07 dicembre 2016

Delle mosche del mercato

Diversi anni fa commentai alcuni capitoli dello Zarathustra di Nietzsche, un'opera che mi affascinò un sacco.


Amico mio, fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dal fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dai pungiglioni degli uomini piccoli.

Zarathustra non usa più il termine uomo per questi individui, li sminuisce ulteriormente qualificandoli piccoli e associandoli a mosche. Si può sfuggire loro solo nella tua solitudine, non la solitudine dell’angoscia, ma isolamento e lontananza che permettono di lavorare su se stessi evitando il fracasso non tanto del mondo quanto degli omuncoli.

La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente con te. Sii di nuovo simile all’albero che tu ami, dalle ampie fronde: tacito e attento si leva sopra il mare.
Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio di mosche velenose.

Solo nella solitudine è possibile conquistare il silenzio che permette il lavoro. Al di fuori si è nel mercato. Qui il mercato assume la valenza negativa del rumore e delle apparenze. Il mercante vende la propria merce per ottenere il massimo profitto, vantando pregi e qualità che non ha, cercando quindi di raggirare l’acquirente. Il quale a sua volta cerca di acquistare con la minima spesa, deprezzando ciò che compra. Per entrambi il principale obiettivo non è tanto la merce oggetto della compra–vendita, quanto l’ottenimento di un profitto personale.

Nulla di più estraneo all’aristocratico Zarathustra. Il rumore e le apparenze sono estranee al caminante che ha scelto da tempo altri scopi.

Anche le cose più eccellenti del mondo non valgono nulla, se non trovano qualcuno che le rappresenti: grandi uomini sono chiamati dal popolo questi attori.
Il popolo capisce poco ciò che è grande, cioè: la creazione. Ma esso ha comprensione per tutti gli attori e i commedianti delle grandi cause.


La creazione è un atto troppo grande perché la gente possa comprenderlo. Provocatoriamente Zarathustra usa il termine popolo, che nella coscienza moderna assume una valenza positiva (di contro ad altri termini, quali masse, classi,…, con una chiara sfumatura negativa o non positiva).

L’atto creativo è al di fuori della comprensione di chiunque non sia giunto al livello del fanciullo prima e del superuomo poi, men che mai di chi è ancora allo stadio di cammello. Al più possono accettare i miti religiosi sulla creazione del mondo da parte di un dio.

L’atto creativo effettuato dall’uomo è al di là non solo della possibilità di comprensione, ma anche della facoltà di immaginazione del cammello…

Il mondo ruota intorno agli inventori di valori nuovi – invisibilmente esso ruota. Ma il popolo e la fama ruota intorno ai commedianti: così va il mondo.

Gli inventori di valori nuovi, i creatori, sono innovativi appunto perché creano i valori del futuro. I commedianti invece si rifanno ai vecchi valori, ormai appartenenti al passato. Ma i cammelli non possono capire il nuovo e si mantengono fedeli al vecchio, del quale non possono comprendere il superamento. Il cammello è appagato dalla universalità (e quindi immutabilità) del valore cui presta fede (ecco il termine corretto: prestar fede). Il cammello è infatti un fedele che ritiene la sua credenza “definitiva”.

Il commediante ha spirito, ma poca coscienza dello spirito. Egli crede sempre a ciò con cui gli riesce di suscitare la fede più intensa – la fede in se stesso!
Domani avrà una nuova fede e doman l’altro un’altra ancora più nuova. Simile al popolo, egli ha rapidi sensi, e umori mutevoli.

La cosa sorprendente sta nel considerarle di fedi diverse, ma la stessa fede. Il devoto cristiano non ammetterà mai che la religione di Paolo con l’insistenza sull’importanza della fede sulle opere (come invece prescriveva l’ebraismo), il cristianesimo medievale di un Bonifacio VIII, il cristianesimo del XX secolo siano tre cristianesimi diversi: li considererà sempre e comunque la stessa religione, definitivamente creata dopo gli avvenimenti palestinesi di venti secoli fa.

Il commediante è l’uomo di questa multiforme fede. Non tanto uomo, quanto piuttosto cammello: come l’attore si cala nelle singole parti e assume le più diverse personalità, così il cammello sopporta tutto senza distinzioni e non è in grado di distinguere e respingere.

Sconvolgere – ciò significa per lui: dimostrare. Far perder la testa – ciò significa per lui persuadere. E il sangue è per lui la migliore delle ragioni.
Una verità che si insinui solo in orecchie fini, la chiama menzogna e nullità. Certo, egli crede solo a dèi che facciano gran fracasso nel mondo!
Il mercato è pieno di buffoni solenni – e il popolo esalta i suoi grandi uomini! questi sono per lui i padroni del momento.
Ma il momento li incalza: così essi ti incalzano: e anche da te pretendono un sì o un no. Guai, vuoi assiderti tra pro e contro?
Per via di questi assoluti e indiscreti, sii senza gelosia, tu che sei un amante della verità! Mai la verità fu al fianco di un assoluto.

Perché la verità non può essere un assoluto. L’uomo che enuncia la propria verità non può essere un assoluto. Se fosse un assoluto non sarebbe di questo mondo.

Per via di questi subitanei, ritirati nella tua sicurezza: solo sul mercato si viene assaliti con la richiesta di un sì o di un no.

Il mercato è anche il luogo dove si enunciano le cose con un sì o con un no. Non c’è posto per la praticamente infinita gamma delle sfumature; non c’è quindi spazio per il cammino.

Tutte le sorgenti profonde vivono con lentezza la loro esperienza: esse debbono attendere a lungo prima di sapere che cosa è caduto nella loro profondità.
Tutto quanto è grande si ritira in disparte dal mercato e dalla fama: gli inventori di valori nuovi hanno sempre abitato lontano dal mercato e dalla fama.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine: io ti vedo tormentato dalle punture di mosche velenose. Fuggi là dove l’aria spira forte e inclemente!
Fuggi nella tua solitudine! Hai vissuto troppo vicino ai meschini e miserabili. Sfuggi alla loro vendetta invisibile! Verso di te essi non sono altro che vendetta.
Non levare più il tuo braccio contro di loro! Innumerevoli sono essi, e non è tuo destino essere uno scacciamosche. Innumerevoli sono questi meschini e miserabili; e più di un edificio orgoglioso è andato in rovina solo a causa di gocce di pioggia e di erbacce.
Tu non sei una pietra, ma già sei divenuto cavo per le molte gocce. Ancora molte gocce e dovrò vederti spaccato e in frantumi.
Spossato io ti vedo da mosche velenose, sanguinosamente segnato in cento scalfitture; e il tuo orgoglio non vuol nemmeno andare in collera.
In tutta innocenza essi vorrebbero da te il sangue, sangue bramano le loro anime esangui – e perciò pungono in tutta innocenza.
Ma tu, che sei profondo, tu soffri troppo profondamente, anche per piccole ferite; e ancora non sei riuscito a guarirti, che già lo stesso verme velenoso ti è strisciato sulla mano.

