07 settembre 2015

GADU 4

(continua dai post precedenti)

Nella Sala dei Passi Perduti, in attesa dell'inizio di una Tornata di Loggia, il Vecchio Copritore continua la sua affabulazione in risposta ad una domanda di un Giovane Apprendista sul Grande Architetto dell'Universo.
E' una risposta - se vogliamo - scandita in sette tappe, ma qui il numero sette compare solo casualmente.


Terzo scalino. Sovrappopolamento

Sono passati molte migliaia di anni dalla scena precedente: nel pianeta Terra siamo circa nel 22000 d. C.

VJ-23X guardò la mappa tridimensionale della Galassia, e disse: “Mi chiedo se non siamo ridicoli a preoccuparci tanto della faccenda”.

MQ-17J scosse la testa. “Non credo. La Galassia sarà completamente abitata tra cinque anni, con l’attuale velocità di espansione. Diventerà un luogo sovrappopolato”.

VJ proseguì: “Esito a presentare un rapporto pessimistico al Consiglio Galattico”.

MQ rispose: “Bisogna smuoverli un po’. Dobbiamo smuoverli”.

VJ sospirò. “Lo spazio è infinito. Cento miliardi di galassie sono là a portata di mano. Anche di più”.

“Cento miliardi non sono l’infinito. Rifletti! Ventimila anni fa, l’umanità ha imparato ad utilizzare l’energia delle stelle, e pochi secoli dopo divennero possibili i viaggi interstellari. L’umanità ha impiegato un milione di anni a riempire un piccolo mondo, e poi soltanto quindicimila anni per riempire il resto della Galassia. Adesso, la popolazione raddoppia ogni dieci anni…”
VJ: “Di questo dobbiamo ringraziare la longevità”.

“La longevità esiste e dobbiamo tenerne conto. Ammetto che ha il suo lato negativo, questa longevità. L’AC Galattico ha risolto molti problemi per noi, ma nel risolvere il problema di come prevenire la vecchiaia e la morte, ha disfatto tutte le altre sue soluzioni”.

“Eppure non vorrai abbandonare la vita, suppongo”.

“Niente affatto” ribatté MQ-17J, smorzando subito la sua affermazione con un: “Non ancora. Non sono ancora abbastanza vecchio. Tu, quanti anni hai?”
“Duecentoventitré. E tu?”

“Sono ancora sotto i duecento. Ma per tornare al mio punto: la popolazione raddoppia ogni dieci anni. Una volta che questa galassia sarà piena, ne avremo riempita un’altra in dieci anni. Altri dieci anni, e ne avremo riempito altre due. Un altro decennio, e ne avremo riempite altre quattro. Fra cento anni avremo riempito mille galassie. Fra mille anni un milione di galassie. Fra diecimila anni l’intero universo conosciuto. E poi?”

VJ replicò: “Come questione collaterale esiste il problema del trasporto Mi chiedo quanta energia stellare ci vorrà per spostare intere galassie d’individui da una galassia all’altra”.

MQ, pensieroso: “Oggi l’umanità consuma due unità di energia stellare per anno”.

VJ: “La maggior parte di essa va sprecata. Dopotutto, la nostra galassia da sola riversa fuori un migliaio di unità di energia stellare per anno e noi ne usiamo soltanto due”.

“D’accordo. Ma anche con un’efficienza maggiore potremo solo allontanare la fine. La necessità di energia crescono velocemente. Esauriremo l’energia ancora prima di popolare tutte le galassie”.

VJ: “Dovremo fabbricarci nuove stelle partendo dal gas interstellare”.

“Davvero? Oppure dal calore dissipato?” chiese MQ sarcastico.

“Potrebbe esserci qualche maniera per invertire l’entropia. Dovremmo chiederlo all’AC-Galattico”.

VJ non intendeva parlare seriamente, ma MQ tirò fuori dalla tasca il suo collegamento-AC e lo mise sul tavolo.

“Proviamo” disse. “E’ qualcosa che la razza umana un giorno dovrà affrontare”.

