20 ottobre 2016

Un vecchio apprendista

Oggi scrivo cose non mie.
Mio padre ha sempre avuto l'abitudine di annotare ciò che gli capitava. Ho trovato tra i suoi appunti una paginetta che scrisse rientrato a casa la sera in cui entrò in Massoneria.
Ricordo quella sera di tanti anni fa. In quel periodo lavoravo lontano da casa e rientravo solo il venerdì sera. E appunto quella sera, il 13 ottobre del 1972, rientrato ad ora tarda, ci incontrammo in cucina. Lo vidi effettivamente ancora un po' alterato, "su di giri". Sapevo benissimo cosa era successo: io stesso avevo già fatto domanda di affiliazione e sarei entrato due mesi dopo. Ero un po' curioso. Mi disse solo: Vedrai...
Oggi ho trovato in un cassetto ciò che scrisse quella sera (datato: 14 ottobre, ore una - scrisse) subito dopo esserci salutati: il resoconto sommario, forse un po' pedante, del suo rito di iniziazione. Pagine che hanno ancora la freschezza del neofita che ha appena vissuto un'esperienza strana e particolare....

Stasera, dopo cena, c’è stata la mia iniziazione alla Loggia.

Riccardo T. mi aveva dato appuntamento al caffè Flamigni (subito dopo cena, alle 20,45). Preso il caffè, abbiamo cominciato a passeggiare. Un lungo giro, per diverse strade del centro. Dopo una buona mezz’ora abbiamo imboccato via Bufalini; improvvisamente mi sono ricordato che lì c’è la casa dove abitava C. (l’avvocato C., notorio massone, col quale c’erano stati rapporti di lavoro). Forse è la sede della Loggia, ho pensato. Ed infatti siamo entrati in quella che era casa C. Riccardo mi ha fatto entrare nella sala d’aspetto dell’ufficio dell’avvocato D., e di lì in uno stanzino nero.

C’era un armadietto con pratiche: si scorgevano al di là delle ante vetrate, malgrado la luce fioca.

C'era un teschio, una penna, un calamaio su di un tavolino. Scritte minacciose alle pareti, almeno all’apparenza. Probabilmente il significato è un’ altro. Il disegno di un gallo. Un bicchiere d’acqua. Un tozzo di pane.

Sul tavolino anche un foglio di carta: il “testamento” da riempire rispondendo a tre domande (1 – Quali sono i doveri dell’uomo verso se stesso? 2 – Quali sono i doveri dell’uomo verso la Patria? 3 – Quali sono i doveri dell’uomo verso l’Umanità?). Il simbolo (dell’inizio) di un cambiamento di vita.
 
Ho scritto le mie risposte con la grafia più chiara possibile. Così si era raccomandato Riccardo.

Perfezionamento individuale. Trasformare le proprie passioni in sentimenti positivi. Ricerca della Verità;

Difesa della libertà della Patria, elemento essenziale per lo sviluppo del1’educazione. Educare i figli ad essere cittadini attivi. Operare contro l’egoismo, le menzogne ed il trasformismo politico che possono far scadere 1’idea di Patria. Amare attraverso la propria Patria tutte le Patrie;

Contribuire allo sviluppo ed al progresso dell’Umanità col perfezionamento proprio, col perfezionamento della propria famiglia e della propria Patria. Contribuire a diffondere la fratellanza fra tutte le genti.

Poi è entrata una persona con una lunga cappa nera e cappuccio (che gli copriva il viso). Mi sembrava altissimo. Ho poi saputo (dopo 1’Iniziazione) che era Enzo G. (il Fratello Esperto).

Ha preso il mio Testamento ed è scomparso. Di là dal muro sentivo voci confuse. E’ ritornato il lungo nero. Mi ha fatto togliere la giacca, slacciare la cravatta, mi ha alzato una manica della camicia ed anche una gamba dei pantaloni. Mi ha bendato e mi ha condotto fuori (dallo stanzino). Abbiamo attraversato delle stanze e l’Esperto mi ha fatto bussare ad una porta.