Tolleranza

Io ti vedo troppo orgoglioso, per uccidere questi ingordi. Bada però che non diventi la tua rovina, dover sopportare i loro torti velenosi!
Essi ti ronzano intorno anche con la loro lode: impertinenza è la loro lode. Essi vogliono la vicinanza della tua pelle e del tuo sangue.
Essi ti adulano come un dio o un demonio; essi piagnucolano davanti a te come davanti a un dio o un demonio. Che importa! Adulatori essi sono e piagnucoloni, nulla di più. –
Spesso fanno anche gli amabili conte. Ma questa è sempre stata l’intelligenza dei vili. Sì, i vili sono intelligenti!
Essi riflettono molto su di te nella loro anima angusta – tu sei sempre inquietante per loro! Tutto quanto è oggetto di molta riflessione, diventa inquietante.
Essi ti puniscono per tutte le tue virtù. E ti perdonano, veramente, solo – i tuoi errori.
Tu sei mite e di equo sentire, perciò dici: «Essi non hanno colpa della loro esistenza meschina». Ma la loro anima angusta pensa: «Colpevole è ogni grande esistenza».

Zarathustra ammonisce: Bada però che non diventi la tua rovina, dover sopportare i loro torti velenosi!

La tolleranza viene comunemente intesa come applicazione del principio voltairiano: non sono d’accordo con te, ma mi batterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di esprimerti.

E’ sicuramente un principio ideale da perseguire nella società e ancora oggi non attuato in molti paesi.

Zarathustra però si pone in una prospettiva diversa dal sociale (che – ripeto – è pur fondamentale per la convivenza civile), per cui la valenza della tolleranza può non essere positiva. Non è accettabile infatti confondere tolleranza con sopportazione. Mi spiego. Supponiamo che qualcuno sostenga che non sempre un corpo lasciato libero cade verso il basso, ma che può anche salire verso l’alto. Io gli chiederei di specificare o i casi in cui il corpo non cade o le leggi che regolamentano la caduta; in caso contrario mi sentirei di accusarlo di ignoranza senza per questo sentirmi intollerante.

Lo stesso succede nel lavoro interiore.

Io non credo che ogni idea abbia la stessa valenza nel lavoro interiore perché bisognerà pur evitare questa indifferenza morale o culturale.

Io personalmente ritengo che non tutte le opinioni possano essere considerate ugualmente valide e che si possa (anzi, in certi casi si debba) opporsi a certe opinioni, anche se sono consapevole della non universalità delle piccole verità che ho raggiunto e della mia impossibilità di imporle ad altri.. Ma è un terreno scivoloso e non mi sento in grado di stabilire con una precisione accettabile cosa sia valido e cosa no.

Per parte mia ritengo che la tolleranza, oltre ad ammettere implicitamente la facoltà che tu possa esprimere le tue idee, nel lavoro interiore assuma un senso per così dire costruttivistico.
In un certo senso richiama il simbolo dell’arco che si appoggia e supera le due colonne, le quali per così dire sostengono e “tollerano” l’arco stesso. Ecco, tollerare significa porsi nell’ottica di costruzione: da due idee opposte riuscire a costruire una nuova idea (né l’una, né l’altra, ma un po’ dell’una e dell’altra) che “tolleri” i due punti di partenza. Tollerare quindi significa modalità costruttiva di superamento del binario. L’immagine architettonica della tolleranza è data a mio parere dall’arco che sormonta le due colonne: entrambe le colonne “tollerano”, “sopportano” l’arco, che si regge appunto perché si appoggia su entrambe. A sua volta l’arco completa le colonne e “supera” le loro individualità, rendendole struttura unica. Tollerare quindi significa costruire e significa pure non accettare ciò che appare distruttivo.

Nel piano spirituale (non in quello comportamentale nel quale restano ristretti tanti uomini non ancora leoni) quindi debbo cercare nelle altre posizioni diverse dalla mia quel quid che permetta la costruzione e la stabilità dell’arco. In questo senso (ma solo in questo senso) posso accettare una specie di equivalenza delle posizioni come ricchezza dell’uomo e in questo senso (ma solo in questo senso) rigettare la posizione di chi si ritiene investito di verità rivelate e di guardarmi – con Brecht – da colui che ha dio in cielo.
Il camminatore deve liberarsi dai fastidi degli sciocchi, dai quali non solo non deve aspettarsi aiuti, ma dai quali deve guardarsi.

Anche se sei mite con loro, si sentono pur sempre disprezzati; e ricambiano ogni tuo atto benefico con subdole cattiverie.
Il tuo orgoglio senza parole va sempre contro il loro gusto; giubilano, se qualche volta sei tanto modesto da essere vanitoso
Nell’atto stesso in cui noi riconosciamo qualcosa in un uomo, questo qualcosa prende fuoco in lui. Perciò guardati dalle persone meschine!
Essi si sentono meschini di fronte a te, e la loro bassezza cova, ardente sotto la cenere una vendetta invisibile. Quante volte sono ammutoliti al tuo apparire, e la loro forza li ha abbandonati come il fumo di un fuoco che si estingue: non l’hai notato?
Sì, amico mio, tu sei la cattiva coscienza dei tuoi prossimi: essi infatti non sono degni di te. Perciò ti odiano e vorrebbero succhiarti il sangue.
I tuoi prossimi saranno sempre mosche velenose; ciò che in te è grande – proprio questo non può non renderli più che velenosi e sempre più mosche.
Amico mio, fuggi nella tua solitudine e là dove spira un’aria forte e inclemente. Non è tuo destino essere uno scacciamosche. –
Così parlò Zarathustra.

