20 marzo 2017

Costruire

Il Libero Muratore è un costruttore. Costruisce. Costruisce qualcosa.

Quindi utilizza materiali naturali. Non utilizza materiali artificiali quali plastiche, gomme, eccetera.

I materiali usati provengono dalla natura. Ma sono anche "lavorati". Per esempio le pietre vengono squadrate per dar loro formati che permettano di assemblare i singoli pezzi in manufatti.
Per esempio il legname proviene da tronchi di albero opportunamente lavorati per avere travi, assi, eccetera.
Per esempio tutta la ferramenta proviene dal materiale ferroso estratto in miniera opportunamente lavorato per avere chiodi, ferri, tiranti, eccetera.

Quindi costruire è anche trasformare. Si trasforma il paesaggio, si trasformano mucchi di pietre, legname e ferramenta in cattedrali, castelli, abitazioni.

Trasformare implica nuove trasformazioni.

La prima trasformazione che si verifica è proprio sul "trasformatore". Il lavoro in un certo senso trasforma l'architetto che progetta sulla tavola da disegno e il muratore che mette pietre su pietre. 

Come avviene questa trasformazione intima è l'unico vero grande segreto della Massoneria.

14 marzo 2017

Ti inizio... costituisco... creo...

Quando il Maestro Venerabile ti tocca con la spada e ti dice quelle parole (io ti creo eccetera) avviene uno scambio di qualcosa. Ma non è cosa semplice né da semplificare.

Tra lui e te c'è uno scambio che avviene lì, quasi di fronte a tutti.
Ci sono altri scambi che avvengono nel "sottotetto" e in "cantina": tra il sottotetto del Maestro venerabile e il tuo sottotetto, tra la cantina del Maestro Venerabile e la tua cantina.

Mi viene in mente Noè, il nostro progenitore. Noè lasciò andare prima un corvo, poi una colomba. Il corvo non tornò ma rimase a svolazzare qua e là (e che c'entra un corvo con la superficie delle acque?) e per il non ritorno sant'Ambrogio lo chiamò "empio". La colomba tornò, ma al volo successivo scomparve oltre l'orizzonte.

Corvo e colomba. Nero e bianco. Uccello collegato alle superficie delle acque e uccello che vola oltre l'orizzonte.

Il Maestro Venerabile ti impone la spada. E il collegamento c'è anche tra il "suo" corvo  e il "tuo" corvo, tra la "sua" colomba e la "tua" colomba.

Starà al lavoro e al cammino del Neofita giungere a "spersonalizzare corvi e colombe e restare solo con il collegamento con la Massoneria.

 

11 marzo 2017

Oriente Eterno

Oriente Eterno. Espressione che commuove.

Ma: attenzione! Non deve essere segno che divide il massone dagli altri, che in un certo senso "distingue" il massone dal non massone. 

L'Oriente Eterno è un simbolo molto forte che esprime (per noi) il "fine vita" con un linguaggio delicato. Viene visto come un semplice (semplice!) trasferimento di Loggia e mostra la "fede - fiducia" in qualcosa "dopo".

Fiducia non vuol dire: "Io so che sarà così". Io purtroppo non so nulla. Ho solo fiducia, una gran fiducia.

"Il petalo è volato via" scrisse con delicatezza Novalis della morte della ragazza quindicenne cui era legato affettivamente (e non si parli di pedofilia, per favore!).

Ecco. "Delicatezza" è forse uno dei modi più significativi di "parlare" di Oriente Eterno. E deve diventare anche il senso di un "mondo invisibile", di un piano di vita diverso da quello che siamo abituati a conoscere: un piano leggero, più leggero di questo.

Gli antichi Egizi credevano che al defunto dovesse essere pesato il cuore e avrebbe superato la prova se il cuore fosse stato più leggero di una piuma.

La leggerezza dovrebbe essere la caratteristica del mondo oltre il mondo, nel quale tutti dovremo andare . Dimensione strana, non visibile, non materiale. Ma "leggera".

All'appuntamento con la Nera signora dovrò andare con meno zavorra possibile. Il mio zaino dovrà essere leggero, almeno il più leggero possibile.

E andremo nel mondo del mistero. Parola che sconcerta l'uomo contemporaneo, che non comprende. L'uomo oggi non accetta il mistero. Non lo capisce, non lo vuole e lo rifiuta. Ma il mistero non scompare, resta lì. Tutt'al più si cela, ma solo per poco. E gioca con il grande paradosso della vita: l'unica certezza che ha l'uomo qui è appunto quella di incontrare, prima o poi, il mistero!

03 marzo 2017

Noè: dal diluvio al vino

Una lettura molto "particolare" della figura di Noè.

Dialogo tra Ulisse e un giovane Compagno di Strada

Premessa
Due persone si incontrano in un luogo che non esiste, al di fuori dello spazio e del tempo.
Uno dei due è una vecchia conoscenza, una presenza che fa parte del nostro patrimonio genetico, simbolico e culturale.
L’altro è un giovane che sta camminando, tutto emozionato per essersi imbattuto all’improvviso nel mito vivente, come si potrebbe incontrare un passante per la strada.

***

Compagno di Strada. (emozionato) Così tu sei proprio Ulisse! Sei forse il segno più forte dell’uomo che volge lo sguardo lontano...

Ulisse. Mi aveva detto il buon Tiresia:
Prendi allora il maneggevole remo e va’.
E io, da allora... vado!

Compagno di Strada. Ma tu sei in cammino da sempre, non solo da allora.

Ulisse. Non mi sono mai fermato.

