Riporto una tavola che molti anni fa mio padre tenne in Loggia.
Nel trinomio Libertà – Uguaglianza – Fratellanza che orna i
nostri templi il concetto di uguaglianza non è dei più facili.
Spesso mi sono chiesto se quando lavoriamo in camera d’apprendista
siamo tutti effettivamente uguali. E’ l’apprendista uguale al
compagno? E’ questi uguale al maestro? Può cioè esserci
uguaglianza effettiva dove esiste una gerarchia spirituale?
Come ormai mi è di consuetudine quando l’astrattezza della
speculazione mi conduce in un vicolo cieco, mi rivolgo alla maestria
della natura per verificare se l’uguaglianza è un fatto naturale
chiaramente riscontrabile. Purtroppo debbo constatare che in natura
l’uguaglianza non esiste. Sia nel regno vegetale, che in quello
animale, che in quello umano, la pianta, l’animale o l’uomo
nascono con un patrimonio genetico diverso da qualsiasi altra pianta,
animale o uomo della stessa specie o razza o addirittura della stessa
famiglia. Ma non solo il patrimonio genetico non è uguale per tutti,
ma lo stesso ambiante dove la pianta, l’animale o l’uomo crescono
e si sviluppano non è uguale per tutti. Le condizioni ambientali
influiscono sulla crescita e sulla maturazione, e nel caso
dell’individuo umano effetti diversi possono manifestarsi per la
maggiore o minore presenza nell’ambiente di crescita del calore
degli affetti familiari.
Tutte queste considerazioni ci dicono che proprio la natura sembra
indicarci che l’uguaglianza non esiste. Purtuttavia nella stessa
natura è stato osservato un fenomeno biologico particolare: la
“regressione verso la media”. E’ stato osservato per esempio
che da due genitori di intelligenza superiore alla media possono
nascere figli che, se ereditano la caratteristica dell’intelligenza
per meno del 100% di quella dei genitori, la loro intelligenza, pur
essendo ancora superiore alla media, sarà in misura inferiore a
quella dei genitori avvicinandosi alla media degli altri individui,
che è inferiore. Questo potrebbe significare che, pur non esistendo
l’uguaglianza in natura, la natura tende a mediare i valori di
disuguaglianza ed a ridurre le differenze.
Da questo fenomeno di “regressione verso la media” deriva un
insegnamento profondo: l’uguaglianza non esiste, bisogna saperla
costruire. Dobbiamo pertanto essere capaci di farci uguali, dobbiamo
voler essere uguali eliminando le discriminazioni per inferiorità o
superiorità.
Questo forse lo sentiamo meglio quando desideriamo sentirci uguali
a coloro che consideriamo superiori a noi. Ma dobbiamo maggiora mente
sentirlo e desiderarlo anche nei confronti di coloro che non sono
ancora pervenuti al nostro livello. Vincere la presunzione verso
coloro che riteniamo inferiori può aiutarci a superare eventuali
complessi di inferiorità verso coloro che noi riteniamo superiori.
La reciprocità nei rapporti di loggia è reversibile ed è per
questo che ogni fratello deve compiere nel suo interiore una
volontaria “regressione verso la media”. Azione volontaria in
quanto può esplicarsi solo se il fratello intende il valore del
trinomio nel suo insieme ed alla luce del concetto “Diritto –
Dovere” che un massone dovrebbe sempre avere presente in sé, in
ogni momento. Ed è proprio in tal modo che si ha anche la verifica
che solo nella Libertà può nascere l’Uguaglianza.
25 novembre 2016
23 novembre 2016
Le scimmie che viaggiano
Io non credo ai cosiddetti "libri massonici", che ti parlan di Massoneria, che ti spiegan cosa è la Massoneria, e Massoneria di qua..., e Massoneria di là..., e ti fanno tutti i collegamenti possibili e immaginabili tra questo e quello, e pure i collegamenti inimmaginabili...
Forse Massoneria è qualcosa di più semplice e allo stesso tempo molto più complicato. E tanti tanti spunti ci vengono, se sappiamo coglierli, da fonti insospettate e inaspettate.
Ed ecco qui un esempio, una "lettura muratoria" di una della "Favole al telefono" di Gianni Rodari.
Forse Massoneria è qualcosa di più semplice e allo stesso tempo molto più complicato. E tanti tanti spunti ci vengono, se sappiamo coglierli, da fonti insospettate e inaspettate.
Ed ecco qui un esempio, una "lettura muratoria" di una della "Favole al telefono" di Gianni Rodari.
Oratore.
Un giorno tre scimmie dello zoo decisero di fare un viaggio alla
scoperta del mondo.
Maestro
Venerabile. Fratello Esperto, impadronitevi del Candidato e
fatelo viaggiare.
1°
Sorvegliante. Maestro Venerabile, il primo viaggio è già
stato compiuto nel Gabinetto di Riflessione.
Segretario.
E’ un viaggio strano, descritto da una formulina, una specie di
gioco enigmistico: Vitriol, che non è il vetriolo, quello che
qualcuno ha gettato in faccia per vendetta a qualche ex che l’ha
mollato.
Maestro
Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il
quadro della vita umana.
Oratore.
Come è grande il mondo, e come è istruttivo viaggiare!
PAUSA
Maestro
Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il
Candidato.
Oratore.
Le scimmie salutarono gli amici e partirono all’alba. Cammina,
cammina, dopo aver percorso molta strada, a metà mattina si
fermarono a riposare e una domandò alle altre due: Che bel
panorama! Cosa si vede?
Segretario.
La gabbia del leone, la vasca delle foche e il recinto della giraffa.
1°
Sorvegliante. Maestro Venerabile, il secondo viaggio è
terminato.
Maestro
Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il
quadro della vita umana.
Oratore.
Come è grande il mondo, e come è istruttivo viaggiare.
PAUSA
Maestro
Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il
Candidato.
Oratore.
Le scimmie ripresero il cammino e si fermarono soltanto a mezzogiorno
a riposare e una domandò alle altre due: Che bel panorama! Cosa
si vede adesso?
Segretario.
Il recinto della giraffa, la vasca delle foche e la gabbia del leone.
1°
Sorvegliante. Maestro Venerabile, il terzo viaggio è
terminato.
Maestro
Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il
quadro della vita umana.
Oratore.
Come è grande il mondo e come è istruttivo viaggiare.
PAUSA
Maestro
Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il
Candidato.
Oratore.
Le scimmie ripresero il cammino e si fermarono soltanto al tramonto
del sole a riposare e una domandò alle altre due: Che bel
panorama! Cosa si vede adesso?
Segretario.
La gabbia del leone, il recinto della giraffa e la vasca delle foche.