MQ si soffermò un attimo a chiedersi se un giorno, durante la sua vita pressoché immortale, sarebbe riuscito a vedere l’AC-Galattico. Si trovava – per quanto ne sapeva - su un piccolo pianeta tutto suo, con una ragnatela di raggi di forza che trattenevano la materia, all’interno della quale impulsi mesonici (non sapeva immaginarseli meglio) avevano preso il posto degli antichi circuiti integrati.

MQ chiese d’un tratto al suo collegamento-AC: “L’entropia potrà mai venir rovesciata?”

L’AC-Galattico rispose dopo qualche tempo con una voce, un po’ metallica, che uscì dal piccolo collegamento sulla scrivania. Una sola risposta, cinque parole scandite lentamente:

DATI INSUFFICIENTI PER RISPOSTA SIGNIFICATIVA.

(continua)



06 settembre 2015

Maestro Libero Muratore


Luci Fontana: Concetto spaziale

E' un'opera che mi ha colpito, direi stranamente in quanto non sono mai stato amante delle correnti del Novecento (ma negli ultimi anni sto modificando questa mia opionione, forse perché son giunto ad uno stadio che mi permette di cogliere aspetti che prima non ero in grado di cogliere).

Che c'entra Fontana con un blog che tratta di Massoneria?

Fontana, nulla. Quest'opera invece credo possa fornire alcuni spunti (almeno a me li ha dati).

Nella vita del Libero Muratore ci son passaggi che suggeriscono un cambiamento di piano. Sicuramente il più significativo è l'elevazione a Maestro.

"Eccoti Maestro rinato tra noi" esclama il Maestro Venerabile al termine del rito di elevazione al Terzo Grado: il Compagno elevato a Maestro ha appena compiuto un simbolico passaggio di piano, passando dall'orizzontale alla perpendicolare e ponendosi al centro dell'incrocio degli elementi spazio-temporali.

E' la conquista della terza dimensione in un mondo di vermi piatti. E' la conquista della quarta dimensione nel mondo dello spazio tridimensionale.

L'artista suggerisce che oltre al piano del quadro c'è tanto. Il quadro ti spinge ad immaginare un mondo che sta "oltre": il "tuo" mondo più vero. Suggerisce l'inizio di un viaggio verso paesi sconosciuti...



05 settembre 2015

GADU 3

(continua dal post precedente)

Continua l'affabulazione del Vecchio Copritore nella Sala dei Passi Perduti per rispondere ad una domanda di un Giovane Apprendista sul Grande Architetto dell'Universo.

Secondo scalino. Emigrazione

Diversi secoli dopo gli avvenimenti precedenti ci troviamo a bordo di una piccola astronave.

E’ un’astronave di tipo familiare, ha cioè spazio per poche persone e non troppo bagaglio, ma non ha nulla da invidiare alle grandi astronavi attrezzate per il volo interstellare. Insomma, in un certo senso veniva riprodotto lo schema di otto / nove secoli prima quando sul pianeta Terra il trasporto privato era numericamente soverchiante sul trasporto di gruppo.

La famiglia - padre, madre e due figliole – stava emigrando dalla terra verso un nuovo mondo, come sulla terra per tanti secoli popoli e popoli avevan fatto prima di loro. Le diverse migliaia di miglia che allora venivano percorse a piedi o con carri trainati da cavalli o buoi erano paragonabili, come pericoli e difficoltà, ai viaggi nell’iperspazio (sì, la scienza aveva raggiunto le conoscenze tecniche per superare la limitazione della velocità della luce).

Finalmente all’uscita dall’iperspazio erano nelle vicinanze della stella attorno alla quale ruotava il pianeta meta del viaggio: X-23. A quel punto il padre, che cercava sempre di inserire nei discorsi, appena poteva, nozioni di scienze, spiegò che in un passato anche recente viaggi come quello che stavano compiendo sarebbero stati impossibili, visto il grande consumo di energia richiesta. Ma il progresso della scienza aveva permesso di costruire grandi centrali energetiche che immagazzinavano parte dell’energia emessa dalle stelle per renderla disponibile, a costo irrisorio, a chiunque ne avesse avuto bisogno.