Compagno di Strada (con ammirazione). Sì, Ulisse. Sei il grande caminante. Sei l’uomo in viaggio. Sei l’uomo che non si ferma. Tu eri a Troia. Ma eri anche con Artù e i suoi cavalieri. Eri con Assùr ed eri con Gìlgamesh. Eri con Marco Polo ed eri con Cristoforo Colombo. Ed eri anche con il nostro Noè.

Ulisse. Ah, il buon Noè. Non l’ho mai dimenticato... Ma ero molto giovane, a quei tempi.

Compagno di Strada (stupito). Allora.... sull’arca... c’eri proprio!
Ulisse. Sì. Noè si accingeva ad una impresa colossale. Una immensa barca, lunga trecento, larga cinquanta, alta trenta. Lo scafo diviso in tre piani. Da costruire in sette giorni... Ma ci pensi!... E far tutto da solo, soltanto i figli lo aiutarono. Mi chiese una mano... e io gliela diedi.

Compagno di Strada. Quindi hai anche lavorato alla costruzione dell’arca?

Ulisse. Sì, l’ho aiutato. E non chiesi nulla in cambio. E Noè mi ricompensò con un passaggio: fui in un certo senso il mozzo dell’arca. Ma mi aveva avvertito, Noè.
Ricordati – mi disse – tu guarda e osserva, impara da quello che fanno gli altri, non stare a chiedere questo o quello. Non ho tempo di risponderti. E poi il progetto della barca non è mio, è suo, e Lui certo non si sbaglia. Fai come dev’essere fatto, e basta. A queste condizioni puoi venir con noi.

Compagno di Strada. E tu andasti?

Ulisse. Andai.

Compagno di Strada. Il mozzo dell’arca?

Ulisse. Il mozzo dell’arca.

Compagno di Strada. Quindi ha visto il diluvio?

Ulisse. Sì. L’ho visto... L’ho vissuto.

Compagno di Strada (ammirato). Hai navigato con Noè!

Ulisse. “Navigato” non è proprio il termine adatto. Noi eravamo rinchiusi là dentro. Era un’imbarcazione solida, molto solida. Forse la più robusta fra tutte quelle che avrei usato in futuro. Ma non c’erano finestrini ed oblò e neanche boccaporti. E... non c’erano comandi. Era come se al comando ci fosse qualcuno che non aveva bisogno di timone e di vele.

Compagno di Strada. Quindi non era proprio un “navigare”!

Ulisse. No. Era piuttosto un “essere trasportati” sopra (sopra? dentro? sotto?) acque scure e minacciose, acque mortali, quelle che eliminarono tutta la progenie di Adamo, tranne noi.

Compagno di Strada. Il Libro dice che morirono tutti.

Ulisse. Tutto ciò che ha alito, spirito di vita nelle narici, tra tutto ciò che c’è nella terra asciutta, morì. Fu sterminato ogni essere esistente sulla faccia del suolo, dall’uomo al bestiame, ai rettili, ai volatili del cielo: furono sterminati dalla terra. Restò solo Noè e chi stava con lui nell’arca.

Compagno di Strada. Furono tutti sterminati.

Ulisse. Gli esseri sulla terra.

Compagno di Strada. Sulla terra. E quelli del mare?

Ulisse. Quelli del mare? Già. Che successe a quelli del mare?
Il diluvio fu alimentato dalle piogge del cielo e dalle fonti dell’abisso. Per quaranta giorni e quaranta notti quelle fonti restarono aperte e le acque si mescolarono alle acque: che successe in quelle profondità oscure... misteriose... minacciose?...

Compagno di Strada. Che vuoi dire?

Ulisse. Chi fece uscire per primo Noè dall’arca? 
 
Compagno di Strada. Beh, un corvo.

Ulisse. Già, un corvo. Ne rimasi un po’ sorpreso. Ma perché non mandare su quella distesa di acque un grande uccello marino? Che so? Un albatros. Oppure un gabbiano. O magari un cigno o un pellicano o una semplice anatra.

No, mandò invece un corvo. E che ci fa un corvo in acqua? Che c’entra un corvo con la superficie delle acque?

Compagno di Strada. Tutto nero...

Ulisse. Già. Lo mandò per primo...

Compagno di Strada. Ma non tornò, se ben ricordo.

Ulisse. E mandò via il corvo. Uscì, andando e tornando, finché si prosciugarono le acque di sulla terra.

Compagno di Strada. Non tornò indietro sull’arca anche se non trovò da posarsi.

Ulisse. Proprio per questo sant’Ambrogio lo chiamò: empio. Per non aver fatto ritorno.

Compagno di Strada. Beh... un po’ eccessivo sant’Ambrogio, vero?

Ulisse. No, al contrario. Perché il corvo non tornò sull’arca? Aveva forse altro da fare? E che fare oltre a svolazzare qua e là? Beh, caro amico, rifletti: un uccello nero, sulle acque nere ancora smosse per quel po’ po’ di roba che fu il diluvio... E che sarebbe tornato a fare nell’arca? No. Non poteva tornare. Non doveva tornare. Doveva stare dall’altra parte.

Compagno di Strada. L’altra parte?

Ulisse. Sì, la parte opposta a quella in cui l’uomo dovrebbe essere. Eh... Ma ormai l’uomo si è dimenticato dell’altra parte... non sa più dove stare... non sa nemmeno che ci son delle parti!...

Compagno di Strada. Continuo a non capire.

Ulisse. Pensa. Se Noè fosse appunto Noè non perché ha navigato con un barcone le acque del diluvio, ma proprio perché sull’arca, con i superstiti esseri viventi della terra (appunto: della terra e non del mare), ha attraversato, superato le “altre acque”?

Compagno di Strada. Quali “altre acque”?

Ulisse. Quelle dell’abisso!

Compagno di Strada. Capisco ancora di meno.

