25 agosto 2018

Pellegrinaggio in Oriente 2

Il viaggio in Oriente non era più ricordato e la Lega dimenticata o irrisa come “arnese” ormai superato dai tempi (anche se il narratore sperava in una sua riscoperta) malgrado i suoi scopi fossero molto elevati (ma il segreto impedisce di rivelarli – anche se non è difficile supporli in ciò che di più alto è nelle aspirazioni dell’uomo).


Possono invece esser detti, a differenza degli scopi dell’organizzazione, quelli individuali e privati degli aderenti. Infatti nessuno era accettato nella Lega se non spinto anche da aspirazioni personali (13), quelli che il narratore chiamava il proprio folle sogno puerile (14). E’ certo un’espressione che il linguaggio comune etichetta come dissennata chimera, ma a ben vedere esprime compitamente le aspirazioni che si possono avere: folle è il senso di volere uscire dalla quotidianità che limita (l’aspirazione è appunto folle per gli altri, i “normali”); sogno è l’irrealtà (il minus habens non sa comprendere che il sogno di oggi sarà magari la realtà di domani).


Il narratore si confessava: lo scopo mio personale, che mi fu chiesto dall'Eccelso Seggio prima dell'ammissione alla Lega, era molto semplice, mentre alcuni altri confratelli si erano proposti mete che io potevo bensì stimare, ma non comprendere fino in fondo. Uno per esempio era un cercatore di tesori e aveva in mente soltanto la conquista di un grande tesoro che egli chiamava « Tao », un altro invece si era ficcato in testa di catturare un certo serpente al quale attribuiva forze magiche e cui dava il nome di Kundalini. Per contro la meta del mio viaggio e della mia vita che fin dalla tarda fanciullezza mi si era presentata in sogno consisteva nel vedere la bella principessa Fatma e nel conquistarne possibilmente l'amore. (14)


A molti (temporalmente siamo alla fine della Grande Guerra) la Lega appariva fenomeno conseguente alla proliferazione, di moda in quegli anni, di redentori, profeti e discepoli, pieno di presagi della fine dei mondo o di speranze nell'avvento di un Terzo Regno (14). Si trattava insomma di svariate chimere, ma anche ad autentiche elevazioni dell’anima. (14-15)


Non appariva sorprendente che nel pensiero della gente comune la Lega venisse confusa con tutti i gruppi e gruppuscoli che proliferavano.


Uno dei grandi pericoli dell’età contemporanea è appunto il livellamento, non quello controllato dai muratori con l’uso magistrale della Livella, ma quello volgare: porre sullo stesso piano ogni “chiunque” che apre bocca indipendentemente da quel che dice. E’ lo stesso dell’affermare che tutte le opinioni sono ugualmente valide, come tanti anni fa ascoltai un massone disquisire su ciò che si dice in Loggia. E’ lo stesso che affermare che non c’è differenza tra temperanza e dissolutezza (intendendo la prima come imposta quasi solo da problemi di salute che l’intemperante per sua fortuna non ha), 


No, non è vero: son cose diverse, molto diverse. Le opinioni non sono tutte ugualmente valide e la libertà non significa libertà di esprimere qualunque opinione, anche le più turpi. E certune non hanno nemmeno diritto di cittadinanza in Loggia, checché ne pensi quel massone un po’ presuntuoso.


E quindi non è possibile considerare alla stessa stregua la Lega e qualunque altro gruppo costituitosi attorno attorno ad un’idea o una persona. Non è questione di dimensione od organizzazione: la Lega ha un compito elevato. Ma gli altri? Sì, dicono di averlo, ma in realtà non è certo. Vanno esaminati caso per caso. Vanno identificati i gruppi vacui, non adeguati. Vanno esclusi quelli che non lasciano libertà agli aderenti, soprattutto non lasciano la libertà di ritirarsi.


Pretendere in ogni aderente allo stesso tempo obiettivi della Istituzione e suoi personali mi pare un punto di forza della Lega. Il narratore confessa di avere come scopo personale la ricerca della principessa Fatma, il personaggio delle Mille e Un Notte.