Lungo tutta l’astronave appena sotto il soffitto correva una specie di bacchetta metallica, chiamata Microvac, che in realtà era il terminale di un computer ubicato su un pianeta lontano al quale tutto l’universo si collegava, e tramite il quale contemporaneamente riceveva dalla rete di centrali energetiche tutta l’energia di cui aveva bisogno la nave: energia praticamente illimitata a costo irrisorio.

La madre intanto era assorta nei suoi pensieri: “Tante stelle, tanti pianeti. Suppongo che le famiglie continueranno a trasferirsi su pianeti sempre nuovi, come facciamo noi adesso”.

“Non per sempre” disse Jerrodd con un sorriso. “Un giorno tutto cesserà, tra molti miliardi di anni. Perfino le stelle si estinguono. Tutto decade, sai – il padre si rivolse alla figlia più piccola - come il tuo robottino parlante, ricordi?”

“E non è possibile metterci dentro una nuova pila come hai fatto con il robottino?”

“Le stelle sono le nostre pile, mia cara. Una volta esaurite non ci sarà più energia”.

La bimba scoppiò in lacrime. “Non lasciarglielo fare, papà. Non lasciare che le stelle si esauriscano”.

“Chiedilo al Microvac” gemette la sorellina maggiore. “Lui saprà come fare”.
“Fallo” lo sollecitò la madre. “Servirà a calmarle”.

Il padre scrollò le spalle. “Su, su. Lo chiederò a Microvac. Non preoccupatevi. Lui ce lo dirà”.

Lo chiese a Microvac, affrettandosi ad aggiungere: “Stampa la risposta”, per evitare che le piccole potessero ascoltare la risposta scontata.

Sul terminale video comparvero cinque parole.

Il padre lesse la risposta alle bimbe con allegria: “Visto? Microvac dice che si prenderà cura di tutto quando verrà il momento, perciò non preoccupatevi”.

“E adesso, bambine, è ora di andare a letto. Presto saremo nella nostra nuova casa”.

La risposta in realtà era diversa:

DATI INSUFFICIENTI PER RISPOSTA SIGNIFICATIVA.

 (continua)

04 settembre 2015

GADU 2

(continua dal post precedente)

E' una storia in sette tappe, che potremmo immaginare inerpicantesi attraverso una gamma sempre varia seppur man mano più "leggera" di amalgami dei quattro elementi...

Non dimentichiamoci che il Vecchio Copritore sta parlando al Giovane Apprendista prima di una tornata di Loggia in risposta ad una domanda sul Grande Architetto.

 

Primo scalino: Una scommessa poco sensata

L’ultima domanda venne posta per la prima volta, un po’ per scherzo e un po’ seriamente, il 29 dicembre 2197, all’epoca in cui l’umanità cominciò a liberarsi dallo stare in un solo pianeta. La domanda risultò da una scommessa da cinque dollari davanti a due bicchieri di vino.

Alexander Adell e Bertram Lupov erano due tecnici adibiti al super calcolatore Multivac, un marchingegno immenso, un enorme scatolone, talmente grande che era ormai l’unico computer della Terra e per motivi di sicurezza era stato costruito su un’isola lontana, località segreta, super-sorvegliata da reparti specializzati che permettevano il passaggio solo a pochissimi tecnici autorizzati.

Multivac si auto-riparava e si auto-correggeva. Doveva esserne capace, perché nessuno era ormai più in grado di intervenire in maniera adeguata. I due tecnici Adell e Lupov infatti erano addetti alle trasmissioni dati e alla gestione input – output con i terminali sparsi in tutto il mondo.

Multivac aveva contribuito a progettare astronavi e a tracciare le traiettorie che permettevano all'uomo di raggiungere la Luna e i pianeti vicini. Al di là di questi mondi le scarse risorse della Terra non erano in grado di sostenere spedizioni: era necessaria troppa energia per i viaggi più lunghi. La Terra, terminato il petrolio, sfruttava l’uranio con crescente efficienza, ma ormai l’uranio terrestre non era più sufficiente a soddisfare tutta la richiesta…

Per questo negli ultimi secoli si erano cercate fonti alternative e finalmente era stata individuata la possibilità pratica di utilizzale l’energia del sole. Così l’11 maggio 2361 quella che era stata teoria divenne realtà. L'energia del Sole venne immagazzinata, convertita e utilizzata direttamente su scala planetaria. Tutta la Terra spense l’uranio e si collegò ad una piccola stazione spaziale, neanche un paio di migliaia di metri di diametro, che ruotava intorno alla Terra a metà distanza dalla Luna. Tutta la Terra fu percorsa da raggi di energia solare a basso costo ed in quantità praticamente illimitata.