Ulisse. Che fece Noè sbarcato dall’arca, dopo i ringraziamenti e gli olocausti offerti, e – soprattutto – questo è importante – dopo avere stabilito un nuovo patto siglato dall’arcobaleno? Che fece? Piantò una vigna e fece il vino.

Compagno di Strada. Vigna? Vino?

Ulisse. Uno magari in quella desolazione si sarebbe preoccupato degli animali che aveva traghettato. Oppure di costruire ripari per la famiglia. Oppure di seminare per i raccolti futuri. Ma lui, no. Lui pensa solo al vino e a bere.

Compagno di Strada. Beh... Insomma...

Ulisse. Noè ha fatto il vino, ne ha bevuto troppo, si è ubriacato e si fa vedere da uno dei suoi figli in quello stato riprovevole, discinto e nudo. Gli altri fratelli lo coprono, ma Noè, invece di vergognarsi di essersi comportato così, che fa? 
 
Compagno di Strada. Come un vecchio bizzoso maledice il figlio che involontariamente lo ha visto nudo.

Ulisse. Sì. Le cose andarono così. Apparentemente.

Compagno di Strada (stupito). Apparentemente?

Ulisse. Ricorda, caro amico. Le cose non sono mai come sembrano e spesso sono come non sembrano.

Compagno di Strada. (sorridendo). Parli come un libro stampato!

Ulisse. Rifletti. Noè fu concepito il giorno in cui il padre Lamech (“colui che abbatte con un colpo) uccise sia l’avo Caino che il figlio Tubalcain, il “fabbro”. Noè nacque già circonciso (unico caso in tutti i tempi), e nacque proprio il giorno in cui morì Adamo. Di più: Noè cominciò a imbarcare gli animali sull’arca proprio il giorno in cui morì il nonno Matusalemme, dal nome tremendo: “la sua morte porterà un giudizio”. Ti pare che un personaggio dalle coincidenze così strane potesse essere uomo da comportamenti bizzosi e superficiali? No, no, c’è ben altro.

Compagno di Strada. Altro?

Ulisse. Tutti pensano a Noè come al patriarca buono e giusto, che costruisce un gran barcone, che attraversa acque pericolose, ma è ben aiutato, e salva il futuro dell’umanità. Sì, certo, ha il difetto di eccedere un po’ nel bere, ma a chi non piace ogni tanto un bicchiere di quello buono, specialmente dopo un’impresa come quella?
Noè è altro, ben altro. Lui non si limita a navigare sulle acque del diluvio, si eleva con l’arca man mano che si innalzano le acque, e non solo per una legge idraulica.
Noè, concepito quando morì Caino, è l’erede diretto e spirituale di Caino, il primo grande trasformatore. Caino: il forte, il duro, il costruttore di città, il forgiatore. Appunto: colui che trasforma.

Compagno di Strada. Noè e il fratricida?

Ulisse. Noè è il degno erede dell’antenato Caino, che uccidendo il fratello Abele conquista il diritto di modificare e non si accontenta più di raccogliere ciò che viene offerto, animali e piante. Caino modifica il mondo. Noè, concepito quando muore Caino, è la grande Fenice dell’uomo che accetta il suo destino di uomo e rinasce dalle proprie ceneri. L’uomo vecchio muore e l’uomo nuovo nasce. Muore Caino e viene creato Noè; muore Adamo e Noè nasce; muore la stirpe di Adamo e Noè rinasce.
Noè modifica il succo del frutto della vite e lo trasforma in vino... E’ un’operazione forte, potente, grande. Trasformare qualcosa in qualcos’altro. E’ fare il sacro... Ma è rischioso. Ci sono tanti pericoli. E Noè ci ammonisce: Attento, non sempre qualcuno è lì, pronto a coprire le tue pubende.

Compagno di Strada. Tanto per avere bevuto troppo?

Ulisse. Ma era vino normale o no?... che so?... un vino speciale... Un vino che non tutti riescono ad apprezzare... Chi lo sa?
Noi sappiamo solo, col principe di Danimarca, che ci sono più cose in cielo, Orazio, di quante non credano i sogni della tua filosofia...

Pace e bene, giovane Amico.


17 febbraio 2017

La "signorina"

Lettura “tendenziosa” del racconto Le scarpe del partigiano di Giuseppe Bartoli, in Fuochi sulle Colline, Edizioni del Girasole, 1997, p. 86


Premessa. 1944. Alte colline romagnole. E’ in pieno svolgimento la guerra partigiana e appunto tra i partigiani siamo.

Scena prima

Maestro Venerabile. Arrivò fra di noi nelle prime ore del pomeriggio. Studente liceale, figlio di un noto avvocato di Bologna.

Oratore. Era vestito come un figurino: completo blu a doppio petto, cravatta a farfalla, al taschino, perfettamente ripiegato, un candido fazzoletto.

Segretario. E due enormi scarponi da sciatore spuntavano da tutto quel blu marino. Così conciato sembrò tanto inoffensivo da prenderlo subito in “banda” senza tanti interrogatori o formalità.


1° Sorvegliante. Divenne subito il beniamino delle donne della casa che era diventata la nostra base.


2° Sorvegliante. Per come era vestito e soprattutto per il suo modo di fare lo chiamammo subito il “signorino”.


1° Sorvegliante. Per diversi giorni lo lasciammo a casa e, ogni volta che si tornava dalla pattuglia, laceri e stanchi, quasi ci dava un senso di riposo e pulizia, quell’adolescente che si aggirava tra noi sempre lindo e sorridente, con quel suo vestito scuro portato con la signorilità e la disinvoltura di un perfetto padrone di casa per niente imbarazzato da tutta quella specie di feccia, affamata e violenta, che gli turbinava attorno.