NOTA  -  La frase di Brecht non significa elogio dell’ateismo (posizione che personalmente rifiuto come rifiuto quella di credente e di religioso), ma rinuncia di idee preconcette e assolutiste. Vi è uguaglianza delle potenzialità nella ricerca, ma la verità è una conquista individuale e non tutti gli uomini sono uguali sul piano delle realizzazioni (uguaglianza dei diritti, ma non dei doveri: chi è più in alto – cfr. il maestro nel Gioco delle perle di vetro di Hesse – ha più doveri). La strada è per tutti – cammelli compresi –, ma sarà percorsa solo da chi vorrà e ne sarà capace. Solo i capaci da cammelli diventeranno leoni. E solo gli ancora più capaci da leoni fanciulli. Troppo superficiale invece la posizione di chi ritiene valide tutte le diverse vie, a patto di mantenere una sola meta.

06 dicembre 2016

Edipo

Una tavola di mio padre. Al solstizio d'inverno di tredici anni fa la scrisse e qualche mese dopo la tracciò nella sua Loggia.


Questo mito è conosciuto sopra tutto per le tragedie di Sofocle ed a prima vista sembra una tremenda vicenda familiare, governata da un Fato tanto illogico quanto crudele. Le piccole debolezze umane possono spesso provocare effetti catastrofici, sproporzionati, sui quali il piccolo uomo non ha alcuna possibilità di intervenire. Questo sembra il suggerimento morale. Non a caso il Fato era nell’ellenismo una divinità minore sulla quale però Zeus, il padre degli dei, non aveva alcun potere.


A grandi linee il mito ci presenta Laio, re di Tebe, che, dopo un lungo periodo di matrimonio con Giocasta, non ha ancora eredi. 

Preoccupato si rivolge ad un oracolo che gli predice a breve la nascita di un figlio, un figlio che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre.

Naturalmente Laio è fortemente turbato dalla profezia e, quando il figlio nasce, ordina ad un servo di abbandonare il neonato sul Monte Citerone, in Beozia, dopo avergli ferito le piante dei piedi perché le belve, richiamate dall’odore del sangue, lo divorassero.


Ma un pastore, Forba, richiamato dai vagiti del piccolo, lo raccoglie e lo porta a Polibo, re di Corinto.


Polibo e la moglie Peribea (o Merope) allevano amorosamente il bambino come fosse loro figlio e lo chiamano Edipo (dai piedi gonfi).


Quando Edipo diventa adulto, avendo udito accenni maligni riguardanti la sua eventuale non legittima origine, si reca a Delfo per interrogare l’oracolo sulla propria nascita. L’oracolo non risponde direttamente alla domanda di Edipo ma gli predice che egli avrebbe ucciso il padre e sposato la madre. Sconvolto dalla profezia e spinto dall’amore per coloro che egli ritiene i propri genitori Edipo abbandona Corinto nel tentativo di evitare l’avverarsi della profezia.

In Beozia ad un trivio incontra, proveniente dalla parte opposta, un cocchio con un vecchio a bordo, guidato da un auriga. L’auriga pretende con arroganza di avere la precedenza, ed Edipo, sdegnato, lo malmena. Il vecchio allora colpisce Edipo alla testa con una sferza a due punte e per reazione il giovane viandante risponde con un colpo di mazza che uccide il vecchio. Il vecchio è Laio, re di Tebe, sposo di Giocasta e padre naturale dello stesso Edipo.


Inconsapevole di aver ucciso il vero padre, Edipo prosegue il cammino. Ad un valico sul Monte Citerone, in uno stretto passaggio obbligato, incontra la Sfinge, un mostro con testa e petto di donna e corpo di leone, che propone ai viandanti un indovinello. Chi non sa risolverlo viene divorato dalla Sfinge stessa; chi invece saprà darne la soluzione avrebbe costretto il mostro a precipitarsi nel sottostante burrone, liberando gli abitanti della contrada dalla sua sanguinosa presenza.


In questo punto la storia ha delle discordanze e delle varianti. La Sfinge era stata inviata da Era, moglie di Zeus, per punire Creonte, re di Tebe (ma non era Laio il re di Tebe?), che aveva accolto e protetto Alcmena, colpevole di essersi concessa a Zeus, presentatosi a lei sotto le sembianze del marito Anfitrione, assente. Gli abitanti di Tebe si erano ripromessi di eleggere loro re l’uomo che, risolvendo l’enigma, li avesse liberati dalla Sfinge. Il nuovo re avrebbe poi sposato Giocasta, la regina vedova (vedova però da poco, altra incongruenza della storia).


Ma queste discordanze non sono essenziali alla nostra ricerca. Almeno credo.



L’enigma da sciogliere è il seguente: Qual è quella cosa che ha voce, che la mattina va con quattro piedi, a mezzogiorno con due e la sera con tre?


Edipo risponde che quella cosa è l’uomo, che all’inizio della sua vita si muove a gattoni, usando mani e piedi, nell’età adulta cammina regolarmente con le sole gambe e nella vecchiaia si aiuta con un bastone. È la risposta giusta e la Sfinge si uccide; i tebani, riconoscenti, eleggono Edipo re di Tebe, ed egli sposa Giocasta, senza sapere che è la propria madre. Quando saprà la verità, sconvolto, si accecherà.



Al di là delle apparenze qual è il significato di questo mito? Perché la Sfinge uccide chi non sa rispondere al suo quesito? La perdita della vita per una risposta errata sembra un pedaggio sproporzionato.


E che cosa rappresenta il parricidio?


E l’incesto?


In tutti i miti c’è un tipo d’incesto particolare, collegato alla sacra ierogamia delle prime divinità creatrici, utile a rappresentare simbolicamente il mistero dell’azione delle Forze creatrici. Ma l’incesto di Edipo non appartiene a questa categoria.


Nelle diverse mitologie sono presenti a volte incesti fra umani, ma quasi mai quello fra madre e figlio, il più terribile e più tragico fra tutti gli incesti.


Cosa si cela allora dietro il mito?



La soluzione dell’enigma intanto ci dice che il ricercatore, il viandante solitario, all’inizio della propria ricerca deve comprendere ed interiormente fare sua la natura intrinseca della materia e le sue leggi.


Quattro è il numero relativo alla materia e quattro infatti sono gli elementi filosofici, base del mondo materiale anche nei suoi aspetti energetici. Nell’indovinello ciò è simboleggiato dal bambino che si muove usando mani e piedi.