24 agosto 2018

Pellegrinaggio in Oriente 1

Capitolo I

Il Pellegrinaggio in Oriente pare più che un racconto il resoconto di una esperienza di vita. Il narratore appartenne alla Lega e vuole raccontare di un certo viaggio inaudito: un viaggio quale non era stato mai tentato da uomini dopo i tempi di Huon di Bordeaux e del folle Orlando... (9)

Non è il diario di un lontano avvenimento, ma un intreccio di esperienze, aspirazioni, considerazioni che balzano continuamente tra reale ed onirico, tra quotidiano e spirituale, tra il mondo di qua e quella grande nebulosa dell’altrove.

Il narratore si considera a distanza di tanti anni ancora legato dal voto pronunciato a suo tempo alla Lega: potrà parlare delle proprie esperienze personali, ma gli è vietata qualsiasi rivelazione intorno al suo segreto (10). Il suo resoconto non potrà quindi scendere nei dettagli.

Molti hanno raccontato di loro viaggi, ma quelli non furono prodigiosi. Invece noi penetrammo veramente in una zona eroica e magica (11) anche se non si può rendere accessibile al lettore il piano sul quale si svolsero le nostre gesta, lo strato di esperienze spirituali a cui esse appartengono (11-12).

Molte cose rimarranno inafferrabili. Tuttavia bisogna pur sempre osare il paradossale, intraprendere sempre da capo l'impossibile (12). E Siddharta insegnò: Le parole non fanno bene al senso segreto, ogni cosa diventa subito un po' diversa, un po' falsata, un po' strampalata anzi, e pur questo è bene anche con questo sono d'accordo, ciò che per un uomo è tesoro e saggezza, per l'altro ha sempre un tono di stoltezza (12).

Alla prima lettura nel 1977 mi venne spontaneo vedere adombrata nella Lega la Massoneria, e lo stesso capitò con tutti i massoni con i quali ne parlai. Oggi invece non ne sono così sicuro: mi pare interpretazione troppo limitativa (e più avanti ne vedremo il perché).

Si parla di un viaggio ormai dimenticato. Non cancella forse ogni generazione con divieti, col silenzio o con lo scherno, proprio ciò che pareva massimamente importante alla generazione precedente? (13).

Sosteneva Cicerone: Historia magistra vitae2. Ma la storia stessa si è premurata di smentirlo. Nessuna generazione fa tesoro delle esperienze delle generazioni passate e in questo senso Historia magistra vitae non est. Il passato viene ormai dimenticato come “arnese” non più utile.

Il fenomeno è oggi più che mai accentuato vivendo tutti nel presente, abituati ad essere al centro di ogni avvenimento emotivo “in tempo reale”, si è perso il senso del tempo, del passato e del futuro, e pure il senso dei sentimenti e delle emozioni in un appiattimento spazio-temporale che ci fa essere contemporaneamente miopi e presbiti pur illudendoci di avere una vista acuta.

23 agosto 2018

Rileggo "Pellegrinaggio in Oriente" di Hermann Hesse

Lo stimolo a una rilettura del Pellegrinaggio in Oriente di Hermann Hesse mi è venuta leggendo Percorso reale e percorso metafisico di Piero Ricci, «Hiram», 1 (2018), pp.26-29.

Ma il mio scopo è diverso da quello di un articolo. La mia lettura è analitica e molto particolareggiata; non è sintesi dell’opera e men che mai una sua recensione, e nemmeno critica al lavoro di Ricci, al quale riconosco il merito di avermi spinto a riprender Hesse dopo quarant’anni.

E’ molto semplicemente analisi degli stimoli provati.

Il Pellegrinaggio in Oriente mi ha dato la sensazione di una favola “multistrato” come certi fogli di legno incollati tra loro per rendere più solido il risultato. Ogni foglio una lettura. Ogni chiave di lettura uno stimolo. Ogni stimolo la spinta verso un cammino. E tutti i cammini formano il cammino.

Le citazioni sono tratte dall’edizione adelphiana del 1977, tra parentesi tonde è indicato il numero della pagina.

05 luglio 2018

Forza e Bellezza

Forza e Bellezza sono canoni interpretativi che il Libero Muratore può usare per interpretare la realtà.

