14 agosto 2015

Buio 4

Terminano le nostre affabulazioni sul buio e sul cielo stellato. Il buon Asimov ci ha proposto un fecondo filone di spunti che ci permettano di riflettere e meditare (ma sì, usiamola pure questa parola spesso abusata e incompresa nel suo senso più profondo!) su simboli "forti" del nostro essere homo.


Il cielo stellato

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.
Immanuel Kant

Il racconto termina all’inizio dell’eclisse, all’inizio del buio.
E in cielo compaiono le stelle...
E quindi uscimmo a riveder le stelle ha cantato chi voleva alludere al sollievo di uscire dal mondo senza speranza.
Ma nel lontano pianeta l’eclisse dell’unico sole visibile e la comparsa delle stelle provoca il fenomeno opposto (che quel pianeta sia il nostro doppio rovesciato?).
Cedendo al fascino della paura, si sollevò su un gomito e alzò lo sguardo verso la tenebra agghiacciante, al di là della finestra.
In quella tenebra, splendevano le Stelle! Non le pallide tremilaseicento stelle visibili agli occhi di un terrestre; Lagash si trovava proprio al centro di un grappolo gigantesco. Trentamila potentissimi astri risplendevano di un fulgore che feriva l’anima, più spaventosamente gelido, nella sua orrenda indifferenza, del vento tagliente che spirava invisibile attraverso un mondo freddo, orribilmente informe.
Le stelle sono comparse. La gente puntualmente impazzisce, compresi gli scienziati nell’osservatorio astronomico. In lontananza si vede il bagliore delle fiamme che stanno distruggendo la città. Quel ciclo di civiltà è giunto al capolinea.
Quando l’eclisse terminerà non troverà nessuno ancora savio, o forse qualche superstite (come ad esempio il ristretto gruppo di scienziati che si è chiuso in un rifugio sotterraneo) che comunque dovrà combattere contro uomini impazziti che si aggireranno tra le macerie. E chi è rabbiosamente impazzito rimarrà pazzo rabbioso e pericoloso.
Atmosfera ben diversa da quella immaginata da un altro scrittore.
V’imaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno mille? Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo? (…) La venuta del Signore a rapir seco i morti e i vivi nell’aere, annunziata già imminente da Paolo ai primi cristiani; i pochi secoli di vita che fin dal tempo di Lattanzio credevasi rimanere al mondo; il presentimento del giudizio finale prossimo attinto da Gregorio Magno nelle disperate ruine degli anni suoi; tutti insieme questi terrori, come nubi diverse che aggroppandosi fan temporale, confluirono su ’l finire del millennio cristiano in una sola e immane paura. – Mille, e non più mille – aveva, secondo la tradizione, detto Gesù: dopo mille anni, leggevasi nell’Apocalipsi, Satana sarà disciolto.
(…) E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille!
Qui, nell’immagine carducciana, è la vita che trionfa. Là, nel buio asimoviano dell’eclisse, è la vita che si spegne.
Qui è la speranza che diventa realtà, là è la realtà che perde la speranza.
Qui è la vittoria della luce sul buio, là è la paura del buio (e non il buio in sé) che mostra il panico di stare con se stessi.
Luce e buio. Qui il buio che termina, là la luce che termina.
Luce e buio. Qui la luce che cresce, là il buio che giunge.
Anche al bambino il buio incute qualche timore. E’ normale. Ma è normale pure superarlo, il timore del buio.
Perché essere al buio significa interrompere i rapporti con la realtà quotidiana: significa stare con se stessi. Ma ahimè troppi non sanno stare con se stessi. Non sono capaci di stare con se stessi perché non capiscono ciò che si percepisce nell’interiorità. Non vedono le “proprie” stelle; le rifiutano, ma non possono cancellarle; ne hanno il terrore e ne escono sconvolti.
Il bimbo immagina che dal buio compaiano mostri tremendi, non immagina mai che escano fatine buone e rassicuranti. Il bosco di notte è un ambiente drammatico: forse nel bosco di notte molti vedono la propria interiorità e ne sono spaventati, ne hanno paura, temono le belve che possono esserci, cioè le “loro” belve (che molti non sanno di avere).
Quei lontani abitanti (ma talmente “lontani” che alla fin fine li vediamo come nostri parenti molto prossimi) scambiano le stelle per mostri terribili. Ognuno teme di avere incontrato il suo mostro e impazzisce. E non sanno che noi “dentro” non abbiamo solo mostri...