2° Sorvegliante. Aveva modi educati. E questo ci rendeva più umani, e l’uomo piano piano riprendeva il sopravvento sulla belva che ogni giorno sempre di più andava annidandosi dentro di noi.


Maestro Venerabile. Ma venne anche per il “signorino” la prova del fuoco.


1° Sorvegliante. Ci accorgemmo un giorno, nell’ora più calda della giornata. di alcuni tedeschi che stavano giungendo. Noi eravamo sparsi un po’ dovunque in cerca di un fresco riposo. Fu dato l’allarme. Seguì una confusione tale da far fuggire quasi subito quei pochi tedeschi che, ignari della nostra presenza, erano saliti fin lassù solo per istallare un osservatorio di artiglieria.


2° Sorvegliante. Quando ormai tutto sembrava finito, una scarica improvvisa alle nostre spalle ci fece volgere di scatto. Disteso a terra il “signorino”, col viso affondato sulla polvere, sparava e sparava. Il mitra sobbalzando a canna in giù sembrava una perforatrice e le pallottole sollevavano leggeri sbuffi di terra a pochi metri da lui. Gli dovettero levare lo Sten a forza. Un fremito continuo lo scuoteva. Era l’immagine della paura. Il vestito blu, lo notammo tutti con inconfessata soddisfazione, era bianco di polvere. Stavolta il “signorino” si era “sporcato”: la forza lo aveva percosso in profondità quasi distruggendolo.


Maestro Venerabile. Masón da tempo guardava con avidità le scarpe del ragazzo a causa dei suoi piedi scalzi non ancora abituati ai sassi e ai rovi dei boschi.


1° Sorvegliante. Si avvicinò al “signorino” e senza tanti complimenti gli sfilò gli scarponi.


2° Sorvegliante. “Per te bastano le ciabatte”. Questo fu l’unico ringraziamento.


Oratore. Da quel giorno, con la cattiveria del “forte” verso il debole, i lazzi verso la “signorina”, come lo si volle subito chiamare, non ebbero più fine. E’ questo il lato oscuro della forza, che solletica i mostri dell’uomo.


Scena seconda


Segretario. Un ragazzo scende verso le case a fondo valle. Là c’è anche la scuola, almeno c’era in tempo di pace: ora è base di un gruppo di tedeschi. Indossa un vestito, una volta di colore blu, chiazzato di macchie d’ogni tipo: pomodoro, carne e grassi. Segni inconfondibili di chi cucina.


Oratore. Il ragazzo non ha scarpe: cammina in ciabatte. Però stringe in mano un mitra Sten, non una padella. Scende lentamente; di tanto in tanto le ciabatte gli sfuggono dai piedi e si deve fermare a raccoglierle.


Segretario. E’ cauto e guardingo. Se lo vedono i teschi – pensa il ragazzo – lo mitragliano senza pensarci su.


Oratore. La guerra è feroce. La guerra è forza.


Segretario. E’ forza bruta che ha perso ogni parvenza di bellezza. Non ha perso però la stupidità che tenta di ammantarsi di bellezza, ma è solo ferocia, la ferocia dell’uomo primordiale.


Oratore. Il ragazzo, quello che tutti chiamano “signorina”, si ferma un momento. Non si può mica fare la “guerra” in ciabatte. Ora i piedi nudi avvampano al contatto spietato della ghiaia. Il ragazzo cammina spostando con cautela il peso del corpo ora su una gamba ora sull’altra. Sembra un trampoliere. Le dita dei piedi sono continuamente rattrappite quasi a voler evitare il ruvido contatto con la sassaia.


Segretario. A cento metri dalla scuola un modesto ponticello offre un temporaneo rifugio. Il ragazzo si accovaccia lì sotto.


Maestro Venerabile. Il ragazzo, la “signorina”, armeggia un po’ attorno allo Sten. È la prima volta che l’ha ripreso in mano dopo quella maledetta giornata.


1° Sorvegliante. E’ teso. Probabilmente ha anche paura. Ma resta lì, solo. Ritorna allo scoperto. Si sposta ancora di qualche metro verso l’accampamento. Una folta siepe lo nasconde tutto.


2° Sorvegliante. Ora il vociare dei soldati tedeschi è distinto. Il ragazzo accosciato sull’argine scruta la strada.


1° Sorvegliante. Ed ecco finalmente il “nemico”.


Segretario. Un sergente tedesco, anche lui molto giovane, avanza tranquillo al centro della strada con la sicurezza dei compagni vicini.


1° Sorvegliante. Il tedesco è ormai a pochi passi da lui... ancora poco... eccolo.


Segretario. Il tedesco non ha scampo.


2° Sorvegliante. Psss... Psss... 


Segretario. Allo strano richiamo il tedesco volge lo sguardo sorpreso verso la siepe. È un ragazzo quello che gli ha bisbigliato nel modo più cortese e sommesso.


1° Sorvegliante. Ma è un richiamo minaccioso ed imperioso: la canna d’un mitra è puntata su di lui.


Segretario. Ora il soldato si agita, tentenna, volge lo sguardo al vicino accampamento... Ma nessuno si è di niente. La faccia del ragazzo si è intanto incupita pericolosamente. Quella del tedesco è passata dalla sorpresa alla paura.

2° Sorvegliante. A cenni la “signorina” lo invita a scavalcare la siepe.


Segretario. Il tedesco cerca di prendere tempo, ma la canna dello Sten si alza ancor più minacciosa.


Oratore. Bisogna ubbidire.


Segretario. Si avvicina alla siepe e infine salta dall’altra parte finendo pesantemente ai piedi del ragazzo. Il mitra sulla schiena costringe il tedesco ad infilarsi sotto il ponte. Si aspetta certamente il peggio. Già... morire così giovane. Invece...