“E’ sorprendente.” disse Adell “Tutta l’energia che ci potrà mai servire, a minimo costo e per sempre”.

Lupov lo guardò in modo strano. Aveva un po’ il gusto di contraddire l’interlocutore. “Non per sempre” disse.

“Oh, diavolo: press’a poco per sempre. Fino a quando il Sole non si spegnerà”.

“Non è per sempre”.

“D’accordo, allora. Miliardi e miliardi di anni. Venti miliardi di anni, forse. Soddisfatto?”

“No, non venti. I calcoli dicono molto di meno”

“Un miliardo di anni. Dieci miliardi di anni. Venti miliardi di anni. Che differenza fa?”

“Anche venti miliardi di anni non è per sempre”.

“Insomma, durerà fintanto che ci saremo, no?”

“Lo stesso valeva per l’uranio”.

“Va bene, ma adesso siamo in grado di collegare ogni singola nave spaziale alla Stazione Solare, e quella potrà andare fino a Plutone e tornare indietro un milione di volte senza doversi mai preoccupare per il combustibile. Questo non puoi farlo con l’uranio.”

“Lo so”.

 

“Chi vuole sminuirle? Ho detto soltanto che il sole non durerà per sempre. E’ tutto quello che sto dicendo. Siamo al sicuro per qualche miliardo di anni; ma poi?” Lupov aggiunse. “E non dirmi che passeremo a un altro sole”.

Vi fu silenzio per un po’.

Poi Lupov continuò. “Stai pensando che passeremo a un altro sole quando il nostro sarà esaurito, non è vero? Allora la tua logica è proprio debole. Sei come quel tizio, sorpreso da un acquazzone improvviso in un bosco. Lui si rifugia sotto un albero. Non è preoccupato di non bagnarsi, perché pensa, quando il suo albero sarà zuppo d’acqua, di ripararsi sotto un altro”.

“Ci sono” esclamò Adell. “Non urlare. Quando il Sole sarà esaurito, anche le altre stelle se ne saranno andate”.

“Già, proprio così” borbottò Lupov. “Tutto ha avuto inizio nell’originaria esplosione cosmica, qualunque cosa sia stata, e tutto avrà fine quando tutte le stelle si spegneranno, qualunque cosa voglia dire. Alcune prima, altre più tardi. Ma lascia passare un tempo sufficientemente lungo, e ogni cosa sarà spenta. L’entropia deve raggiungere il massimo. E’ tutto”.

Toccò ad Adell mostrarsi contrariato. “Forse un giorno potremo ripristinare di nuovo le cose” disse.

“Mai” rispose l’altro.

“E perché no? Un giorno”.

“No. Secondo principio della termodinamica. Chiedilo a Multivac”.

“E perché?”.

“Chiedilo a Multivac. Ti sfido. Cinque dollari che non si può fare”.

Adell aveva bevuto abbastanza per a caricare la domanda, ed era abbastanza sobrio per formulare in linguaggio matematico una domanda che a parole più o meno sarebbe stata posta così: Sarà in grado l’uomo in futuro, senza consumo di energia, di ripristinare nell’universo la situazione attuale anche dopo che tutte le stelle saranno spente?

Oppure, con maggiore precisione scientifica:
Come può la quantità complessiva di entropia dell’universo diminuire dopo che avrà raggiunto il massimo?

Multivac non rispose subito. Restò inerte e silenzioso; poi, dopo un tempo che parve lunghissimo, sul video comparve una scritta. Cinque sole parole:

DATI INSUFFICIENTI PER RISPOSTA SIGNIFICATIVA.

