01 novembre 2015

San Paolo in Alpe

Ora è un toponimo nell'alta collina forlivese, segnato dai ruderi di una chiesetta e di alcune abitazioni.
Mentre vi camminavo pensieri mi ruotavano in mente. Chi abitava lì? Era una vita difficile? Erano abbrutiti dalla fatica e dagli stenti? Il contatto con la natura li rendeva più armonici (come mi sentivo io) oppure erano indifferenti?
Certo che il rapporto che ebbero con la natura è inimmaginabile per noi.
A pochi metri dalla chiesa, il piccolo cimitero, il luogo destinato alla sepoltura dei morti: restano le fondamenta della recinzione, la piccola cappella sopra l'ossario, alcuni frammenti di lapidi.
Pace e serenità. Ma guardando alcuni frammenti di lapidi (ma ne avevo il diritto? mi sembrava quasi di sbirciare dal buco della serratura) leggevi parole smozzicate che si riferivano a uomini e donne, a persone che proprio lì erano vissute, avevano amato, gioito, avevano sofferto e patito, lì erano morte e lì erano state sepolte.
Un frammento si riferiva ad una ragazza morta nel 1920 a 22 anni (morta di malattia? di parto?), altri riportavano solo date (di nascita? di morte?).
Sentivi proprio il senso del tempo che passa, di persone che sono state e non sono più. Sola, resta la natura, oggi nel suo splendore autunnale, che si prepara al suo viaggio nella terra.
La chiesa e le case vicine furono bruciate nel 1944 da truppe tedesche che lì cercarono di contrastare i lanci alleati di armi. Restano la facciata, ruderi di muri, e il campanile.
Mi ha fortemente colpito il campanile. ancora in piedi, solido, svettante, anche se ormai poco visibile tra alcuni alberi d'alto fusto cresciuti sulle rovine, come un pudico velo della natura che da tempo si sta riappropriando di ciò che era suo e che innalza senza interruzione alcuna le sue cattedrali vegetali alla Gloria del Grande Architetto.
Il campanile è ancora lì, solido e bello, anche se le macerie sgretolate alla base prima o poi ne mineranno la stabilità e lo porteranno al crollo.
E' un forte simbolo di chi costruisce con fede e con grazia, con Forza e Bellezza.
Un tempo uomini faticarono per trasportare le pietre e costruirono una chiesa e un campanile. E sul campanile misero campane ormai scomparse. Ma me le immagino, quelle campane. Mi immagino il loro suono spandersi attorno nei monti, richiamo argentino agli uomini a rivolgere un pensiero all'alto.
Sì, faticate come bestie, lavorate dall'alba al tramonto - me lo immagino il messaggio delle campane - ma dovete vivere in armonia, aiutarvi gli uni agli altri, perché solo così si è uomini, solo così possiamo andare avanti, solo così potremo gettarci alle spalle la nostra zavorra.



31 ottobre 2015

La Massoneria dei "mattoncini Lego"

Da: Bruno Munari "Fantasia" (pp. 192/3)

La didascalia, che ho evidenziato in giallo, dice:

Tagliare le piante in questo modo, sagomarle a forma geometrica, vuol dire non aver capito la forma naturale delle piante. Non è quindi un atto di fantasia ma di stupidità e di ignoranza.

Sono fin troppo d'accordo sul commento in margine ai disegni,

Per parte mia aggiungo che mi pare il risultato dell'opera della Forza senza (o con troppo poca) Bellezza.

Non mi oppongo alla potatura delle piante, ma ai tagli indiscriminati che non rispettano le piante.

Il nostro Rituale insegna che la Saggezza può nascere solo dal giusto mix di Forza e Bellezza.
La Forza senza Bellezza è "machismo" distruttivo e pericoloso.
La Bellezza senza Forza è leziosità sterile.

Perché in questi esempi manca la Forza? Perché la Forza non è coerente con le forme di questa Bellezza applicata male. Le forme artificiosamente date alle piante verranno in breve corrette dalla crescita delle piante stesse, crescita che è appunto il risultante della Forza.

Qui non c'è armonia tra Forza e Bellezza, ma solo contrasto.

