Scena
prima
Oratore. Era vestito come un figurino: completo blu a doppio petto, cravatta a farfalla, al taschino, perfettamente ripiegato, un candido fazzoletto.
Segretario. E due enormi scarponi da sciatore spuntavano da tutto quel blu marino. Così conciato sembrò tanto inoffensivo da prenderlo subito in “banda” senza tanti interrogatori o formalità.
1°
Sorvegliante. Divenne subito il beniamino delle donne della
casa che era diventata la nostra base.
2°
Sorvegliante. Per come era vestito e soprattutto per il suo
modo di fare lo chiamammo subito il “signorino”.
1°
Sorvegliante. Per diversi giorni lo lasciammo a casa e, ogni
volta che si tornava dalla pattuglia, laceri e stanchi, quasi ci dava
un senso di riposo e pulizia, quell’adolescente che si aggirava tra
noi sempre lindo e sorridente, con quel suo vestito scuro portato con
la signorilità e la disinvoltura di un perfetto padrone di casa per
niente imbarazzato da tutta quella specie di feccia, affamata e
violenta, che gli turbinava attorno.
2°
Sorvegliante. Aveva modi educati. E questo ci rendeva più
umani, e l’uomo piano piano riprendeva il sopravvento sulla belva
che ogni giorno sempre di più andava annidandosi dentro di noi.
Maestro
Venerabile. Ma venne anche per il “signorino” la prova del
fuoco.
1°
Sorvegliante. Ci accorgemmo un giorno, nell’ora più calda
della giornata. di alcuni tedeschi che stavano giungendo. Noi eravamo
sparsi un po’ dovunque in cerca di un fresco riposo. Fu dato
l’allarme. Seguì una confusione tale da far fuggire quasi subito
quei pochi tedeschi che, ignari della nostra presenza, erano saliti
fin lassù solo per istallare un osservatorio di artiglieria.
2°
Sorvegliante. Quando ormai tutto sembrava finito, una scarica
improvvisa alle nostre spalle ci fece volgere di scatto. Disteso a
terra il “signorino”, col viso affondato sulla polvere, sparava e
sparava. Il mitra sobbalzando a canna in giù sembrava una
perforatrice e le pallottole sollevavano leggeri sbuffi di terra a
pochi metri da lui. Gli dovettero levare lo Sten a forza. Un fremito
continuo lo scuoteva. Era l’immagine della paura. Il vestito blu,
lo notammo tutti con inconfessata soddisfazione, era bianco di
polvere. Stavolta il “signorino” si era “sporcato”: la forza
lo aveva percosso in profondità quasi distruggendolo.
Maestro
Venerabile. Masón da tempo guardava con avidità le scarpe
del ragazzo a causa dei suoi piedi scalzi non ancora abituati ai
sassi e ai rovi dei boschi.
1°
Sorvegliante. Si avvicinò al “signorino” e senza tanti
complimenti gli sfilò gli scarponi.
2°
Sorvegliante. “Per te bastano le ciabatte”. Questo fu
l’unico ringraziamento.
Oratore.
Da quel giorno, con la cattiveria del “forte” verso il debole, i
lazzi verso la “signorina”, come lo si volle subito chiamare, non
ebbero più fine. E’ questo il lato oscuro della forza, che
solletica i mostri dell’uomo.
Scena
seconda
Segretario.
Un ragazzo scende verso le case a fondo valle. Là c’è anche la
scuola, almeno c’era in tempo di pace: ora è base di un gruppo di
tedeschi. Indossa un vestito, una volta di colore blu, chiazzato di
macchie d’ogni tipo: pomodoro, carne e grassi. Segni inconfondibili
di chi cucina.
Oratore.
Il ragazzo non ha scarpe: cammina in ciabatte. Però stringe in mano
un mitra Sten, non una padella. Scende lentamente; di tanto in tanto
le ciabatte gli sfuggono dai piedi e si deve fermare a raccoglierle.
Segretario.
E’ cauto e guardingo. Se lo vedono i teschi – pensa il ragazzo –
lo mitragliano senza pensarci su.
Oratore.
La guerra è feroce. La guerra è forza.
Segretario.
E’ forza bruta che ha perso ogni parvenza di bellezza. Non ha perso
però la stupidità che tenta di ammantarsi di bellezza, ma è solo
ferocia, la ferocia dell’uomo primordiale.
Oratore.
Il ragazzo, quello che tutti chiamano “signorina”, si ferma un
momento. Non si può mica fare la “guerra” in ciabatte. Ora i
piedi nudi avvampano al contatto spietato della ghiaia. Il ragazzo
cammina spostando con cautela il peso del corpo ora su una gamba ora
sull’altra. Sembra un trampoliere. Le dita dei piedi sono
continuamente rattrappite quasi a voler evitare il ruvido contatto
con la sassaia.
Segretario.
A cento metri dalla scuola un modesto ponticello offre un temporaneo
rifugio. Il ragazzo si accovaccia lì sotto.
Maestro
Venerabile. Il ragazzo, la “signorina”, armeggia un po’
attorno allo Sten. È la prima volta che l’ha ripreso in mano dopo
quella maledetta giornata.
1°
Sorvegliante. E’ teso. Probabilmente ha anche paura. Ma
resta lì, solo. Ritorna allo scoperto. Si sposta ancora di qualche
metro verso l’accampamento. Una folta siepe lo nasconde tutto.
2°
Sorvegliante. Ora il vociare dei soldati tedeschi è distinto.
