12 maggio 2014

Loggia Madre

LOGGIA MADRE
C'erano Rundle, il capo stazione,
E Beazeley, delle Ferrovie,
E Ackman dell'Intendenza,
E Donkin delle Prigioni,
E Blake il sergente istruttore,
Per due volte fu il nostro Venerabile
Con quello che aveva il negozio «Europa»,
Il vecchio Framjee Eduljee.

Fuori - «Sergente, Signore, Saluto, Salaam»
Dentro, «Fratello», e non c'era nulla di male.
Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra,
Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù!

Avevamo Bola Nath il contabile
E Saul, l'israelita di Aden,
E Din Mohammed disegnatore al Catasto,
C'erano Babu Chuckerbutty,
E Amir Singh, il Sikh,
E Castro delle officine di riparazione,
Il Cattolico Romano!

Non avevamo belle insegne,
E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,
Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,
E li osservavamo per filo e per segno.
E guardando tutto ciò all'indietro,
Mi colpisce questo fatto,
Che non esiste qualcosa come un infedele,
Eccetto, forse, noi stessi.

Poiché ogni mese, finiti i Lavori,
Ci sedevamo tutti e fumavamo,
(Non osavamo fare banchetti
Per non violare la casta di un Fratello),
E si parlava, uno dopo l'altro,
Di Religione e di altre cose,
Ognuno rifacendosi al Dio che meglio conosceva.

L'uno dopo l'altro si parlava,
E non un solo Fratello si agitava,
Fino a che il mattino svegliava i pappagalli,
E quell'altro uccello vaneggiante;
Si diceva che ciò era curioso,
E si rincasava per dormire,
Con Maometto, Dio e Shiva
Che facevano il cambio della guardia nelle nostre teste.

Sovente, al servizio del Governo,
Questi passi erranti hanno visitato
E recato saluti fraterni
A Logge d'oriente e d'occidente,
Secondo l'ordine ricevuto,
Da Kohat a Singapore,
Ma come vorrei rivedere
Ancora una volta quelli della mia Loggia Madre!

Vorrei potere rivederli,
I miei Fratelli neri e scuri,
Tra l'odore piacevole dei sigari di là,
Mentre ci si passa l'appiccicafuoco;
E con il vecchio khansamah che russa
Sul pavimento della dispensa,
Ah! essere Maestro Massone di buona fama
Nella mia Loggia Madre, ancora una volta!

Fuori - «Sergente, Signore, Saluto, Salaam»
Dentro, «Fratello», e non c'era nulla di male.
Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra,
Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù!