1° Sorvegliante. “Le scarpe! Voglio le scarpe!” Quasi urla ora la “signorina”.


Segretario. Il tedesco è stupito. Crede di non aver capito bene. Rimane lì. Titubante.


1° Sorvegliante. “Le scarpe! Ho detto le scarpe”. E la canna dello sten indica i piedi.


2° Sorvegliante. Il sergente s’abbassa, incomincia a slacciarsi gli scarponi. Di tanto in tanto alza la testa. Implora nella sua lingua. Le mani tremanti frugano fra i lacci.


Oratore. Eccolo lì, prono ai suoi piedi, il “nemico”!


1° Sorvegliante. Il ragazzo sente la voluttà della vittoria scuoterlo lutto. Il sangue pulsa rapido inebriandolo di una sensazione meravigliosa. E’ padrone della situazione. Ora è lui che comanda.


2° Sorvegliante. Guarda la nuca del vinto, si accorge delle gocce di sudore. Che piacere appoggiare la bocca dello Sten su quella carne flaccida! Che “godimento” quasi fisico sparare e sparare e sparare. Questo è il potere di vita e di morte! Potere vero, potere reale, potere effettivo.


Oratore. Il ragazzo cresce improvvisamente, è un uomo ormai... ancora un attimo e diventerà l’animale, la belva. Sparare. Ammazzare. È bella la guerra! Voluttuosa.


Segretario. Balzare scoppi tagli pugni batterie tiro rapido violenza ferocia regolarità (...) grave scandire gli strani folli agitatissimi acuti della battaglia furia affanno (…) forza che gioia vedere udire fiutare tutto tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare a perdifiato sotto morsi schiafffffi traak-traak frustate pic-pac-pum-tumb.
Bello bello bello bello bello bello...


Oratore. Il “nemico” ha finito, solo Dio sa come, di slacciarsi le scarpe.


Maestro Venerabile. Il partigiano si passa la mano sugli occhi quasi a scacciare il velo rosso che sta per renderlo cieco. A fatica cerca di riprendersi, di dominare la “sbornia” assassina... La belva ritorna nella tana, l’uomo ritorna uomo.


Segretario. In ginocchio davanti a lui sta il tedesco.


Oratore. Scalzo come un pellegrino davanti al suo Dio.


1° Sorvegliante. Allunga un piede. Il “vinto” capisce; gli mette le scarpe..


2° Sorvegliante. Gli mette le scarpe. Prima l’una poi l’altra. 


Segretario. È ancora lì chino aspettando la scarica mortale.


Maestro Venerabile. La belva non c’è più. Il ragazzo non c’è più. C’è solo l’uomo.


Oratore. Ha vinto la sua “guerra”. L’ha vinta con se stesso, con la sua viltà, col suo orgoglio, col suo nemico.


Maestro Venerabile. Batte la canna sulla spalla del tedesco. Gli fa cenno d’alzarsi. Ora sono di fronte.


1° Sorvegliante. “Auf Wiedersehen”.


2° Sorvegliante. Arrivederci.


Oratore. L’inaspettato saluto scivola sulla faccia del tedesco. Saluta ancora, il ragazzo. Si allontana lentamente. Si volta. Il tedesco è ancor lì, immobile, sotto l’arco. Ancora un saluto, così, con la mano, festoso. 


Maestro Venerabile. “Danke”, grazie “nemico”, mi hai fatto vincere una grande battaglia. “Danke. Danke ancora!”


Segretario. L’altro è immobile, stupito... e vivo. Ma è come fosse morto due volte.


Maestro Venerabile. Non capisce ancora che per vincere una guerra non è sempre necessario uccidere.


Nota. La frase in corsivo in bocca al Segretario è tratta da “Bombardamento” di Filippo Maria Marinetti.

25 dicembre 2016

Cantares

La Loggia legge Cantares di Antonio Machado



Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.

1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo che cammina.

Oratore.
Tutto passa e tutto resta,
però il nostro è passare,
passare facendo sentieri,
sentieri sul mare.

1° Sorvegliante. Chi cammina per vie sconosciute deve farsi da sé il cammino.

2° Sorvegliante. Ogni uomo ha il suo cammino.

Oratore.
Mai cercai la gloria,
né di lasciare alla memoria
degli uomini il mio canto,
io amo i mondi delicati,
lievi e gentili,
come bolle di sapone.

1° Sorvegliante. Chi cammina cammina per sé.

2° Sorvegliante. Solo chi cammina per sé può camminare per gli altri.

Oratore.
Mi piace vederle dipingersi
di sole e scarlatto, volare
sotto il cielo azzurro, tremare
improvvisamente e disintegrarsi...
Mai cercai la gloria.

1° Sorvegliante. Chi cammina deve cogliere la bellezza delle piccole grandi cose.

2° Sorvegliante. Chi cerca la gloria non coglie la bellezza delle piccole grandi cose.

Oratore.
Viandante, sono le tue orme
il sentiero e niente più;
viandante, non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando.

1° Sorvegliante. Chi cammina non ha un tracciato da seguire.

2° Sorvegliante. Chi cammina non ha una mappa che lo aiuti.

Oratore.
Camminando si fa il sentiero
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai più
si tornerà a calpestare.

1° Sorvegliante. Chi cammina è lui stesso a tracciare il suo cammino.

2° Sorvegliante. Chi cammina non tornerà mai più sui propri passi.

Oratore.
Viandante non esiste il sentiero,
ma solamente scie nel mare...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che il suo passo deve essere leggero come il battello sulle onde.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che le onde sostengono i più pesanti bastimenti.