(continua)

03 settembre 2015

GADU 1

(nel post di ieri una premessa utile)
 
Durante i lavori di Loggia non è permesso trattare politica o religione. E' un divieto variamente inteso: in tanti anni ho sentito parlare di induismo, buddhismo, ebraismo, a volte anche di cristianesimo. Credo che il divieto significhi soprattutto che ci sono problematiche che non fan parte degli scopi del lavoro di Loggia perché dividono invece di unire. Se qualcuno è in grado di parlar di religione senza dividere e altri di ascoltar di religione senza dividersi, perché no? Tutto sommato è solo indispensabile riconoscere che le vie della trascendenza sono tante, praticamente una per ogni essere umano, e probabilmente conducono "grosso modo" alla stessa meta.
Qui propongo una lettura "mia" dell' "Ultima Domanda" di Asimov che mi pare possa essere un approccio particolare (ma non improprio) alla trascendenza. Se qualcuno può sentirsi disturbato è sufficiente non continui la lettura.

La domanda

Il Vecchio Copritore era giunto per tempo alla sede della Loggia: era infatti compito suo aprire in occasione delle tornate e lui si premurava sempre di essere in anticipo. Avrebbe avuto così il tempo di parlare con i fratelli e magari approfittarne per qualche scambio di idee con qualcuno: modo leggero di porgere ai fratelli più giovani stimoli senza appesantirli di quella che è pomposamente chiamata Istruzione del Grado.

Appena aperto la sede fu raggiunto da una nostra vecchia conoscenza, Ulisse, ormai Apprendista della Loggia. Il Vecchio Copritore lo chiamava Giovane Apprendista, ma con una ironia molto affettuosa che in un certo senso abbelliva la forte stima verso un Fratello solido e desideroso di impadronirsi dei “trucchi del Mestiere”. Spesso i due si trovavano a parlare prima delle Tornate di Loggia e l’Apprendista poteva chiedere ed esporre i suoi dubbi.
Il cosiddetto Giovane Apprendista aveva infatti compreso subito che il suo interlocutore era un vecchio Fratello che provava un particolare piacere a parlare con i Fratelli meno esperti.

Quella sera il Giovane Apprendista era in preda ad un dubbio molto serio. Verteva sul divieto di intrattenersi in questioni di politica e religione; anzi proprio di religione.

Che senso aveva chiedere nel testamento quali fossero i doveri dell’uomo verso l’Essere supremo se poi non si poteva parlare mai di religione e quindi di Gadu?

Al Vecchio Copritore piaceva quell’Apprendista, sempre pronto a chiedere, a far domande mai banali. Si vedeva proprio che rifletteva e meditava. Si vedeva soprattutto che aveva intrapreso la via con serietà, non limitando le sue riflessioni al lavoro di Loggia ma pensando di continuo, giorno e notte, ...soprattutto notte.

La domanda che gli era stata posta era proprio una domandona, di quelle che agitano le acque come il drappo rosso sventolato davanti al muso del toro lo fa irritare sempre di più.

Molti massoni evitano accuratamente quelle che lui chiamava le domande “di confine”. Quelle che ti possono portare a risposte sgradevoli, che ti complicano la vita, che ti scuotono dal tran tran che ti sei costruito e che magari ti possono portare al di fuori della tranquillità del percorso tracciato (ma tracciato da chi?). Preferivano, questi Massoni, accontentarsi della quotidiana routine, molto più rassicurante, piuttosto che inoltrarsi in sentieri mai tracciati, che non sai dove portano.

Insomma la domanda verteva sul Grande Architetto. E il Vecchio Copritore avvertiva un obbligo morale di rispondere e non trincerarsi dietro l’impossibilità di rispondere, il divieto (posto da chi?) di rispondere, l’opportunità di tacere, la necessità (e perché mai?) di tacere. Forse – sgradevolmente il pensiero si affacciava alla mente del Vecchio Copritore – chi negava doversi rispondere a certe domande era semplicemente impossibilitato a rispondere perché, come diceva il suo vecchio professore di matematica, chi non risponde non conosce la risposta (e spesso non vuole ammetterlo).