E’ iniziato un dialogo (sulla mia identità, qualità ed intenzioni) fra lui ed un’altra persona, dialogo (ad alta voce) poi ripetuto, tre volte mi sembra, da altri nel locale in cui la Loggia era riunita.

Non mi è sembrato questo ripetere frasi, che tutti possono udire ben distintamente la prima volta, una cosa inutile. Probabilmente è un rafforzare un qualche cosa che ancora non conosco.

Si è verificato in quel momento un fenomeno, constatato anche altre volte: mentre una parte di me si è lasciata coinvolgere in quello che accadeva, l’altra parte si è posta come fuori di me stesso, in condizione di osservazione, anche critica.

Mi hanno fatto entrare. Sempre bendato, con gli abiti scomposti, ed al collo un grosso cappio. E’ iniziata la cerimonia con viaggi (simbolici) uniti ad insegnamenti.

Ma, benché siano passate soltanto poche ore, non riesco a ricordare distintamente cosa sia successo.

Anche perché (ad un certo momento) la parte di me, che era rimasta fuori, alla fine è stata coinvolta anch’essa. Ed effettivamente la cerimonia mi ha coinvolto molto più di quanto non abbia percepito sul momento.

Ricordo solo che, quando mi è stata tolta la benda dagli occhi, ho visto davanti a me Riccardo che dirigeva la cerimonia. Infatti è il Maestro Venerabile (della Loggia). Tutti gli altri indossavano un cappuccio nero (che copriva loro il volto) e tenevano una spada rivolta verso di me.

Verso di me e non contro di me. Infatti non ho avuto l’impressione che le punte mi fossero contro. Ed il Maestro Venerabile me l’ha anche detto, ma io non ricordo di aver sentito le sue parole, ricordo solo l’impressione di quell’atteggiamento come non ostile.

Quando poi tutti si sono tolti il cappuccio ed il tempio si è illuminato, io ho continuato a non vedere altro che il volto di Riccardo. Non ho visto la faccia dei molti che erano presenti. Malgrado ne conoscessi molti.

Il mio lungo accompagnatore, l’Esperto, mi ha portato fuori del Tempio per rassettarmi gli abiti e per l’istruzione. Allora sono venuti a salutarmi molti presenti che conoscevo.

Ho ancora una gran confusione in me. Mi è stato dato un rituale. Con un po’ di calma comincerò a leggerlo.

Se la cerimonia di questa sera ha avuto la potenza di sconvolgermi, malgrado una parte di me si fosse messa (almeno all’inizio) in posizione esterna, ci deve essere in massoneria una forza enorme che può proiettarci verso l’alto. O forse verso il nostro interiore più profondo.






19 ottobre 2016

Il topo che mangiava i gatti 2

(continua dal post precedente)

Segretario. Scena Seconda


Maestro Venerabile. Il testo è una grande metafora dell’insipiente che fa scuola agli altri.


1° Sorvegliante. Persone così le troviamo a tutti gli angoli delle strade: sono gli esperti da bar. Loro sì... sanno come va la vita... cosa bisogna fare per risolvere i problemi del mondo.


2° Sorvegliante. Quanti ce ne sono anche in Massoneria! Loro sì che sanno cosa vuol dire essere Massoni, loro sì che ti spiegano la Massoneria...


1° Sorvegliante. Ti spiegano per filo e per segno come si usa la squadra e il filo a piombo, e a non impugnare così male la cazzuola e a puntar bene le punte del compasso...


2° Sorvegliante. No, No. Queste cose non te le insegnano: non sanno cos’è la cazzuola e il filo a piombo.


1° Sorvegliante. Sì che te lo insegnano... Non sanno cosa sono e come funzionano, ma...


2° Sorvegliante. …Ma... te lo insegnano lo stesso!


Oratore. Per loro squadra e compasso sono l’ornamento che si mette su un libro aperto. Un “soprammobile”, un po’ originale questo sì; ma..., perdiana, siamo massoni! Dovremo pur distinguerci dagli altri!


1° Sorvegliante. E mentre tu ti affanni a camminare per un percorso tortuoso, senza mai sapere se la direzione presa è corretta, camminando col tuo piccolo lume, avendo per compagni la tua intuizione spuntata e la tua ragione zoppicante...