30 settembre 2017

La Fenice

Propongo una Tavola sulla quale la mia Loggia ha lavorato nella tornata prima della pausa estiva.
Un Fratello di Loggia era passato da pochi giorni all'Oriente Eterno e il caso ha voluto che la Loggia lavorasse su una tavola significativa, che lui avrebbe certo visto opportuna in quella circostanza: la Fenice.
Che il Fratello proponente la tavola fosse suo nipote è un altro caso singolare. E che contemporaneamente fosse mio figlio e che tutti insieme lavorassimo su un simbolo di speranza e di fiducia pochi giorni dopo la morte di mio padre e suo nonno è pure un altro caso.
Troppi casi tutti in una volta...
Tra poche settimane la Loggia ricorderà il Fratello passato all'Oriente Eterno, ma il vero saluto nell'immediatezza del fatto fu la grande riflessione che facemmo proprio sulla Fenice.

 
Permettetemi di fare una premessa, che a onor del vero molto ha a che fare con questo tema. Come tutti sapete recentemente un nostro Fratello, mio nonno, ha terminato il suo percorso su questa terra. Non vi nascondo una certa fatica a definirlo “fratello”, in quanto per prima cosa egli fu mio nonno, anzi l’unico nonno che ho potuto conoscere (come uomo intendo), il cui legame di sangue sento come più forte sopra gli altri. Aldilà di tutto ciò che egli scriveva, del suo pensiero, del rispetto che sempre si guadagnò in vita e della sua estrema integrità in ciò che pensava e negli ideali che aveva fatto propri, io lo ricordo soprattutto come una persona energica, instancabile. Se qualcuno mi dovesse chiedere di trovare qualche parola per descriverlo, senza pensarci troppo sopra troverei sinonimi della sua personalità come forza, energia, fuoco. Fuoco che infiammava la passione per i suoi ideali e per il pensiero che lo contraddistingueva, per la determinazione nella sua ricerca, un fuoco che non abbandonò mai il suo essere, nemmeno negli ultimi istanti della sua vita. Lo ricordo quando con mio padre e i miei fratelli e chiunque volesse aggregarsi ci portava quasi settimanalmente in montagna a macinare chilometri di sentieri, i suoi sentieri, i suoi luoghi, che amava e che in qualche modo avevano sempre qualcosa a che fare con la guerra, quella che lui visse da ragazzo, quella delle lotte partigiane, quella di coloro che, sebbene con un pizzico di romanticismo che spero non guasti, vengono oggi ricordati come eroi che non esitarono un istante a sacrificare la propria vita per l’unico ideale per cui valesse la pena farlo, la Libertà. E ci raccontava sempre storie legate a questo luogo o a quella persona che lì era passata. Sapeva dove erano state combattute le battaglie su quei monti e sapeva descriverle nei minimi particolari, raccontando come da un lato avanzavano i nemici e da quel bosco sparavano i partigiani. Storie di uomini coraggiosi, come lo fu lui stesso d’altra parte. Mi affascinavano quei racconti, ma all’epoca ero solo un bambino e di ciò che mi stava forse anche inconsapevolmente trasmettendo me ne curavo poco, e pensavo venisse presto dimenticato. In seguito, diventato adulto, mi accorsi invece che qualcosa fu seminato e accadde che a distanza di molti anni, quando il suo corpo non riuscì più a tenere il passo della sua mente, tanto da costringerlo a rinunciare alla sua attività preferita che certo contribuì alla sua longevità non indifferente, in me crebbe all’improvviso l’impulso irrefrenabile di tornare con qualche amico in quelle valli, per esplorarne nuovamente i sentieri, anche se con un altro spirito, e mi scoprii totalmente innamorato della montagna, amore del quale furono complici anche le esperienze di arrampicata che da bambino feci con mio padre. Non solo, contemporaneamente mi appassionai, senza entrare nei dettagli, di letture legate alle guerre in genere, alle invasioni straniere, a popoli perseguitati e alle persone che combatterono, che non ebbero paura, ho potuto così riscoprire i più alti ideali umani e il giusto valore che oggi attribuisco alla Libertà. Non credo sia stato frutto di un caso, perchè avvenne proprio nel periodo in cui, ormai vedovo e serenamente consapevole della fine del suo viaggio, mio nonno stava lentamente abbandonando il suo corpo, ormai consumato dall’anziana età. Ci tengo a sottolineare la parola “serenamente”, perchè fino alla fine lui fu sereno. Già diversi anni prima mi era capitato di chiedergli cosa pensasse della morte, se avesse paura o timore di quel giorno in cui sarebbe passato oltre. Purtroppo non ricordo con precisione le parole che mi disse, ma ricordo bene che la sua risposta mi infuse un vago senso di serenità, quasi di sollievo. Probabilmente grazie a lui oggi ho un pò meno timore per quando sarà il mio, di momento.