Nato a Bombay da genitori inglesi, a cinque anni Kipling fu mandato in patria per ricevere un'educazione adeguata. Ritornato in India, a Lhaore, il suo comportamento gli acquisì la fiducia di due colonnelli dell’esercito inglese che gli fecero da garanti consentendo l'ingresso, nell'aprile 1886 non essendo ancora maggiorenne (come prescritto) nella Loggia Hope and Perseverance n.782 all'Oriente di Lahore, Loggia di cui fu subito Segretario, poi Direttore delle Cerimonie, ma che dovette lasciare ben presto, l'anno dopo, perché inviato per lavoro altrove.
La poesia, un vero e proprio inno alla Loggia nella quale (per usare il linguaggio muratorio) vide la luce, è del 1896, dieci anni dopo la propria iniziazione. Solo un anno su dieci Kipling trascorse, giovane Fratello, alla Hope and Perseverance, il dieci per cento, cioè della sua vita massonica. Ma evidentemente un dieci per cento così fondamentale, da ricordare quei suoi Fratelli con accenti di una grande nostalgia struggente che ancora oggi ci fa commuovere.
La Loggia Madre è una delle sue poesie più note ed è citatissima da tutti i massoni. Tanto citata, però, quanto non capita e incompresa, e proprio dai Liberi Muratori, da coloro, cioè, che più di altri, avrebbero gli strumenti per comprendere.
Guardiamoli questi Fratelli di Loggia, Fratelli del giovane Kipling e contemporaneamente, e per sempre, Fratelli nostri e di ogni Libero Muratore.
Dunque. Rundley, Beazeley, Ackman, Blake. Nomi inglesi.
Poi. Bola Nath, Saul, Din Mohammed, Babu Chuckerbutty, Amir Sing. Nomi indiani.
E ancora. Castro. Nome italiano.
E' certo una Loggia cosmopolita. Ma c'è di più.
Supponiamo gli inglesi protestanti, e l'italiano cattolico (cattolici e protestanti, gli uni contro gli altri armati, ma in Loggia no). E poi: induisti, musulmani, sikkh. Una miscela ieri come oggi esplosiva. Ma in Loggia no.
Ma andiamo avanti.
C'è il capostazione, l'impiegato delle Ferrovie, quello delle Prigioni, il sergente istruttore, il commerciante, il contabile, l'impiegato al Catasto, l'addetto delle Officine di riparazione.
Dunque: diversi per razza, per religione, per lavoro, per estrazione sociale. Difficile in una Loggia trovare Fratelli più diversi.
E come facevano - ci si può domandare - a stare assieme?
Ecco, qui sta il segreto della Massoneria. Segreto che, aggiungo polemicamente, sembra che tanti oggi abbiano dimenticato in certe Logge monotonamente uguali, di formazione religiosa monotonamente cattolica (anche se lo negano), monotonamente di razza bianca, monotonamente di certe professioni e non di altre. Logge monotone, dove però la monotonia sembra assurgere a regola.
Ma leggiamo il vecchio Kipling.
Non avevamo belle insegne,
E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,
Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,
E li osservavamo per filo e per segno.
Un Tempio vecchio e spoglio, scarno quasi nella sua semplicità, insegne non belle, ma - immagino - essenziali. Nessuna concessione alla vanità, ma ricerca della sostanza: conoscevamo gli antichi Landmarks, e li osservavamo per filo e per segno.
Vestiti semplici, quasi abiti da lavoro, non il prescritto (!?!) abito scuro o nero (tanto che in certi eventi se così non sei vestito, non ti fanno entrare!).
Mi colpisce un fatto. Al termine dei lavori stavano seduti a fumare e a parlare
Non osavamo fare banchetti
Per non violare la casta di un Fratello...
C'è una delicatezza profonda in queste parole. Costumi diversi, estrazioni diverse, religioni diverse, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie prescrizioni: chi non può mangiar carne, chi non può assumere bevande alcoliche, chi non può sedersi a tavola con caste inferiori, e così via. E allora cosa fanno ? Semplicemente stanno assieme a fumare e a parlare (magari oggi non fumerebbero nemmeno per non disturbare qualche Fratello).
Io lo vedo come il piacere di stare assieme, senza discutere, parlando ordinatamente uno dopo l'altro, in letizia. Una vicinanza che unisce e non divide, che fa capire come siano assurde le guerre sante contro l'infedele:
E guardando tutto ciò all'indietro,
Mi colpisce questo fatto,
Che non esiste qualcosa come un infedele,
Eccetto, forse, noi stessi.
Nei colloqui non si cercano i punti che dividono, ma quelli che uniscono. Non si mette quindi un Dio contro l'altro Dio, ma tutti parlano rifacendosi al Dio che meglio conoscevano. Divinità diverse o aspetti diversi dell'unico Dio? Non importa, ognuno ha un solido senso di religiosità che "descrive" e "interpreta" come i parametri che sente più confacenti a lui. E questo per loro è sufficiente.
Il senso della Loggia Madre è di uno struggimento commovente.
Il legame è forte. La Loggia Madre è unica, per tutta la vita massonica. Puoi cambiare Loggia, puoi cambiare Istituzione, puoi venire ri-iniziato per certe regole che all'una Istituzione non fanno riconoscere l'altra Istituzione, puoi entrare in Corpi Rituali ed avere altre iniziazioni o come si chiamano, ma la prima Loggia, la tua Loggia Madre, è sempre e solo quella, e non altre.
Il legame che si è costruito con quella è viscerale e lo avverti se i casi della vita ti portano a cambiare Loggia o se la tua Loggia da madre diventa matrigna (perché certi fratelli cambiano, altri ancora non ci sono più e nuovi fratelli sono entrati). Solo così avverti la profondità, la sacralità quasi del legame costruito in quella lontana tornata dove sei stato fatto Apprendista, e proprio lì, in quella particolare Loggia, e non altrove.
E se anni dopo ritornerai come visitatore ti renderai conto, anche se fisicamente i Fratelli di allora non ci sono più, che è rimasto il legame forte con la Loggia.