Proseguendo la ricerca il viandante prende coscienza della bipolarità della Creazione o Manifestazione della Divinità, e di quanto è ad essa correlato. Il numero due rappresenta appunto tale polarità, simboleggiata spesso da due colonne, come la Jakin e la Boaz, colonne del Tempio di Salomone e del tempio massonico.


Il due è la matrice diretta del quattro secondo gli antichi egizi. A Saïs un’iscrizione sulla tomba di un sacerdote di Ammon, nel tempo della XXII Dinastia, riporta: Io sono UNO che diventa DUE, io sono DUE che diventa QUATTRO, io sono QUATTRO che diventa OTTO, Io sono UNO che li protegge. (”Symbolisme et Nombre d’Or” di Thèo Koelliker – Les Editions del Champs èlisèes, Paris – pag. 32).


La Manifestazione allora è il campo energetico bipolare che la Forza Creatrice si è creata per manifestare Sè stessa. Con tutte le contraddizioni relative alla bipolarità, che, in un certo senso, sono anche la forza della polarità stessa.


Noi sappiamo che per uscire dal contraddittorio campo della Manifestazione, dove ogni elemento ha il suo contrario (luce-ombra, giorno-notte, Bene-Male, maschio-femmina, ecc.), noi dobbiamo conciliare in noi stessi questi opposti, contrapposti ma complementari, con la coscienza che gli opposti sono complementari e, assieme, formano un’unità. Il loro collegamento nella nostra personale interiorità può avvenire per mezzo di un terzo elemento che li unisce e ne fa un’unità. Se saremo capaci di costruire nella nostra interiorità questo terzo elemento (architrave o arco) avremo la possibilità, sfruttando forza e solidità di questa costruzione interiore, di realizzare la via iniziatica. Infatti la composizione degli opposti porta al divenire, porta al numero tre, rappresentato nell’indovinello dall’uomo che nella vecchiaia, l’età della realizzazione, cammina aiutandosi con un bastone.


È un confronto fra tesi ed antitesi che porta ad una sintesi, sintesi che a sua volta diventa una tesi da confrontare con un’altra antitesi per trovare la loro relativa sintesi. E così via in un’evoluzione continua il cui risultato ultimo, se ci si arriva, si può chiamare con nomi diversi secondo i metodi e secondo le culture:


• superamento della bipolarità o realizzazione del numero tre nel linguaggio iniziatico;


• realizzazione della pietra cubica in Massoneria;


resurrezione realizzata in vita secondo le indicazioni di alcuni gnosticismi cristiani;


• uscita dal ciclo del Samsara per i buddisti;


paradiso per i semplici fedeli dei monoteismi ri-velati; Si comprende allora anche il significato della morte che la Sfinge riserva agli incapaci di risposta.


Per ciò che riguarda l’enigma, la soluzione al momento mi soddisfa abbastanza anche se ritengo che possano esserci altri tipi di soluzione. Come in genere accade per tanti altri interrogativi.



Il parricidio mi porta alla mente le massime iniziatiche: Uccidi il Padre e Uccidi il Maestro. Esse sono equivalenti fra loro e dànno al viandante l’indicazione che, ricevuti i primi rudimenti, i primi consigli, un minimo di preparazione da un Fratello con un briciolo di esperienza in più, un Fratello che potremmo chiamare Fratello Maggiore, il viandante solitario deve emanciparsi, camminare da solo con le proprie gambe, ragionare con la propria testa e lavorare non tanto per trovare un ipotetico maestro terrestre, che forse non esiste, ma per trovare il Maestro Interiore, il vero Maestro, l’unico da cercare. Il Maestro Interiore è in ogni uomo ma non è facile trovarlo perché ci è nascosto dalla materialità delle nostre passioni in cui inconsciamente lo abbiamo avviluppato.


I metodi per liberarlo sono diversi. In genere si comincia da una graduale presa di coscienza delle passioni che più o meno ci influenzano. È un vero e proprio inventario del nostro me, utile per conoscere noi stessi, capire da quali passioni siamo governati e quanto potere esse hanno su di noi. Questo ci porta a lavorare su noi stessi, a sgrossare la nostra personale pietra grezza con l’intento di giungere progressivamente, esercitando la propria volontà al graduale controllo delle passioni. Perseverando, con il tempo, si può anche arrivare ad ottenere la padronanza delle passioni. Perchè le passioni non si debbono cancellare con interventi chirurgici, con mutilazioni, con evirazioni. Le passioni hanno una forza molto grande che poco alla volta può essere tramutata e usata per tramutare noi stessi, aiutandoci a costruire e percorrere l’intera via iniziatica. In altre parole è la trasformazione del me in sé interiore personale, pronti ormai a crocefiggere la propria personalità sulla croce dei quattro elementi e superare definitivamente la separatività del numero due. L’operazione è lunga e difficile, la si compie da soli su sé stessi, imparando sopra tutto dai propri errori.


È in altre parole lo stesso concetto espresso dalla soluzione dell’enigma.



Possedere la Madre.


La Madre rappresenta la Natura, Natura Naturans, matrice di tutto quello che è stato generato. Essa rappresenta anche la conservazione della Manifestazione attraverso la sua distruzione e la relativa rigenerazione; tutto si rinnova per rimanere sé stesso. Anche se poi tutta la Manifestazione è soggetta ai mutamenti della legge di evoluzione, in genere molto lenti. Tutto nella natura porta l’impronta della Forza dell’Atto creativo che l’ha determinata e che la mantiene viva e vitale. I filosofi ermetici del Rinascimento, ed anche altri prima di loro, ne erano consci.


Quando l’iniziato si rende conto di quanta forza ci sia nella natura, in tutte le cose della natura, e quindi anche in sé stesso, comincia a indagare in tutti i suoi aspetti per trovare questa presenza. Se ci riesce egli conquista simbolicamente il trono della natura, prende spiritualmente possesso di quanto lo circonda e può uscire dal cerchio senza fine della vita esclusivamente materiale. In altre parole egli si trasforma nel numero due che si realizza nel tre. Possedere la Madre o Conquistare il Trono della Vedova sono quindi termini che esprimono anch’essi diversamente lo stesso concetto scaturito dalla soluzione dell’enigma.



Ci sono altre interpretazioni di questo mito?


È possibile.


Sarebbe utile allora un confronto per ricevere altri stimoli per le nostre ricerche.

Solstizio d’Inverno 2003


05 dicembre 2016

Demian di Hermann Hese 3

Concludiamo gli appunti scritti durante la lettura di Demian di Hesse.