Fra non molto diventerò padre, e tante sono le riflessioni che mi attraversano in questo periodo particolare della mia vita ma sopra tutte riconosco nell’esperienza della futura paternità il proseguimento della mia progenie e di quella della mia compagna, un proseguimento che tuttavia va molto oltre alla semplice trasmissione di caratteri genetici. Già, perchè la Fenice non solo muore, ma è capace di risorgere dai propri resti, quasi come se gli Antichi con questo mito cercassero un modo per sfuggire a ciò che ai loro occhi, e anche ai nostri, appare come ineluttabile. Forse non è un caso che questa tavola, che dovevo esporre tempo fa, dovesse essere presentata proprio ora, nella prima tornata all’indomani della partenza per l’Oriente Eterno di mio nonno. Sebbene infatti l’avessi preparata mesi or sono, ho sentito l’impulso di doverla modificare completamente.

Devo ammettere di aver incontrato molte difficoltà quando cominciai a riflettere su questo tema; per qualche motivo, a meno di non essermi dovuto cimentare in discorsi tanto dotti, quanto sterili allo stesso tempo circa la storia della mitologia egizia e dell’origine della leggenda, qualcosa mi impediva di entrare direttamente nel cuore di questo simbolo. Ci ho riprovato.

Il fatto stesso che miti paralleli alla Fenice siano presenti in svariate culture anche distanti fra loro se pur con declinazioni molto diverse, indica come la rinascita dopo la morte, sia un tema centrale nel pensiero degli uomni di ogni epoca e razza. Per gli Egizi, dai quali si ritiene abbia avuto origine il mito, la Fenice era quell’uccello favoloso con il quale si era manifestato Atum, il Dio creatore di sè stesso e che fu la prima forma di vita ad apparire e a posarsi sul primo lembo di terra emersa per poi, con il suo grido, rompere il Silenzio della Notte Primordiale. Assumeva per essi una valenza di Principio della Vita, della Luce e del Tempo, rappresentava il messaggero della Divinità e veniva raffigurata come un uccello simile ad un airone, animale quest’ultimo dal forte valore propiziatorio dato che gli aironi erano soliti posarsi a seguito delle periodiche piene del Nilo, e annunciavano quindi nuova fertilità per la terra e l’agricoltura. Arrivata alla fine della propria esistenza la Fenice era solita appartarsi, costruirsi un nido confortevole, e lasciarsi incendiare dai raggi del sole. Dal cumulo di cenere rimasto poteva così prendere vita una nuova Fenice la quale trasportava poi il nido e i resti del genitore a Eliopoli presso il tempio del sole.

Il termine fenice deriva dal greco e significa “rosso”, motivo per il quale con lo stesso appellativo venne designata l’antica popolazione mediterranea famosa, fra le altre cose, per la produzione del pigmento di identico colore. Per come è stato costruito, il mito della Fenice racchiude in sè tutti gli elementi: Acqua (perchè annunciava un nuovo periodo di fertilità dopo la piena del fiume), Aria (in quanto è il mezzo dentro il quale si librano gli uccelli), Terra (per via dei i suoi resti che si riducono in cenere), e il Fuoco, l’elemento principe che fa sì che dalla morte si arrivi alla rinascita. La Fenice può sintetizzare quindi nel suo intrinseco significato simbolico ogni viaggio che compie il profano durante la sua iniziazione nel Tempio e il Fuoco, che rappresenta il quarto e ultimo viaggio del recipiendario, ne annuncia la sua ideale trasformazione spirituale, da profano ad Apprendista; Trasformazione di colui che dopo aver redatto il proprio testamento ha idealmente attraversato la morte per rinascere sotto una nuova Luce. La Trasformazione infatti è l’elemento principale del mito, senza di essa non vi può essere alcuna rinascita e il fuoco ne rappresenta il mezzo con il quale essa si esaurisce.

