05 luglio 2018

Forza e Bellezza

Forza e Bellezza sono canoni interpretativi che il Libero Muratore può usare per interpretare la realtà.

30 settembre 2017

La Fenice

Propongo una Tavola sulla quale la mia Loggia ha lavorato nella tornata prima della pausa estiva.
Un Fratello di Loggia era passato da pochi giorni all'Oriente Eterno e il caso ha voluto che la Loggia lavorasse su una tavola significativa, che lui avrebbe certo visto opportuna in quella circostanza: la Fenice.
Che il Fratello proponente la tavola fosse suo nipote è un altro caso singolare. E che contemporaneamente fosse mio figlio e che tutti insieme lavorassimo su un simbolo di speranza e di fiducia pochi giorni dopo la morte di mio padre e suo nonno è pure un altro caso.
Troppi casi tutti in una volta...
Tra poche settimane la Loggia ricorderà il Fratello passato all'Oriente Eterno, ma il vero saluto nell'immediatezza del fatto fu la grande riflessione che facemmo proprio sulla Fenice.

 
Permettetemi di fare una premessa, che a onor del vero molto ha a che fare con questo tema. Come tutti sapete recentemente un nostro Fratello, mio nonno, ha terminato il suo percorso su questa terra. Non vi nascondo una certa fatica a definirlo “fratello”, in quanto per prima cosa egli fu mio nonno, anzi l’unico nonno che ho potuto conoscere (come uomo intendo), il cui legame di sangue sento come più forte sopra gli altri. Aldilà di tutto ciò che egli scriveva, del suo pensiero, del rispetto che sempre si guadagnò in vita e della sua estrema integrità in ciò che pensava e negli ideali che aveva fatto propri, io lo ricordo soprattutto come una persona energica, instancabile. Se qualcuno mi dovesse chiedere di trovare qualche parola per descriverlo, senza pensarci troppo sopra troverei sinonimi della sua personalità come forza, energia, fuoco. Fuoco che infiammava la passione per i suoi ideali e per il pensiero che lo contraddistingueva, per la determinazione nella sua ricerca, un fuoco che non abbandonò mai il suo essere, nemmeno negli ultimi istanti della sua vita. Lo ricordo quando con mio padre e i miei fratelli e chiunque volesse aggregarsi ci portava quasi settimanalmente in montagna a macinare chilometri di sentieri, i suoi sentieri, i suoi luoghi, che amava e che in qualche modo avevano sempre qualcosa a che fare con la guerra, quella che lui visse da ragazzo, quella delle lotte partigiane, quella di coloro che, sebbene con un pizzico di romanticismo che spero non guasti, vengono oggi ricordati come eroi che non esitarono un istante a sacrificare la propria vita per l’unico ideale per cui valesse la pena farlo, la Libertà. E ci raccontava sempre storie legate a questo luogo o a quella persona che lì era passata. Sapeva dove erano state combattute le battaglie su quei monti e sapeva descriverle nei minimi particolari, raccontando come da un lato avanzavano i nemici e da quel bosco sparavano i partigiani. Storie di uomini coraggiosi, come lo fu lui stesso d’altra parte. Mi affascinavano quei racconti, ma all’epoca ero solo un bambino e di ciò che mi stava forse anche inconsapevolmente trasmettendo me ne curavo poco, e pensavo venisse presto dimenticato. In seguito, diventato adulto, mi accorsi invece che qualcosa fu seminato e accadde che a distanza di molti anni, quando il suo corpo non riuscì più a tenere il passo della sua mente, tanto da costringerlo a rinunciare alla sua attività preferita che certo contribuì alla sua longevità non indifferente, in me crebbe all’improvviso l’impulso irrefrenabile di tornare con qualche amico in quelle valli, per esplorarne nuovamente i sentieri, anche se con un altro spirito, e mi scoprii totalmente innamorato della montagna, amore del quale furono complici anche le esperienze di arrampicata che da bambino feci con mio padre. Non solo, contemporaneamente mi appassionai, senza entrare nei dettagli, di letture legate alle guerre in genere, alle invasioni straniere, a popoli perseguitati e alle persone che combatterono, che non ebbero paura, ho potuto così riscoprire i più alti ideali umani e il giusto valore che oggi attribuisco alla Libertà. Non credo sia stato frutto di un caso, perchè avvenne proprio nel periodo in cui, ormai vedovo e serenamente consapevole della fine del suo viaggio, mio nonno stava lentamente abbandonando il suo corpo, ormai consumato dall’anziana età. Ci tengo a sottolineare la parola “serenamente”, perchè fino alla fine lui fu sereno. Già diversi anni prima mi era capitato di chiedergli cosa pensasse della morte, se avesse paura o timore di quel giorno in cui sarebbe passato oltre. Purtroppo non ricordo con precisione le parole che mi disse, ma ricordo bene che la sua risposta mi infuse un vago senso di serenità, quasi di sollievo. Probabilmente grazie a lui oggi ho un pò meno timore per quando sarà il mio, di momento.