1°
Sorvegliante. Maestro Venerabile, il quarto viaggio è
terminato.
Maestro
Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il
quadro della vita umana.
Oratore.
Come è grande il mondo e come è istruttivo viaggiare.
Segretario.
Ma la terza scimmia non appariva così entusiasta.
1°
Sorvegliante. Il mondo è troppo noioso: si vedono sempre le
stesse cose.
2°
Sorvegliante. E viaggiare non serve proprio a niente. Quanta
fatica inutile!
Maestro
Venerabile. Già! Viaggiavano, viaggiavano, ma non erano
uscite dalla gabbia. Non facevano che girare in tondo come i cavalli
della giostra.
11 novembre 2016
Oriente Eterno: dialogo tra due Logge
Nell'autunno del 1978 la Loggia Carducci n. 103 di Bologna fece conoscere una tavola "collettiva" nata dalle riflessioni dei Fratelli.
La Loggia Garibaldi n. 520 di Forlì continuò la riflessione.
A noi Fratelli il dovere di ritrovarla.
La Loggia Garibaldi ha lavorato sulla tavola e il Segretario ha
sintetizzato in una specie di “risposta” inviata ai fratelli
della Carducci.
La Loggia Garibaldi n. 520 di Forlì continuò la riflessione.
Il tema che la L. Carducci questa sera pone all’attenzione ed alla riflessione è
il frutto del comune lavoro di alcuni appartenenti a questa Officina
ove ognuno di essi ha apportato quanto di intimo è scaturito dalle
proprie meditazioni.
“Oriente Eterno”: due parole che,
frequentemente ricorrono nella fraseologia tipica della nostra
Famiglia, due parole che sprofondano l’animo nella concettualità
più misteriosa. Forse non vi è tema che lasci il pensiero umano
tanto sgomento, incerto, titubante.
L’argomento implica
necessariamente un intreccio di considerazioni che promanano da
conoscenze religiose, filosofiche, naturalistiche. Gli aspetti
possono ricondursi a tema di fede, in campo religioso; a
razionalismo metafisico, in campo filosofico; ad osservazioni
fisiche, in campo di natura–materia.
E’ stato detto, a ragione, che il
nostro secolo e troppo affaccendato per potersi occupare del mistero
della morte, di ciò che ad Essa possa o non possa seguire.
E’ ormai cospicuo il numero di
coloro i quali volgendo le loro cure e sollecitudini alle risorse
materiali ed agli onori che la vita esteriore offre, trascurano le
problematiche di ordine spirituale che la esistenza propone anche in
proiezione futura. Persino le Chiese e le Religioni, il cui scopo
prevalente dovrebbe essere la meditazione sull’eterno destino,
sembrano dedicare le loro migliori energie all’aumento dei
consensi o, nella migliore delle ipotesi, a rendersi utili allo
convivenza sociale. Il che sarebbe positivo ed auspicabile se non
servisse a relegare in secondo piano l’atto più religiose
dell’esistenza: la riflessione sul destino dell’uomo.
“ Virtù grande è il non temere la
Morte, di guisa che la Sua immagine non sia di impedimento a ciò
che è nostro dovere: operare nella vita”.
Tuttavia l’esistenza non andrebbe
considerata solo come una successione di atti volti al
raggiungimento di esiti materiali, ma piuttosto come una tendenza al
raggiungimento di esiti spirituali nel presente ed ancor più nel
futuro, quando il corpo, dissolvendosi, lascia la propria eredità
spirituale su questa terra.
Il problema dell’immortalità non
può essere abbandonato, né alle dogmatiche predicazioni religiose,
né alle facili negazioni di un naturalismo scientifico strettamente
empirico; a questi due estremi stanno due categorie di persone per
le quali, l’una per l’altra, tale questione non sussiste e sono,
in egual misura, al coperto da ogni dubbio: da un lato coloro che
sono portatori di una certezza assoluta ed immutabile, derivata
dalla rivelazione fideistica di Verità definitive; dall’altro gli
alfieri del positivismo, per i quali la sopravvivenza post-mortem è
una ipotesi nata morta, una questione indiscutibilmente risolta in
senso negativo. Il quesito quindi dell’immortalità può
sussistere per coloro che, pur vivendo le più alte aspirazioni
dell’animo, hanno bisogno di un rigore scientifico. Ma in che
senso va intesa questa ultima espressione “rigore scientifico”?
Va forse considerata come un ricorso al metodo razionale per
comprovare l’esistenza di una vita ulteriore | o non piuttosto,
per noi massoni, quale richiamo alle folgoranti intuizioni, se pur
prive di un sostegno razionalizzante, di cui è costellata la nostra
esistenza?
Siamo per questa seconda spiegazione in quanto ci sembra
non utilizzabile il metro razionalistico per localizzare entità non
misurabili scientificamente. In realtà quando si parla di
immortalità ci si riferisce alla immortalità dei Valori, nel senso
che dell’Essere Umano e della Sua Opera sopravvivono e si evolvono
soltanto questi.
Noi siamo, sì, vivi e tale realtà
percepiamo, ma da dove veniamo, dove andiamo non lo sappiamo. La
nostra intelligenza è sconfitta dal Mistero; la nostra intelligenza
è finita, essa vaga, con la sua limitatezza conoscitiva, nella
infinita creazione dell’universo. La nostra vita, che è vita in
quanto scaturita da eventi, è la vita stessa dell’universo poiché
il nostro corpo (materia) è la materia stessa dell’universo. La
vita è trasformazione perché la materia è trasformazione; la vita
è divenire, divenire eterno ed anche la Morte non e altro che un
aspetto diverso della vita. Nell’Universo non vi è nulla di morto
ma tutto è vivo, tutto in continuo mutamento. Vita e morte sono
apparenze diverse che sfuggono alla nostra mente, ai nostri sensi,
perché la nostra mente, i nostri sensi sono parte nascente e
morente della nostra forma corporea, del nostro piano materico.
Noi non siamo in grado di conoscere
con la nostra ragione quel fenomeno continuo che si dipana ogni
giorno rotto i nostri occhi: la nascita, cioè, e la morte.
La morte e la nascita rappresentano,
nel lungo cammino dell’uomo, l’aspetto più singolare di una
sconcertante realtà mista a visioni ultraterrene. Già dalle epoche
le più remoto, allorché l’uomo ha cominciato a dare sepoltura ai
suoi simili, vi ora, nell’individuo, la percezione di un
sentimento proiettato in una dimensione al di là della realtà in
cui si muoveva; anelito all’immortalità oltre lì passo della
morte.