E stabilito il dovere di rispondere (lui almeno lo avvertiva così) subito dopo il busillis: cosa rispondere?

Non poteva rispondere sull’esistenza di Dio. Questo sì era scorretto. I padri fondatori, grazie al cielo, avevano lasciato in eredità la mancanza di una qualsiasi teologia massonica; avevano semplicemente indicato che chiunque avrebbe dovuto “sentire” come meglio avrebbe ritenuto. Insomma, se hai fame, ti puoi far preparate un buon piatto di agnello (per restar nella tradizione cristiana), ma come cucinarlo, questo era lasciato a te. Lo potevi cucinare con il rosmarino o la menta, oppure il basilico, o la maggiorana oppure l’origano; o il dragoncello o con niente del tutto. I vari aromi erano le vie del culto, ma la fame di trascendenza, di agnello, era comune a tutti gli uomini. Ecco il senso della religione alla quale tutti credono. Certo, era un paragone forse dissacrante, ma sicuramente significativo.

E che doveva rispondere al Giovane Apprendista?

Gli venne in mente una storia che molti anni prima gli raccontò il nonno. Una storia semplice, ma, allo stesso tempo, significativa. E pazienza se il giovane Apprendista si fosse adombrato per sentirsi raccontare quella che pareva a prima vista (ma solo a prima vista, però!) una favola.

Il Vecchio Copritore iniziò la storia.

(continua)

02 settembre 2015

Né politica, né religione. E il Grande Architetto?

Spesso alcuni autori vengono classificati come “minori”, compagni piacevoli di una lettura, ma... niente più. E paiono ancora “più minori” (se si permettesse lo strafalcione) quando il loro genere letterario è classificato appunto tra i minori.

Le classificazioni però spesso dipendono dalle mode. Ricordo ancora nel mio manuale di letteratura del liceo come il Pascoli fosse tacciato, secondo la classificazione crociana in voga in quegli anni, di minore tra i maggiori o maggiore tra i minori, come se fosse possibile stabilire una specie di graduatoria dove Manzoni, Leopardi e Carducci precedono Pascoli, Gozzano e Serra (quest'ultimo pure penalizzato da una breve vita)!

Un autore praticamente sconosciuto alla letteratura ufficiale e noto solo in una ristretta cerchia di appassionati è certamente Isaac Asimov, scrittore di scienza e fantascienza (già, fantascienza!).

Ci ha lasciato alcune opere che sono una grande riflessione sull’uomo e sui suoi comportamenti. Si definiva non credente e umanista, ma la sua grande fiducia nell’uomo gli fa travalicare i ristretti confini delle etichette.

Questo lavoro è basato sul racconto L’ultima Domanda (1956) che Asimov ha considerato il suo miglior racconto. Ne do qui una mia lettura tendenziosa e di parte, ma se la letteratura non riesce a stimolare e riflettere... beh, a che serve?

Caro Isaac, grande “umanista”. Mi sarebbe piaciuto averti avuto Compagno tra le Colonne del Tempio!

Maestro Venerabile. Fratelli 1° Sorvegliante e 2° Sorvegliante, giacché in grazia dell’Ora e dell’Età è tempo di aprire i nostri Architettonici Lavori, avvertite i Fratelli delle vostre Colonne che, nel corso dei medesimi, non è più permesso ad alcuno... di intrattenersi in questioni di politica e di religione.
Dal Rituale del Primo Grado


Il nostro amico Ulisse dei post precedenti è diventato Apprendista Libero Muratore.

Dalla sera della sua iniziazione frequenta assiduamente le tornate di Loggia.
E’ attento e riflette su un mondo nuovo che gli si è aperto davanti.

Mondo nuovo?... No, il mondo della Loggia è sempre il buon vecchio mondo nel quale siamo nati e vissuti, forse da “quella sera” concede qualche prospettiva e apertura in più.