2° Sorvegliante. ...Eccoli questi fratelli Bravini che hanno “rosicchiato” libri e libri, che sono uomini di mondo, che sanno come vanno le cose, come il topo della favola...


Oratore. Purtroppo non hanno capito più di tanto, soprattutto non sono stati capaci di rimestare nel pentolone il loro vissuto personale e interiore...


Segretario. Ma parlano,... parlano,... parlano,... dispensando il loro “rosicchiato” a tutti.


Maestro Venerabile. Fino a quando da qualche angolo scuro sbuca un gatto.

(fine)

15 ottobre 2016

Il topo che mangiava i gatti 1

Una delle Favole al Telefono di Gianni Rodari. La leggo con le "lenti" del massone


Segretario. Scena Prima

Oratore. Un vecchio topo di biblioteca andò a trovare i suoi cugini, timidi topolini che abitavano in solaio e non conoscevano ciò che c’era fuori.

1° Sorvegliante. Voi conoscete poco il mondo. Ma almeno sapete leggere?

2° Sorvegliante. (sospirando) Eh, tu la sai lunga.

1° Sorvegliante. Per esempio, avete mai mangiato un gatto?

2° Sorvegliante. (sospirando) Eh, tu la sai lunga. Ma da noi sono i gatti che mangiano i topi.

1° Sorvegliante. Perché siete ignoranti. Io ne ho mangiato più d’uno e vi assicuro che non hanno detto neanche: Ahi!

2° Sorvegliante. E che sapore avevano?

1° Sorvegliante. Di carta e d’inchiostro, a mio parere. Ma questo è niente. Avete mai mangiato un cane?

2° Sorvegliante. Per carità.

1° Sorvegliante. Io ne ho mangiato uno proprio ieri. Un cane lupo. Aveva certe zanne... Bene, si è lasciato mangiare quieto quieto e non ha detto neanche: Ahi!

2° Sorvegliante. E che sapore aveva?

1° Sorvegliante. Di carta, di carta. E un rinoceronte l’avete mai mangiato?

2° Sorvegliante. Eh, tu la sai lunga. Ma noi un rinoceronte non l’abbiamo visto mai. Somiglia al parmigiano o al gorgonzola?

1° Sorvegliante. Somiglia a un rinoceronte, naturalmente. E avete mai mangiato un elefante, un frate, una principessa, un albero di Natale?

Oratore. In quel momento il gatto, che era stato ad ascoltare dietro un baule, balzò fuori con un miagolio minaccioso. Era un gatto vero, di carne e d’ossa, con baffi e artigli. I topolini volarono a rintanarsi, tranne il topo di biblioteca, che per la sorpresa era rimasto immobile sulle sue zampe come un monumentino. Il gatto lo agguantò e cominciò a giocare con lui.

Maestro Venerabile. Tu saresti il topo che mangia i gatti?

1° Sorvegliante. Io, Eccellenza... Lei deve comprendere... Stando sempre in libreria...

Maestro Venerabile. Capisco, capisco. Li mangi in figura, stampati nei libri.

1° Sorvegliante. Qualche volta, ma solo per ragioni di studio.

Maestro Venerabile. Certo. Anch’io apprezzo la letteratura. Ma non ti pare che avresti dovuto studiare un pochino anche dal vero? Avresti imparato che non tutti i gatti sono fatti di carta, e non tutti i rinoceronti si lasciano rosicchiare dai topi.

Oratore. E in un boccone il gatto mangiò il topolino che stava fuori dal mondo.
(continua)

12 ottobre 2016

E' fulesta (continuazione e fine)

 (continua)

Segretario. La guerra terminò. Piano piano rimparammo a vivere. Le stagioni si succedevano alle stagioni: a volte inverni tiepidi, a volte qualcuno ferocemente freddo.

L’inverno dell’altr’anno fu uno dei più rigidi che ricordi... Frequenti nevicate, nebbie continue e tenaci. E gelo, gelo che sembrava ti si fosse appiccicato addosso.