11 maggio 2014

Davanti San Guido

Lettura personale e tendenziosa dell'ode carducciana

1866. Giosuè Carducci è tra i sette fondatori della Loggia Felsinea (Bologna)
1867. La Loggia Felsinea lascia il Grande Oriente d'Italia e aderisce al Rito Simbolico Italiano.
1868. Il Rito Simbolico aderisce al Grande Oriente d'Italia. Carducci non viene gradito.
1868 - 1886. Carducci non risulta iscritto a nessuna Loggia bolognese, con le quali però mantiene numerosi contatti
1886. Carducci, su invito del Gran Maestro Lemmi, viene affiliato alla Loggia P2.
La poesia fu iniziata (le prime quattro strofe, vv. 1-21) nel 1874 e completata nel 1886.
  1. I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
  2. van da San Guido in duplice filar,
  3. quasi in corsa giganti giovinetti
  4. mi balzarono incontro e mi guardar.
I cipressi sono in duplice filar, come le due file delle Colonne del Tempio. L'orientamento da San Guido (sulla vecchia Aurelia) a Bolgheri è Ovest - Est, quindi le due file di cipressi indicano le due Colonne del Settentrione e del Meridione.
  1. Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
  2. Bisbigliaron vèr' me co 'l capo chino —
  3. Perché non scendi ? Perché non ristai ?
  4. fresca è la sera e a te noto il cammino.
v. 5. Mi riconobbero. E come avrebbero potuto dimenticarsi di lui, che molti o pochi non avevano voluto rientrasse nel Grande Oriente? Oppure, più significativamente, riconoscono il fratello che si era incamminato su altre strade e che per un attimo incrocia il proprio cammino (per caso? per desiderio?) con loro.
v. 8. Conosci bene il cammino. E non intendiamo solo la strada per il ritorno tra le Colonne (appartenenza amministrativa che può essere utile ma non fondamentale), bensì il cammino (questo sì fondamentale) della vita.
  1. Oh sièditi a le nostre ombre odorate
  2. ove soffia dal mare il maestrale:
  3. ira non ti serbiam de le sassate
  4. tue d'una volta: oh non facean già male!
vv. 10, ecc, 41. Maestrale, mare, vento, risse nel petto, quercia. Sono immagini che richiamano i quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco). Ritengo però improbabile che sia un simbolismo deliberatamente inserito. Carducci mi sembra lontano da certe tematiche. Vero è, però, che i quattro elementi erano richiamati nel rituale scozzese di iniziazione al primo grado (e Carducci era scozzese) e non si può escludere una loro "assimilazione". E' comunque probabile che lo schema dei quattro elementi derivi da un archetipo fondamentale che la sensibilità del poeta riesce a captare indipendentemente dalla massoneria.
v. 11. Il poeta immagina che i rancori del passato siano stati dimenticati e superati.
  1. Nidi portiamo ancor di rusignoli:
  2. deh perché fuggi rapido cosí ?
  3. Le passere la sera intreccian voli
  4. a noi d'intorno ancora. Oh resta qui! —
I versi descrivono una armonia della vita nella quale il Fratello separato potrebbe inserirsi.
  1. Bei cipressetti, cipressetti miei,
  2. fedeli amici d'un tempo migliore,
  3. oh di che cuor con voi mi resterei —
  4. Guardando lor rispondeva — oh di che cuore !
Qui terminano i versi scritti nel 1874. I versi seguenti vengono ripresi nel 1886, all'epoca della sua affiliazione alla Loggia Propaganda 2. Ci domandiamo: scrivendoli, Carducci pensò ai ai Fratelli Massoni? Non ho la risposta; ma gli indizi sono tanti. Accontentiamoci della domanda senza risposta e cogliamo il fascino dell'indefinito e del non risposto.
v. 18. Fedeli amici. Sono i Fratelli Cipressi?
  1. Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
  2. or non è piú quel tempo e quell'età.
  3. Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
  4. ma oggi sono una celebrità.
vv. 21-28. Sembra quasi ricalcare la risposta alla Tegolatura. Io sono un uomo arrivato (una celebrità); sono scrittore; ho molte virtù; non sono più un birichino (contestualizzando, il termine oggi si è caricato di un significato affettuoso ed è rivolto ai bimbi un po' troppo vivaci, mentre un tempo prevaleva il senso negativo. Lo si riteneva o da buricco = saltimbanco o, preferibile, da bric = briccone), non tiro sassi alle piante (ai Fratelli).
  1. E so legger di greco e di latino,
  2. e scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
  3. non son piú, cipressetti, un birichino,
  4. e sassi in specie non ne tiro piú.
  1. E massime a le piante. — Un mormorio
  2. pe' dubitanti vertici ondeggiò
  3. e il dí cadente con un ghigno pio
  4. tra i verdi cupi roseo brillò.
La professione del poeta non appare creduta o credibile (dubitanti, ghigno), ma sembra prevalere il sentimento di affetto (ghigno pio, gentil pietade del v. 34)) piuttosto che quello di giustizia del rifiuto. Insomma: i Fratelli massoni non sembrano dar credito alla confessione carducciana, tanto che il Nostro riuscì a rientrare nel GOI solo per intercessione del Gran Maestro.
  1. Intesi allora che i cipressi e il sole
  2. una gentil pietade avean di me,
  3. e presto il mormorio si fe' parole:
  4. Ben lo sappiamo: un pover uom tu se'.
vv. 36 sgg. La risposta viene da "chi sa". Il poeta ha enunciato vantaggi solo materiali o al massimo morali. Nel "vero mondo" un pover uom tu se'. Sei in basso, nella (per usare un termine muratorio) profanità. I Fratelli Cipressi sono molto chiari e contrappongono il "vero mondo" alle illusioni del mondo dei rei fantasmi (v. 48).
  1. Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
  2. che rapisce de gli uomini i sospir,
  3. come dentro al tuo petto eterne risse
  4. ardon che tu né sai né puoi lenir.
Il mondo dei cipressi ti dirà come superare le eterne risse. Tu puoi contare su questo mondo, saldo e stabile come una quercia, armonico ed in sintonia con il tutto.
  1. A le querce ed a noi qui puoi contare
  2. l'umana tua tristezza e il vostro duol.
  3. Vedi come pacato e azzurro è il mare,
  4. come ridente a lui discende il sol!
Qui, nel "nostro mondo" potrai abbandonare l'umana tristezza e il vostro duol. Qui potrai cogliere l'armonia del mare e del tramonto.
  1. E come questo occaso è pien di voli,
  2. com'è allegro de' passeri il garrire!
  3. A notte canteranno i rusignoli:
  4. rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
Qui puoi ascoltare i rosignoli: impara ad ascoltarli!
  1. i rei fantasmi che da' fondi neri
  2. de i cuor vostri battuti dal pensier
  3. guizzan come da i vostri cimiteri
  4. putride fiamme innanzi al passegger.
  1. Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
  2. che de le grandi querce a l'ombra stan
  3. ammusando i cavalli e intorno intorno
  4. tutto è silenzio ne l'ardente pian,