Ulisse, giovane Apprendista, riflette su quanto vede e coglie. Nelle sue riflessioni è aiutato da un vecchio Fratello di Loggia, un Maestro da tanto tanto tempo. Ma guai a chiamarlo Maestro! Il vecchio Fratello ribatte con foga che lui non può essere Maestro di nessuno, visto che fa fatica ad essere Maestro di se stesso. In Loggia ricopre da molti anni la Dignità di Copritore Interno e molti lo chiamano con rispetto il Vecchio Copritore. E pare che sia appellativo gradito a questo vecchio Fratello (ma “vecchio” è termine che non gli si addice; chiamarlo “antico” sarebbe certo molto più opportuno).

E vai, Ulisse! Nuovo, ma sempre antico, caminante. Il tuo è un nuovo cammino, ma sempre antico. Prendi sentieri inesplorati, inerpicati, arrampicati, procedi. Vai, Ulisse, nuovo Libero Muratore. E se puoi fatti accompagnare... Il Vecchio Copritore è lì, disponibile: non a prenderti per mano, ma a camminare un poco con te.

Prima di continuare credo sia però utile una breve

PREMESSA DI FISICA

 
Il secondo principio della termodinamica spiega che il calore passa da un corpo più caldo ad uno meno caldo e non vale il viceversa. Ecco perché per raffreddare un cibo lo mettiamo in frigorifero e non nel forno. Se mettiamo a contatto un corpo caldo e uno freddo e li isoliamo dall’ambiente, possiamo notare che il corpo caldo si raffredda e il corpo freddo si riscalda, fino a quando i due corpi avranno la stessa temperatura. A quel punto non è possibile, lasciando i due corpi isolati dall’ambiente esterno, modificarne le temperature, per esempio fare in modo che il primo si raffreddi di più e contemporaneamente il secondo invece si riscaldi. Il calore fluisce solo in un senso, da dove ce n’è di più a dove ce n’è di meno.

I fisici hanno quindi introdotto una nuova grandezza, che chiamano entropia: l’entropia può essere definita proprio come la misura del grado di equilibrio raggiunto da un sistema in un dato momento. Man mano che il calore passa dal corpo più caldo al più freddo l’equilibrio termico si avvicina (infatti diminuisce la differenza di temperatura tra i due corpi) e l’entropia aumenta, fino a quando i due corpi raggiungono la stessa temperatura e non c’è più trasferimento di calore. Si dice allora che l’entropia ha raggiunto il valore massimo e lì si ferma perché il trasferimento di calore cessa.

Anche l’intero universo può essere pensato come un sistema unico, nel quale enormi fonti di energia (le stelle) irradiano calore verso le zone freddo. La misura di questo trasferimento è appunto l’entropia. Ma ad un certo momento tutto il calore sarà trasferito dai corpi più caldi a quelli meno caldi e tutte le zone dell’universo avranno la stessa temperatura (si calcola qualche grado sopra lo zero assoluto, cioè qualche grado superiore a -273,15°C). Allora l’entropia avrà raggiunto il suo massimo valore e tutte le trasformazioni cesseranno perché non ci sarà più energia da trasferire dal più caldo al più freddo. I fisici indicano questo stato finale come la morte termica dell’universo.

Sintetizzando: l’entropia è una grandezza positiva che cresce, cresce, cresce, fino a giungere al massimo che corrisponde ad un universo nel quale tutti i suoi punti sono alla stessa temperatura. E lì finisce tutto. E ricordiamoci che non è possibile invertire il senso dell’entropia: l’entropia cresce fino al valore massimo e basta.

Ed ora parte la nostra affabulazione asimoviana.



(continua)

01 settembre 2015

Arrivo e partenza 7


(continua dal post precedente)

Nel Gabinetto di Riflessione si compie il viaggio di Ulisse, primo passo per affiliarsi ad una Loggia.
La salda rete della razionalità logica ha avuto un allentamento permettendo di dare uno sguardo "oltre".
Ulisse si rende conto conto che quella strana esperienza è l'inizio di un percorso interiore che sarà difficile interrompere.
Ma questa è la Massoneria...


Il Sogno sognato


Improvvisamente si fece sentire Ulisse-2: “Tu non sei come credi di essere, ma sei come sei”.

Lapidario come sempre, il buon Ulisse-2. E non ne sbagliava mai una.