Mi fanno pensare al Compagno di Mestiere che costruisce non con solide pietre, ma con i mattoncini del Lego, oggettini dai colori accattivanti, caldi e lisci al tatto, tutti ben squadrati, che si fissano meravigliosamente gli uni agli altri...

Ma i mattoncini del Lego non sono pietre e non permettono di costruire cattedrali che trasformino il peso in spinta verso l'alto e possano sfidare il tempo. Mancano di Forza e di Bellezza.

30 ottobre 2015

Il ponte spezzato

Da: Bruno Munari "Fantasia"

Nel paesaggio giapponese un ponte dritto è banale, specialmente un ponte dove si passeggia.. Un ponte spezzato come questo è un atto di fantasia che muove il pensiero in molte direzioni.
Una regola giapponese dice: la perfezione è bella ma è stupida, bisogna conoscerla, usarla ma romperla.
(Bruno Munari)

Il pensiero corre immediatamente alla scala curva...

29 ottobre 2015

La Nera Signora

Il buio è parte integrante della tavola!
Le luci sono spente oppure sono molto basse. Rimangono accese: Menorah, i tre ceri, le luci ai tavoli.

Questa tavola mi accompagna da tanti anni e sempre mi accompagnerà in futuro perché mi accompagna da sempre (fin dalla nascita, direi) l'idea che questa vita fisica, prima o poi, dovrà terminare. Nell'adolescenza prevaleva il poi, così come nell'età adulta. Ora, nell'età che Tiziano Terzani chiamava "della foresta" (la terza sulle quattro della vita umana, precedente a quella che chiamava "della pensione", cioè alla preparazione del commiato) il prima comincia a prevalere sul poi.

Rachmaninov, Preludio in do diesis minore op.3 n.2
https://www.youtube.com/watch?v=PPb3hnj2vzY
Musica in sottofondo. Fino al termine del brano.
La Tavola vuole essere un invito alla riflessione e alla meditazione, una breve immersione in se stessi che non può lasciare spazio a quegli interventi che spesso servono solo a soddisfare la nostra vanità e che il nostro ego adora ascoltare.
La vanità va abbandonata, come tutto ciò che ci rende piccini. Ricordiamo che nudi venimmo al mondo e nudi lo lasceremo, senza quegli "aggeggini" che oggi ci sembrano tanto importanti. Qui il "Roba mia, vientene con me" non funziona. Alla partenza avremo invece un grande bagaglio di esperienze, di amore e disamore, di ciò che abbiamo fatto e di ciò che non abbiamo fatto. E quello sarà importante.
All'appuntamento con la Nera Signora saremo soli. Non ci sarà nemmeno la figura tanto rassicurante della madre che invece era presente alla nascita. La Nera Signora ha un appuntamento con me. Io non so quando, lei invece lo sa. Io so solo che l'appuntamento ci sarà. E so che l'appuntamento ci sarà per ogni uomo e donna, ogni animale, ogni essere vivente, dalla grande balena al microscopico protozoo. Qualcuno vi giungerà sereno, altri tranquilli, altri amareggiati o indifferenti, altri arrabbiati e altri ancora impauriti o terrorizzati. Ma tutti abbiamo quell'appuntamento nel nostro futuro.
Quando parlo della morte, io intendo che quel corpo fisico con il quale fin dalla nascita mi identifico (io parlo del mio dito, della mia mano, del mio naso, e così via) finirà e, come tutte le cose organiche, diventerà marcescente. Ma ognuno di voi dovrà intendere la sua morte, che porterà alla marcescenza il suo corpo.
La morte iniziatica è un anacoluto muratorio, un antico nominativus pendens come un gioco virtuale senza collegamenti con il mondo come l'anacoluto è privo di coerenza grammaticale con il periodo nel quale è inserito. Quando i Sorveglianti esclamano "E' tutto putrefatto", "La carne si stacca dalle ossa" non parlano di una sterilizzata morte intellettuale e simbolica, ma stanno toccando un cadavere, sepolto per una quindicina di giorni. La cosiddetta morte iniziatica acquista senso solo se la si collega a Hiram, alla vita del massone. E' questa la morte che conta, è questa la Nera Signora, che il Maestro Hiram a un certo punto volontariamente sceglie.
La morte è dissolvimento del corpo, del mio/tuo corpo. La morte è non essere più in questo mondo, ma essere altrove oppure non essere più. Io non so: nessuno è mai tornato indietro a raccontare.
In sottofondo sentite il Preludio in do diesis minore op. 3 n. 2 di Rachmaninov. Si dice che sia stato scritto dopo aver sognato il proprio funerale. La musica descrive il risveglio di una persona che comprende di essere stata nel frattempo sepolta viva e ne scandisce il suo stato d'animo: dall'angoscia alla rassegnazione e accettazione del suo stato. Anche questo è un modo di affrontare la morte.
E ora ascoltiamo un'antica leggenda russa.