Oratore.
Un tempo in questo luogo dove
ora i boschi si vestono di spine,
si udì la voce di un poeta gridare
«Viandante non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo sul sentiero.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che ogni passo è un passo verso il non si sa.

Oratore.
Il poeta morì lontano dal focolare.
Lo copre la polvere di un paese vicino.
Allontanandosi lo videro piangere.
«Viandante non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso...

1° Sorvegliante. Chi cammina sa che non tornerà indietro.

2° Sorvegliante. Chi cammina sa che andrà in esilio.

Oratore.
Quando il cardellino non può cantare.
Quando il poeta è un pellegrino,
quando non serve a nulla pregare.
«Viandante non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando...»
Colpo dopo colpo, verso dopo verso.

Maestro Venerabile. Chi cammina sa che deve camminare.

22 dicembre 2016

Armando Corona

Fu Gran Maestro del Grande Oriente in anni dificili. E fu merito anche suo (sostenuto dal nostro appoggio) se ce la facemmo ad uscire dalla tempesta della P2.
Spesso però i massoni hanno la memoria un po' "presbite". Ricordano le glorie lontane ma non i meriti vicini...
Oggi posto un'allocuzione di Armando Corona per l'equinozio d'autunno del 1983.
La "solita" allocuzione autunnale?... Beh, in un certo sì. Ma quell'anno ebbe una caratteristica fondamentale, una "piccola rivoluzione", se volete. Era infatti la prima volta che si celebrava l'inizio dell'anno massonico all'equinozio d'autunno e non alla ricorrenza della presa di Roma del 20 settembre. E non mancarono nemmeno malumori in diversi fratelli...


 
Fratelli carissimi

siamo qui riuniti per adempiere ad un dovere che tutti i Massoni sparsi nel Mondo osservano, celebrando l’Equinozio d’Autunno e celebrando la festa dell’inizio dell’Anno Massonico. Al 23 di settembre, il giorno e la notte, in tutto il mondo, si equivalgono, ed in questo giorno è consuetudine che, in ogni dove ci siano Fratelli Massoni, si celebri la festa dell’inizio del nuovo anno muratorio. 

Perché l’Equinozio d’Autunno? Per due precisi significati: innanzitutto l’Equinozio è simbolo di eguaglianza tra Luce e Tenebre e, se pure nell’antichità tale giorno veniva accolto con pianti e grida di dolore, noi lo celebriamo, invece, festosamente perché riteniamo che, oltre al significato di eguaglianza, esso assuma un secondo significato: quello di aprire il cuore alla speranza. E la speranza che dopo le tenebre torni la luce a consentirci di riprendere i Lavori con forza e vigore.

Fino a quest’anno si soleva celebrare l’inizio dell’Anno Massonico facendolo coincidere con il 20 Settembre; noi abbiamo pensato di riallacciarci più intimamente alla Tradizione Iniziatica Universale, adeguandoci a festeggiare l’inizio dell’Anno Massonico come in tutto il resto del Mondo, con l’Equinozio d’Autunno. Anche perché il fatto ricordato, il 20 Settembre, se pure sia stato di estrema importanza per il nostro Paese, e per la Comunione Massonica Italiana, fu pur sempre un fatto limitato, territorialmente e storicamente, mentre non possiamo e non dobbiamo dimenticare che la Massoneria è Universale.

Se i Massoni pretendessero che l’esaltazione dei singoli fatti nazionali – pure memorabili – avesse diritto di cittadinanza nei festeggiamenti della Massoneria, si sarebbe detto che la Massoneria è internazionale non Universale; cioè si sarebbe detto che la Massoneria è la sommatoria di tanti fatti nazionali, di tante unità nazionali; invece è stata definita Massoneria Universale proprio perché questo concetto supera, assolutamente, ogni e qualunque limite di carattere internazionale.

Ma poi, davvero il 20 Settembre costituisce un ricordo gradevole per la Comunità Massonica Italiana? Molti nostri Fratelli sono stati perseguitati dalla Chiesa Cattolica, hanno combattuto contro il potere temporale di essa, hanno sofferto nelle carceri, sono morti perfino, ma il potere dei clericali è stato abbattuto solo apparentemente, perché basterebbe il 20 Settembre 1983, per renderci conto che motivi di rallegrarci per Porta Pia ne abbiamo assai meno di ieri, E come potrebbe essere diversamente? Come potrebbero vedere prosperare un’Associazione libera come la nostra Laica, cioè capace di rifiutare ogni dogmatismo e di affidarsi soltanto alla libertà della propria coscienza. Come potrebbero accettare la nostra riservatezza? Riservatezza che consente al Libero Muratore di trovare, con la ricerca del divino, un anello tra l’uomo e il materiale, senza passare attraverso le sacrestie politiche o religiose che siano. La nostra è un’Istituzione iniziatica, è un’Istituzione intimistica, che va alla ricerca della verità, ma a prescindere dall’insegnamento di coloro che intenderebbero imporla.

La verità che il Massone cerca di raggiungere, la raggiunge per il Lavoro interiore che compie, e questo Lavoro interiore porta alla conoscenza di livello superiore. In Massoneria, che è la più alta Istituzione laica oggi esistente, ognuno fa la sua ricerca, raggiunge la sua quota di conoscenza e non è neanche in grado di comunicarla direttamente ad altri perché la ricerca è talmente individuale che se uno non riesce a penetrare il segreto massonico da solo, nessuno glielo può svelare. È questo il vero segreto massonico; è l’incomunicabilità dell’esperienza che ogni singolo individuo fa nel Lavoro di Loggia, nella sua frequentazione, nel suo ascolto, senza però riuscire a trasmettere ad altri, se non con l’esempio, il risultato della propria maturazione. Questo e solo questo, è il segreto massonico, e va detto a chiare lettere, affinché i cittadini italiani sappiano.