In tutte le epoche, in tutte lo
religioni si riscontra una certezza di vita ultra terrena, un
desiderio cioè che si manifesta in forme più o meno coerenti con
la realtà della vita vissuta. L’Ade presso i Romani, il Paradiso
e l’Inferno del Cristianesimo, Stato di Nirvana o beatitudine
eterna nell’annichilimento del proprio Io in seno all’Essere
Universale nel Buddhismo, Paradiso edonistico nell’Islamismo sono
sinteticamente le espressioni di concezioni mistico – religiose
dell’al di là che si possono concretizzare con la codificazione
ed il rispetto di norme di vita terrena più o meno dogmatiche.
La sperimentazione non ci dice che
esiste l’al di là; l’al di là è una creazione di noi ohe
viviamo. Nell’espressione “oriente eterno” è implicato il
concetto dell’infinito e questo è un concetto che presenta
aspetti vari e rientra nel quadro di quei fatti religiosi e mitici
che sono stati osservati da antico tempo; fatti che fanno dubitare
della stessa esistenza fisica, della stessa esistenza materiale
vista appunto da una concettualità relativistica.
Nascita e morte, tempo e spazio
tolgono alla razionalità la possibilità, implicita in ogni
ricerca, di afferrare la verità, la certezza. Quid ante, quid
post? sono interrogativi ai quali non può corrispondere che una
intima ricerca soggettiva da parte di ogni essere intelligente.
Assume rilevanza l’ottica nella
quale ci si pone; si può partire da alcune semplici considerazioni
sulla coscienza dell’uomo, intesa come affermazione dell'io
individuale e nello stesso tempo rappresentazione da parte dell’io,
di altre individualità a lui estranee ed esterne. La coscienza
individuale esplica la propria facoltà di ricevere, connettere,
rielaborare o ricordare dati; ci si domanda se tale IO capace di
attività psichica, di giudizio, di libera scelta, possa annullarsi
dopo la morte. Propendiamo per il no: intendendo che la esistenza
temporanea sia conferma dell’essere, che la psiche sia facoltà
sottile dell’essere.
Pensiamo che i Fratelli massoni
abbiano un rapporto dis-alienato con la morte perché se ne
sono riappropriati. Nella società profana non c’è possibilità
di realizzare cosa significa morire. Per i Fratelli esiste invece un
punto di demistificazione della morte: 1’Iniziazione. Possono in
seguito decidere della loro vita totalmente coscienti. E’
necessario entrare in rapporto con la propria morte e uno dei modi è
attraverso la meditazione nel Tempio.
Tempio: rappresentazione
dell’universo, punto di incontro fra macrocosmo esterno e
macrocosmo interno; i Suoi Simboli catalizzano “Id quod est
superius et inferius”. L’Oriente Eterno è uno di questi
simboli.
Dove è la Luce ivi è la Forza. Dove
è il Fuoco ivi è anche l’immutabile origine di ogni
trasformazione. L’Uomo è trasformazione. Noi diciamo infatti: “il
fratello è passato all’Oriente Eterno”. Il Fratello non muore;
noi avvertiamo solo che un anello della Catena si è spezzato. La
parola, cioè la comune Fede, è smarrita. Il fratello passato
all’Oriente eterno ci da quindi ansia di ricerca che non è
mestizia. Ci da fiducia il fatto che la parola è solamente
“smarrita” e quindi esiste. Dipende solo da noi il ritrovarla.
Noi sostiamo ancora in ricerca. Noi fissiamo ed usiamo ancora il
compasso. Lui fisserà all’Oriente Eterno ciò che la sua nuova
Iniziazione gli farà sentire: sarà una nuova perfezione della
nostra perfezione? Con quale involucro corporeo o meno avvenga
questo noi non sappiamo perché non lo possiamo sapere. Degli
infiniti involucri noi ora siamo limitati ad uno solo. L’affetto
terreno di questo ci da il dolore della dipartita. Il ricordo di
questo sopprime il dolore: è vita. Il ricordo, quindi, supera
l’affetto: vale a dire che la vita esclude la morte. Il Fratello
lascia il vuoto di un anello spezzato della Catena: è il richiamo
affinché un altro fratello colmi questo vuoto. A noi lascia un
compito dì perfezione: la dipartita di un Fratello è precisa
indicazione di dovere per i Fratelli che rimangono. La perfezione di
questo dovere di tutti è in tutti. Il passaggio all’Oriente
eterno è trasposizione di Luce. Dove è la Luce ivi è la Forza.
Dove è il Fuoco ivi è anche la immutabile origine di ogni
trasformazione. Chi è destinato a trasformarsi incessantemente non
potrà mai comprendere cosa sia questa trasformazione. L’avverte
non per erudizione, ma per intuizione.
L’anello della catena è spezzato ma
un fratello che si sostituisca a chi è uscito può rinsaldarne la
compattezza.
La parola non è svanita, è soltanto
perduta.
Al Fratelli della R. L. “G.
Carducci” n. 103
Carissimi Fratelli,
gli operai forlivesi hanno lavorato a
lungo sulla vostra tavola “L’Oriente Eterno” e hanno
contribuito alla costruzione del Tempio con le seguenti pietre.
La moltitudine degli uomini è portata
a cercare il concreto quotidiano e non si preoccupa del resto. I
Liberi Muratori si distinguono per l’interesse rivolto a ciò che
trascenda la realtà quotidiana! Essi sono per l’essere invece che
per l’avere (citando il dilemma dello psicanalista Erich Fromm) .
Con la morte termina il corpo fisico.
Che fine fa tutto il bagaglio di animico e spirituale che ci
accompagna? C’è una parte di noi che può dirsi puro spirito, ma
anche una parte composta da sensazioni, sentimenti: questa seconda
componente muore oppure no? Non importa rispondere, importa invece
rivolgersi al nostro interno/e lavorare per cambiarci.
Forse la morte fa paura perché si
lascia il noto per l’ignoto, perché si abbandonano gli affetti
che ciascuno di noi ha creato nella vita.
Una delle molle che spingono gli
uomini è il terrore della morte. Le religioni offrono un
palliativo, e l’uomo spesso non cerca altro, poiché
psicologicamente è incapace di considerare la propria morte.
Tutte la religioni fanno balenare la
possibilità di una vita dopo la morte. Molte, per tenere i fedeli
soggiogati, si basano su un futuro castigo o premio.
Ogni religione ha instaurato dogmi,
quasi volesse impedire all’uomo di indagare per trovare la propria
verità. Infatti l’uomo ohe ricerca è libero, mentre la religione
vuole seguaci, magari anche fanatici. Il seguace – colui che segue
altri – non può essere un uomo libero.