Fra non molto diventerò padre, e tante sono le riflessioni che mi attraversano in questo periodo particolare della mia vita ma sopra tutte riconosco nell’esperienza della futura paternità il proseguimento della mia progenie e di quella della mia compagna, un proseguimento che tuttavia va molto oltre alla semplice trasmissione di caratteri genetici. Già, perchè la Fenice non solo muore, ma è capace di risorgere dai propri resti, quasi come se gli Antichi con questo mito cercassero un modo per sfuggire a ciò che ai loro occhi, e anche ai nostri, appare come ineluttabile. Forse non è un caso che questa tavola, che dovevo esporre tempo fa, dovesse essere presentata proprio ora, nella prima tornata all’indomani della partenza per l’Oriente Eterno di mio nonno. Sebbene infatti l’avessi preparata mesi or sono, ho sentito l’impulso di doverla modificare completamente.

Devo ammettere di aver incontrato molte difficoltà quando cominciai a riflettere su questo tema; per qualche motivo, a meno di non essermi dovuto cimentare in discorsi tanto dotti, quanto sterili allo stesso tempo circa la storia della mitologia egizia e dell’origine della leggenda, qualcosa mi impediva di entrare direttamente nel cuore di questo simbolo. Ci ho riprovato.

Il fatto stesso che miti paralleli alla Fenice siano presenti in svariate culture anche distanti fra loro se pur con declinazioni molto diverse, indica come la rinascita dopo la morte, sia un tema centrale nel pensiero degli uomni di ogni epoca e razza. Per gli Egizi, dai quali si ritiene abbia avuto origine il mito, la Fenice era quell’uccello favoloso con il quale si era manifestato Atum, il Dio creatore di sè stesso e che fu la prima forma di vita ad apparire e a posarsi sul primo lembo di terra emersa per poi, con il suo grido, rompere il Silenzio della Notte Primordiale. Assumeva per essi una valenza di Principio della Vita, della Luce e del Tempo, rappresentava il messaggero della Divinità e veniva raffigurata come un uccello simile ad un airone, animale quest’ultimo dal forte valore propiziatorio dato che gli aironi erano soliti posarsi a seguito delle periodiche piene del Nilo, e annunciavano quindi nuova fertilità per la terra e l’agricoltura. Arrivata alla fine della propria esistenza la Fenice era solita appartarsi, costruirsi un nido confortevole, e lasciarsi incendiare dai raggi del sole. Dal cumulo di cenere rimasto poteva così prendere vita una nuova Fenice la quale trasportava poi il nido e i resti del genitore a Eliopoli presso il tempio del sole.