Postfazione

1° Sorv. Come il Sole, apparendo ad Oriente per dare inizio al giorno, illumina la Terra, così il Maestro Venerabile, sedendo all’Oriente per dirigere i Lavori, istruisce i Fratelli col lume della propria scienza muratoria.
..................................

M. Ven. Fratello 2° Sorvegliante, a che ora i Fratelli Liberi Muratori hanno consuetudine di terminare i Lavori?
2° Sorv. A mezzanotte, Maestro Venerabile.
M. Ven. Fratello 2° Sorvegliante, al momento, che ora è?
2° Sorv. Mezzanotte in punto.

Una lettura spiega che in Loggia si lavora di giorno dall’alba al tramonto (come prescrivono diversi rituali collegati alla Massoneria operativa) e non da mezzogiorno a mezzanotte (come indica un’altra tradizione). Ma una lettura complementare suggerisce che c’è un altro tipo di lavoro (lavoro-ombra?) dal tramonto all’alba, da mezzanotte a mezzogiorno, dall’uscita dalla Loggia all’entrata successiva in Loggia. Anche questo lavoro, e forse più che mai questo lavoro, il caminante deve compiere. Ed è questo, forse, il lavoro più importante che plasma l’uomo.
(fine)

13 agosto 2015

Buio 3

Continua la lettura della Novella di Asimov. Non dimentichiamo che la chiave del racconto sta nella frase di Emerson  citata nel post La notte delle stelle cadenti:


Se le stesse apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?
Ralph Waldo Emerson