Sappiamo che l’intelletto umano non può capire, comprendere la Divinità; può solo ammirarne l’opera e, attraverso l’opera, intuirne la presenza. Ognuno secondo i propri parametri personali, relativi alla propria cultura e sopra tutto alla propria evoluzione.

Ogni immagine o intuizione umana è relativa, e non può essere altrimenti perché l’uomo vive nella relatività della Manifestazione binaria.

La Divinità va cercata nel più profondo della propria interiorità. Il simbolo Abraxas può far comprendere la complessità del problema e la sua relativizzazione.

Ognuno di noi deve trovare per conto suo che cosa sia lecito e che cosa sia proibito per lui.

Con la relativizzazione di “lecito” e “proibito”, chi è pigro per pensare autonomamente o non è ancora in grado di pensare in modo autonomo, si adatta ai divieti che trova, secondo il consiglio dei genitori, dei maestri, dei preti.

Altri invece sentono certi comandamenti dentro di sé e considerano proibite cose che qualunque galantuomo fa ogni giorno, mentre sentono lecite altre cose che di solito sono vietate. Ognuno deve essere garante di sé stesso. Naturalmente il discorso è limitato a chi, avendo già cominciato a percorrere la strada che lo porta alla scoperta di sé stesso, ha già un po’ di coscienza.

La contemplazione del fuoco invita alla meditazione. La meditazione unisce l’osservatore alla cosa osservata. È un senso di unità che travalica i due termini e può portare in sé tutto ciò che è esistito, che esiste e che esisterà.

Se in ciascuno di noi c’è tutto, bisogna cercare ogni cosa dentro di noi. La consapevolezza aiuta a cercare e gradualmente si può pervire alla Conoscenza.

Ovunque si può trovare qualcosa di prezioso. Bisogna saper distillare qualsiasi esperienza; anche nelle più negative c’è sempre qualcosa di positivo. La chimica c’insegna che da qualsiasi vegetale si può distillare il poco o il molto spirito che contiene. Anche da un semplice filo d’erba.

L’oscuro sogno dell’amore: entrare in casa, passare sotto il segno araldico dello sparviero, abbracciare la madre e stringere invece una donna sconosciuta, alta, maschile e femminile, di cui il protagonista ha paura ma dalla quale è attratto da una brama ardente.

È il simbolo del completamento della propria polarità predominante maschile unito al completamento della propria polarità secondaria femminile per diventare un essere che ha in sé la completezza dell’androgeno, il “rebis” alchemico?

Cristo non è una persona, ma è un eroe, un mito, …. una favola, ….un’ombra enorme in cui l’umanità si vede dipinta sul muro dell’eternità.

È il simbolo della forza evolutiva, concetto che ci è pervenuto dagli antichi Misteri Eleusini, e precisamente dai Grandi Misteri”, attraverso l’iniziato Paolo quando lo ha posto alla base del del cristianesimo, universalizzandolo.

Istinti e tentazioni non si debbono reprimere, non si debbono scacciare. Bisogna esaminarli per tentare di comprenderne il significato.

Se sorge il pensiero di un’azione pazzesca e sbagliata, come l’omicidio di una certa persona, tale pensiero potrebbe essere suscitato dalla fantasia che la Divinità fa sorgere in noi. Bisogna approfondire questo pensiero: Colui che si vorrebbe uccidere non è mai quello che vediamo e che odiamo, è una trasposizione. Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualche cosa che sta dentro di noi, qualcosa di noi. Noi siamo turbati solo da ciò che è in noi,. ciò che non è in noi, non ci turba affatto. Negli altri noi vediamo dunque le cose che sono già in noi. Esse sono la nostra personale realtà, l’unica che conti per noi. Non tutti se ne rendono conto. Infatti rendersene conto significherebbe abbandonare la facile via dei più. Chi cerca sé stesso deve seguire la propria realtà, camminare per sentieri non battuti, come consigliava Pitagora, sentieri che offrono percorsi solitari, difficili e faticosi.

Beatrice: importanza dell’amore. L’amore trasforma e dà forza. C’è una trasposizione continua: Beatrice, Demian, Sinclair, trasposizione che nello stesso tempo favorisce una trasformazione interiore.

Destino e anima sono nomi di un unico concetto. (Novalis)

Sesso: l’impurità non è fare sesso ma fare sesso senza amore, per il semplice piacere materiale, con chiunque. Il sesso esclusivamente materiale è dominato dal soddisfacimento delle passioni materiali.

Coloro che si amano e fanno sesso, sono casti, e puri. Il sesso per amore è una semplice azione che è nella natura umana ed è pura.

Aveva amato e attraverso l’amore aveva trovato sé stesso. …. La maggior parte degli uomini ama invece per perdersi.
Ci creiamo degli dei e lottiamo con loro ed essi ci benedicono.

Attraverso la creazione degli dei l’uomo ha potuto ad un certo punto della sua evoluzione avvicinarsi di più all’idea di Divinità e comprendere meglio i suoi doveri, o almeno una parte dei suoi doveri. Ha così conquistato la benedizione divina o grazia, che è infatti una conquista non un’attesa passiva.

Ognuno deve fare a un certo punto il passo che lo separerà da suo padre, dai suoi maestri; ognuno deve sentire un po’ la durezza della solitudine….

In altre parole è il motto esoterico “uccidere il padre” oppure “uccidere il maestro”. È la conferma che il cammino iniziatico è solitario, anche se talvolta i primi passi si fanno in compagnia.

L’iniziato è solo nel suo cammino come l’alchimista è solo nel suo lavoro.

Tutte le religioni sono belle.

Se Religione vuol dire anima, cioè fede, fede passiva, la ricerca invece della Divinità che cosa è?

La ricerca nelle religioni di un tempo, quando non è soltanto erudizione, è utile alla comprensione della evoluzione dei modi di credere e delle religioni; di conseguenza ci permette di capire gli stadi dell’evoluzione umana. Naturalmente la ricerca è al di fuori e al di sopra dell’ottica della semplice fede. Infatti riguarda i contenuti interiori e i miti che li nascondono. Non si deve dimenticare che le religioni sono prima di tutto fatte per i fedeli.

I sacerdoti dovrebbero avere le capacità di preparare poco alla volta i fedeli a superare la fede passiva e intraprendere le prime ricerche in direzione della Conoscenza. Ma ne hanno essi le capacità? O sono anch’essi dei fedeli che sanno solo governare altri fedeli?

