venerdì 17 febbraio 2017

La "signorina"

Lettura “tendenziosa” del racconto Le scarpe del partigiano di Giuseppe Bartoli, in Fuochi sulle Colline, Edizioni del Girasole, 1997, p. 86


Premessa. 1944. Alte colline romagnole. E’ in pieno svolgimento la guerra partigiana e appunto tra i partigiani siamo.

Scena prima

Maestro Venerabile. Arrivò fra di noi nelle prime ore del pomeriggio. Studente liceale, figlio di un noto avvocato di Bologna.

Oratore. Era vestito come un figurino: completo blu a doppio petto, cravatta a farfalla, al taschino, perfettamente ripiegato, un candido fazzoletto.

Segretario. E due enormi scarponi da sciatore spuntavano da tutto quel blu marino. Così conciato sembrò tanto inoffensivo da prenderlo subito in “banda” senza tanti interrogatori o formalità.


1° Sorvegliante. Divenne subito il beniamino delle donne della casa che era diventata la nostra base.


2° Sorvegliante. Per come era vestito e soprattutto per il suo modo di fare lo chiamammo subito il “signorino”.


1° Sorvegliante. Per diversi giorni lo lasciammo a casa e, ogni volta che si tornava dalla pattuglia, laceri e stanchi, quasi ci dava un senso di riposo e pulizia, quell’adolescente che si aggirava tra noi sempre lindo e sorridente, con quel suo vestito scuro portato con la signorilità e la disinvoltura di un perfetto padrone di casa per niente imbarazzato da tutta quella specie di feccia, affamata e violenta, che gli turbinava attorno.


2° Sorvegliante. Aveva modi educati. E questo ci rendeva più umani, e l’uomo piano piano riprendeva il sopravvento sulla belva che ogni giorno sempre di più andava annidandosi dentro di noi.


Maestro Venerabile. Ma venne anche per il “signorino” la prova del fuoco.


1° Sorvegliante. Ci accorgemmo un giorno, nell’ora più calda della giornata. di alcuni tedeschi che stavano giungendo. Noi eravamo sparsi un po’ dovunque in cerca di un fresco riposo. Fu dato l’allarme. Seguì una confusione tale da far fuggire quasi subito quei pochi tedeschi che, ignari della nostra presenza, erano saliti fin lassù solo per istallare un osservatorio di artiglieria.


2° Sorvegliante. Quando ormai tutto sembrava finito, una scarica improvvisa alle nostre spalle ci fece volgere di scatto. Disteso a terra il “signorino”, col viso affondato sulla polvere, sparava e sparava. Il mitra sobbalzando a canna in giù sembrava una perforatrice e le pallottole sollevavano leggeri sbuffi di terra a pochi metri da lui. Gli dovettero levare lo Sten a forza. Un fremito continuo lo scuoteva. Era l’immagine della paura. Il vestito blu, lo notammo tutti con inconfessata soddisfazione, era bianco di polvere. Stavolta il “signorino” si era “sporcato”: la forza lo aveva percosso in profondità quasi distruggendolo.


Maestro Venerabile. Masón da tempo guardava con avidità le scarpe del ragazzo a causa dei suoi piedi scalzi non ancora abituati ai sassi e ai rovi dei boschi.


1° Sorvegliante. Si avvicinò al “signorino” e senza tanti complimenti gli sfilò gli scarponi.


2° Sorvegliante. “Per te bastano le ciabatte”. Questo fu l’unico ringraziamento.


Oratore. Da quel giorno, con la cattiveria del “forte” verso il debole, i lazzi verso la “signorina”, come lo si volle subito chiamare, non ebbero più fine. E’ questo il lato oscuro della forza, che solletica i mostri dell’uomo.


Scena seconda


Segretario. Un ragazzo scende verso le case a fondo valle. Là c’è anche la scuola, almeno c’era in tempo di pace: ora è base di un gruppo di tedeschi. Indossa un vestito, una volta di colore blu, chiazzato di macchie d’ogni tipo: pomodoro, carne e grassi. Segni inconfondibili di chi cucina.


Oratore. Il ragazzo non ha scarpe: cammina in ciabatte. Però stringe in mano un mitra Sten, non una padella. Scende lentamente; di tanto in tanto le ciabatte gli sfuggono dai piedi e si deve fermare a raccoglierle.


Segretario. E’ cauto e guardingo. Se lo vedono i teschi – pensa il ragazzo – lo mitragliano senza pensarci su.


Oratore. La guerra è feroce. La guerra è forza.


Segretario. E’ forza bruta che ha perso ogni parvenza di bellezza. Non ha perso però la stupidità che tenta di ammantarsi di bellezza, ma è solo ferocia, la ferocia dell’uomo primordiale.


Oratore. Il ragazzo, quello che tutti chiamano “signorina”, si ferma un momento. Non si può mica fare la “guerra” in ciabatte. Ora i piedi nudi avvampano al contatto spietato della ghiaia. Il ragazzo cammina spostando con cautela il peso del corpo ora su una gamba ora sull’altra. Sembra un trampoliere. Le dita dei piedi sono continuamente rattrappite quasi a voler evitare il ruvido contatto con la sassaia.


Segretario. A cento metri dalla scuola un modesto ponticello offre un temporaneo rifugio. Il ragazzo si accovaccia lì sotto.


Maestro Venerabile. Il ragazzo, la “signorina”, armeggia un po’ attorno allo Sten. È la prima volta che l’ha ripreso in mano dopo quella maledetta giornata.