v. 53. Mezzo il giorno. Fr. 2° Sorvegliante, che ora è? Mezzogiorno in punto.
v. 56. Lo spazio sacro dei lavori è stato circoscritto e riorganizzato. Il mondo profano non vi può più accedere: per gli operai del Tempio tutto è silenzio nel mondo profano, che è stato "chiuso fuori" dal Tempio. Il sacro nasce dal silenzio interiore.
  1. ti canteremo noi cipressi i cori
  2. che vanno eterni fra la terra e il cielo:
  3. da quegli olmi le ninfe usciran fuori
  4. te ventilando co 'l lor bianco velo;
vv. 57-58. Il canto tra la terra e il cielo è il lavoro alla Gloria del Grande Architetto. Il lavoro muratorio è corale, di gruppo.
  1. e Pan l'eterno che su l'erme alture
  2. a quell'ora e ne i pian solingo va
  3. il dissidio, o mortal, de le tue cure
  4. ne la diva armonia sommergerà. —
v. 63. Il dissidio degli affanni umani verrà risolto nell'armonia del lavoro di Loggia, coerente con l'armonia della natura.
  1. Ed io—Lontano, oltre Appennin, m'aspetta
  2. la Tittí — rispondea; — lasciatem'ire.
  3. È la Tittí come una passeretta,
  4. ma non ha penne per il suo vestire.
v. 65. Il poeta pare respingere la proposta dei cipressi. La sua materialità si oppone e fa resistenza, e richiama affetti e passioni del mondo profano (attenzione! non sono passioni basse, da respingere, ma sentimenti ed affetti da trasformare. Non sono negatività).
  1. E mangia altro che bacche di cipresso;
  2. né io sono per anche un manzoniano
  3. che tiri quattro paghe per il lesso.
  4. Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! —
v. 72. Il poeta rifiuta l'invito e i Fratelli Cipressi gli porgono l'immagine della Sapienza che scende dall'Oriente.
  1. Che vuoi che diciam dunque al cimitero
  2. dove la nonna tua sepolta sta? —
  3. E fuggíano, e pareano un corteo nero
  4. che brontolando in fretta in fretta va.
  1. Di cima al poggio allor, dal cimitero,
  2. giú de' cipressi per la verde via,
  3. alta, solenne, vestita di nero
  4. parvemi riveder nonna Lucia:
Nonna Lucia (per ora; poi: signora) appare di cima al poggio, cioè in alto, con l'immediata idea dello scendere.
  1. la signora Lucia, da la cui bocca,
  2. tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
  3. la favella toscana, ch'è sí sciocca
  4. nel manzonismo de gli stenterelli,
Nonna Lucia ora diventa la signora Lucia, assumendo una chiara veste simbolica. Per comprendere bene esaminiamo la costruzione del periodo, croce degli studenti obbligati alla spiegazione letterale. Il periodo va correttamente inteso così: la signora Lucia, dalla bocca della quale (tra l'ondeggiare dei bianchi capelli) la favella toscana (così sciocca nel manzonismo degli stenterelli) discendeva canora. Ma nella lettura poetica non è peregrino che il canora discendea venga attribuito alla signora Lucia (e non alla favella toscana), cioè: la signora Lucia (ecc. ecc.) canora discendea eccetera. E' sbagliato? Certo, ma è errore spontaneo. E soprattutto fa discendere di cima al poggio direttamente la signora Lucia, che assume così nel simbolismo muratorio la funzione della sapienza del Maestro Venerabile.
Osserviamo inoltre che Lucia deriva etimologicamente da Lux, la luce, etimo sostanziale del simbolismo muratorio.
  1. canora discendea, co 'l mesto accento
  2. de la Versilia che nel cuor mi sta,
  3. come da un sirventese del trecento,
  4. piena di forza e di soavità.
v. 88. Forza e soavità sono due archetipi muratori, la Forza e la Bellezza, che unitamente alla Sapienza informano i lavori di Loggia.
  1. O nonna, o nonna! deh com'era bella
  2. quand'ero bimbo! ditemela ancor,
  3. ditela a quest'uom savio la novella
  4. di lei che cerca il suo perduto amor!
v. 91. Il poeta ribadisce il senso dei tre pilastri. La signora Lucia (Forza e Bellezza) parla all'uom savio (la Sapienza). Ma qui savio può avere anche una sfumatura negativa: conosceva il percorso del viaggio, ma non ha accettato il cammino nel Tempio.
  1. Sette paia di scarpe ho consumate
  2. di tutto ferro per te ritrovare:
  3. sette verghe di ferro ho logorate
  4. per appoggiarmi nel fatale andare:
vv. 93 sgg. E' una versione della fiaba del Re Porco. Per sfuggire ad un incantesimo la ragazza dovrà per sette anni consumare sette paia di scarpe di ferro e sette verghe sempre di ferro; dovrà anche riempire di lacrime sette fiasche e svegliare il suo amato prima del canto del gallo.
Qui però sembra quasi lo svolgimento di un rituale particolare e non possiamo non rilevare che il sette è il numero del Maestro. Potrebbe essere riferito alla situazione personale del Poeta, che da tempo (sette lunghi anni?) ha chiesto di rientrare, il gallo ormai canta, ma non ha ancora ricevuto la sospirata risposta?
  1. sette fiasche di lacrime ho colmate,
  2. sette lunghi anni, di lacrime amare:
  3. tu dormi a le mie grida disperate,
  4. e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.
v. 100. Il gallo compare nel Gabinetto di Riflessione. Incita il recipiendario nel suo itinere. Ma se il gallo canta e non ti vuoi svegliare? Beh, il fallimento è vicino.
  1. Deh come bella, o nonna, e come vera
  2. è la novella ancor! Proprio così.
  3. E quello che cercai mattina e sera
  4. tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Ecco, l'intuizione giunge improvvisamente: qui prosegue il cammino. Il viaggiatore giunge alla consapevolezza del percorso, che continua sotto questi cipressi (v. 105), tra i Fratelli.
  1. sotto questi cipressi, ove non spero,
  2. ove non penso di posarmi piú:
  3. forse, nonna, è nel vostro cimitero
  4. tra quegli altri cipressi ermo là su.
  1. Ansimando fuggía la vaporiera
  2. mentr'io cosí piangeva entro il mio cuore;
  3. e di polledri una leggiadra schiera
  4. annitrendo correa lieta al rumore.
Terminano le sensazioni e i ricordi: ritorniamo al quotidiano. La vaporiera continua il suo viaggio, insensibile ai drammi di chi trasporta. Il Poeta non scende (e come potrebbe? Non è ancora stato accettato dai Fratelli). Il mondo quotidiano continua a vivere nell'indifferenza. C'è una indifferenza "giovanile"(la mandria di puledri, lieti ed esuberanti) che potrebbe nella maturità trasformarsi in altro; e c'è una indifferenza per così dire "esistenziale" indicata dall'asin bigio che continua apatico e impassibile il suo triste pasto (ma non è nemmeno un pasto, quanto un rodere, un mesto rosicchiare che non appaga nemmeno lo stomaco), chiuso in ciò che crede saggezza e che invece è anchilosi della mente e del corpo.
  1. Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
  2. rosso e turchino, non si scomodò:
  3. tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
  4. e a brucar serio e lento seguitò.