Immerso nel silenzio Ulisse comprese finalmente di essere diverso da come credeva di essere, e quello che credeva di essere era forse la maschera che copriva il suo vero essere. Capì che il lavoro da compiere per frantumare la maschera del “credere di essere” sarebbe stato lungo e doloroso.

Gli pareva quasi di trovarsi all’interno di un sogno, come se sognasse di sé che stava sognando. Ma... sognare cosa? 

Ma è semplice: sognare la propria via e soprattutto l’impegno di camminare.

Insomma, con una parola: sognarsi.

Ma allora non era un sogno? O sì?

Sì, era un sogno, ma non un sogno normale, quelli che ti vengono mentre dormi. Lui non dormiva affatto. Stava lì, seduto, concentrato su ciò che gli stava capitando; era un sogno strano, una specie di sogno – non sogno.

Sembrava quasi un colloquio con se stesso, quelli che intavolava con Ulisse-2.

Una parte del sogno era sicuramente basato sui propositi e si apriva verso il futuro. Ma un’altra parte era rivolta verso il passato, sebbene con una caratteristica molto spiccata che cozzava contro la logica del mondo quotidiano. La mente, nel sogno, andava indietro. Ma i ricordi che emergevano non erano ordinati secondo la cronologia degli eventi, bensì con altre chiavi interpretative, come se il trascorrere temporale ricordato fosse ben più significativo di una semplice cronologia: tutti (se fossero interessati) possono sapere della cronologia dei suoi avvenimenti; solo lui però può giungere al suo trascorso temporale. E certi eventi che sapeva essere accaduti dopo altri, ora venivano messi prima come se si fosse guardato più all’importanza fattuale che ad altro. E così percepì, come dal fondo di un pozzo, alcune “cose” confuse, perdute nella nebbia di un suo lontano passato, ma che erano state importanti per la sua formazione.

Si sarebbe potuto dire che Ulisse perdeva il filo di se stesso? Niente di più sbagliato: nella confusione di quel simbolico pentolone della sua vita, che aveva cominciato a rimescolare, dapprima di malavoglia, poi sempre più con partecipazione appassionata, aveva perso il filo convenzionale di sé, ma cominciava a sorgere in lui una maniera nuova di comprendere e quindi di afferrare quello che non era mai riuscito finora a cogliere: il suo filo, quello che è significativo al massimo, ma che sfugge agli schemi logici e temporali.

Si sentiva come il chirurgo alla ricerca di un organo che non è dove dovrebbe essere. Nella ricerca venivano messe a nudo, in un grande pot-pourri tra organi fisici e facoltà mentali, le radici dell’orgoglio, delle sue convinzioni e pregiudizi, dei suoi valori. Gli pareva quasi che tutto diventasse fluido e rimodellabile e che lui stesso fosse il nuovo modellatore che modellava se stesso.

Lo farò – si disse Ulisse. E gli pareva di ritrovarsi bambino davanti al padre a promettere di essere buono. Ma questa volta era l’impegno di un adulto, impegno preso in tutta consapevolezza, anche quella di capire che si trattava di un lavoro che non avrebbe mai avuto fine.

Partenza


Silenziosamente la porta si riaprì e ricomparve l’uomo mascherato.

Questa volta parlò con voce normale, più da compagno e guida che da giudice: “Ora sarete sottoposto ad alcune prove. Ci aspettiamo da voi coraggio e fiducia, condizioni essenziali per essere ammesso tra noi. Lasciate che vi prepari”.

Ulisse seguì la sua guida, uscendo da quello stanzino non più inquietante. Il buio era ancora profondo, ma sapeva di avere un compagno di strada.

Camminare in compagnia è più rassicurante che essere soli. La mente gli fece uno strano scherzo: Compagnia,... Compagno... Chissà da dove derivano queste parole. Ma non poté pensarci più di tanto. L’uomo mascherato lo fermò e gli strinse una benda sugli occhi. Nella sua mente ora turbinavano pensieri confusi. Chiaro su tutti il proposito di ritornare in quello che aveva supposto una prigione, ma si era poi rivelato un vero e proprio laboratorio.

(fine)


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.