Il termine fenice deriva dal greco e significa “rosso”, motivo per il quale con lo stesso appellativo venne designata l’antica popolazione mediterranea famosa, fra le altre cose, per la produzione del pigmento di identico colore. Per come è stato costruito, il mito della Fenice racchiude in sè tutti gli elementi: Acqua (perchè annunciava un nuovo periodo di fertilità dopo la piena del fiume), Aria (in quanto è il mezzo dentro il quale si librano gli uccelli), Terra (per via dei i suoi resti che si riducono in cenere), e il Fuoco, l’elemento principe che fa sì che dalla morte si arrivi alla rinascita. La Fenice può sintetizzare quindi nel suo intrinseco significato simbolico ogni viaggio che compie il profano durante la sua iniziazione nel Tempio e il Fuoco, che rappresenta il quarto e ultimo viaggio del recipiendario, ne annuncia la sua ideale trasformazione spirituale, da profano ad Apprendista; Trasformazione di colui che dopo aver redatto il proprio testamento ha idealmente attraversato la morte per rinascere sotto una nuova Luce. La Trasformazione infatti è l’elemento principale del mito, senza di essa non vi può essere alcuna rinascita e il fuoco ne rappresenta il mezzo con il quale essa si esaurisce.

Ad esempio nell’alchimia del susseguirsi delle stagioni il fuoco corrisponde, idealmente, al cambiamento, a una lenta evoluzione. Potremmo identificare nell’autunno e nell’inverno il tempo del riposo, un sonno antecedente alla trasformazione; il tempo della cura, del nido, della tana o del bozzolo nel quale rifugiarsi attendendo e ascoltando il respiro della terra, di quella terra che è madre e culla per conservare, crescere e nutrirsi; un pò come il tempo dell’inspirazione, dell'ossigenazione dei polmoni che serve a incamerare quell’energia vitale che consente all’organismo di crescere. La primavera e l’estate divengono così il tempo della rinascita, della vita che cresce ed esplode protendendosi verso il sole, il tempo della maturazione, del calore e dell’espirazione, del rosso, del fuoco.

Il Fuoco quindi può insegnarci in questa chiave la dimensione del tempo che scorre e permette di relazionarci positivamente ai cambiamenti, senza doverli subire passivamente ma diventandone artefici consapevoli. Il fuoco che cresce, che cambia e che si spegne lasciando sulla terra la cenere, come se fosse la traccia concreta di un’esperienza vissuta, può metaforicamente essere equiparato a una grande trasformazione che possiamo essere in grado di dominare con l’esperienza. Esperienza la quale è di fondamentale importanza farne tesoro, metabolizzare, lasciare che guidi le nostre azioni che ogni giorno saranno caratterizzate da crescente saggezza.

Analogamente infatti la Fenice trasporta i resti in cenere del suo genitore nel Tempio del Sole come se idealmente i suoi predecessori rappresentassero per lei una sorta di patrimonio, di coscienza storica da proteggere e depositare in un luogo sacro, anzi nel luogo più sacro, perchè non andasse perduto. Anche le teorie reincarnazioniste, secondo le quali l’uomo raccoglierebbe nella successione delle esistenze ciò che ha seminato durante ogni vita, attribuiscono alle sue azioni uno stretto rapporto con lo sviluppo progressivo della sua coscienza. Le sue azioni diventano quindi frutto della crescita spirituale via via acquisita, come somma delle esperienze nelle diverse vite che le religioni orientali chiamano ad esempio karma, perchè ogni esperienza, dalla più traumatica e dolorosa a quella più appagante, può migliorare l’uomo che ricerca. 
E con questa consapevolezza potrò andarmene quel giorno forse un po’ più sereno, come mio nonno.

20 settembre 2017

Libertà

Mio padre ha tenuto una specie di diario fin quando ha avuto la forza di scrivere, alcuni anni fa. Inizia il 14 settembre 1942, quando, ventenne neodiplomato all'Istituto Nautico, era imbarcato quale Allievo Ufficiale facente le funzioni di terzo Ufficiale sulla motonave Gaetano Donizetti. Quindi marina mercantile.
Nel suo diario, che tenne accuratamente nascosto negli anni di guerra prima in navigazione, poi al ritorno a casa, registrava idee ed opinioni "non allineate".
Così nelle prime pagine del diario ironizzava sui bollettini che inneggiavano  ai successi tredeschi.

I bollettini straordinari tedeschi sull'affondamento di naviglio alleato si susseguono a ritmo crescente. Ormai inglesi e americani non hanno più navi, se i conti dei tedeschi sono giusti.

E il giorno dopo.