29 luglio 2011

9.6.6 - Salvezza

Un aspetto che può notarsi nel lavoro rituale di alcune camere cavalleresche (specialmente Malta e Templari) è l’insistenza sul concetto di salvezza che attenderebbe il buon cavaliere cristiano. Salvezza nella visione cristiana è strettamente collegato a speranza: speranza di salvezza e di vita eterna.
Rituale di Malta (York): …possiede un’anima immortale, che (…) raggiungerà la vita eterna.
Rituale di Malta (Scozia): Gioite e siate felicissimi. Grande sarà la vostra ricompensa nei cieli…
Rituale del Tempio (York): E quando il periodo accordatogli sulla terra sarà finito, accoglilo o Signore, in quelle dimore celesti preparate per i Tuoi fedeli…
Il concetto di salvezza mi è estraneo, come ritengo debba essere estraneo a qualunque libero muratore, che non ha intrapreso – per definizione – un percorso fideistico. La meta del percorso non è la cristiana vita eterna, come iniziazione non è ricerca di poteri non comuni o sovrumani. Salvezza infatti è fine meramente religioso, che implica necessariamente la sopravvivenza post-mortem della propria individualità. Nel cattolicesimo è strettamente collegato al tema della provvidenza divina, che a mio parere non è altro che la proiezione all’infinito del bisogno di sicurezza dell’uomo, rendendo coerenti con un unico disegno di salvezza tutti gli eventi che succedono al fedele. La sicurezza che dava nell’infanzia la figura paterna viene trasformata nella sicurezza che all’adulto proviene dalla figura del dio (o del santo protettore.
Mi pare che nel contesto la cosiddetta via cavalleresca, precipuamente eroica e attiva, assuma un carattere devozionale che si allontana quasi dalle peculiarità originarie per giungere ad un’azione di sostentamento della religione. Essendo comunque all’interno di una via muratoria non è possibile assumere la difesa della religione cattolica o luterana o calvinista, ecc. e ci si limita ad una vaga difesa della religione cristiana. Il cavalierato ridotto a difesa di qualcosa che il massone non può far suo snatura l’esperienza cavalleresca. Insomma tra il cavaliere alla ricerca del Graal e il cavaliere templare che difende la religione cristiana corre una differenza non solo non trascurabile, ma oserei dire sostanziale: il primo cerca il proprio centro, nella più pura tradizione cavalleresca che assumendo veste di una religione, in realtà le trascende tutte ricercandone il nucleo essenziale; il cavaliere che difende una religione contro gli infedeli assume invece un aspetto che lega sempre più il cavalierato ad una religione e instrada gli afflati di ricerca.