È anche da considerare che i fedeli sono molto importanti per i poteri terreni: credono, e quindi sanno obbedire senza discutere, e all’occorrenza sanno anche combattere agli ordini dei loro padroni spirituali, specialmente se la fede si trasforma in fanatismo.

Non si studiano le religioni del passato per proclamare nuove religioni e coltivare la fede con nuove vesti, con nuovi miti. È errato aspirare a nuovi dei.

Come possono i fedeli liberarsi dalla passività della fede per auto trasformarsi in ricercatori?

Non c’è una regola valida per tutti. Il percorso di ricerca è personale. Prima di tutto il fedele deve comprendere che egli, come fedele, è soltanto un bruco che striscia per terra. Se vuole trasformarsi in farfalla e volare alla ricerca della luce, deve saper guardare in sé stesso. Ma nessun sacerdote saprà o vorrà aiutarlo in tal senso. E l’uomo comune, se non si sveglia, ha la tendenza ad aggregarsi in greggi.

Le vecchie regole, le vecchie religioni, le vecchie moralità, i vecchi ideali non sono più adatti ai tempi. Ma gli uomini, invece di rimuovere il vecchiume si afflosciano nel comodo gregge. Mentre le aspirazioni degli altri mirano a legare sempre più strettamente le loro opinioni al gregge ….i nostri sforzi tendono ad una vita da svegli sempre più perfetta; o per lo meno sempre meno imperfetta.

L’aspirazione delle masse e delle loro diverse ma uguali aggregazioni è il conservare e il proteggere l’attuale stadio di civiltà raggiunto dall’umanità. Per i risvegliati l’umanità è un continuo avvenire verso il quale tutti s’incamminano ed il cui aspetto non è noto ad alcuno, le cui leggi non sono scritte in alcun luogo. Ogni ricercatore ha come dovere e come destino il diventare interamente sé stesso e ritenere necessario che il germe della natura sia insito in lui e seguirne la volontà affinché l’incerto futuro possa trovarlo pronto ad ogni eventualità.

L’assenza di libertà è anche assenza d’amore.

La paura degli altri porta gli uomini ad associarsi secondo interessi e paure comuni, perdendo la propria individualità.

Ha paura chi non conosce sé stesso.

I presagi di un cambiamento vicino, l’annuncio di un’altra possibilità di vita, come un’isola nel mondo …. Forse un modello.

La conquista della ragione e il conseguente inizio del risveglio, se ci sono, sono una vera e propria investitura regale; l’iniziato ha conquistato la regina e può quindi sedersi sul trono regale per lavorare al proprio completo risveglio.

04 dicembre 2016

Demian di Hermann Hesse 2

(segue dal post precedente)

Terza lettura

Appunti presi nella terza lettura di Demian – 13 giugno 2004

Perché oggi si ammazza la gente tanto facilmente?

Si ammazza facilmente perché non si sa cosa sia un uomo realmente vivo. L’ignoranza dell’uomo uomo realmente vivo è sempre stata limitata, in tutti i tempi, a limitati gruppi di persone, ricercatori al di là e al di sopra del senso comune. L’uomo comune in genere non ha mai cercato di sapere che cosa sia un uomo realmente vivo, un vero uomo.

Ai potenti sono utili solo gli uomini comuni e specialmente i fedeli, i servi, uomini non vivi perché privi di spirito. I potenti non sono uomini vivi in quanto sono soggetti alle passioni, sopra tutto egoismo, egocentrismo e desiderio di potenza. Negli uomini vivi essi vedono solo dei pericolosi antagonisti da combattere, sopraffare ed eliminare.

Oggi, come ieri, e anche come l’altro ieri, la vita degli uomini non ha alcun valore.

Eppure ogni uomo è un esperimento unico e prezioso della natura. …. Ogni uomo vivo non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico particolarissimo, in ogni caso importante e degno di nota, il punto dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola e mai più. ….In ognuno lo spirito è divenuto forma, in ognuno soffre il Creato, in ognuno si crocifigge il Redentore.

I pochi che sanno cosa sia veramente l’uomo, quando è il momento muoiono più facilmente, senza traumi e paure. All’uomo realmente vivo la morte non fa paura.

Colui che cerca, comincia in genere dai libri e dalle stelle. Sa però di essere nella giusta direzione solo quando ode gli insegnamenti che il proprio sangue mormora in lui.

La vita di ogni uomo è un tentativo di trovare sé stesso, di diventare sé stesso. Anche se nessuno è capace di diventarlo interamente benché lo tenti, ognuno con metodi diversi, chi sordamente, chi luminosamente
 
Alcuni non diventeranno mai uomini, rimarranno in forma di uomini in uno stadio qualsiasi del regno animale. Ma comunque ognuno è un tentativo della natura verso la condizione umana. Magia bianca è imparare a dominare le proprie passioni.

Origini comuni, veniamo tutti dallo stesso abisso, ma ognuno, diviluppandosi dalle profondità, si affanna verso la propria meta. Possiamo capirci l’un l’altro, ma ognuno può capire veramente solo sé stesso. Se ci arriva.

Il percorso è personale e lo si può anche esprimere con la massima: “Conosci te stesso e conoscerai anche il tutto”.

La coscienza del proprio degrado morale è già un promessa di riscatto. La tensione interiore deve essee molto forte per cercare nella propria interiorità il vero sé stesso, quello che sa tutto.

Allontanarsi da sé stesso è un errore.

La morte è una nascita, è un rinnovamento che reca angoscia, paura, paura del nuovo. La morte è soltanto un temporaneo cambiamento di piano, che i buddisti tibetani definiscono come uno “stati odi esistenza intermedia”.

Per Hesse Caino e i suoi discendenti sono coloro che non s’imbrancano, ma, solitari, seguono il personale cammino di ricerca. Riconoscono i loro pari, volentieri li contattano e possono avere relazioni con loro, ma nel lavoro sono soli, nel cammino sono soli.
Questi uomini, così diversi dalle masse anonime, hanno nell’aspetto e nel comportamento un qualche cosa che li distingue dagli altri: il cosiddetto “marchio” di Caino. Il segno di Caino insospettisce gli altri, perché la gente coraggiosa e innovatrice, che rifiuta la massificazione, è molto inquietante per la gente comune; è un pericolo per la tranquillità della loro coscienza ancora rudimentale. Proprio per questo al segno fu collegata una favola squalificante, favola che rappresenta la vendetta di tutti coloro che erano “allineati” ed ebbero paura.