1° Sorvegliante. Quella sera si ballava al Casermone. Un buon numero di giovanotti si dava da fare a suon di musica, mentre gli anziani, nell’angolo più lontano della vasta sala sbattevano con forza sul tavolo le carte del maraffone. E mugugnavano alla cagnara indiavolata della musica moderna.

Oratore. La festa era al culmine. Ma fuori aveva ricominciato a nevicare. Improvvisamente entrò uno.

Maestro Venerabile. Lo riconobbi subito. Aveva la stessa palandrana di tanti anni prima. I giovani intanto avevano ripreso il ballo e fecero poca attenzione a quella strana figura che il vecchio azdòr della Ca’ Bassa aveva già accompagnato al caldo davanti ad un bicchiere di quello buono.

Sorvegliante. Fratello Copritore, chiedete al viaggiatore la sua professione.

Copritore. Cosa volete mai... Le favole oggi non le ascolta più nessuno... Adesso si va al cinema, c’è la televisione... chi ascolta più le storie d’un povero vecchio?

Maestro Venerabile. Ma anche oggi c’è qualcuno che crede alle favole.

Segretario. Il viaggiatore rimane muto. Gli occhi stanchi s’accendono per un attimo di speranza. Poi scuote la testa guardando i ragazzi ballare o dimenarsi E fa un gesto sconsolato.

Maestro Venerabile (a bassa voce). Boccafresca.

Oratore. Il viaggiatore sorride nel sentire che conosce il suo nome.

Maestro Venerabile. Boccafresca... Raccontateci una delle vostre belle fole. Volete vedere che vi ascoltano ancora?

Oratore. Negli occhi del viaggiatore guizza un debole lampo di interesse.

Maestro Venerabile (a voce alta). Ragazzi! Ragazzi! Vogliamo fare un po’ di riposo ascoltando una bella storia del più famoso folista di Romagna?

Segretario. I ragazzi si fermano perplessi. Poi, lentamente, si voltano verso il vecchio. Anche i giocatori posano le carte e si girano verso quella strana figura.

Oratore. Boccafresca si alza. 

Copritore. Vi racconterò la favola del famoso Re Azzurrino che...

1° Sorvegliante. Ma che re d’Egitto! Dei re ne abbiamo avuto abbastanza! È ora che vadano tutti via... (ride).

Copritore. (un po’ smarrito) Allora... allora, vi racconterò quella della Principessa Addormentata...

2° Sorvegliante. Le principesse non dormono più... Vanno in crociera, a sciare. Non dormono più le principesse... (ride).

Copritore. (sempre più smarrito) Allora se non vi piacciono né i re né le principesse, vi racconterò la favola dell’orco Barbadifuoco che mangiava i bambini cattivi...

Oratore. Ma un bambino si alza con il suo mitra di plastica, simile a quelli veri, e... tà-tatatatà-taratatà... spara una raffica contro il povero Boccafresca: Vedi?... Vedi cosa faccio io all’orco?... L’ammazzo!

Maestro Venerabile. Boccafresca è immobile e freddo, come se il gelo dei suoi occhi fosse già sceso su tutto il suo corpo.

Copritore. Sono stanco... ho sonno ... tanto sonno. No, no, in un letto no. La stalla. L’avete vero la stalla?... Allora per piacere accompagnatemi là... Starò benissimo con gli animali.

Oratore. Nella stalla ormai non ci sono più bestie, ma trattori, erpici, falciatrici, pompe. Il folista si guarda attorno, smarrito, non c’è paglia.
“Adesso vi porto una bracciata di fieno; non lo abbiamo ancora venduto tutto” – fa il contadino.
Boccafresca guarda la stalla. Com’è cambiata!

1° Sorvegliante. Invece del caldo acre delle bestie c’è il puzzo della nafta.

2° Sorvegliante. La fragranza della paglia ha lasciato il posto al fetore dei concimi e del mangime.

Oratore. Torna il vecchio azdòr sepolto sotto un mucchio di fieno. L’aiuto a fare un po’ di posto fra un bidone di nafta e un sacco di fertilizzante. E lì, sul fieno, si stende il vecchio folista...