Altro bollettino straordinario tedesco: 270.000 tonnellate di navi nemiche affondate... Però per noi diventa sempre più difficile attraversare il Mediterraneo e portare i rifornimenti in Africa. Chissà perché!

Ma qui non mi interessano questi pensieri. Voglio invece riportare ciò che scrisse il 21 settembre del 1942. La sua nave era ferma in rada nella baia di San Giorgio, al Pireo. In Grecia. E lui, marinaio italiano, sia pure della mercantile e non militare, era pur sempre degli occupanti e invasori.
Ma non ha mai parlato contro dei greci. Ricordo addirittura che mi parlava della Grecia (era allora scolaro di quinta elementare) come della patria della libertà. La via che lo porterà una trentina di anni dopo a bussare alla porta del Tempio della Libera Muratoria passò anche dalla Grecia.

Lunedì 21 settembre 1942. Ore 8,40.

Ieri pomeriggio ad Atene hanno gettato una bomba incendiaria nei locali della Hitlerjugend. Questi Greci sono dei testoni. Non hanno ancora capito che hanno perso la guerra? Come osano ribellarsi alla suprema santità dell'Asse guidata dalla lungimirante saggezza teutonica? Ma non hanno proprio capito niente!

Ma forse atti del genere atti del genere vengono compiuti da quei rari, rarissimi ribelli che, si dice, esistano. E pensare che le leggi di guerra fasciste e naziste promettono la pena di morte per chi li aiuta o dà loro ospitalità, e rade al suolo quei pochissimi villaggi dell’interno che hanno dato loro asilo anche per un'ora. Però quanta paura fanno questi pochissimi, isolatissimi ribelli greci, ai potenti fascisti, ai potenti tedeschi! Ma che paura averne se sono così pochi?

Dieci giorni fa lo sciopero generale ha paralizzato Atene. Se i greci avessero delle armi, la nostra permanenza sarebbe messa in discussione. Ma non hanno armi. Anche perché chi è trovato in possesso di un’arma viene fucilato sul posto. Però io penso che le armi ci siano. Sono ben nascoste. Le tireranno fuori al momento opportuno. Non si può rendere schiavo un popolo, spogliandolo di tutto, dalle risorse materiali ai valori morali. Tutti chinano la testa e sopportano, patiscono umiliazioni» Ma c’è sempre qualcuno che non si arrende.

Chi combatte per la propria libertà merita il rispetto di tutti e non può essere trattato come un bandito. Io non posso odiare questi greci che tentano di ribellarsi. Anche se in un qualche disordine od attentato potessi accidentalmente rimetterci la pelle. Non potrei odiare chi mi uccide: è un fratello che combatte per la sua libertà. E se combatte per la sua libertà egli combatte anche per la mia libertà.



11 settembre 2017

Giordano Bruno e Mazzini

Dieci anni fa un amico spedì a mio padre un opuscolo che ricordava il ventennale della sua Loggia, "Orizzonte" di Roma. Lui, come era sua abitudine, risposte subito.


Ti ringrazio poi per l’ottimo opuscolo che ricorda il ventennale della Loggia “Orizzonte”. Oltre le notizie storiche porta anche tavole ricche di concetti preziosi...

Un ringraziamento particolare te lo devo fare per la copia anastatica del “Giordano Bruno” di Erminio Troilo. L’eretico nolano è da molto tempo uno dei miei punti di riferimento.

Non è facile affrontarlo. Per evitare eventuali sovrapposizioni di giudizi altrui ho voluto in principio affrontarlo da solo, quasi direttamente, in certi testi meno difficili. Volevo farmene un’idea personale da confrontare poi con i migliori esegeti del suo pensiero: la Yates, Firpo e qualche altro.

Ritengo che Bruno sia stato e sia tuttora una guida per l’umanità; bruciandolo il cristianesimo nella versione cattolica si è castrato con le proprie mani ed ha perso una possibilità di rinnovarsi tenendo il passo con l’evoluzione dell’Umanità. Ed è un peccato perché il cristianesimo ha saputo guidare l’umanità nel confuso periodo del trapasso dalla civiltà greco-romana al lungo periodo successivo che possiamo tranquillamente definire della civiltà cristiana.