Il pianeta lontano 2

Gli abitanti del pianeta sono strani. Per certi versi ci assomigliano molto, per altri sono fondamentalmente dissimili.
La genesi del racconto è chiara: la civiltà di un lontano pianeta è giunta a un livello pari al nostro o almeno a quello della metà del XX secolo1. Questa civiltà presenta però alcune lacune (lacune – ovviamente – dal nostro punto di vista; dal loro, infatti, sarebbe la nostra civiltà ad avere imboccato strade inutili o senza prospettive). Il descrivere un popolo lontanissimo per mostrare i difetti del nostro popolo è un espediente letterario molto usato nella storia; mi viene in mente un esempio per tutti: I viaggi di Gulliver descrivono fantastici popoli apparentemente diversissimi, ma in sostanza simili agli inglesi del XVII-XVIII secolo, tranne che in pochi aspetti (quelli appunto che si volevano criticare) permettendo di costruire una satira efficace.
Rispetto alla nostra, la civiltà del lontano pianeta manca di una tecnica di illuminazione degli ambienti bui (cioè stanze senza finestre oppure caverne sotterranee). Infatti in quello strano pianeta la gente ha sviluppato una forte e patologica avversione per gli ambienti non illuminati. Una irresistibile fobia del buio, che l’autore chiama claustrofobia, ma che più correttamente si dovrebbe chiamare acluofobia o nictofobia: la claustrofobia è il timore di spazi chiusi, mentre qui si parla di terrore del buio, sia l’oscurità di spazi chiusi, sia il buio esterno del cielo, quello che noi uomini del pianeta terra consideriamo meraviglioso perché probabilmente inciso nel nostro patrimonio genetico con l’immagine stupenda del cielo stellato: prova ne sia lo stupore che sempre ci prende quando lo osserviamo. Quella gente invece non aveva e non aveva mai avuto non dico la necessità ma neppure stimoli o curiosità per avventurarsi in tali ambienti, anzi li rifuggiva e ne stava alla larga.
Lasciamo per un attimo la parola all’autore, perché credo riesca efficacemente a descrivere la situazione. Dunque un paio di anni prima degli avvenimenti descritti fu organizzata una specie di mostra della scienza... Uno psicologo sta parlando ad un giornalista.
...Avrà sentito parlare del “Tunnel del Mistero”... Era lungo poco più di un chilometro: senza luci. Si saliva su un’automobilina scoperta e, per un quarto d’ora, si filava attraverso l’Oscurità. Un passatempo che piacque molto... C’è del fascino nell’essere spaventati, quando questo fa parte del gioco. Il bambino nasce con tre paure istintive: dei rumori forti, del cadere e dell’assenza di luce. Per questo è considerato tanto divertente, precipitarsi incontro a qualcuno, gridando «Buuu!». Ed ecco perché è così divertente salire su un ottovolante... E, sempre per questo, il “Tunnel del Mistero” da principio fece faville. La gente usciva dall’Oscurità senza fiato, tremante, mezza morta di paura, ma continuava a pagare per riprovare la stessa emozione.
- ...Qualcuno uscì di là privo di vita, vero? Per lo meno, così ho sentito dire, in seguito alla chiusura del tunnel.
- ...Le famiglie vennero indennizzate... In fin dei conti, dicevano gli organizzatori, se una persona debole di cuore vuole entrare nel tunnel lo fa a suo rischio e pericolo. E poi, vennero prese delle misure. Misero un medico di guardia, nella biglietteria, e chi voleva salire su una di quelle automobiline doveva prima sottoporsi a una visita di controllo. Questo fece salire materialmente alle stelle la vendita dei biglietti.
Ma c’era dell’altro. A volte la gente usciva di là in condizioni perfette, salvo che rifiutava di entrare nei luoghi chiusi: in qualsiasi luogo chiuso, compresi i palazzi, le ville, gli appartamenti, le capanne, le cabine e perfino le tende.
- Insomma, rifiutavano di stare al chiuso? E dove dormivano?
- All’aperto.
- Be’, ma... avrebbero dovuto costringerli a rientrare.
- Oh, lo fecero, lo fecero. Ragion per cui, quelle persone venivano prese da violente crisi isteriche e facevano del loro meglio per fracassarsi il cranio contro la parete più vicina. Una volta portati al chiuso, era impossibile tenerceli senza ricorrere all’uso della camicia di forza o di una massiccia dose di tranquillanti.
- Ma allora erano pazzi!
- Pazzi, sì, esattamente. Su dieci persone che entravano in quel tunnel, almeno una si riduceva in quello stato. Chiamarono in aiuto gli psicologi, e noialtri facemmo la sola cosa possibile: quella di chiudere la mostra.
Qui sta il tallone d’Achille di questa strana civiltà (strana per noi, perché magari per loro siamo noi gli strani). Gli uomini non sono in grado di sopportare il buio e non lo sopportano. Lo fuggono e se proprio non possono evitarlo, allora beh c’è il concreto rischio di danni irreparabili al loro equilibrio mentale. Insomma in quel pianeta non avrebbe potuto esistere un Kant che partì nella sua filosofia proprio dalle suggestioni del cielo stellato!
Ma si profila un grave pericolo. Già gli archeologi avevano individuato tracce di sconvolgimenti ciclici: pareva che periodicamente ogni duemila anni una catastrofe avesse distrutto la coeva civiltà pur fiorente.
Molte furono le supposte cause delle catastrofi, ma solo la recente scoperta della legge di gravitazione universale aveva fatto comprendere il motivo del sopraggiungere del buio: una luna, invisibile nella luce del continuo giorno, occulta ogni duemilaquarantanove anni, con cinque soli sotto l’orizzonte, l’unico sole in cielo provocando un’eclisse totale, spettacolo per noi stupendo ma per quei lontani nostri simili (parenti?) deleterio come il giudizio universale.
Infatti la scomparsa in cielo della luce e la mezza giornata di oscurità che segue e che per le orbite astronomiche di soli e pianeta coinvolge tutto il pianeta, fa impazzire gli uomini che in preda ad un incontrollabile panico cercano a tutti i costi un po’ di luce. Come può trovare un’orda impazzita la luce? Semplicemente bruciando tutto ciò che di combustibile incontra. Ed ecco spiegata la distruzione totale di tutto e la fine della civiltà. Immagino infatti il Day After come una specie di post-olocausto, dove gli uomini sono ancora in gran parte vivi ma senza il minimo barlume dentro: dead walking men (se si potesse ironizzare su una locuzione agghiacciante) in grado solo di distruggere senza senso altri uomini e cose.
Il racconto si svolge all’interno di un osservatorio astronomico e ne tralasciamo i dettagli. Gli astronomi si preparano ad affrontare l’eclissi totale dell’unico sole rimasto in cielo registrando fino all’ultimo dati che possano essere utili alla civiltà successiva.
Veniamo a sapere che in quei tempi si è molto sviluppata una setta religiosa (il cultismo) con la quale alcuni scienziati hanno iniziato una forma di collaborazione (nel senso di trasmissione di informazioni).
Sono state date spiegazioni di queste catastrofi ricorrenti, tutte di natura più o meno fantastica. Alcune parlano di periodiche piogge di fuoco; altre sostengono che, ogni dato periodo, Lagash2 passi attraverso un sole; e ce ne sono di ancora più sballate. Ma c’è una teoria, completamente diversa dalle altre, che si tramanda da alcuni secoli.
- Lo so. Lei allude al mito delle “Stelle” che i cultisti hanno nel loro Libro delle Rivelazioni.
- Precisamente... I cultisti dicevano che ogni duemilacinquant’anni Lagash entrava in un’immensa caverna, così che tutti i soli scomparivano, e che su tutto il mondo calava l’oscurità totale! Poi, a sentir loro, apparivano cose chiamate Stelle, che derubavano gli uomini della loro anima e li lasciavano simili a bruti privi di raziocinio, al punto da distruggere la civiltà che essi stessi avevano costruito. Naturalmente, tutto questo si mescola con una quantità di elementi mistico-religiosi, ma l’idea centrale è quella.
Il Libro delle Rivelazioni parla di fantomatiche Stelle delle quali nessuno sa nulla.
Gli uni credono che le stelle facciano impazzire tutti gli uomini, ma i cultisti vedono l’ “impazzimento” come ciò che resta dell’uomo dopo la partenza delle anime richiamate dalle stelle alla loro dimora naturale: corpi appunto senz’anima, senza i loro proprietari entrati ormai nell’eternità, preda solo della materia e degli istinti materiali.