Maestro Venerabile. Fratello 1° Sorvegliante, in che cosa consiste il lavoro del Compagno?

1° Sorvegliante. Sgrossare la Pietra e trasformarla in Pietra Cubica.

Maestro Venerabile. E poi?

1° Sorvegliante. Salire una scala curva di cinque gradini.

Maestro Venerabile. Dove conduce la scala?

1° Sorvegliante. Nella Camera di Mezzo.

Oratore. Al mattino la stalla è vuota. Boccafresca se ne è andato.

Segretario. Non andò lontano (o forse sì?). Il freddo l’aveva 
fermato alla “cvérza ‘d Maiòl”. E lì, si era appoggiato al tronco della vecchia quercia ed era scivolato fino a terra.
La palandrana gli era finita sul capo e il suo corpo così scoperto sembrava un fascio di canne secche.

Oratore. Attorno a lui, nitide, strane e mirabili impronte mai viste: danzavano orme leggere e leggiadre di scarpine di fata, orme enormi e pesanti di stivali dell’orco. Folletti, nani e giganti, maghi e principesse avevano ricamato una ghirlanda d’amore all’ultimo cantore d’un mondo fiabesco e fantastico, dove si “viveva cent’anni, felici e contenti, con la principessa dai capelli d’oro”.

Segretario. Il Compagno ha bussato alla porta della Camera di Mezzo. L’hanno fatto entrare, ma subito dopo qualcuno ha chiuso la porta. E noi siamo rimasti fuori.



Lettura “tendenziosa” del racconto E’ Fulesta di Giuseppe Bartoli, in Fuochi sulle Colline, Edizioni del Girasole, 1997, p. 9.

10 ottobre 2016

E' fulesta

Una piccola "manipolazione muratoria" di un racconto non mio.

Segretario. PREMESSA. Personaggi

Il Maestro Venerabile: il più saggio ed equilibrato
Il 1° Sorvegliante: un tipo robusto
Il 2° Sorvegliante: uno dalla mente fervida
L’Oratore: uno che vede lontano.
Il Segretario: un registratore vivente.
Il Copritore: un guardiano incorruttibile


Maestro Venerabile. I lavori riprendono grazia e soavità. Fratelli dobbiamo passare dalla perpendicolare alla livella.

Segretario. Nel palcoscenico vario e cangiante della prima collina non possono esibirsi che personaggi singolari e coloriti. Solo qui, dove non è più piano, ma non è ancora monte, dove i fiumi scorrono tutti da Occidente ad Oriente, come il padre Po. Con le sponde Settentrionali e Meridionali, orientate come le nostre Colonne. Tutti nello stesso verso, ma non troppo rapidi, senza grandi cascate. Qui, proprio qui, dove mancano i dirupi dei monti e non ci sono più gli acquitrini delle piane.

Oratore. In questa terra, dove la campagna potentemente verde va dalla sabbia della marina ai crinali dell’Appennino, compaiono esseri strani.

Segretario. E’ del poeta più umile ma più profondo, più ingenuo ma più comprensivo, che ora narriamo la storia: e’ fulèsta. il favolista, l’affabulatore, personaggio che ebbe la sua maggior fortuna prima della radio e della televisione.
Andava di paese in paese, di mercato in mercato, dava la stura al suo mondo poetico ed immaginario, alle sue fole che avvincevano grandi e piccini.

Oratore. Ascoltai uno di questi narratori durante l’ultima guerra. Eravamo sfollati in campagna. Fu appunto durante il passaggio del fronte, tra bombe e cannonate, che comparve questo strano poeta.

Copritore. Fratello 1° Sorvegliante, si batte alla porta del Tempio.

1° Sorvegliante. Fratello Copritore guardate chi osa battere così.

Copritore. Fratello 1° Sorvegliante, è... è... è... Non so chi sia... E’ uno sconosciuto.

Oratore. Ce lo trovammo in mezzo a noi, giù in cantina, dove ci eravamo rifugiati. Nel buio quasi completo udivamo le granate scoppiare. Ad un tratto nell’oscurità si alzò dolce e rassicurante una voce sconosciuta.