Certo la lettura di Bruno non è sempre di facile comprensione. Ci vuole un grande impegno sia per leggerlo che per digerirlo. Ma se lo si arriva a capire si può anche comprendere quanto possa essere utile per l’evoluzione interiore e per la realizzazione della propria iniziazione.

Il lavoro di Troilo è anche importante perché fece parte di una collana dell’eclettico editore Angelo Fortunato Formiggini, modenese di nascita, di temperamento burlesco e faceto, dotato di uno spirito allegro, talvolta anche caustico. Era ebreo ma non aveva mai dato alcuna importanza alle differenze razziali, e non era certo un praticante della religione ebrea. Era un uomo fra uomini e basta. 

Al momento delle leggi razziali, deluso, sconfortato e nell’impossibilità di continuare a lavorare, sia in proprio che da dipendente, tornò a Modena e volle protestare contro tale obbrobrio gettandosi dalla Ghirlandina. Di questo suicidio però il regime proibì allora qualsiasi cenno. Solo nel dopo guerra ci furono alcune notizie. Ne fui incuriosito ma non ne sentii più parlare; anche i regimi democratici possono usare il silenzio per far dimenticare personaggi scomodi. Solo alcuni anni fa... una conferenza di Antonio Castronuovo, altro conoscitore del pensiero di Bruno, ci fece conoscere in modo più approfondito la figura dell’editore modenese. Lo stesso Castronuovo nel 2005 ha pubblicato presso Stampa Alternativa un tascabile “Libri da ridere” con il sottotitolo “La vita, i libri e il suicidio di Angelo Fortunato Formiggini”.

Tornando a Bruno ti faccio presente che alla base del mio modo di vedere, naturalmente sempre relativo ed incompleto perché frutto del lavoro interiore di un uomo che, proprio perché tale, è relativo ed incompleto, c’è un’attenzione di carattere storicista che deriva dal pensiero dell’abate Gioacchino da Fiore, altro mio punto di riferimento incontrato attraverso Mazzini.

È probabile che ti abbia già accennato che Giuseppe Mazzini è stato, ed è tuttora, per me la prima Stella Polare da quando nel 1938, un carissimo amico, che è stato quasi un fratello maggiore per me, mi mise in mano alcuni suoi scritti. Avevo 16 anni.

Stella Polare. Ritornano alla mente immagini notturne in navigazione in Egeo e nel Mediterraneo orientale quando la vista della Stella suggeriva alla mente concetti astratti su cui meditare mentre il cervello stimolava i sensi materiali all’attenzione al fine di percepire ciò che poteva accadere. La Stella era allora, come ora del resto, una vista familiare, un punto di riferimento per ritornare alla realtà nei viaggi del pensiero. Ora, se di notte mi capita di vederla, posso anche permettermi il lusso di astrarmi completamente dalle condizioni materiali e seguire le speculazioni che la Stella mi suggerisce. Allora invece una parte di me doveva sempre rimanere vigile, pronta agli eventuali allarmi che il marinaio di vedetta doveva dare.

Mi è molto piaciuto, riferendoti al nome della tua Loggia, ciò che mi hai scritto sul concetto di orizzonte. Sono osservazioni che portano noi, ricercatori delle verità nascoste dai simboli (questuanti del sapere mi piace dire) a lavorare in un certo modo. E talvolta succede anche che nella nostra interiorità si risvegliano cose che erano già presenti ma di cui non ci eravamo ancora resi conto.

Presenti ma inespresse, come inattesa di una sollecitazione, di un lampo di luce. Ecco perché tutto ciò che troviamo nella nostra questua dobbiamo portarlo dentro di noi per sperimentarlo, per viverlo e farlo nostro. Farlo anzi diventare parte di noi stessi.

Alle volte sono solo delle piccole scoperte, tuttavia per quanto siano piccole, sono sempre dei piccoli scalini dell’immensa ed interminabile scala che può ampliare il nostro orizzonte. Poi, questi scalini, una volta usati, possono anche non servire più, non esserci più; ma in quel momento ci sono serviti e sono stati una cosa molto importante per noi. È un concetto che ho ritrovato anche in Bruno.