01 marzo 2010

9.6.5 Perdono

La nozione di perdono è implicita nel cristianesimo, probabilmente introdotta dall’espressione di Gesù: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (Luca 23 34).

La visione cristiana appare coerente con un certo senso di «buonismo» già presente alla nascita della nuova religione. Intendiamoci: può sicuramente essere un progresso per i tempi storici e sicuramente è un sentimento che permette una convivenza migliore. Ma il camminatore non può accontentarsi di sentimentalismi.

Che significa perdono?

Anche il perdono è un legarsi al mondo dell’impermanente; può essere compartecipazione con chi ti ha fatto un torto, ma sempre nell’impermanente.

Il perdono cristiano è coerente con l’etica “della punizione e della premiazione”, mentre il buddhista verte sul “controllo” del lavoro svolto. Il perdono buddhista infatti è astensione da passioni fonti di dolori e gioie. «Quelli che mi danno dolore e quelli che mi danno gioia, io sono uguale verso di tutti; non conosco né inclinazione né odio. Nella gioia e nel dolore resto impassibile, nell’onore e nell’assenza d’onore, ovunque io resto uguale. E’ questa la perfezione della mia inalterabilità d’animo» (cit. in Hermann Oldenberg, Budda, Milano, 1937, p. 327).

L’impassibilità e l’inalterabilità d’animo non sono disinteresse per gli altri, ma concentrazione verso il proprio lavoro spirituale, concentrazione che non ammette deroghe o deviazioni.

Ciò che pare disinteresse per gli altri (sembianza che sembra superata nel cristianesimo – apparentemente superata, aggiungo io, perché sotto la veste di altruismo potrebbe celarsi un egoismo ancora più sottile e ambiguo) viene temperato con la presenza del Bodhisattva, di quegli spiriti, cioè che ad un passo dal Nirvana si fermano per aiutare gli altri a percorrere il cammino.

25 febbraio 2010

9.6.4 Il cristianesimo e la storia

Il cristianesimo è metafisica, da cui segue una prassi operativa, che prende significato da quella.

Se per esempio Buddha non è unico, ma ne sono esistiti molti, e altri ne esisteranno (chiunque può raggiungere l’illuminazione e diventare Buddha – se ne ha le capacità), la figura di Gesù invece, come emerge dalla religione cristiana, non può che essere unica, pena la sua autodistruzione.

Buddha è l’uomo che si risveglia, e può essere chiunque: io, tu, lui, l’altro… Gesù nel cristianesimo è dio che scende sulla terra, e ciò non può essere che un atto unico e irripetibile. Dopo Gesù qualunque altra ierofania non può accadere che nel suo solco, pena la distruzione della religione “cristianesimo”.

Mi spiego. La religione cristiana (in realtà paolina) nasce con un profondo senso escatologico di attesa: la parusia è ritenuta imminente, al più entro pochi anni. Il cristiano delle origini l’attende entro il corso della propria vita: la promessa di Gesù è chiarissima ( Marco 9 1: Diceva loro: «In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio venuto con potenza». Giovanni 21 22: Gesù gli rispose: «Se voglio che lui rimanga finché io venga, che te ne importa? Tu seguimi!».). La resurrezione è intesa come rinascere qui, con il corpo fisico dopo la morte, e quindi diventa sconfitta della morte fisica. La promessa è, per la prima volta nella storia, per tutti, non solo per pochi privilegiati, sia pure i migliori. Il concetto di immortalità dell’anima e di sopravvivenza post mortem non è ebraico, ma ellenizzante e aristocratico. Con il cristianesimo invece la sopravvivenza è dispensata a tutti: è sufficiente avere fede (Per esempio cfr. Romani 1 16-17: Infatti io non mi vergogno dell'evangelo di Cristo, perché esso è la potenza di Dio per la salvezza, di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. Perché la giustizia di Dio è rivelata in esso di fede in fede, come sta scritto: «Il giusto vivrà per fede»).
[Ma Quinzio osserva (I vangeli della domenica, Milano, 19983, p. 27): La salvezza degli uomini appare, non destinata a pochi, ma di fatto capace di salvare solo pochi, come è scritto nel Vangelo di Matteo: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto invece stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» (7, 13-14).]
Passano in secondo piano o non assumono la stessa rilevanza il comportamento (le opere prescritte dalla Legge mosaica, per gli ebrei) o l'aristocrazia di stirpe (per esempio l'appartenenza a gruppi limitati di iniziati, per i provenienti dal mondo pagano). Si può quasi affermare che con il cristianesimo-paolinismo princìpi prima riservati a pochi vengono “allargati” a tutti, e quindi scaturiscono susseguenti comprensioni distorte (la resurrezione dal piano simbolico viene trasposta a quello fisico).