Caino non fu un fratricida. Lui ed i suoi discendenti avevano un marchio sulla fronte perché erano diversi dagli altri: Forse Caino può anche aver ucciso un uomo, a torto o a ragione. Gli altri, i conformisti, ebbero paura e per paura non reagirono. Ma non vollero ammettere la loro paura e inventarono la storia biblica per squalificare chi incuteva loro tale paura.

Storicisticamente Caino è l’Umanità che si evolve mentre Abele rappresenta un precedente stadio dell’Umanità, ormai superato.

Si può bere vino da un calice accompagnandolo con pensieri solenni e pensando il mistero del sacrificio. Il compiere una determinata azione concentrandosi sulla sua natura e sui significati interiori, dà all’azione e dà al pensiero maggior forza.

Forza del pensiero, forza della volontà, potenza del pensiero e dello sguardo uniti, sono le armi degli uomini realmente vivi, coloro che si cono risvegliati. Ma è necessaria anche la presenza del dubbio, arma utile a verificare il cammino ed a stimolare il continuo superamento dei livelli raggiunti.

La ricerca interiore non finisce mai nella nostra dimensione.

Nel romanzo Hesse considera il desiderio positivamente; in un certo senso ricorda “l’uomo di desiderio” del martinismo.

Critiche al “ladrone” che sul Golgota si pente poco prima di morire, e rispetto invece per l’altro “ladrone” che non dimostra alcun pentimento.

I manoscritti di Qumran e di Nag Hammadi furono ritrovati solo verso la metà del secolo scorso, ed in parte pubblicizzati molti anni dopo: Hesse non poteva quindi sapere nulla degli esseni e dei zeloti, i ribelli al potere romano. I romani li chiamavano spregevolmente “ladroni”, termine usato nei Vangeli sinottici, scritti da non ebrei che ignoravano usi, leggi costumi e vicende del popolo d’Israele. Quando i romani catturavano gli zeloti, li facevano morire lentamente crocifissi o impalati, pena riservata agli schiavi ed ai servi ribelli.

Il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento è una figura eccellente ma non è la Divinità in tutta la sua complessità. Il mondo certamente è fatto di ciò che si riferisce alla figura eccellente: alto, bello, spirito, bene, nobiltà, padre; ma è anche fatto di ciò che è attribuito alla materia e quindi è non alto, non bello, non spirito.

La Divinità è tutto, tanto quello che si riferisce allo spirito quanto quello che si riferisce alla materia. Pertanto è anche tutto ciò che a livello della gente comune viene riferito all’entità ritenuta maligna e chiamata genericamente “diavolo” dalla cultura ebraico-cristiana, ma che invece è soltanto vita.

Al di fuori dello spazio e del tempo la Divinità è un’entità assoluta. Quando Essa si manifesta per creare, forma un campo energetico con due polarità, contrarie ma complementari: il piano della Manifestazione, il nostro piano. Per creare, la Divinità ha usato Sé stessa, unica sostanza esistente al momento. La Manifestazione è viva e vitale perché è stata creata con la sostanza divina e la Divinità stessa vive ed è presente nella Manifestazione.

Questo ci fa capire come sul piano bipolare del binario la Divinità abbia un “aspetto” bipolare e possa essere contemporaneamente luce e ombra, spirito e materia, alto e basso, sopra e sotto, destra e sinistra. La Divinità, manifestatasi con la Creazione, non è dunque soltanto la metà luminosa che ci rappresenta la Bibbia, ma è mondo luminoso e mondo scuro.

Il simbolismo della nascita dell’uccello araldico rappresenta il trauma di una prima presa di coscienza del risvegliato. L’uccello si sforza di uscire dall’uovo. L’uovo è il mondo. Chi vuol nascere deve distruggere un mondo. L’uccello vola a Dio. Il Dio si chiama Abraxas. …. nome di una divinità cui spettava il compito simbolico di unire insieme il divino e il diabolico, cioè i due poli della Manifestazione.

Dia-bolon = ciò che divide; Sim-bolon = ciò che unisce

Valore numerico di Abraxas = άβράξάς = 1 + 2 +100 + 1 + 60 + 1 + 200 = 365 = i giorni dell’anno solare

Nello gnosticismo Abraxas rappresenta il mondo intermedio.

Non c’è al mondo nulla di così duro e difficile per l’uomo come percorrere la strada che lo conduce a sé stesso. La faticosa uscita dall’uovo dello sparviero araldico richiama i faticosi inizi del tormentato percorso iniziatico. Quando l’uomo si rende conto che in lui c’è il soffio divino e ne prende coscienza, la coerenza gl’impone un radicale cambiamento di vita. Davanti a lui è un strada, la via iniziatica, che si può percorrere solo abbandonando gli aspetti profani e liberandosi progressivamente della materialità delle passioni, condizione essenziale per proseguire sulla via e realizzare la propria iniziazione.

Se la Divinità venerata dalle religioni rappresenta soltanto un’arbitraria metà del mondo, la parte cioè luminosa, chi ricerca trova che la Divinità assoluta o Principio Creatore è rappresentato nella sua totalità di luce e di ombra dalla Manifestazione, cioè Abraxas, il simbolo della Divinità che abbraccia tutti gli aspetti divini possibili e concepibili per l’uomo, quelli chiari. semplici, luminosi e quelli oscuri, complicati e incomprensibili alla limitata mente umana.

(continua)

03 dicembre 2016

Demian di Hermann Hesse 1

Mio padre aveva l'abitudine di appuntarsi le riflessioni che nascevano dalle letture che l'hanno coinvolto.
Appunti dopo la lettura di Demian, romanzo di Hermann Hess.

Seconda lettura

Appunti presi durante la seconda lettura di Demian21 ottobre 2003

La via dell'interiorità è il cercare in se stesso. Essere se stessi.

Il maestro è sempre e soltanto una guida temporanea, provvisoria, utile per un dato momento, per una data problematica. Superato il momento, risolta la problematica, l'eventuale cordone ombelicale che può essersi formato, deve essere troncato.

Più che dei maestri, noi possiamo avere dei fratelli maggiori, utili in alcune circostanze per una possibile maggiore esperienza; l'unico vero maestro è solo quello che dorme dentro di noi. E non è facile svegliarlo.