Ad esempio nell’alchimia del susseguirsi delle stagioni il fuoco corrisponde, idealmente, al cambiamento, a una lenta evoluzione. Potremmo identificare nell’autunno e nell’inverno il tempo del riposo, un sonno antecedente alla trasformazione; il tempo della cura, del nido, della tana o del bozzolo nel quale rifugiarsi attendendo e ascoltando il respiro della terra, di quella terra che è madre e culla per conservare, crescere e nutrirsi; un pò come il tempo dell’inspirazione, dell'ossigenazione dei polmoni che serve a incamerare quell’energia vitale che consente all’organismo di crescere. La primavera e l’estate divengono così il tempo della rinascita, della vita che cresce ed esplode protendendosi verso il sole, il tempo della maturazione, del calore e dell’espirazione, del rosso, del fuoco.

Il Fuoco quindi può insegnarci in questa chiave la dimensione del tempo che scorre e permette di relazionarci positivamente ai cambiamenti, senza doverli subire passivamente ma diventandone artefici consapevoli. Il fuoco che cresce, che cambia e che si spegne lasciando sulla terra la cenere, come se fosse la traccia concreta di un’esperienza vissuta, può metaforicamente essere equiparato a una grande trasformazione che possiamo essere in grado di dominare con l’esperienza. Esperienza la quale è di fondamentale importanza farne tesoro, metabolizzare, lasciare che guidi le nostre azioni che ogni giorno saranno caratterizzate da crescente saggezza.

Analogamente infatti la Fenice trasporta i resti in cenere del suo genitore nel Tempio del Sole come se idealmente i suoi predecessori rappresentassero per lei una sorta di patrimonio, di coscienza storica da proteggere e depositare in un luogo sacro, anzi nel luogo più sacro, perchè non andasse perduto. Anche le teorie reincarnazioniste, secondo le quali l’uomo raccoglierebbe nella successione delle esistenze ciò che ha seminato durante ogni vita, attribuiscono alle sue azioni uno stretto rapporto con lo sviluppo progressivo della sua coscienza. Le sue azioni diventano quindi frutto della crescita spirituale via via acquisita, come somma delle esperienze nelle diverse vite che le religioni orientali chiamano ad esempio karma, perchè ogni esperienza, dalla più traumatica e dolorosa a quella più appagante, può migliorare l’uomo che ricerca. 
E con questa consapevolezza potrò andarmene quel giorno forse un po’ più sereno, come mio nonno.

20 settembre 2017

Libertà

Mio padre ha tenuto una specie di diario fin quando ha avuto la forza di scrivere, alcuni anni fa. Inizia il 14 settembre 1942, quando, ventenne neodiplomato all'Istituto Nautico, era imbarcato quale Allievo Ufficiale facente le funzioni di terzo Ufficiale sulla motonave Gaetano Donizetti. Quindi marina mercantile.
Nel suo diario, che tenne accuratamente nascosto negli anni di guerra prima in navigazione, poi al ritorno a casa, registrava idee ed opinioni "non allineate".
Così nelle prime pagine del diario ironizzava sui bollettini che inneggiavano  ai successi tredeschi.

I bollettini straordinari tedeschi sull'affondamento di naviglio alleato si susseguono a ritmo crescente. Ormai inglesi e americani non hanno più navi, se i conti dei tedeschi sono giusti.

E il giorno dopo.

Altro bollettino straordinario tedesco: 270.000 tonnellate di navi nemiche affondate... Però per noi diventa sempre più difficile attraversare il Mediterraneo e portare i rifornimenti in Africa. Chissà perché!