Il mancato avverarsi della “venuta del Regno” porta la chiesa nascente come struttura organizzata a spostare prima l’evento nel futuro, poi – visto che non si poteva affermare che la storia andasse verso quell’obiettivo – nel passato, che avrebbe visto storicamente verificarsi gli eventi narrati dai documenti canonici. Di qui l’esigenza di rendere effettivamente accaduti quegli avvenimenti e di insistere dogmaticamente sulla verità storica dei vangeli. In un certo senso si può vedere nel cristianesimo più che una anticipazione o promessa al compimento del tempo piuttosto la riaffermazione quasi nostalgica di un passato escatologico in cui certi fatti si sono effettivamente verificati: la salvezza si è storicamente compiuta non illud tempus, ma in quel tempo storico, la Palestina provincia romana al tempo di Tiberio.
[Se si intende il cristianesimo come una religione positiva, che ha origine da fatti storicamente accaduti, allora la crisi nasce se quei fatti non sono accaduti oppure sono accaduti in modo diverso. E’ significativa la risposta di un componente la ML Il 13simo Apostolo ai miei dubbi sulle manipolazioni storiche di Paolo: Carissimo Maurizio, se la tua impostazione è giusta (il "se" non si riferisce alla tua competenza ma alla mia impossibilità di entrare nel dibattito per "ignoranza"), che cioè "sia ormai accertato, che la narrazione storica dei primi documenti (leggi i canonici) non è attendibile", non si può sorvolare sulla crisi che ne può derivare. Tu citi il Buddhismo. Che Buddha sia esistito veramente è stato accertato dagli studiosi occidentali, ma per gli orientali, cioè per i "fedeli" di Buddha la cosa non è mai stata importante. Per gli orientali la spiritualità, il dharma, è un cammino verso la trascendenza e Buddha è soltanto un uomo che ha indicato una strada più "efficace" di altre, non più vera. Libera concorrenza quindi. Per noi è diverso. Il Vangelo si è sempre pensato che fosse la narrazione storica del Dio incarnato che ha dettato una verità oggettiva, non sindacabile da nessuno, che non può essere messa in concorrenza. E su quella insindacabilità è stata costruita una dogmatica e una morale rigorosissime, che hanno plasmato e plasmano la nostra esistenza. Se siamo invece in presenza di un piccolo episodio di ribellione politica fallita, eretta a simbolo di una vittoria ad altro livello da parte di una persona che non ha neppure conosciuto il Gesù storico, le cose cambiano. Hai ragione se dici che il simbolo è più importante della realtà, ma non è più realtà o è realtà di altro tipo. Nel Cristianesimo non si dice: quello che importa è il Regno dei cieli, come raggiungerlo è affar vostro; il cardinal Biffi dice invece che in Paradiso ci si può andare solo attraverso la Chiesa perché essa è la custode della rivelazione storica. Caro Maurizio, non si tratta della pittura di una parete di un edificio, ma della sue fondamenta. Il Buddhismo dice: la mia via è più efficace, il Cristianesimo dice la mia via è la sola vera.
Il corrispondente si pone il problema se ciò che si narra sia storia o mito. Indaga onestamente sulle vicende narrate dai vangeli, ma con la speranza di dimostrare che siano vere, in caso contrario si troverebbe in una crisi religiosa drammatica.
Io più modestamente postillo: storia o mito? O, più semplicemente, simbolo?
Non ritengo importante l’aspetto storico. Non credo alla religione che per affermare la propria superiorità deve attaccarsi alla realtà storica (e si trova in difficoltà quando la storia, con i propri strumenti di indagine, mette in dubbio quella verità). Ritengo le religioni strumenti dell’uomo create dall’uomo per collegarsi a qualcosa che l’uomo sente altrove. Il collegamento può avvenire come sforzo di evoluzione dell’uomo (dal “basso” verso l’“alto”) oppure come proiezione delle insicurezze dell’uomo (il dio padre, punitore ma rassicurante – appunto come una super figura paterna).
Non importa se quell’uomo sia storicamente esistito, ma importa cosa la sua figura, il suo esempio (in una parola il suo simbolo) dica all’uomo.
Così, per restare nell’ambito del cristianesimo, non mi interessa che Gesù sia storicamente esistito in quelle modalità (che tra l’altro sono storicamente se non impossibili certo molto improbabili). Non mi interessa nemmeno se storicamente sia resuscitato o no (a mio parere sicuramente no).
Mi interessa invece il simbolo della rinascita che con la sua figura assume (la rinascita) una valenza praticamente universale e diventa possibilità alla portata di tutti e non solo di pochi.
L’attimo fuggente dell’intuizione non avviene nel flusso storico del mondo, ma nel flusso storico della vita – anche, ma non solo, storica – individuale. Collocare l’atto nella storia del mondo (il giorno x dell’anno y) è irrilevante per chi intuisce, ma diventa importante per chi vuole fondare su quell’atto una sovrastruttura conseguente (appunto una religione).]
L’atteggiamento del cristianesimo nei confronti della storia, non potendosi descrivere come una evoluzione verso la futura venuta del Regno diventa storia di affermazione del cristianesimo. In tal senso nel mondo occidentale si assiste alla completa supremazia del cristianesimo come religione e come struttura organizzata.
Chi non concorda con l’impostazione generale rimane comunque all’interno del quadro cristiano di riferimento, introducendo il concetto di “storicizzazione delle religioni”: una religione compare in un dato momento storico dall’esaurimento della religione precedente e ne rappresenta un progresso. Il mito di oggi era la religione di ieri; la religione di oggi sarà il mito di domani