Copritore. Fratello 1° Sorvegliante, il bussante è entrato.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, lo sconosciuto è entrato in qualche modo strano nel Tempio.

2° Sorvegliante. Maestro Venerabile, lo sconosciuto sta parlando... racconta cose strane... sembra quasi dipanare una matassa fatata e fantastica.

Oratore. Come per magia ci sentimmo presi e incantati da quel raccontare suadente che quasi quasi dimenticammo le granate.

Segretario. Ci pareva di vedere nel buio il luccichio della corona di un re, e il manto azzurro di una bellissima fata, e la scopa di una strega. La morte era lì, a due passi, ma noi eravamo altrove, in un mondo strano, magico, luminoso, dove tutti, dopo l’avventura, “vivevano fino a cento anni, felici e contenti”.

Oratore. I bambini avevano smesso di piangere. Le madri non urlavano più. 

Segretario. Erano cessate anche le bestemmie degli uomini, che in quell’ora scottante avevano il sapore di una preghiera.

Oratore. Le fole si succedevano ad altre fole, così, senza respiro, perché l’incanto non spezzasse il suo tenue filo. L’alba giunse improvvisa facendo tacere le cannonate. E in quella cantina alla paura della morte era succeduto il profumo della meraviglia.

Maestro Venerabile. Accompagnai io stesso il narratore alla porta. Quando tentai di fargli scivolare qualche moneta fra le dita rifiutò dignitosamente:
Siamo in guerra, lavoro gratis... Piuttosto, se hai qualcosa da mettere nella mia caraténa [la pipa]... l’è tanto che digiuna poveretta!
Gli allungai una presa di tabacco, che fece sparire in una tasca della sua palandrana.
E... grazie! – aggiunsi – signor... signor...
Boccafresca – rispose sorridendo. Sì, Boccafresca. È un nome curioso vero? Me l’hanno messo da tanto tempo che non ricordo più quello buono...
Lo salutai pensando che mai nome fosse più appropriato.

Oratore. Si allontanò lungo uno stradino, saltando le buche delle granate. Laggiù in fondo scomparve nella nebbia mattutina.
E rientrai chiedendomi se tutto non fosse stato che un sogno...

(continua)

16 marzo 2016

Oriente Eterno

Novantaquattro anni. Ora non riesce a parlare. E’ visibilmente provato. Il fisico è affaticato.

A volte vive in un mondo suo, che ha pochi legami con il mondo quotidiano: ricordi passati?.. “presenze” che gli stanno vicino come in una sala d’aspetto? “compagni di viaggio” che lo accompagneranno per un poco?...

A volte è presente a questo mondo. I cambiamenti sono repentini e imprevedibili. Spesso si fatica a comprendere ciò che dice. L’articolazione delle parole non è più quella.

L’altro ieri, improvvisamente, ha chiesto una lettiga.

“Per che fare?” gli ho chiesto.

E lui: “Voglio andare a casa”.

“Ma sei già a casa” ho risposto. “Vedi, questa è casa tua, sei sul tuo divano. Qui ci sono le tue cose”.

Si è guardato attorno. Ha realizzato di essere a casa. Mi ha guardato e mi ha detto: “Allora buttami via. Buttami in mezzo alla strada!”.

E mi è venuto in mente un ricordo della mia adolescenza. Abitavamo da poco in quella casa; pur essendo in piena città la strada era ancora sterrata, sassi e polvere. Una mattina mia nonna trovò la carcassa di un topo fatto fuori dal gatto di casa. E allora lo prese e lo buttò via in mezzo alla strada: gesto oggi riprovevole, ma allora voleva semplicemente significare il gettar via qualcosa di inutile, da scartare, appunto, da buttar via, nemmeno degno della spazzatura.

Proprio la sua richiesta di esser buttato via fa pensare quanto gli stia pesando il suo essere come in prigione.

Essere solidale con lui, compatire con lui significa augurargli il prolungamento di questo genere di vita? Oppure augurargli una buona partenza e cercare, con una vicinanza calma e partecipe, l’allentamento dei legami fisici... Insomma una specie di viatico e di buon viaggio?