La morte è un sipario nero, non si
vede cosa c’è al di là. Forse è opportuno parlare, invece che
di paura della morte, di amarezza per l’ignoto. Dall’amarezza
nasce la paura, che ormai nell’uomo è inculcata quasi per eredità
atavica: ogni religione ha infatti basata su essa la propria morale
(v. il “post mortem: si è insistito spesso sulla paura della
punizione come conseguenza dei propri errori; “Se hai sbagliato,
pagherai”).
La morte non può essere spiegata con
la ragione. Dove la ragione non arriva comincia ad operare la nostra
“razionalità interna”, intendendo con questo termine quella
facoltà che aiuta a sondare dentro di noi dove non è possibile
giungere altrimenti. E’ una facoltà diversa da individuo ad
individuo che fa parte del nostro segreto e costituisce il supporto
necessario per la nostra meditazione.
La morte è un cambiamento di stato.
Una spunto alle meditazioni dei fratelli può essere l’analogia
della vita umana con il ciclo dell'acqua. Il mare è composto da
innumerevoli gocce di acqua, che evaporano e si accumulano in
nuvole. Da nuvole si trasformano in pioggia e cadono sul terreno,
dove si arricchiscono di minerali e inglobano anche scorie. Tramite
ruscelli, torrenti e fiumi ritornano al mare, nel quale si annullano
e si “purificano” abbandonando la loro scorie e preparandosi a
un nuovo ciclo.
L’iniziazione è demistificazione
della morte nel senso che le restituisce il suo significato di
trasformazione, di passaggio da uno stato ad un altro (si pensi alla
morte come condizione essenziale per ricevere la luce nella
iniziazione muratoria, o al simbolo della porta tracciato in molte
tombe).
Il problema della morte non si innesta
solo sulla paura, ma anche sulla vita. Non può esserci la morte
senza la vita e non può esserci la vita senza la motte. La morte è
una trasformazione. Del resto lo insegna pure la materia (la
componente del corpo fisico): essa non si crea e non si distrugge,
ma si trasforma.
L’uomo deve operare in questa vita
indipendentemente dalle eventuali conseguenze dopo la morte
(paradiso, inferno, reincarnazioni successive, ecc.). Solo se compie
lo sforzo continuo e sincero di cambiarsi e migliorarsi può
affrontare serenamente quel cambiamento di stato che i profani
chiamano morte e i Liberi Muratori passaggio all’Oriente Eterno.
La Massoneria aiuta ad affrontare la
paura che ci portiamo dentro e che continueremo ad avere fino a
quando non avremo dato la nostra spiegazione.
L’aiuto nella ricerca viene anche
dal sentire vicino i Fratelli mentre si comunicano i propri
risultati e si ascoltano i loro, per avere spunti per le proprie
meditazioni.
L’Oriente Eterno è un simbolo, e
come tale in esso si trova l’unificazione di due opposti: da una
parte il timore innato della morta (e quindi il tentativo di
proiettare la propria sopravvivenza individuale oltre il limite di
questa vita), dall’altra la consapevolezza della immortalità di
un certo “quid” che è in noi, del quale non sappiamo precisare
l’essenza, ma sappiamo solo che esiste.
Va precisata l’identificazione della
Parola con la Fede comune (vedi: “la Parola, cioè la comune Fede,
è smarrita”). L’iniziato cerca la conoscenza, non la fede. Chi
sa non ha bisogno di credere, perché sa: è il credente, il fedele
che deve credere, perché non sa. La differenza tra Iniziato e
fedele è sottolineata anche nell’insegnamento di un maestro: “Là
dove il devoto si pente, l’iniziato si cambia”.
08 novembre 2016
A un nuovo Maestro
Spesso al termine di un rito l'Oratore pronuncia alcune parole di saluto al neofita. A volte è un cordiale ricevimento, a volte sono narcisistici discorsi, a volte sono saluti sentiti.
Riporto qui il saluto dell'Oratore dopo l'Elevazione a Maestro di un Compagno. Era il 14 novembre del 1990.
Riporto qui il saluto dell'Oratore dopo l'Elevazione a Maestro di un Compagno. Era il 14 novembre del 1990.
Col Rito di questa sera sei diventato
un massone a tutti gli effetti, con tutti i diritti e con tutti i
doveri. E’ una responsabilità alla quale ti sei preparato durante
il noviziato come apprendista prima, e come compagno d’arte poi. E
stasera hai vissuto la leggenda di Hiram con tutto il suo simbolismo.
Hiram ti invita a riflettere sulle possibilità che la Massoneria ti
offre.
Mentre il Rito di iniziazione al Primo grado è uno psicodramma che coinvolge sopratutto la parte emotiva del neofita, e tu ne sai la ragione, e quello di passaggio al Secondo grado si rivolge sopratutto alla parte razionale del candidato, la leggenda ai Hiram ti introduce al mistero della morte iniziatica ed alla nascita del maestro massone attraverso la fase alchemica della putrefazione. E’ un mistero che nessuno ti può svelare perché chi ne ha trovato la chiave, per quanto possa essere un abile parlatore in possesso di una buona dialettica, non potrà mai trovare espressioni e parole per poterlo adeguatamente trasmettere ad altri. Dovrai indagare tu stesso questo mistero, darti le risposte che riterrai soddisfacenti, e trasformarle coi tempo in altre più soddisfacenti man mano che la tua coscienza crescerà. Da queste parole comprenderai, carissimo fratello, che il maestro massone è maestro soltanto a se stesso. Ed infatti avrai udito dire molte volte in loggia che in massoneria siamo sempre degli apprendisti. Non si finisce mai d’imparare.
Mentre il Rito di iniziazione al Primo grado è uno psicodramma che coinvolge sopratutto la parte emotiva del neofita, e tu ne sai la ragione, e quello di passaggio al Secondo grado si rivolge sopratutto alla parte razionale del candidato, la leggenda ai Hiram ti introduce al mistero della morte iniziatica ed alla nascita del maestro massone attraverso la fase alchemica della putrefazione. E’ un mistero che nessuno ti può svelare perché chi ne ha trovato la chiave, per quanto possa essere un abile parlatore in possesso di una buona dialettica, non potrà mai trovare espressioni e parole per poterlo adeguatamente trasmettere ad altri. Dovrai indagare tu stesso questo mistero, darti le risposte che riterrai soddisfacenti, e trasformarle coi tempo in altre più soddisfacenti man mano che la tua coscienza crescerà. Da queste parole comprenderai, carissimo fratello, che il maestro massone è maestro soltanto a se stesso. Ed infatti avrai udito dire molte volte in loggia che in massoneria siamo sempre degli apprendisti. Non si finisce mai d’imparare.