NOTE 

1  Epoca della scrittura del racconto.
2  Questo è il nome del pianeta.
(continua)

12 agosto 2015

Buio 2

Un pianeta lontano

Siamo su un lontano pianeta, talmente lontano che non ha nemmeno senso chiederci: quanto? dove? in quale direzione?

Se è lecito utilizzare termini della storia umana per descrivere lontane situazioni, potremmo parlare del Far-West della nostra Galassia. Ma non tanto per immaginarci un pianeta con banditi, sceriffi, pellerossa e l’immancabile eroe solitario, quanto per indicare una zona lontana, ma lontana lontana come nel XIX secolo poteva essere immaginato il lontano Ovest degli Stati Uniti (che tra l’altro non erano ancora stati uniti), quanto per pensare alla lontananza, lontananza talmente lontana che quella sì per noi è inimmaginabile1.


Dunque, questo pianeta ha una caratteristica astronomica “strana”: ha sei soli. Cioè il pianete ruota attorno ad un sole che fa parte di un complesso sistema di sei soli che praticamente fanno sì che non ci sia nessuna parte della sua superficie nell’oscurità della notte: è il pianeta del lungo, interminabile giorno.


Un lungo giorno e sei soli onnipresenti. Dal nostro punto di vista potrebbe essere anche piacevole: una lunga giornata, un clima continuamente mite. Non ci sarebbe bisogno di illuminazione durante la notte perché non ci sarebbe notte; non ci sarebbe bisogno di riscaldare durante l’inverno perché non ci sarebbe inverno.


Bello, vero? Bah. Un unico problema: l’uomo terrestre non è fatto per un mondo così. Problema serio. Noi siamo adattati ad un mondo nel quale periodicamente c’è luce e buio, c’è caldo e freddo. Il nostro ciclo biologico è impostato proprio sulle alternanze, la mancanza delle quali può sovvertirlo.2


In quel lontano pianeta come sarebbero gli abitanti? Quale ciclo biologico sarebbe alla loro base?


Non è dato saperlo. Noi possiamo solo immaginare che il Padreterno o la Natura o il Caso (nomi diversi per indicare la stessa cosa) abbiano individuato per loro un ciclo opportuno oppure non ne abbiano impostato nessuno, per cui quegli esseri viventi sarebbero a-ciclici.


Sarebbe questa una differenza essenziale con noi: noi immersi (o imprigionati?) in un ferreo ciclo biologico e quelli liberi dal ferreo nostro ciclo (o imprigionati dalla sua mancanza? O imprigionati in qualcos’altro?).

Oppure... oppure... E’ proprio necessaria la presenza di un ciclo biologico?

Non commettiamo l’errore di supporre che le forme di (eventuale) vita presenti nell’universo debbano essere necessariamente basate su uno schema analogo a quello terrestre: sarebbe un orgoglioso antropocentrismo ingiustificato come ingiustificato è il remissivo relativismo. Viviamo nel mondo del relativo e ciò che ci appare come standard generalmente valido non è che validità entro l’ambito uomo: altrove nulla vieta possano esserci standard diversi, senza per questo venir meno alle idee generali.