1° Sorvegliante. E’ teso. Probabilmente ha anche paura. Ma resta lì, solo. Ritorna allo scoperto. Si sposta ancora di qualche metro verso l’accampamento. Una folta siepe lo nasconde tutto.


2° Sorvegliante. Ora il vociare dei soldati tedeschi è distinto. Il ragazzo accosciato sull’argine scruta la strada.


1° Sorvegliante. Ed ecco finalmente il “nemico”.


Segretario. Un sergente tedesco, anche lui molto giovane, avanza tranquillo al centro della strada con la sicurezza dei compagni vicini.


1° Sorvegliante. Il tedesco è ormai a pochi passi da lui... ancora poco... eccolo.


Segretario. Il tedesco non ha scampo.


2° Sorvegliante. Psss... Psss... 


Segretario. Allo strano richiamo il tedesco volge lo sguardo sorpreso verso la siepe. È un ragazzo quello che gli ha bisbigliato nel modo più cortese e sommesso.


1° Sorvegliante. Ma è un richiamo minaccioso ed imperioso: la canna d’un mitra è puntata su di lui.


Segretario. Ora il soldato si agita, tentenna, volge lo sguardo al vicino accampamento... Ma nessuno si è di niente. La faccia del ragazzo si è intanto incupita pericolosamente. Quella del tedesco è passata dalla sorpresa alla paura.

2° Sorvegliante. A cenni la “signorina” lo invita a scavalcare la siepe.


Segretario. Il tedesco cerca di prendere tempo, ma la canna dello Sten si alza ancor più minacciosa.


Oratore. Bisogna ubbidire.


Segretario. Si avvicina alla siepe e infine salta dall’altra parte finendo pesantemente ai piedi del ragazzo. Il mitra sulla schiena costringe il tedesco ad infilarsi sotto il ponte. Si aspetta certamente il peggio. Già... morire così giovane. Invece...


1° Sorvegliante. “Le scarpe! Voglio le scarpe!” Quasi urla ora la “signorina”.


Segretario. Il tedesco è stupito. Crede di non aver capito bene. Rimane lì. Titubante.


1° Sorvegliante. “Le scarpe! Ho detto le scarpe”. E la canna dello sten indica i piedi.


2° Sorvegliante. Il sergente s’abbassa, incomincia a slacciarsi gli scarponi. Di tanto in tanto alza la testa. Implora nella sua lingua. Le mani tremanti frugano fra i lacci.


Oratore. Eccolo lì, prono ai suoi piedi, il “nemico”!


1° Sorvegliante. Il ragazzo sente la voluttà della vittoria scuoterlo lutto. Il sangue pulsa rapido inebriandolo di una sensazione meravigliosa. E’ padrone della situazione. Ora è lui che comanda.


2° Sorvegliante. Guarda la nuca del vinto, si accorge delle gocce di sudore. Che piacere appoggiare la bocca dello Sten su quella carne flaccida! Che “godimento” quasi fisico sparare e sparare e sparare. Questo è il potere di vita e di morte! Potere vero, potere reale, potere effettivo.


Oratore. Il ragazzo cresce improvvisamente, è un uomo ormai... ancora un attimo e diventerà l’animale, la belva. Sparare. Ammazzare. È bella la guerra! Voluttuosa.


Segretario. Balzare scoppi tagli pugni batterie tiro rapido violenza ferocia regolarità (...) grave scandire gli strani folli agitatissimi acuti della battaglia furia affanno (…) forza che gioia vedere udire fiutare tutto tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare a perdifiato sotto morsi schiafffffi traak-traak frustate pic-pac-pum-tumb.
Bello bello bello bello bello bello...


Oratore. Il “nemico” ha finito, solo Dio sa come, di slacciarsi le scarpe.


Maestro Venerabile. Il partigiano si passa la mano sugli occhi quasi a scacciare il velo rosso che sta per renderlo cieco. A fatica cerca di riprendersi, di dominare la “sbornia” assassina... La belva ritorna nella tana, l’uomo ritorna uomo.


Segretario. In ginocchio davanti a lui sta il tedesco.


Oratore. Scalzo come un pellegrino davanti al suo Dio.


1° Sorvegliante. Allunga un piede. Il “vinto” capisce; gli mette le scarpe..


2° Sorvegliante. Gli mette le scarpe. Prima l’una poi l’altra. 


Segretario. È ancora lì chino aspettando la scarica mortale.


Maestro Venerabile. La belva non c’è più. Il ragazzo non c’è più. C’è solo l’uomo.


Oratore. Ha vinto la sua “guerra”. L’ha vinta con se stesso, con la sua viltà, col suo orgoglio, col suo nemico.


Maestro Venerabile. Batte la canna sulla spalla del tedesco. Gli fa cenno d’alzarsi. Ora sono di fronte.


1° Sorvegliante. “Auf Wiedersehen”.


2° Sorvegliante. Arrivederci.


Oratore. L’inaspettato saluto scivola sulla faccia del tedesco. Saluta ancora, il ragazzo. Si allontana lentamente. Si volta. Il tedesco è ancor lì, immobile, sotto l’arco. Ancora un saluto, così, con la mano, festoso. 


Maestro Venerabile. “Danke”, grazie “nemico”, mi hai fatto vincere una grande battaglia. “Danke. Danke ancora!”


Segretario. L’altro è immobile, stupito... e vivo. Ma è come fosse morto due volte.


Maestro Venerabile. Non capisce ancora che per vincere una guerra non è sempre necessario uccidere.


Nota. La frase in corsivo in bocca al Segretario è tratta da “Bombardamento” di Filippo Maria Marinetti.

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