Non c’è dubbio che il raccordare la vita dell’uomo, dell’uomo Massone, a tutte le leggi dell’universo è un compito nostro, perché la Massoneria ed i Massoni debbono in ogni momento ricordare che essa è sorta, vive e vivrà solo ed esclusivamente per la liberazione dell’uomo dall’ignoranza, dal conformismo, dal pregiudizio, dal bisogno.

Liberazione intesa come accrescimento del fuoco di umanità che è dentro di noi, e che essendo ricoperto da involucri, e da soprastrutture, deve essere affrancato. Come? Proprio attraverso la scuola iniziatica, proprio attraverso l’esoterismo, il simbolismo ed il Lavoro di Loggia. Solo così si rompe questo involucro che tiene l’uomo piegato a terra e gli impedisce di adempiere alla sua vera funzione di Uomo. Il Massone ricerca la scintilla di divinità che c’è in tutte le espressioni della vita, da quelle culturali a quelle esistenziali; noi dobbiamo aiutare il Massone a compiere una ricerca che lo metta in condizioni di diventare un Iniziato, cioè uno che non si accontenta di quella parte di conoscenza che è comune a tutta la massa, ma che, invece, deve tendere ad una conoscenza di livello superiore la quale non può che essere d'élite. La massa subisce la vita, il Massone la domina attraverso la ricerca del vero. Ma questo può essere ottenuto solo ed esclusivamente attraverso l’Iniziazione: Platone ed Aristotele insegnavano sempre su due piani diversi, insegnavano la verità più semplice alle masse, invece, a coloro che avevano più sete di conoscenza – cioè l’élite – davano un più elevato insegnamento. Ma questo, ancor prima avveniva migliaia di anni fa, quando i nostri saggi avevano, per esempio, individuato nel ternario una sorta di schema al quale potevano essere riferiti molti fenomeni della vita. Essi erano partiti dalla semplice constatazione che un uomo ed una donna davano un figlio: quindi padre, madre e figlio, e trasferirono questo sistema di conoscenza del ternario in quasi tutti i campi: da quello fisico a quello astronomico, a quello filosofico e perfino al religioso, con Osiride. Iside ed Horo. Noi abbiamo raccolto nella Tradizione Iniziatica il pensiero degli uomini più illuminati che nelle varie epoche hanno arricchito l’Umanità al di là di ogni barriera religiosa, politica, razziale, filosofica, statuale. Non per nulla nel 1717 la Massoneria fu fondata il 24 di Giugno, esattamente nel Solstizio d’Estate, il giorno di S. Giovanni Battista, ciò a significare che la Massoneria illuministica raccoglieva tutta l’eredità iniziatica prima di Cristo. E il 27 Dicembre si celebra un’altra festa cara ai Massoni che oltre a coincidere con il Solstizio d’Inverno coincide con la festa di S. Giovanni Evangelista, il che significa che anche la Tradizione Iniziatica dopo Cristo è stata raccolta dai Massoni.

In sostanza la Massoneria ha prodotto e produce una tesaurizzazione di tutto quanto l’uomo, ha creato di bello e di spirituale. Ma mentre noi andiamo avanti in questa nostra ascesa, in questa nuova conoscenza del divino e dello spirituale, le forze che ci circondano nel nostro Paese tendono a spegnere questa fiamma, tendono ad inquinare questi sentimenti di purezza dei Massoni. E come lo fanno? Lo fanno, innanzitutto, attraverso una campagna denigratoria. Tale campagna non è di oggi: non dimenticate che da quando la Massoneria è sorta ha sempre dovuto lottare contro coloro che inventano le peggiori calunnie contro i Massoni e contro la Massoneria. Come non ricordare Leo Taxil? Ma in questo periodo è particolarmente accanita contro di noi la battaglia della società del nostro Paese, anche perché è invalsa l’abitudine di scaricare su di noi colpe e responsabilità della classe dirigente. Io sono rattristato perché coloro che hanno l’obbligo morale, oltre che derivante dalla Costituzione, di difendere le minoranze come la nostra, non lo fanno.

Noi abbiamo oggi rilasciato una dichiarazione alla stampa nella quale abbiamo denunciato non solo il fatto che la Commissione Parlamentare abbia compiuto un ennesimo attentato nei confronti della libertà di associazione, ma abbiamo anche detto che c’è di mezzo l’onore del Parlamento Italiano in questa vicenda, perché nel 1946. all’approvazione della Costituzione Repubblicana, fu garantita, proprio dal Parlamento italiano, la riservatezza della Massoneria. 

Alcuni giorni fa, all’atto della votazione in Commissione, i Parlamentari membri della Commissione P2 hanno garantito la riservatezza e l’On. Anselmi ha, essa pure, ribadito che il riserbo su tutte le notizie non sarebbe stato violato. Oggi noi abbiamo appreso che fra qualche giorno “Panorama” pubblicherà un elenco, se pure non sappiamo ancora chi riguardi, di iscritti alla Massoneria. Noi ci preoccupiamo che questo avvenga. Quali sono i motivi per cui una Commissione creata dal parlamento per indagare sulla P2 finisce per indagare su tutte le Massonerie? Beh! Solo una patente distorsione: una distorsione comune nel nostro Paese, per la quale purtroppo anche di fronte alla giustizia la credibilità di un galantuomo è notevolmente inferiore a quella che si attribuisce ad un delinquente “pentito”. Eppoi è sufficiente, per comprendere l’inerzia legislativa in Italia esaminare pochi fatti della cronaca contemporanea.