Ma se non mi è possibile svelarti il
segreto della maestria che si nasconde dietro la leggenda di Hiram,
voglio almeno dirti alcune cose, le più elementari.
Nel simbolismo del grado i cattivi compagni rappresentano non solo il fanatismo, l’ignoranza e l’intolleranza, ma rappresentano anche le forze della controiniziazione, forze esterne e interne, continuamente in antitesi conflittuale con l’iniziazione che faticosamente ognuno cerca di costruire in sé.
Nel simbolismo del grado i cattivi compagni rappresentano non solo il fanatismo, l’ignoranza e l’intolleranza, ma rappresentano anche le forze della controiniziazione, forze esterne e interne, continuamente in antitesi conflittuale con l’iniziazione che faticosamente ognuno cerca di costruire in sé.
I cattivi compagni rappresentano anche
le tre grandi tentazioni da cui devono guardarsi i massoni che si
dedicano al lavoro simbolico ed esoterico: la prima è l’adagiarsi
nella retorica delle belle parole e delle frasi ad effetto; la
seconda è la seduzione di una immaginazione sfrenata, incontrollata,
senza regole e senza sicuri riferimenti di base; la terza è la
speculazione intellettuale fine a sé stessa che provoca un
inaridimento.
Il simbolo va interiorizzato, va
vissuto. Guai a chi non vive in coerenza coi risultato delle sue
ricerche!
Tieni presente, caro U., che ogni
simbolo ha almeno due significati, uno positivo ed uno negativo:
gli strumenti che servono ad uccidere Hiram, servono a
lavorare, a costruire il tempio. Perciò gli strumenti non sono né
buoni né cattivi. Può essere buono o cattivo l’uso che se ne fa.
Il regolo è il simbolo della rettitudine, ma nelle mani dei cattivi
compagni diventa simbolo di fanatismo: la squadra è simbolo di
equità, nelle mani dei cattivi compagni diventa simbolo di
intolleranza; e cosi il maglietto simbolo di autorità iniziatica,
può diventare invece simbolo di prepotenza brutale e di
prevaricazione.
Come vedi la leggenda di Hiram è fonte
di tante meditazioni. Ad esempio il carattere collettivo del lavoro
muratorio ti è stato confermato stasera dal fatto che Hiram risorge
col concorso delle tre Luci unite in un concorde sforzo comune. Non
dimenticare mai cosa può fare la vera fratellanza e la concordia
d’intenti!
La rinascita di Hiram ti conferma
inoltre che i principi dell’evoluzione umana, propri della
massoneria, non muoiono mai. In circostanze difficili possono tutt’al
più rimanere latenti in attesa della possibilità di manifestarsi
nuovamente. E oggi non ne abbiamo forse una verifica nel risorgere
della massoneria nei paesi dell’est europeo?
Ed ugualmente il pensiero quando è
sopraffatto dalla forza brutale si occulta come, fu occultato il
corpo dell’architetto del Tempio in una tomba. Ma, come il corpo di
Hiram, esso risorge non appena tre massoni si uniscono a lavorare con
concordia d’intenti, con fratellanza d’amore,
disinteressatamente. Tienilo sempre presente.
E ricordati che i cattivi compagni sono
sempre fra noi. Anzi sono in noi stessi. Dobbiamo combatterli con il
fuoco trasmutatore, il fuoco discreto degli alchimisti, lavorando con
costanza e con perseveranza su noi stessi.
E’ quindi con vero spirito d’Amore
che ti do questa sera il benvenuto nella camera di mezzo, con
quell’Amore che non deve mai abbandonare il vero massone, Amore con
l’A maiuscola, Amore disinteressato, non possessivo, non egoistico,
l’Amore che è alla base della vera Fratellanza massonica.
06 novembre 2016
La zanzara e il leone
Piccolo divertissement suggerito dalla lettura della favola di
Tolstoj La zanzara e il leone nei Quattro Libri di Lettura.
Segretario. Protagonisti della favola sono: una zanzara ed un leone.
Il leone è il re
della foresta, animale feroce e vigoroso, che tutti temono. Questa
sera ha la voce del 1° Sorvegliante.
La zanzara è un
insetto dell’ordine dei ditteri. Solo la femmina è ematofaga: per
lo sviluppo delle uova assorbe proteine succhiando il sangue delle
vittime. Questa sera ha la voce del 2° Sorvegliante.
1°
Sorvegliante. Sono il leone. Animale erculeo e possente. Molti
mi identificano con il sole e chiamano sol-leone il periodo della
maggior forza del sole. Molti non mi capiscono e mi temono. Io sono
il forte tra i forti.
2°
Sorvegliante. Sono una piccola zanzara, ma nel mio piccolo
sono forte anch’io. Riesco a battere le mie ali seicento volte in
un secondo. Prova a farlo te, o forte leone!
1°
Sorvegliante. Non fare lo sbruffone! Il battito delle tue ali
è straordinario, è bello, è armonico, produce un ronzio
intrigante: ma non è forte. Sarai anche bella, ma non sei forte. Non
puoi cacciare un’antilope come faccio io: non ne sei capace.
2°
Sorvegliante. E che me ne faccio di un’antilope? Una piccola
goccia del tuo sangue è sufficiente per far schiudere cinquecento
delle mie uova. Prova tu a far cinquecento leoncini con una goccia di
sangue, se sei capace.
1°
Sorvegliante. Cinquecento leoncini? Ne basta uno per essere il
re. Accontentati di vedere schiudere cinquecento uova. Così vuole la
Natura.
2°
Sorvegliante. La mia famiglia esiste da cento milioni di anni,
è una delle più antiche sulla terra. E voi leoni? Ci siete solo da
neanche due milioni di anni. Siete solo dei parvenu.
1°
Sorvegliante. Ma io sono forte e non pretendo di essere bello.
Tu forte non lo sarai mai. Non è la tua natura. Accontentati di
essere ciò che sei e non altro.
2°
Sorvegliante. Tu credi di essere più forte di me? Sbagli! Sì,
sai graffiare, sai mordere, ma le donne, quando litigano con i loro
uomini, fanno altrettanto. Io, invece, sono veramente più forte di
te. Ti dichiaro guerra. Vedremo chi vincerà.
Segretario.
E la zanzara suona la sua tromba di guerra e comincia a punzecchiare
il muso del leone. Il leone, per difendersi, si dà zampate, si batte
il muso e si ferisce con gli artigli.
Oratore.
La Forza, venuta a mancare l’ornamento della Bellezza, infierisce
su se stessa.
1°
Sorvegliante. Tregua, tregua. Sono esausto.
Oratore.
La Forza è forte. Ma se è troppo forte non è più Forza.