Ritengo però che dobbiamo sempre tenere presente che l’eventuale raggiungimento di maggiori livelli di conoscenza comporta anche maggiori doveri.

Termino osservando che nella quarta pagina di copertina l’opuscolo per il ventennale della Loggia “Orizzonte” riporta l’immortale “Se...” (If....) del fr Rudyard Kipling. È una poesia che ci ricorda come ciascuno di noi debba sempre essere solo sé stesso.

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09 settembre 2017

Luce e non luce

Poco meno di trent’anni fa mio padre intrattenne una corrispondenza epistolare con un suo fratello di Loggia. Si scrivevano tra una tornata e l'altra, osservando e commentando, quasi pensando a voce altra. Non erano certo cose pubblicabili e non ne parlarono con nessuno. Io stesso ho trovato quelle lettere tra le carte di mio padre solo qualche mese fa dopo la sua partenza dal piano fisico.
Contengono però spunti che possono essere utili anche ad altri per riflessioni proprie e così metto qualcosa qui.
Il Fratello, che chiamo convenzionalmente Claudio (senza ovviamente nessun riferimento a qualche fratello che effettivamente si chiamasse Claudio) scrive a mio padre.

Mi viene in mente la differenza profonda che oppone la visione etica (...) degli ermetisti alla visione mistica e dommatica propria ... di Roma cristiana. Il cristianesimo romano fondamentalmente è ostile ai piaceri dell’amore e del corpo, o della vita in genere. I santi che la chiesa di Roma ancora oggi onora sono spesso un esempio eclatante di follia religiosa. 

Ti cito dal testo di Kremmerz queste righe sulla vita di S. Ilario, vescovo di Poitiers, e compagno di S. Martin di Tours (4° sec. d. C.). Avrebbe portato da Roma a Poitiers la barba di S. Pietro.

« Una donna era per dare il bagno alla sua creatura e, attratta dalla folla che riceveva in trionfo s. Ilario, si dimentica il figlio che annega nel bagno. Allora l’infelice prende il cadaverino e lo porta ad Ilario il quale, pregando e piangendo, compie il miracolo di resuscitarlo. Poi risuscita due morti, di cui uno impiccatosi per disperazione... quindi si occupa degli interessi spirituali della famiglia: era ammogliato e aveva una figlia, la quale dal suo ritorno gli diceva cento volte al giorno: quando mi donerai la Margherita e il ricco vestimento, cioè la gioia del Paradiso e la Vita eterna? E s. Ilario pregò, digiunò, fece ogni sorta di penitenza e la figliola fu presa da febbre terzana e si morì. Né bastò, S. Ilario annunziò alla moglie tale buona notizia, e la moglie allora lo supplicò affinché facesse altrettanto per essa. E da buon marito, Ilario l’accontentò, pregando e digiunando la fece morire...».
Dal libro del Dott. Barsand “Promenade d’un medecin attravers l’histoire”.

Che dire di un detto santo che resuscita i morti e fa morire i vivi? E’ piuttosto un esempio di "delinquenza" religiosa o di follia religioso-mistica?! E questi ideali si è cercato di conculcare nel cranio dei popoli semplici per renderli schiavi! Non è meglio considerare la morte, vero passaggio naturale, una forma di vita? Non è meglio amare la vita, accettare i piaceri, con la temperanza del filosofo ermetico?! Questa è sì vera e sana morale.

*  *  *

Mio padre risponde a stretto giro di posta.

Non interpretare episodi riportati in scritture religiose secondo la loro apparenza esteriore. Lascia questo tipo di interpretazione ai semplici di spirito. Noi siamo dei segnati, dei condannati alla ricerca. Non possiamo accontentarci di ciò che appare in superficie. Dobbiamo andare oltre le apparenze, e l’Arte ci è stata data per trovare una risposta, temporale, alla nostra ricerca esoterica.