Morì un Magistrato serissimo, degnissimo, alla cui memoria io m’inchino. Morì il Magistrato Coco e finalmente fu dato luogo a delle leggi più severe nei confronti dei terroristi. Ora c’è il caso del Deputato Negri e finalmente ci si è accorti che in Italia bisogna fare una legge per abbreviare la carcerazione preventiva.

Ma non c’è tempo di pensare alle leggi che servono ai comuni cittadini: e una di queste leggi è proprio quella che ci riguarda: che garantisca l’attuazione dell’art. 18 [della Costituzione] e quindi consenta ai cittadini di associarsi liberamente. Perché, come abbiamo detto più volte, esiste un diritto teorico alla libertà di associazione, ma appena un gruppo di cittadini si mette a realizzarla, vedete bene quello che succede. Dunque è forse vero che qualche membro della Commissione ha più a cuore la scoperta dei nomi degli iscritti alla Massoneria che la salvaguardia degli interessi del nostro Paese e l’accertamento della verità sulla P2? Ha forse ragione Indro Montanelli nell'individuare il motivo della deliberazione fatta dalla Commissione, come l’inizio di un gioco al massacro? Infatti gli unici nomi comparsi finora sono nomi di Ministri, di Sottosegretari, di Parlamentari: sono i Partiti che vogliono azzuffarsi fra di loro? 

Purtroppo però dietro questa zuffa c’è il fatto che tutti concordano nel dire che essere Massoni è degradante. E questo è quanto noi rifiutiamo energicamente.

Non è consentito a nessuno, ripeto a nessuno, neanche a coloro che non vanno d’accordo con noi e che non ci accettano, e ritengono che siamo superati e via dicendo, non è consentito a nessuno esprimere giudizi negativi come se noi fossimo chissà quale organizzazione criminale del nostro Paese. Questo va bene che lo dica 1’ “Avvenire d’Italia” il quale un mese fa ha scritto che la Massoneria è peggiore della mafia e della camorra, perché la mafia e la camorra dichiarerebbero apertamente di concorrere a certi interessi, mentre la Massoneria si ammanta di spiritualità.

La P2, è certo, ha provocato molti danni e ha adombrato la lucentezza della Massoneria. Il compito della Commissione è proprio quello di accertare fino a che punto la Loggia massonica P2 aveva inciso sull’economia e sulla sicurezza dello Stato. Qua invece si travalica il tutto e si va a fare un’indagine su tutte le Massonerie.
Tutti noi ci chiediamo che cosa si può fare in una situazione come la presente, come questa che stiamo vivendo, lo direi che la risposta è dentro ognuno di noi. Nelle Officine, nelle Logge, occorre Lavorare ancor più intensamente di prima per creare questo diaframma di forza iniziatica fra noi ed il potere. Sia ben chiaro, tutte le volte che la Massoneria ha avuto contatti diretti con il potere ne ha tratto danni enormi, immensi. Ciò significa che noi siamo fuori dalla società? No! Non è possibile. Noi dobbiamo preparare gli uomini per la società, dobbiamo preparare coloro che avendo nel Tempio apprese la correttezza, la lealtà, la fratellanza, la tolleranza ed il rigore morale, uscendo poi in mezzo agli altri uomini, in mezzo alla società si comportino da Massoni. Ma fino a quando non sarà a noi possibile ritemprarci, attraverso un proselitismo più accurato, attraverso un Lavoro di Loggia più rigoroso e più approfondito: fino a quando non saremo certi di aver convinto il mondo profano che all’interno della Massoneria Universale e della nostra Comunione in particolare, noi siamo solo ed esclusivamente una potenza spirituale, fino a che non saremo riusciti a far accettare questa verità, noi dobbiamo considerare l’attuale un grave periodo di emergenza e dobbiamo cercare, se non di recidere tutti i fili, almeno di allentare tanti sterili e dannosi legami con il potere civile e il potere politico. Non crediate che questo significhi andare verso un isolamento, perché l’isolamento esiste già. Non significa assolutamente nulla il fatto che si intrattengano rapporti con le forze politiche, solo perché queste forze si possono servire di noi, e poi quando eventualmente ci potrebbero essere utili siano perennemente assenti. Nessun timore di trovarci isolati. Il nostro collegamento con la società avviene attraverso la cultura, attraverso la ricerca di che cosa bisogna fare per l’uomo e per l’umanità, perché, in fondo, se noi ricordassimo, in ogni momento, che la Massoneria intende alla elevazione dell’uomo e dell’umanità, se Io ricordassimo sempre e se cercassimo ogni giorno, nella vita quotidiana, in ogni nostra azione, di mettere in pratica tutto quanto discende da questo postulato, credo che ognuno di noi sarebbe proprio quello che gli americani definiscono Opinion Leader, cioè un Massone che, formato in Loggia, quando esce all’esterno è tanto saggio e tanto giusto da formare attorno a sé un consenso umano di autorevolezza e di credibilità. Ecco, questa è la mèta che ci dobbiamo proporre: in ogni Officina si deve lavorare non per allacciare legami con le forze economiche e politiche della società, ma bensì affermare la supremazia della nostra preparazione su di esse; la supremazia, quindi, della nostra capacità e della nostra coerenza morale.

Chiudo questo saluto ricordando a tutti noi che siamo pietre grezze da levigare, siamo, cioè, dei pezzi di roccia, di una roccia spirituale. La quale, quando è squadrata, deve essere forte, resistente e compatta tanto che non si farà certo sgretolare né dalle calunnie, né dalle maldicenze, né dalle provocazioni, né dai ricatti di quanti disprezzano ed ignorano gli eterni princìpi che soli potrebbero salvare l’uomo e l’umanità dal naufragio e che sono a fondamento della nostra Istituzione.



Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.