Il ragazzo accosciato sull’argine scruta la strada.
1°
Sorvegliante. Ed ecco finalmente il “nemico”.
Segretario.
Un sergente tedesco, anche lui molto giovane, avanza tranquillo al
centro della strada con la sicurezza dei compagni vicini.
1°
Sorvegliante. Il tedesco è ormai a pochi passi da lui...
ancora poco... eccolo.
Segretario.
Il tedesco non ha scampo.
2°
Sorvegliante. Psss... Psss...
Segretario.
Allo strano richiamo il tedesco volge lo sguardo sorpreso verso la
siepe. È un ragazzo quello che gli ha bisbigliato nel modo più
cortese e sommesso.
1°
Sorvegliante. Ma è un richiamo minaccioso ed imperioso: la
canna d’un mitra è puntata su di lui.
Segretario.
Ora il soldato si agita, tentenna, volge lo sguardo al vicino
accampamento... Ma nessuno si è di niente. La faccia del ragazzo si
è intanto incupita pericolosamente. Quella del tedesco è passata
dalla sorpresa alla paura.
2°
Sorvegliante. A cenni la “signorina” lo invita a
scavalcare la siepe.
Segretario.
Il tedesco cerca di prendere tempo, ma la canna dello Sten si alza
ancor più minacciosa.
Oratore.
Bisogna ubbidire.
Segretario.
Si avvicina alla siepe e infine salta dall’altra parte finendo
pesantemente ai piedi del ragazzo. Il mitra sulla schiena costringe
il tedesco ad infilarsi sotto il ponte. Si aspetta certamente il
peggio. Già... morire così giovane. Invece...
1°
Sorvegliante. “Le scarpe! Voglio le scarpe!” Quasi urla
ora la “signorina”.
Segretario.
Il tedesco è stupito. Crede di non aver capito bene. Rimane lì.
Titubante.
1°
Sorvegliante. “Le scarpe! Ho detto le scarpe”. E la canna
dello sten indica i piedi.
2°
Sorvegliante. Il sergente s’abbassa, incomincia a slacciarsi
gli scarponi. Di tanto in tanto alza la testa. Implora nella sua
lingua. Le mani tremanti frugano fra i lacci.
Oratore.
Eccolo lì, prono ai suoi piedi, il “nemico”!
1°
Sorvegliante. Il ragazzo sente la voluttà della vittoria
scuoterlo lutto. Il sangue pulsa rapido inebriandolo di una
sensazione meravigliosa. E’ padrone della situazione. Ora è lui
che comanda.
2°
Sorvegliante. Guarda la nuca del vinto, si accorge delle gocce
di sudore. Che piacere appoggiare la bocca dello Sten su quella carne
flaccida! Che “godimento” quasi fisico sparare e sparare e
sparare. Questo è il potere di vita e di morte! Potere vero, potere
reale, potere effettivo.
Oratore.
Il ragazzo cresce improvvisamente, è un uomo ormai... ancora
un attimo e diventerà l’animale, la belva. Sparare. Ammazzare. È
bella la guerra! Voluttuosa.
Segretario.
Balzare scoppi tagli pugni batterie tiro rapido violenza ferocia
regolarità (...) grave scandire gli strani folli agitatissimi acuti
della battaglia furia affanno (…) forza che gioia vedere udire
fiutare tutto tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare a
perdifiato sotto morsi schiafffffi traak-traak frustate
pic-pac-pum-tumb.
Bello bello bello bello bello bello...
Oratore.
Il “nemico” ha finito, solo Dio sa come, di slacciarsi le
scarpe.
Maestro
Venerabile. Il partigiano si passa la mano sugli occhi quasi a
scacciare il velo rosso che sta per renderlo cieco. A fatica cerca di
riprendersi, di dominare la “sbornia” assassina... La belva
ritorna nella tana, l’uomo ritorna uomo.
Segretario.
In ginocchio davanti a lui sta il tedesco.
Oratore.
Scalzo come un pellegrino davanti al suo Dio.
1°
Sorvegliante. Allunga un piede. Il “vinto” capisce; gli
mette le scarpe..
2°
Sorvegliante. Gli mette le scarpe. Prima l’una poi l’altra.
Segretario.
È ancora lì chino aspettando la scarica mortale.
Maestro
Venerabile. La belva non c’è più. Il ragazzo non c’è
più. C’è solo l’uomo.
Oratore.
Ha vinto la sua “guerra”. L’ha vinta con se stesso, con la sua
viltà, col suo orgoglio, col suo nemico.
Maestro
Venerabile. Batte la canna sulla spalla del tedesco. Gli fa
cenno d’alzarsi. Ora sono di fronte.
1°
Sorvegliante. “Auf Wiedersehen”.
2°
Sorvegliante. Arrivederci.
Oratore.
L’inaspettato saluto scivola sulla faccia del tedesco. Saluta
ancora, il ragazzo. Si allontana lentamente. Si volta. Il tedesco è
ancor lì, immobile, sotto l’arco. Ancora un saluto, così, con la
mano, festoso.
Maestro
Venerabile. “Danke”, grazie “nemico”, mi hai fatto
vincere una grande battaglia. “Danke. Danke ancora!”
Segretario.
L’altro è immobile, stupito... e vivo. Ma è come fosse morto due
volte.
Maestro
Venerabile. Non capisce ancora che per vincere una guerra non
è sempre necessario uccidere.
Nota. La frase in corsivo in bocca al Segretario è tratta da
“Bombardamento” di Filippo Maria Marinetti.
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