Segretario.
La zanzara, soddisfatta, intona il canto della sua vittoria, e vola
via.
Oratore.
Vola, zanzara, vola. Sei soddisfatta della tua vittoria. Ma...
Attenta!
Segretario.
Insetto presuntuoso. Registro la tua vittoria. Ma... Attento!
Oratore.
Il saggio conosce la Legge. Sa che la vittima di oggi può essere il
vincitore di domani. E il vincitore di oggi può essere la vittima di
domani.
Segretario.
La zanzara vola, vola, vola,... danza il volo della vittoria,
impaziente di raccontare a tutti ciò che è successo: la piccola
zanzara ha sconfitto il forte leone.
Oratore.
La Bellezza è bella. Ma se è troppo bella non è più Bellezza.
Segretario.
La zanzara vola, vola, vola... Canta la sua vittoria, intona inni mai
cantati: il piccolo ha vinto. La forza è stata sconfitta da una più
forte. La minuscola zanzara, con voli strani, curvi, ha colpito: ha
sconfitto chi pareva invincibile.
Oratore.
Attenta zanzara. Non cantar troppe vittorie....
Segretario.
La zanzara vola, vola, vola... Ma... improvvisamente... un
ostacolo..., non prevedibile, invisibile... indistruttibile.
Oratore.
Mia piccola zanzara, canti, canti, ma il canto si spegne...
Segretario.
La zanzara s'impiglia nella tela di un ragno, un piccolo e minuscolo
ragno che corre e colpisce la zanzara. Il veleno del ragno liquefa il
corpo della preda e il ragno succhia il liquido che fu la zanzara.
Maestro
Venerabile. La bellezza della ragnatela ha avuto il
sopravvento sulla bellezza che non voleva essere bella e pretendeva
di essere forte.
05 novembre 2016
Carlo Gentile
Fu un "curiosus" dello Spirito: massone, martinista, teosofo, mazziniano. Fu limpida figura della Massoneria, anche istituzionale, della seconda metà del Novecento. Fu Grande Oratore e Gran Maestro Aggiunto del GOI nella seconda e terza Giunta di Lino Salvini e non fu nemmeno sfiorato dalla tempesta di quegli anni partita dall' "affaire" P2.
Mi è venuto in mente in questi giorni alla notizia della morte di Tina Anselmi, che fu presidente della Commissione Parlamentare sulla P2. Sempre la morte di un essere umano mi rattrista, ma deve anche essere occasione di meditazione. Su ciò che ci attende dopo e sul comportamento in vita. Credo che Tina Anselmi sia stata una persona per bene (almeno non ho elementi per sostenere il contrario), ma anche lei, come quasi tutti i politici dell'epoca, ebbe una sorta di occhiali ideologici che le fecero distorcere il vero senso della P2: un bubbone nato nel sottobosco della politica che ha indossato le vesti massoniche per pura comodità. Non la Massoneria deviata, ma la Politica deviata. Che trovando il fatto "inconcepibile" scaricò tutto sulla Massoneria.
Ho trovato questa lettera che mio padre inviò a Carlo Gentile il 22 giugno 1981, all'epoca della Gran Maestranza di Battelli, in piena eruzione del vulcano P2. Credo riesca a dare, a distanza di tanti anni, un'immagine dell'atmosfera che vivevamo in quegli anni, disorientati e frastornati, ma certi che la Massoneria non poteva essere quella che descrivevano i giornali (almeno la Massoneria che conoscevamo noi quotidianamente).
Mi è venuto in mente in questi giorni alla notizia della morte di Tina Anselmi, che fu presidente della Commissione Parlamentare sulla P2. Sempre la morte di un essere umano mi rattrista, ma deve anche essere occasione di meditazione. Su ciò che ci attende dopo e sul comportamento in vita. Credo che Tina Anselmi sia stata una persona per bene (almeno non ho elementi per sostenere il contrario), ma anche lei, come quasi tutti i politici dell'epoca, ebbe una sorta di occhiali ideologici che le fecero distorcere il vero senso della P2: un bubbone nato nel sottobosco della politica che ha indossato le vesti massoniche per pura comodità. Non la Massoneria deviata, ma la Politica deviata. Che trovando il fatto "inconcepibile" scaricò tutto sulla Massoneria.
Ho trovato questa lettera che mio padre inviò a Carlo Gentile il 22 giugno 1981, all'epoca della Gran Maestranza di Battelli, in piena eruzione del vulcano P2. Credo riesca a dare, a distanza di tanti anni, un'immagine dell'atmosfera che vivevamo in quegli anni, disorientati e frastornati, ma certi che la Massoneria non poteva essere quella che descrivevano i giornali (almeno la Massoneria che conoscevamo noi quotidianamente).
Carissimo,
approfitto dell'amicizia fraterna che
mi lega a te per mandarti questo mio sfogo. Dalle mie parole ti
renderai conto dei sentimenti che si agitano non solo in me, ma anche
in molti fratelli.
Nelle vicende che in questi mesi
tengono la prima pagina dei giornali si nota subito che molti tendono
strumentalmente a confondere quello che è stato il gruppo della P2
con le logge regolari della massoneria. Questa strumentalizzazione
non può stupirci. Siamo uomini liberi, amanti della libertà,
impegnati a rendere sempre più operante la libertà nella nostra
società, e pertanto non siamo graditi agli integralisti di qualunque
colore essi siano. E così si può spiegare l'intensa campagna di
alcuni giornali di ispirazione dogmatica cattolica o comunista volta
a colpevolizzare tutta la massoneria.
A nostra scusante potremmo dire che
la società attuale, marcia di materialismo, è riuscita ad inquinare
anche la nostra istituzione. Ma sarebbe solo una scusa, poco seria e
poco corretta. Una istituzione che si propone come fine, uno dei
fini, il progresso ed il miglioramento dell'Umanità non può e non
deve lasciarsi corrompere da una società corrotta. Se ciò avviene è
perché nella massoneria ci sono delle componenti che per lo meno non
sono all'altezza di un fine tanto nobile, per non dire di peggio. Ed
è proprio questo il punto che mi addolora profondamente. Siamo
entrati nella famiglia per migliorarci e migliorare, e la profanità
della società ci ha contaminati e corrotti, gettando fango su una
delle più nobili e più pure istituzioni.