NOTE

1 Ma non si dimentichi il “pensare strano”: a volte le lontananze più lontane “coincidono”.



2 Come in effetti succede a chi soggiorna per molti giorni in grotte profonde dove non riesce a percepire l’alternanza giorno notte. In quelle situazioni il ciclo biologico (il termine scientifico è circadiano) viene alterato, allungandosi di qualche ora: ma sempre le funzioni biologiche mantengono il ritmo armonico di crescita fino a un massimo quindi decrescita fino a un minimo, mostrando l’impronta di base del periodo di attività (giorno) seguito dal periodo di riposo (notte).
(continua)

11 agosto 2015

Buio 1

La citazione di Emerson, riportata ieri, è stata posta da Isaac Asimov all'inizio del racconto breve Notturno, scritto nel 1951 e considerato uno dei più bei racconti di fantascienza.
La storia si svolge su un lontano pianeta illuminato da sei soli, che gode quindi di un eterno giorno e continuo clima mite. Gli abitanti di quel pianeta non hanno mai visto il cielo buio e hanno sviluppato congeniti e insopportabili timore, panico e fobia del buio stesso.
Una setta religiosa sostiene che, se dovesse arrivare il buio, la civiltà terminerebbe; ed effettivamente nella storia archeologica si trovano a intervalli di circa duemila anni tracce di incendi catastrofici che sicuramente hanno distrutto le civiltà del tempo.

Alcuni scienziati sono giunti alla conclusione, sulla base della legge di gravitazione universale, da poco scoperta, che ogni duemila anni, mentre cinque soli sono sotto l’orizzonte e non sono quindi visibili, una luna, non individuabile nella luce del continuo giorno, causa un’eclisse totale su tutto il pianeta dell’unico sole in cielo, permettendo l’apparizione delle stelle.

L’evento (il buio e le stelle) provoca il crollo della civiltà: una autodistruzione originata dalla follia dell’uomo di quel pianeta che, incapace di reggere la visione del notturno cielo stellato, impazzisce.
PS - Consiglio la lettura preventiva della novella di Asimov facilmente reperibile con una breve ricerca in rete.

* * *      * * *      * * *

Pensieri iniziali

Rituale GOI
M. Ven. Fratello 1° Sorvegliante, che cosa chiedete per il Candidato?
1° Sorv. La Luce, Maestro Venerabile.
M. Ven. Che la Luce sia al terzo colpo del mio Maglietto (Colpi lenti ).


Rituale Emulation
M. Ven. Avendovi tenuto per parecchio tempo nell’oscurità, qual è, al momento, il desiderio predominante del vostro cuore?
Candidato (il 2° Diacono suggerisce) La Luce.
M. Ven. Fratello 2° Diacono, restituite al Candidato questa benedizione.


Rituale Duncan
M. Ven. Fratelli, allargate le mani e assistetemi a portare il nuovo fratello alla luce.
I fratelli circondano l'altare e fanno il segno “duegard” di Apprendista.
M. Ven. Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. Dio disse: «Sia luce!» E luce fu.
All'ultima parola “luce” il 1° Diacono fa cadere la benda dagli occhi del candidato e gli toglie il cappio dal collo....