Niente ci disturba di più che seguire la via che conduce nel profondo della nostra interiorità. Il primo passo della via iniziatica è scendere nella propria interiorità e prendere coscienza delle proprie contraddizioni e dei propri difetti. Successivamente la via porta a incontrare sé stessi anche se in principio non ci si riconosce.

La ricerca porta ad un aumento del senso di autoresponsabilizzazione. Prima o poi essa porta a superare i tabù. Ad ogni passo in avanti sulla nostra strada personale, muore in noi un qualche cosa ma contemporaneamente nasce in noi un qualche cosa d'altro.

La via non è uguale per tutti; essa è strettamente personale.

La ricerca trasforma la fede in conoscenza e il fedele in ricercatore.
Il ricercatore è destinato alla solitudine quando percorre la via; egli è sempre e soltanto un viandante solitario. Importanza dell'autocritica perché è sempre difficile venire al mondo.

(dal cap. VI - La lotta di Giacobbe, pag. 131 ed. B.U.R.)
Non esisteva altro dovere per gli uomini illuminati al di fuori della ricerca di sé stessi, dell'autoconoscenza, di procedere a tentoni sul proprio cammino, senza curarsi della sua direzione. Era una certezza sconvolgente, il risultato più proficuo di quell'esperienza. ... Il vero obiettivo per ciascuno è trovare il proprio destino, ... non scelto arbitrariamente, e viverlo dentro di sé, in tutto e per tutto.

Interpretazione storicistica del mito di Caino e Abele che non è per nulla in alternativa con l'interpretazione esoterica che Hesse dà in Demian.

Abele rappresenta l'umanità che è ancora nella fase in cui l'uomo vive di caccia, della raccolta di frutti e radici, e anche di animali allevati alla meglio. Le poche coltivazioni sono rudimentali se non addirittura casuali.

Caino invece rappresenta l'umanità nell'immediato stadio successivo d'evoluzione. L'uomo vive sopratutto coltivando la terra, allevando sistematicamente certe specie di animali per ricavarne carne, latte, lana pelle, ed ha cominciato ad esercitare i mestieri collaterali dell'agricoltura, dando origine ad una artigianato che, benché primitivo, conosce già l'arte del tessere, la lavorazione del ferro per mezzo del fuoco, l'uso del legno sia per costruire gli edifici che per produrre suppellettili e mobili. Inizia un periodo di civiltà più evoluta e l'umanità di questo periodo subentra a quella precedente. La storia biblica simboleggia il fatto con l'uccisione di Abele da parte di Caino.
Nessuno, quindi, tocchi Caino, e il segno sulla fronte lo distingue dagli uomini precedenti.

Sul piano binario della Manifestazione, ogni cosa è effetto della doppia polarità, base indispensabile per la Manifestazione, che è binaria per natura. Anche la divinità, che non può essere non presente nella Manifestazione perchè oltre esserne creatrice ne è anche la vita, ha una doppia polarità, quindi un aspetto duplice, positivo e negativo allo stesso tempo.

La dualità è la caratteristica fondamentale dell'Atto creativo e tutto nella Manifestazione è duale. Il Principio creatore, che ha creato con la sua stessa sostanza, ha potuto compiere l'Atto creativo in quanto si è espresso attraverso un campo energetico formato da due poli contrapposti ma complementari.

Il simbolo cristico rappresenta la forza evolutiva, che è un aspetto della Forza creatrice. Al ricercatore non interessa tanto l'eventuale aspetto di una possibile incarnazione umana (anche perché ogni uomo è di per sé stesso un'incarnazione di questa Forza) quanto il fatto che la Forza creatrice, creando, è rimasta nella propria Creazione per mantenerla vitale ed efficiente. Questo è il significato del simbolo della Croce: la divinità è indissolubilmente legata ai quattro bracci della croce cosmica, i quattro elementi.

Evoluzione: successione di momenti di equilibrio dinamico, a livelli sempre più elevati.

Le cose che vediamo ... sono le stesse cose che abbiamo in noi. Non c'è altra realtà salvo quella che abbiamo dentro di noi.

Quello che ci disturba negli altri è sempre un qualcosa che è anche dentro di noi. Ciò che non esiste in noi - scrive Hesse - non può turbarci.

L'adorazione del fuoco è quasi sempre un atto fideistico. Ma chi usa l'osservazione del fuoco come ausilio per le proprie meditazioni può suscitare in sè stesso ciò che è ancora allo stato latente.

L'osservazione della natura attraverso le immagini degli elementi dell'Acqua e del Fuoco, le immagini delle forme vegetali, delle radici, delle venature della pietra, delle forme della pietra stessa, può suscitare sensazioni e correnti di forze simpatiche con sintonie che possono gradualmente portare verso certe verità. Lentamente l'osservatore supera le insufficienze proprie che gli impediscono il completo accesso ai regni della Natura, entra nella natura stessa e tende a farne parte. Prende allora coscienza che la forza divina della natura è anche in lui. Si tratta allora di renderla attiva ed operante come fecero gli ermetisti del XVI secolo.

Certo - scrive Hesse - in ognuno di loro c'è la potenzialità dell'uomo, ma solo quando la si intuisce, quando s'impara a prenderne coscienza, le potenzialità si attuano.

Effetti positivi dell'abbinamento di due attività che possono essere complementari fra di loro: meditazione e passeggiata (specie se in un ambito naturale).

Potenza in essere del pensiero.

Il caso non esiste. Esistono le forze del pensiero degli uomini, di tutti gli uomini. Suscitando e sapendo esercitare la forza del pensiero si può influire sui fatti della vita. Ma pochissimi sono in grado di farlo. La stragrande maggioranza emette pensieri che poi, incontrollati e indipendenti, vagano senza alcun indirizzo e seguono senza controllo i più disparati percorsi, determinando confusioni e scontri. Cosa che noi chiamiamo caos o fato.

Può esserci però una non voluta influenza dei karma personali e collettivi?

L'amore si potenzia e si consolida per mezzo della contemporaneità di sesso e sentimenti. Sesso e amore formano un connubio sacro e indissolubile; sesso senza amore è solo vizio e nient'altro.

La morale segue l'evoluzione umana. Perciò non può essere cristallizzata e imbalsamata dal moralismo di una data epoca.


(continua)
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.