Ma qui non mi interessano questi pensieri. Voglio invece riportare ciò che scrisse il 21 settembre del 1942. La sua nave era ferma in rada nella baia di San Giorgio, al Pireo. In Grecia. E lui, marinaio italiano, sia pure della mercantile e non militare, era pur sempre degli occupanti e invasori.
Ma non ha mai parlato contro dei greci. Ricordo addirittura che mi parlava della Grecia (era allora scolaro di quinta elementare) come della patria della libertà. La via che lo porterà una trentina di anni dopo a bussare alla porta del Tempio della Libera Muratoria passò anche dalla Grecia.

Lunedì 21 settembre 1942. Ore 8,40.

Ieri pomeriggio ad Atene hanno gettato una bomba incendiaria nei locali della Hitlerjugend. Questi Greci sono dei testoni. Non hanno ancora capito che hanno perso la guerra? Come osano ribellarsi alla suprema santità dell'Asse guidata dalla lungimirante saggezza teutonica? Ma non hanno proprio capito niente!

Ma forse atti del genere atti del genere vengono compiuti da quei rari, rarissimi ribelli che, si dice, esistano. E pensare che le leggi di guerra fasciste e naziste promettono la pena di morte per chi li aiuta o dà loro ospitalità, e rade al suolo quei pochissimi villaggi dell’interno che hanno dato loro asilo anche per un'ora. Però quanta paura fanno questi pochissimi, isolatissimi ribelli greci, ai potenti fascisti, ai potenti tedeschi! Ma che paura averne se sono così pochi?

Dieci giorni fa lo sciopero generale ha paralizzato Atene. Se i greci avessero delle armi, la nostra permanenza sarebbe messa in discussione. Ma non hanno armi. Anche perché chi è trovato in possesso di un’arma viene fucilato sul posto. Però io penso che le armi ci siano. Sono ben nascoste. Le tireranno fuori al momento opportuno. Non si può rendere schiavo un popolo, spogliandolo di tutto, dalle risorse materiali ai valori morali. Tutti chinano la testa e sopportano, patiscono umiliazioni» Ma c’è sempre qualcuno che non si arrende.

Chi combatte per la propria libertà merita il rispetto di tutti e non può essere trattato come un bandito. Io non posso odiare questi greci che tentano di ribellarsi. Anche se in un qualche disordine od attentato potessi accidentalmente rimetterci la pelle. Non potrei odiare chi mi uccide: è un fratello che combatte per la sua libertà. E se combatte per la sua libertà egli combatte anche per la mia libertà.



11 settembre 2017

Giordano Bruno e Mazzini

Dieci anni fa un amico spedì a mio padre un opuscolo che ricordava il ventennale della sua Loggia, "Orizzonte" di Roma. Lui, come era sua abitudine, risposte subito.


Ti ringrazio poi per l’ottimo opuscolo che ricorda il ventennale della Loggia “Orizzonte”. Oltre le notizie storiche porta anche tavole ricche di concetti preziosi...

Un ringraziamento particolare te lo devo fare per la copia anastatica del “Giordano Bruno” di Erminio Troilo. L’eretico nolano è da molto tempo uno dei miei punti di riferimento.

Non è facile affrontarlo. Per evitare eventuali sovrapposizioni di giudizi altrui ho voluto in principio affrontarlo da solo, quasi direttamente, in certi testi meno difficili. Volevo farmene un’idea personale da confrontare poi con i migliori esegeti del suo pensiero: la Yates, Firpo e qualche altro.

Ritengo che Bruno sia stato e sia tuttora una guida per l’umanità; bruciandolo il cristianesimo nella versione cattolica si è castrato con le proprie mani ed ha perso una possibilità di rinnovarsi tenendo il passo con l’evoluzione dell’Umanità. Ed è un peccato perché il cristianesimo ha saputo guidare l’umanità nel confuso periodo del trapasso dalla civiltà greco-romana al lungo periodo successivo che possiamo tranquillamente definire della civiltà cristiana.

Certo la lettura di Bruno non è sempre di facile comprensione. Ci vuole un grande impegno sia per leggerlo che per digerirlo. Ma se lo si arriva a capire si può anche comprendere quanto possa essere utile per l’evoluzione interiore e per la realizzazione della propria iniziazione.