Il buio.
Cosa è il buio?
L’intellettuale lo definisce come “assenza della luce”. Cioè non lo definisce affatto.
In genere infatti dire di qualcosa che è la mancanza di qualcos’altro non è una definizione. La definizione sana, onesta, vera, è quella che ti permette di capir subito di cosa si parla. Così se io definisco un triangolo come un poligono con tre lati, sapendo cosa è un poligono e cosa è un lato so subito cosa è un triangolo.
Ma... “buio”?
Beh, parlandone come assenza di luce, posso sapere cosa è il buio?
Certo - risponde qualcuno - Se è buio tu non puoi vedere.
Ma io non vedo anche se sono in una nebbia fittissima, eppure non è buio. Non vedo nemmeno se sono in quelle camere delle stazioni termali sature di vapore. Eppure non sono buie.
Ma se è buio – ribatte quel qualcuno – è tutto nero e non vedi nulla, mentre in mezzo alla nebbia vedi sempre qualcosa.
E se invece di nero è marrone molto scuro? O blu molto scuro? Anche in questo caso non vedi, ma è buio? E se sono abbagliato da una forte luce non vedo, ma è buio?
E... se fossi cieco? Non potrei vedere anche se non c'è il buio.
Capirete che su questa strada si potrà andare avanti per molto senza però raggiungere risultati apprezzabili.
Noi, quasi geneticamente, crediamo che la luce sia la condizione “normale” del nostro mondo e che l’anomalia sia il buio.
Ma non sappiamo comprendere né capire, né con la ragione né con l'intuizione: né con la Forza né con la Bellezza.
La Forza ci dice che la luce è una radiazione elettromagnetica con lunghezza d’onda compresa fra 350 e 750 nanometri (un nanometro è un milionesimo di millimetro, quello che fino a pochi anni fa veniva chiamato micron). Le radiazioni con lunghezza d’onda inferiore a 350 o superiori a 750 non sono luce. Sono allora buio?
La Bellezza ci dice che le radiazioni al di fuori dell’intervallo suddetto non sono buio, perché sono esattamente la stessa cosa delle radiazioni all’interno dell’intervallo e tra queste e quelle l’unica differenza è la lunghezza d’onda1.
Quindi è insoddisfacente parlare di luce e di buio: la fisica ci insegna che luce e buio sono la stessa cosa, con una sola piccola differenza nella lunghezza d’onda.
Deve intervenire la Sapienza per risolvere una dualità che pare pure artificiosa; la Sapienza, che per sua natura è salita e sale continuamente sulla scala curva.
La natura ha dotato gli animali, e quindi pure l’uomo, di un organo capace di cogliere proprio quelle particolari onde che noi chiamiamo luce, e di non cogliere le altre (il buio). E quindi sul pianeta terra luce è ciò che ci fa vedere e buio è ciò che non ci fa vedere, con confini tra il vedere e il non vedere estremamente individuali.
Ma se passiamo dalla fisica ad altro, il discorso è diverso, molto diverso. Infatti se fisicamente luce e buio sono la stessa cosa, simbolicamente la situazione è diversa. Molto più complessa.
La luce è collegata al vedere e il buio al non vedere.
Simbolicamente la contrapposizione resta: vedere e non vedere, luce e buio, luce e tenebre.
Simbolicamente l’uomo ha collegato il vedere fisico anche al vedere psicologico, animico, spirituale, e così via: vedere è conoscere, sapere; non vedere è non conoscere, non sapere. Il vedere spirituale viene fortemente legato al bene e il non vedere spirituale al male.
Ecco quindi che il contrasto luce e buio si trasforma nel contrasto gnoseologico conoscenza e ignoranza, e nel contrasto etico (drammatico) bene e male.
Ma se il contrasto fisico non esiste, allora che si può dire degli altri contrasti? Potremmo forse dire che conoscenza e ignoranza sono la stessa cosa? E che bene e male sono la stessa cosa?
La domanda è forte. Io credo che nel cammino si dovrà giungere ad una tappa (che probabilmente sarà un percorso piuttosto che un punto ben precisato e certamente non sarà nemmeno in questo piano) dove il caminante2 comprenderà la limitatezza dei contrasti e la necessità di superarli. Invece in questo piano, dove attualmente siamo, è molto pericoloso affermare tout court la necessità di superare il contrasto bene-male, perché temo inevitabilmente diventi una non-scelta che al contrario fa scegliere l’alternativa peggiore.


NOTE
 
1  Esistono animali che “vedono” al di fuori dell’intervallo indicato: per esempio le api vedono l’ultravioletto (lunghezza d’onda maggiore di 750) e altri l’infrarosso (lunghezza d’onda minore di 350). Del resto, anche noi percepiamo l’ “assenza di luce”: ci scaldiamo e cuociamo cibi all’infrarosso e ci bruciamo all’ultravioletto (le scottature per esposizioni eccessive al sole).
2 Uso il termine spagnolo caminante (invece di camminatore, viaggiatore, viandante) perché emotivamente mi colpisce molto più degli altri e mi ricorda quel profondo senso di libertà e di ricerca interiore che emerge dal Caminante no hai camino di Machado.
(continua)

10 agosto 2015

La notte delle stelle cadenti

Propongo per la notte delle stelle cadenti (che qui da me sono oscurate dal cielo nuvoloso) un pensiero che ci accompagni quando tra poco ci coricheremo.