Non è forse un augurio del genere, non augurio di morte, ma vero augurio di vita? La vita prosegue, altrove, altrimenti. Non più qui.

Ma è tremendo...

11 marzo 2016

Oriente Eterno

Non so parlare dell’Oriente Eterno, ma posso solo accennarne con qualche pennellata simbolica. E quindi non posso dire cosa è, ma posso pensare ad un’immagine.

Tutti hanno sempre cercato di “vedere” il termine ultimo della vita fisica e ne hanno indicato immagini poetiche: passare al di là del velo, salire sulla grande montagna, cacciare sulle grandi pianure.

Io posso immaginarmi un lungo corridoio al termine del quale c’è una porta chiusa, che si aprirà al momento opportuno. Oppure un sentiero in un grande bosco che conduce verso l’antro di una caverna, ma che ancora non posso varcare.

E’ un’immagine idillica: cammini tra cinguettii di uccellini, tra lo stormire delle fronde, l’urlo di animali lontani, presenze misteriose ma non pericolose o minacciose. Un modo forse di “attenuare” l’impatto emotivo della cessazione della vita fisica.

Tempo fa, durante una Tornata di Loggia, il fratello Mauro disse che la morte personalmente non lo spaventava, ma lo preoccupava il dolore che può precedere il termine della vita fisica.

Il dolore è un segnale che il corpo manda al comando per avvertire una situazione di pericolo che può compromettere l’integrità fisica. Può essere presente al declinare del corpo fisico con una serie non solo di attenuazioni di ciò che si può ancora compiere ma anche, spesso, di ciò che non funziona più.

Ma ci sono anche altre “cose” che preoccupano, che mi preoccupano. Sono le malattie degenerative, quelle che ti prendono all’inizio quasi impercettibilmente, e un po’ alla volta, pian piano, ti si appiccicano come una cozza allo scoglio, ti succhiano fino a lasciare un involucro completamente vuoto, morto prima ancora di morire. Ti sembrerà di essere come quelle prede dei ragni, subito paralizzate e poi, con la stessa saliva del ragno, liquefatte in modo che il predatore possa succhiare il liquido proteico lasciando l’esoscheletro vuoto.

La memoria è ciò che, oggi, ti fa dir di aver vissuto. Ricordi belli, ricordi brutti. Ricordi delle cose che hai fatto, ricordi delle cose che non hai fatto. La memoria conserva il tuo bagaglio, quello che ti porti dietro fino all’appuntamento con la Nera Signora, quello che ti fa dire che sei tu e non qualcun altro.

Se ti vien meno la memoria sei finito.

Sono da alcuni anni il Segretario di Loggia. Ho sentito e sento molto il senso della memoria, della Loggia e mia personale come componente della Loggia.
Quando scrivo un verbale (sì, la Tavola Architettonica della Tornata precedente) mi sento il cuoco che rimescola nel paiolo di Loggia quanto i Fratelli hanno consegnato al magazzino della memoria collettiva del cantiere.
Rimescolo e ricuocio per rielaborare la memoria collettiva del lavoro svolto. Mi sento una specie di cuoco che rimescola la polenta nel paiolo per evitare che si attacchi. Il cuoco prepara la polenta per tutto il cantiere. Ma, contemporaneamente, quel cuoco, prepara anche per se stesso.

Voglio dire che cuocio anche nel mio paiolo per sfamarmi. La polenta è per tutto il cantiere e quindi è anche per me, come componente del cantiere e come cuoco che prepara per tutto il cantiere.

Rimescolo nel paiolo della mia memoria. La Tornata di Loggia non è una semplice assemblea o riunione: è qualcosa che ti colpisce e va depositata anche nel tuo bagaglio personale.

Comprometterne la memoria significa anche compromettere te stesso.

Qui sta il punto: come giungere alla soglia?

A volte vi giungi vero e proprio prigioniero nel corpo fisico, ormai una vecchia carcassa che non regge più, ma resta tenacemente il corpo fisico, abbarbicato testardamente a questa parvenza di sopravvivenza, una specie di cella senza porte e con finestrine che si rimpiccioliscono.


Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.