Ricercare nell’episodio di Ilario non è facile. Comincia anzitutto col ritenere che figlia e moglie del vescovo di Poitiers non siano persone fisiche, ma componenti della personalità umana di Ilario stesso.

Considera anche che un uomo può pregare, digiunare ed operare perché un fratello od una sorella possa raggiungere la Luce. O per lo meno ammettiamo la possibilità che un uomo possa dare ad un altro la qualificazione di Illuminato con la preghiera, ammettiamolo come se fosse una cosa reale già constatata e controllata, come ipotesi di una dimostrazione che dobbiamo sviluppare, (come si fa con i problemi di geometria).

Ma ammesso questo sorgono due domande.

Anzitutto: che merito ha l’Illuminato se ha raggiunto la Luce non per merito proprio ma per la preghiera di un altro uomo?

E poi: quale diritto ha colui che prega di trasformare anche a fine di bene l’esistenza di un’altra persona?

Nelle mie attuali limitazioni debbo ritenere che la conquista della Luce, la conquista della qualificazione buddhica sia un fatto personale, personalissimo. Si può pregare per aiutare altre persone a raggiungere qualcosa, purché queste stesse persone lo vogliano e lavorino esse stesse per raggiungere quell’obiettivo.

Ritengo che la chiave della comprensione della vicenda di Ilario stia nella ricerca in questo senso. Ma le chiese, quasi tutte in genere, danno interpretazioni per i “poveri di spirito” (...) [spesso] per strumentalizzare a fini di potere la loro fede ingenua. E fra le chiese quella cattolica è la più strumentalizzatrice...

E’ triste vedere una religione, che tanto ha fatto per aiutare l’uomo a salire un gradino nella scala dell’evoluzione, essere tanto strumentalizzata!

Tutte le cose create dall’uomo vengono per dare, e quando hanno dato se ne debbono andare lasciando il meglio di sé, la loro essenza, al nuovo che sopravviene. E’ stato così con tutte le religioni del passato. Ogni religione successiva si è innestata sul meglio della precedente ed ha dato agli uomini (per i quali essa è stata fatta da uomini superiori) un qualche cosa di più per aiutarli ad evolvere. 

Quando il ricambio non è venuto in tempo o il vecchio è continuato a vivere artificiosamente, l’umanità ha attraversato periodi di crisi. 

[Non va strumentalizzato] l’innato bisogno di credere che è in ogni uomo e continuano a farlo ciecamente, rinnegando ogni idea di Dio, rinnegando la continuità della vita e dell’evoluzione spirituale dell’uomo.
Ma non ti voglio annoiare troppo con queste mie idee strampalate.



08 settembre 2017

Reintegrazione oppure evoluzione?

Reintegrazione vuol dire percorrere a ritroso un percorso che avevamo già fatto nella "caduta primordiale".

Evoluzione vuol dire percorrere una via in salita che in precedenza non avevamo mai percorso.

Sembrano due vie in contrasto: l'una ammette una caduta causata in genere dall'antenato primigenio (la cacciata dal Paradiso Terrestre dopo la disubbidienza, oppure altri miti in altre religioni) che ci spinge a rimediarvi, l'altra propone una salita (non: risalita) dallo stato di materia bruta a stati via via più consapevoli.

Però a ben riflettere non esiste un contrasto così profondo: che io percorra la via per la prima volta oppure per la seconda volta (essendomi del tutto dimenticato della prima in discesa) alla fin fine è la stessa cosa.

D'altronde la nostra Parola Perduta non allude a qualcosa che prima si aveva, poi per mancanza di qualcuno (i cattivi Compagni, i Furfanti, i Ruffians della ritualità anglosassone) non si ha più? E la ricerca di Hiram non può avere analogie con la ricerca non solo materiale di un semplice cadavere ma di altro ben più "significativo"?

 

07 settembre 2017

Scorciatoie

Un insegnamento sincero.

Non ci sono scorciatoie …. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma servono come gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale. L’ultimo passo del cammino, quella scaletta che conduce al tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si può stendere e diventare una nuvola, quel pezzo va fatto a piedi, da soli.

Tiziano Terzani: “Un altro giro di giostra” p. 576


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.