Se le stesse apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni la rimembranza della città di Dio?
Ralph Waldo Emerson
Ho trovato la citazione all'inizio di un racconto di Isaac Asimov, scrittore a me caro, che mi ha spinto spesso a riflessioni non banali. 

Un piatto di tagliatelle 4

Terminano le considerazioni muratorie alle quali abbiamo dato una veste insolita (ma non estranea).
Ricordiamoci che il lavoro muratorio non si sospende mai ed è intenso anche quando non si lavora in Loggia, anche la sera prima di addormentarsi, anche mentre si guida l'auto, anche - per rimanere in tema estivo - sotto l'ombrellone...



La Scala curva

Anni dopo, ormai uomo adulto, il Nipote ricorderà quei momenti.
Nipote: Feci come mi aveva detto, respirai profondamente. Cercai di allontanare ogni timore.

Primo Scalino: Grammatica Egizia

Nipote: Masticai un grosso boccone di tagliatelle. Chiusi gli occhi, e stesi la testa sul collo, dilatai le narici lasciando che l'aria roteasse dalla gola al naso.

Secondo Scalino: Filosofia Etrusca

Nipote: Ebbi l'impressione che l'impasto e gli ingredienti coagulassero prima di dissolversi, che convergessero prima di espandersi nuovamente. Si strutturavano per poi diventare evanescenti, come se avessero subito una sorta di esplosione.

Terzo Scalino: Geometria Ellenica

Nipote: Una detonazione multipla. E il centro di quell'evento, inaspettato, fu il sapore della carota. Quella radice arancione emerse nuda dentro di me. Il suo profumo di terra umida si rivelò dolce al centro della bocca, alla base del naso, isolato dagli altri. La cosa eccezionale fu percepire quell'aroma come qualcosa di vivo, qualcosa che cresceva e mutava trascinando con sé gli altri odori. Se li portava addosso come registrati in memoria. Tutti. Insieme. Nessun ingrediente agiva nello stesso modo eppure si esaltava con gli altri, comunicava con gli altri, si trasformava con gli altri.

Quarto Scalino: Musica Romanica

Nipote: Il corpo tenero della carota cedeva sotto il peso della lingua e il suo profumo entrava in confidenza con i cubetti solidi del sedano, con la loro consistenza tosta e fibrosa, più resistente alla cottura. Agivano insieme tenendosi per mano, l'una dolce e fredda, l'altro sobrio e pungente. Amplificavano il profumo della terra e della foglia fradicia dopo il temporale. Ebbi un brivido violento. Il sedano poi si aggrappava al bisbiglio tiepido della cipolla come una vela si aggrappa al pennone di una nave in un giorno di bonaccia. Quel refolo di vento portava con sé la densità dell'uovo, semidolce, asciugato e vinto dall'abbraccio amidaceo della farina. Insieme erano un corpo unico. Solido. Attraversai fossi di biancospino e percorsi chilometri di campi arati prima di arrivare al mare. Il sale fece schizzare le papille gustative e il pomodoro articolò quel vento, diventato aspro, dentro l'effluvio grasso della carne macinata. Suadente. Come un valzer.

Quinto Scalino: Poesia Gotica

Nipote: L'odore fruttato dell'olio riusciva a legare la pelle ruvida della tagliatella alla parte più liquida del ragù. Una punteggiatura distratta, un alfabeto poetico capace di saltare dalla lingua al naso per codificare i nuovi sapori, per sceglierli, come una mano quando tasta un frutto per saggiarne la consistenza.

Scena Seconda

Il Nipote è arrivato in cima alla Scala.

In cima alla Scala

Nipote (riflette tra sé e sé, sempre a occhi chiusi): Ho sentito odori nuovi, percepito profumi di terra e farina, di mani sporche di uova e fienili pieni di sole, di usi e costumi e danze e sudore, di lavoro, di braccia forti e sangue di maiale dappertutto. Il sangue di maiale. È sempre festa quando si uccide il maiale. Il suo grido acutissimo ti rimane scolpito nelle orecchie per giorni. Già, è stato il grido del maiale a farmi vedere la vacca, agonizzante, lontana, bianca, come i petali dell'albicocco che quando tira il vento paiono neve.