Al di là delle interessate
strumentalizzazioni altrui, al di là delle volute confusioni, rimane
il fatto, grave, che questo gruppo di potere, cresciuto al di fuori
della massoneria, è nato purtroppo con la complicità di massoni
autorevoli. Ed anche se non possiamo del tutto escludere in certi
casi la buona fede, dobbiamo pure affermare chiaramente che in questo
caso anche l'errore in buona fede è colpa grave, gravissima. E
provvedimenti gravi e severi si impongono. E' necessario ed urgente
fare una pulizia accurata e rigorosa nella nostra casa. I fratelli
sentono questa esigenza come prima condizione per riprendere i lavori
e ridare serenità al nostro ambiente. Bisogna fare pulizia degli
arrivisti, degli intrallazzatori, di tutti coloro che nella
massoneria hanno ricercato e ricercano solo favorì profani. E'
un'opera di purificazione necessaria perché la massoneria possa
riprendere al più presto la sua missione.
Liberiamoci dall'etichetta di
organismo mafioso che la stampa profana ci ha affibbiato, e non del
tutto a torto. La solidarietà massonica non può essere mafia.
E togliamoci sopratutto dalla testa
la pericolosa tentazione di voler influenzare la politica. Il massone
può fare politica, ed in tal caso la preparazione acquisita
frequentando i lavori di loggia ne fa un cittadino esemplare, un
modello da imitare ed al di sopra di qualsiasi sospetto. Mai però il
massone deve coinvolgere la massoneria nella sua azione politica, o
chiedere alla massoneria coperture o complicità. La massoneria non
fa politica, non può fare politica. Tutte le volte che i massoni
hanno coinvolto la massoneria nella politica, la massoneria ha preso,
giustamente, solenni bastonate.
Scusami questo sfogo dettato
dall'amarezza di questa disgraziata situazione che ci coinvolge
tutti. Come ti ho detto all'inizio queste non sono solo idee mie;
sono anche le idee della mia loggia, di quasi tutti i massoni che conosco. Sono le idee dei
fratelli che vogliono essere massoni nel senso pieno e reale
dell'espressione. Scrivo a te per la fraterna amicizia che ci lega e
perché ti conosco e so quanto vali. Se è possibile iniziare
un'opera di rinnovamento essa non può prescindere dai fratelli
migliori e più autorevoli, conosciuti e stimati da tutta la
famiglia. Ma è possibile? Se lo è, cominciamo tutti a lavorare
subito. Il momento è propizio: il sole al solstizio d'estate può
darci le forze necessarie.
Ti abbraccio, carissimo, con tutta la
sincera fraternità che il mio cuore può esprimerti e con la
speranza che la controiniziazione non prevalga.
04 novembre 2016
L'Uomo,... questo sconosciuto
Il titolo è lo stesso di un saggio del secolo scorso di Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina centoquattro anni fa. Sconvolto dalle esperienze di medico al fronte durante la prima guerra mondiale, si fece fautore di un nuovo umanesimo, oggi forse, almeno in parte, un po' datato.
Ho immaginato una tornata di Loggia appoggiandomi su due personaggi di Giovanni Guareschi, il prete don Camillo e il sindaco comunista Peppone, che a gente della mia generazione ricordano l'Italia del dopoguerra. Ovviamente don Camillo e Peppone non hanno nulla a che fare con la Massoneria. Ma... se la Massoneria lavora sull'uomo, allora tutto ciò che c'è di umano le è vicino. La frase non è mia, ma è sempre attuale.
Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.
1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.
2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.
Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo.
Segretario. Don Camillo rientrato dalla Russia sovietica deve accompagnare un gruppetto di agricoltori cattolici negli Stati Uniti dove visiteranno una grande fattoria. E don Camillo convince il sindaco Peppone ad aggregarsi, sotto mentite spoglie, al gruppo di cattolici.
Oratore. La fattoria americana è condotta da un vecchio immigrato italiano che ha fatto fortuna in America.
Segretario. Il vecchio immigrato ormai vive nelle nebbie dell’autunno. Per lasciarlo tranquillo i suoi dieci figli gli hanno nascosto la tragedia della guerra mondiale e la disfatta dell’Italia.
Oratore. In quella fattoria il tempo è fermo agli anni Trenta del Novecento e il vecchio non sa nulla di ciò che è successo dopo.
Segretario. Storia semplice e patetica. Una casa senza futuro! Forse metafora della società occidentale?
Oratore. Gli agricoltori hanno visitato la fattoria. Hanno ammirato la moderna organizzazione aziendale. Hanno visto come si possono ricavare profitti anche in campagna. Hanno visto la Forza del capitalismo occidentale.
Segretario. E il viaggio termina. Ritornati al paese Peppone e Don Camillo si ritrovano in campagna: il sindaco ha fatto un sopralluogo agli argini del grande fiume e il parroco ha visitato la cappelletta sull’argine.
Oratore. Ora sono seduti a terra per uno spuntino. E parlano. Comincia il prete a parlare al sindaco comunista.
1° Sorvegliante. Adesso che hai visto com’è la realtà in Russia e in America, perché non stracci la tessera del partito comunista?
2° Sorvegliante. E poi quale tessera dovrei prendere? Siate onesto, se ci riuscite.
1° Sorvegliante. Ci riesco: nessuna tessera.
2° Sorvegliante. E com’è possibile? Bisogna pur credere in qualcosa.
1° Sorvegliante. Basta credere in Dio.
2° Sorvegliante. (con vigore) No. Bisogna anche credere negli uomini. Altrimenti perché sarebbero morti tutti i milioni di uomini che si sono sacrificati per migliorare le condizioni umane?
1° Sorvegliante. (tra sé) Signore che cosa debbo rispondere a quest’uomo?
Segretario. Dovete sapere che Don Camillo riesce a parlare col Signore che – miracolo a dirsi – spesso gli risponde. E anche questa volta risponde.
Maestro Venerabile. Non so.
Segretario. Il Signore
ha risposto.
PAUSA
Maestro Venerabile. Anche io ho creduto negli uomini...
PAUSA
Segretario. E don Camillo tace. Non ha più nulla da dire.
1° Sorvegliante. Addio. Ognuno vada per la sua strada, compagno sindaco...
2° Sorvegliante. Addio. Ognuno cammini per la sua strada, reverendo parroco...
Oratore. I due si alzano, e se ne vanno, uno a destra l'altro a sinistra. La Forza propone.
Segretario. Ma i due sentieri, a un certo punto, si riuniscono. La Bellezza dispone.
Maestro Venerabile. Don Camillo e Peppone proseguono verso il paese, fianco a fianco.
Segretario. L’uno accanto all’altro. L’uno ha bisogno dell’altro. L’uno “deve” avere vicino l’altro.
Oratore. Forza e Bellezza. Bellezza e Forza.
Maestro Venerabile. La Sapienza conosce... La Sapienza sa...