Da una parte il quadro di riferimento rivela la forza del cristianesimo che può ben dirsi l’elemento fondante del mondo occidentale (negli aspetti sia positivi che negativi) tanto da aver fatto dire a più d'uno: Non possiamo non dirci cristiani; dall’altra anche chi non condivide tale elemento fondante è obbligato a riferirvisi, sia pure per andare oltre.

Il modello di storicizzazione delle religioni presenta però alcune difficoltà.

E’ riferibile a tutte le religioni oppure solo ad alcune? Solo per l’occidente o anche per l’oriente?

L’induismo (meglio: l’insieme delle religioni che gli occidentali denotano sotto tale termine) può essere datato fin da trentasette secoli fa. L’ebraismo nasce circa trentadue secoli fa. Il buddhismo nasce ventiquattro o venticinque secoli fa. Il cristianesimo nasce diciotto-venti secoli fa. L’islamismo nasce quattordici secoli fa.
Tutte queste religioni sono oggi ben rigogliose e se pure mostrano elementi di reciproca influenza è azzardato pensare che una possa essere lo sviluppo di un’altra.
Di più. Se per esempio è possibile affermare che il cristianesimo si innesta sul solco del paganesimo (dove con questo termine intendo la religione del mondo greco e romano) – piuttosto che dell’ebraismo – appropriandosi di manifestazioni proprie della religione morta (per esaurimento storico e violenza della nuova religione), si fa più fatica, in America latina, a pensare al cattolicesimo come evoluzione delle preesistenti religioni di Maya, Aztechi e Incas. Non si trattò di evoluzione, ma di eliminazione (anche se motivi delle vecchie religioni sono stati assorbiti dal cattolicesimo locale). Altrettanto dicasi nell’America settentrionale. Il cristianesimo non fu evoluzione delle religioni animiste delle popolazioni autoctone, ma si trovò unica religione (sia pure nei diversi aspetti del mondo protestante e cattolico) dopo l’annientamento delle popoli indigeni.

Il principio di storicizzazione delle religioni, invece, vale all’interno di una religione.

Così all’interno della religione ebraica è difficile sostenere che la religione dei primordi abramici sia la stessa degli esseni o la stessa di oggi, dopo duemila anni di diaspora.

All’interno della stessa religione cristiana, il cristianesimo paolino con la insistenza sulla sufficienza della fede non è lo stesso del cristianesimo medievale francescano o del luteranesimo o calvinismo o del controriformismo post-tridentino o del cristianesimo all’inizio del terzo millennio (volutamente parlo di cristianesimo e non di chiesa, perché l’osservazione è riferita alle forme religiose e non alla struttura organizzativa).

L’idea stessa di religione si evolve nel tempo e nello spazio, anzi, all’interno della stessa società. Si potrebbe quasi dire che la struttura sociale produce una “sua” religione e la religione produce una “sua” struttura sociale: religione e società sono reciprocamente interdipendenti, quasi come aspetti diversi (e parziali) di una stessa realtà.

19 febbraio 2010

9.6.3 Il dolore

I rituali delle camere cavalleresche non accentuano la nozione di dolore, che viene affrontato quasi di sfuggita. E’ un’assenza che mi ha stupito soprattutto in relazione al fatto che nella visione cristiana il dolore appare essenzialmente come dolore fisico, sofferenza materiale dovuta simbolicamente alle guerre del cavaliere e materialmente agli stenti della vita, che la religione aiuta a sopportare. Alcuni sono poi passati dalla posizione consolatrice del dolore fisico al conforto della sofferenza esistenziale e metafisica, ma sempre con l’occhio puntato alle gioie del post mortem (la vita eterna) nell’incrociato gioco della punizione e ricompensa. Dunque, una posizione che ritengo tipicamente occidentale, e che nel mondo occidentale ha trionfato e che a sua volta ha riplasmato il mondo occidentale.

In oriente l’impostazione è diversa. Il dolore nel Buddha, per esempio, è essenzialmente la sofferenza del vivere in un mondo di impermanenza. La beatitudine del Buddha non è un appagamento che può principalmente attrarre chi nella vita materiale ha già superato livelli di dolore, ma è il risultato di chi ha ottenuto la vittoria su se stesso e mostra che la meta è raggiungibile da tutti gli uomini disposti a lavorare su se stessi.
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.