Il 1° Sorvegliante

Lì, in cima alla Scala, sta il 1° Sorvegliante. Per entrare nella Camera di Mezzo ed essere pagato il Compagno deve dare la Parola di Passo.
Notaio Franconi (con il tono tipico dell'adulto verso il piccolo che – ritiene – non è ancora in grado di sapere): Allora figliolo. Dimmi il tuo voto.
Nipote (aprendo lentamente gli occhi, madido di sudore, quasi non consapevole del lavoro svolto): Otto.
Notaio Franconi (sorridendo, con aria di superiorità): Non era un dieci?
Breve pausa.
Notaio Franconi (con la sicumera del 1° Sorvegliante che crede di aver colto in castagna il Compagno di Mestiere pivellino – “Non ricorda la Parola, non verrà pagato. Così imparerà!”, immagina divertito): Il voto è otto? Troppo sale? Troppo cotte?
Nipote (ormai consapevole della serietà del lavoro svolto): No, troppo porco.
Notaio Franconi (con tono improvvisamente serio): Troppo porco!?!
Nipote (con la sicurezza di chi ha compiuto il proprio lavoro e chiede il giusto salario): Troppo porco. Il porco ha rotto l'equilibrio e ha ucciso la vacca.
Notaio Franconi (in piena confusione panica, mostrando l'errore dei Maestri della Loggia ad averlo chiamato a quella Dignità di 1° Sorvegliante): Ucciso la vacca!?!
Nipote (ormai certo di avere pronunciato la Parola giusta per la Camera di Mezzo): La carne del maiale ha esaltato gli odori forti ma ha soffocato quelli delicati. La vacca ha tentato di emergere ma il grasso del porco le ha teso una trappola mortale.

Conclusione: la Loggia giusta e perfetta

Il notaio Franconi esce dalla nostra storia: il suo compito è esaurito e da attore protagonista si trasforma in evanescente comparsa.
Il 1° Sorvegliante, ormai smascherato della sua insipienza, incapace di ammettere di non sapere, fa una smorfia come quella che fanno quei maestri quando, dopo avere trasmesso un sapere, si rendono conto che l'allievo ha appreso in un istante quella conoscenza che a loro è costata la fatica di una vita. L'ha fatta sua. In un attimo. Tutta insieme. Superandola.
L'allievo ha ucciso il maestro.
Il maestro non sopporta di essere superato da un pivellino. Il maestro, questo falso maestro, svanisce e non comparirà mai più.
L'allievo entra a pieno titolo nella Camera di Mezzo.
(fine
***
Ricordo che la serie "Tagliatella" di post è una lettura personale e tendenziosa del capitolo "Il senso dell'unità e dell'equilibrio: il notaio Franconi" da Lo Zen della tagliatella romagnola di Marco Galizzi (Soc. Editrice “Il Ponte Vecchio”, 2011, Cesena). 
Chiamo la lettura personale e tendenziosa perché leggere significa sempre "appropriarsi" di ciò che l'autore propone e sviluppare ciò che la pagina scritta ha stimolato.

09 agosto 2015

Autoreferenzialità e Omologazione

E' una litografia di Escher del 1960: Salita e discesa.Escher così la commentò: L'immagine... presenta un edificio complesso, una specie di convento con un cortile rettangolare interno. Al posto del tetto c'è un percorso chiuso di gradini, una scalinata che consente agli abitanti di camminare intorno all'attico della loro abitazione. Forse si tratta di monaci, membri di qualche ignota setta. Può darsi che salire le scale in senso orario a tempi fissi faccia parte del loro rituale quotidiano: quando sono stanchi, possono mutare direzione e, per un po' scendere...
Due individui refrattari si rifiutano di prendere parte a quest'esercizio spirituale. Senza dubbio credono di saperla più lunga dei loro compagni, ma prima o poi ammetteranno di essersi sbagliati non adeguandosi.
(M. C. Escher, Esplorando l'infinito, Garzanti, Milano, 1991, p. 87).
Non mi piace l'ultima frase. Spesso l'opera d'arte acquista vita propria anche se non era nelle intenzioni dell'autore. Io non vedo i due come adepti che sbagliano, li vedo compagni erranti (da: errare, vagare, andare, non da: errare, errore, sbagliare): se i due fossero semplicemente (semplicemente!?!) due adepti non omologati che non si ritrovano nell'autoreferenzialità degli altri?
Quante volte abbiamo sentito massoni autoreferenziali e autoreferenziantisi! E quante volte ce ne sentiamo sentiti distaccati o semplicemente separati perché la nostra massoneria è forse meno roboante ma un po' più muratoria?
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.