Il lavoro si basa su una traccia di Guareschi su come avrebbe dovuto essere l'ultimo episodio della saga: Il Compagno don Camillo. Ne fu tratto un film che racconta il viaggio sotto mentite spoglie del prete in compagnia della delegazione comunista del paese nella Russia sovietica. Nelle intenzioni di Guareschi avrebbe dovuto esserci un seguito: Peppone in una delegazione cattolica negli Stati Uniti. E al ritorno, la fine che qui ricordo.
Ho immaginato una tornata di Loggia appoggiandomi su due personaggi di Giovanni Guareschi, il prete don Camillo e il sindaco comunista Peppone, che a gente della mia generazione ricordano l'Italia del dopoguerra. Ovviamente don Camillo e Peppone non hanno nulla a che fare con la Massoneria. Ma... se la Massoneria lavora sull'uomo, allora tutto ciò che c'è di umano le è vicino. La frase non è mia, ma è sempre attuale.
Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.
1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.
2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.
Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo.
1°
Sorvegliante.
Sei ancora quello
della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo.
Eri nella carlinga,
con le ali maligne,
le meridiane di morte,
t'ho visto –
dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di
tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza
esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza
Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come
uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti
videro per la prima volta.
E questo sangue
odora come nel giorno
quando il fratello
disse all'altro fratello:
«Andiamo ai campi»...
2°
Sorvegliante.
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare
1°
Sorvegliante.
Ho visto l'uomo
malvagio e prepotente ergersi
come albero
verdeggiante sul suolo natìo,
ma poi è
scomparso, ed ecco,
non c'è più;
io l'ho cercato, ma non si è più
trovato.
2°
Sorvegliante.
Chi salirà al
monte del Signore?
Chi potrà stare
nel suo luogo santo?
L'uomo innocente di
mani e puro di cuore,
che non eleva
l'animo a vanità
e non giura con il proposito di
ingannare.
Segretario.
Ricorderete tutti, i personaggi di Peppone e don Camillo, il sindaco
comunista di Brescello e il parroco del paese.
Sono nati dalla penna di Giovanni
Guareschi.
Ricordano l’Italia degli anni
cinquanta, le lotte politiche, senza esclusione di colpi. Le grandi
passioni.
Ma ricordano anche la condivisione di
valori, oggi forse estranei ai più..., né i valori né, tanto meno,
la loro condivisione...
Insomma, sentiamo la nostalgia di quel piccolo mondo povero di contro a quello che oggi è il nostro povero piccolo mondo.
Oratore.
L’ultimo episodio della sagra è “Il compagno don Camillo”. Un
viaggio nella Russia sovietica, in visita a un kolkoz, assieme a
Peppone e a un gruppetto di compagni scelti.
Don Camillo, con un piccolo ricatto al sindaco, parte, sotto
mentite spoglie, aggregandosi alla combriccola di comunisti di ferro.
E visita la Forza del comunismo sovietico.Segretario. Don Camillo rientrato dalla Russia sovietica deve accompagnare un gruppetto di agricoltori cattolici negli Stati Uniti dove visiteranno una grande fattoria. E don Camillo convince il sindaco Peppone ad aggregarsi, sotto mentite spoglie, al gruppo di cattolici.
Oratore. La fattoria americana è condotta da un vecchio immigrato italiano che ha fatto fortuna in America.
Segretario. Il vecchio immigrato ormai vive nelle nebbie dell’autunno. Per lasciarlo tranquillo i suoi dieci figli gli hanno nascosto la tragedia della guerra mondiale e la disfatta dell’Italia.
Oratore. In quella fattoria il tempo è fermo agli anni Trenta del Novecento e il vecchio non sa nulla di ciò che è successo dopo.
Segretario. Storia semplice e patetica. Una casa senza futuro! Forse metafora della società occidentale?
Oratore. Gli agricoltori hanno visitato la fattoria. Hanno ammirato la moderna organizzazione aziendale. Hanno visto come si possono ricavare profitti anche in campagna. Hanno visto la Forza del capitalismo occidentale.
Segretario. E il viaggio termina. Ritornati al paese Peppone e Don Camillo si ritrovano in campagna: il sindaco ha fatto un sopralluogo agli argini del grande fiume e il parroco ha visitato la cappelletta sull’argine.
Oratore. Ora sono seduti a terra per uno spuntino. E parlano. Comincia il prete a parlare al sindaco comunista.
1° Sorvegliante. Adesso che hai visto com’è la realtà in Russia e in America, perché non stracci la tessera del partito comunista?
2° Sorvegliante. E poi quale tessera dovrei prendere? Siate onesto, se ci riuscite.
1° Sorvegliante. Ci riesco: nessuna tessera.
2° Sorvegliante. E com’è possibile? Bisogna pur credere in qualcosa.
1° Sorvegliante. Basta credere in Dio.
2° Sorvegliante. (con vigore) No. Bisogna anche credere negli uomini. Altrimenti perché sarebbero morti tutti i milioni di uomini che si sono sacrificati per migliorare le condizioni umane?
1° Sorvegliante. (tra sé) Signore che cosa debbo rispondere a quest’uomo?
Segretario. Dovete sapere che Don Camillo riesce a parlare col Signore che – miracolo a dirsi – spesso gli risponde. E anche questa volta risponde.
Maestro Venerabile. Non so.
PAUSA
PAUSA
Maestro Venerabile. Anche io ho creduto negli uomini...
PAUSA
Segretario. E don Camillo tace. Non ha più nulla da dire.
1° Sorvegliante. Addio. Ognuno vada per la sua strada, compagno sindaco...
2° Sorvegliante. Addio. Ognuno cammini per la sua strada, reverendo parroco...
Oratore. I due si alzano, e se ne vanno, uno a destra l'altro a sinistra. La Forza propone.
Segretario. Ma i due sentieri, a un certo punto, si riuniscono. La Bellezza dispone.
Maestro Venerabile. Don Camillo e Peppone proseguono verso il paese, fianco a fianco.
Segretario. L’uno accanto all’altro. L’uno ha bisogno dell’altro. L’uno “deve” avere vicino l’altro.
Oratore. Forza e Bellezza. Bellezza e Forza.
Maestro Venerabile. La Sapienza conosce... La Sapienza sa...
Il lavoro si basa su una traccia di Guareschi su come avrebbe dovuto essere l'ultimo episodio della saga: Il Compagno don Camillo. Ne fu tratto un film che racconta il viaggio sotto mentite spoglie del prete in compagnia della delegazione comunista del paese nella Russia sovietica. Nelle intenzioni di Guareschi avrebbe dovuto esserci un seguito: Peppone in una delegazione cattolica negli Stati Uniti. E al ritorno, la fine che qui ricordo.
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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.