propio in seguito a quella tavola. Non commenti (il commentare non appartiene al metodo muratorio), ma "spunti", suggeimenti, quasi "continuazione" personale e interiore.

Il Novecento è stato un secolo di grandi massacri. Secolo sanguinario. I suoi massacri diversi dai precedenti per quantità e non solo per qualità (massacrare gli uomini mi pare sia stato un grande passatempo degli uomini fin dall'alba dei tempi).

Il Duemila (Ventunesimo secolo) appena iniziato non pare si sia messo su strade diverse.

Eppuse sono disponibili, nel patrimonio simbolico e culturale dell'uomo, strumenti che permetterebbero un radicale cambiamento di rotta.

Il guaio è che l'uomo "vuole" uccidere, "vuole" eliminare, "vuole" prevaricare.
L'uomo non accetta il dialogo. non lo vuole proprio. L'uomo si infiamma per la guerra, la guerra apertamente guerreggiata. A malapena accetta la guerra "non guerreggiata", nascosta, strisciante, nascosta sotto la veste di difesa della società e della democrazia.

Questa è la grande contraddizione dell'uomo, dell'uomo entro l'uomo stesso.

L'uomo vede il bianco e il nero dentro l'uomo. E che fa? Sceglie il nero e "sospende" il banco (sarebbe bello, si dice. Ma finché anche gli altri non accettano il bianco, io che posso farci?... ).
Solo quando tutti accetteranno il bianco, allora si potrà cominciare a costruire (continua a dirsi). E intanto... lasciamo spazio al nero.

L'uomo proietta il suo corvo nero all'esterno della sua arca e lascia la colomba bianca all'interno, nel suo nido protetto e sicuro.

Anzi. La colomba è nel nido, e lì sta. E il corvo non permette che si involi.

Possiamo leggere la storia (leggenda? mito? E che importano le parole? diciamo "storia fondante") come la grande indicazione - maledizione di Noè, che fa uscire dall'arca prima il corvo e solo dopo, molto dopo, la colomba.

E così la colomba se ne sta nel nide. La speranza è che la colomba prima o poi si involi dal nido e lasci l'arca. Ma la lasci per poi ritornare e farci capire, e non scomparire oltre l'orizzonte...

Leggo in Lord Russell di Liverpool, Il flagello della svastica, pp. 237-38.

Nel 1945, dopo che fu ripulito dalla sua spazzatura di morte, un campo di concentramento fu aperto al pubblico. Fu a Dachau, non lontano da Monaco, e chi lo visitò ne usciva con un ricordo che non si può dimenticare.
(...)
Quando il visitatore passava per queste stanze e vedeva la scena di tanta sofferenza e di tanta tragedia, il puzzo dei corpi in putrefazione e l'odore della carne bruciata parevano ancora giungere alle sue narici, e quando usciva all'aria fresca e levava gli occhi verso il cielo per fare scomparire questa ossessionante visione di male, che cosa vedeva? Inchiodato a un palo, sul tetto del crematorio, una piccola rustica gabbia per uccelli selvatici, messa là da qualche schizofrenico delle SS.

Allora e solo allora era possibile capire perché la nazione che dette al mondo Goethe e Beethoven, Schiller e Schumann, ha potuto dare anche Auschwitz e Belsen, Ravensbruck e Dachau.
 Oggi queste frasi non sono più da attribuire alla sola Germania, come magari ci si poteva illudere sessant'anni fa, ma a tutte le nazioni del mondo, indipendentemente da latitudine e longitudine.
Non sarà mica l'epitaffio che la mia generazione lascia in eredità a chi verrà dopo di noi?
 








Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.