Il lavoro di Troilo è anche importante perché fece parte di una collana dell’eclettico editore Angelo Fortunato Formiggini, modenese di nascita, di temperamento burlesco e faceto, dotato di uno spirito allegro, talvolta anche caustico. Era ebreo ma non aveva mai dato alcuna importanza alle differenze razziali, e non era certo un praticante della religione ebrea. Era un uomo fra uomini e basta. 

Al momento delle leggi razziali, deluso, sconfortato e nell’impossibilità di continuare a lavorare, sia in proprio che da dipendente, tornò a Modena e volle protestare contro tale obbrobrio gettandosi dalla Ghirlandina. Di questo suicidio però il regime proibì allora qualsiasi cenno. Solo nel dopo guerra ci furono alcune notizie. Ne fui incuriosito ma non ne sentii più parlare; anche i regimi democratici possono usare il silenzio per far dimenticare personaggi scomodi. Solo alcuni anni fa... una conferenza di Antonio Castronuovo, altro conoscitore del pensiero di Bruno, ci fece conoscere in modo più approfondito la figura dell’editore modenese. Lo stesso Castronuovo nel 2005 ha pubblicato presso Stampa Alternativa un tascabile “Libri da ridere” con il sottotitolo “La vita, i libri e il suicidio di Angelo Fortunato Formiggini”.

Tornando a Bruno ti faccio presente che alla base del mio modo di vedere, naturalmente sempre relativo ed incompleto perché frutto del lavoro interiore di un uomo che, proprio perché tale, è relativo ed incompleto, c’è un’attenzione di carattere storicista che deriva dal pensiero dell’abate Gioacchino da Fiore, altro mio punto di riferimento incontrato attraverso Mazzini.

È probabile che ti abbia già accennato che Giuseppe Mazzini è stato, ed è tuttora, per me la prima Stella Polare da quando nel 1938, un carissimo amico, che è stato quasi un fratello maggiore per me, mi mise in mano alcuni suoi scritti. Avevo 16 anni.

Stella Polare. Ritornano alla mente immagini notturne in navigazione in Egeo e nel Mediterraneo orientale quando la vista della Stella suggeriva alla mente concetti astratti su cui meditare mentre il cervello stimolava i sensi materiali all’attenzione al fine di percepire ciò che poteva accadere. La Stella era allora, come ora del resto, una vista familiare, un punto di riferimento per ritornare alla realtà nei viaggi del pensiero. Ora, se di notte mi capita di vederla, posso anche permettermi il lusso di astrarmi completamente dalle condizioni materiali e seguire le speculazioni che la Stella mi suggerisce. Allora invece una parte di me doveva sempre rimanere vigile, pronta agli eventuali allarmi che il marinaio di vedetta doveva dare.

Mi è molto piaciuto, riferendoti al nome della tua Loggia, ciò che mi hai scritto sul concetto di orizzonte. Sono osservazioni che portano noi, ricercatori delle verità nascoste dai simboli (questuanti del sapere mi piace dire) a lavorare in un certo modo. E talvolta succede anche che nella nostra interiorità si risvegliano cose che erano già presenti ma di cui non ci eravamo ancora resi conto.

Presenti ma inespresse, come inattesa di una sollecitazione, di un lampo di luce. Ecco perché tutto ciò che troviamo nella nostra questua dobbiamo portarlo dentro di noi per sperimentarlo, per viverlo e farlo nostro. Farlo anzi diventare parte di noi stessi.

Alle volte sono solo delle piccole scoperte, tuttavia per quanto siano piccole, sono sempre dei piccoli scalini dell’immensa ed interminabile scala che può ampliare il nostro orizzonte. Poi, questi scalini, una volta usati, possono anche non servire più, non esserci più; ma in quel momento ci sono serviti e sono stati una cosa molto importante per noi. È un concetto che ho ritrovato anche in Bruno.

Ritengo però che dobbiamo sempre tenere presente che l’eventuale raggiungimento di maggiori livelli di conoscenza comporta anche maggiori doveri.

Termino osservando che nella quarta pagina di copertina l’opuscolo per il ventennale della Loggia “Orizzonte” riporta l’immortale “Se...” (If....) del fr Rudyard Kipling. È una poesia che ci ricorda come ciascuno di noi debba sempre essere solo sé stesso.

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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.