Roberto Vecchioni, Samarcanda
https://www.youtube.com/watch?v=INvF-dG75Oc
Fino al termine del brano.

C'era una gran festa nella capitale perché la guerra era finita. I soldati erano tornati tutti a casa ed avevano gettato le divise.
Per la strada si ballava e si beveva vino, i musicanti suonavano senza interruzione.
Era primavera e le donne finalmente potevano, dopo tanti anni, riabbracciare i loro uomini. All'alba furono spenti i falò e fu proprio allora che tra la folla, per un momento, a un soldato parve di vedere una donna vestita di nero che lo guardava con occhi cattivi.
Ridere, ridere, ridere ancora,
Ora la guerra paura non fa,
brucian le divise dentro il fuoco la sera,
brucia nella gola vino a sazietà,
musica di tamburelli fino all'aurora,
il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò.
"Salvami, salvami, grande sovrano,
fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino,
e mi guardava con malignità"
"Dategli, dategli un animale,
figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare,
dategli la bestia più veloce che c'è.
"Corri cavallo, corri ti prego
fino a Samarcanda io ti guiderò,
non ti fermare, vola ti prego
corri come il vento che mi salverò.
Oh oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh
Fiumi poi campi, poi l'alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c'era tra la folla quella nera signora,
stanco di fuggire la sua testa chinò:
"Eri fra la gente nella capitale,
so che mi guardavi con malignità,
son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua!"
"Sbagli, t'inganni, ti sbagli soldato,
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l'altro ieri là?
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.
Non è poi così lontana Samarcanda,
corri cavallo, corri di là...
ho cantato insieme a te tutta la notte
corri come il vento che ci arriverà,
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh

Alcuni istanti di pausa in silenzio

Mozart, Marcia funebre massonica
https://www.youtube.com/watch?v=POQuvMZZZag
Musica in sottofondo, senza soverchiare la voce. Fino al termine del brano.

Montando all'incontrario questo cavallo di legno
sto per galoppare attraverso il nulla.
Vorresti tentar di seguire le mie tracce?
Cerca allora di afferrare la tempesta con una rete.

Le mie parole volano, i miei pensieri strisciano in basso.
Parole senza pensieri non giungono al cielo.

La civetta dice
"Vieni, vieni"
alla lucciola.

Chi è che costruisce più solidamente del muratore, del carpentiere o del falegname?
Il becchino. Le sue case durano fino al giorno del giudizio.

Muoio. Cantan le allodole
Ferme sull'ali nel profondo ciel,
E il sol d'ottobre tepido
Albeggia e rompe della nebbia il vel.
Caldo di vita un alito
Sale fumando dall'arato pian.
Muoio. Cantan le allodole
E le giovenche muggon da lontan.
La vostra lieta porpora
Roselline d'inverno, io non vedrò,
Le carni mie si sfasciano...
Domani al mio balcon non tornerò.

Tutti siamo prigionieri, ma alcuni di noi stanno in celle con finestre, altri in celle senza finestre.

Alice lanciò un ultimo grido prima che la corrente elettrica a 2250 volt la raggiungesse alla testa nel momento in cui il boia, senza pensare, ma semplicemente agendo, spinse l'interruttore di quel letale mezzo giro verso sinistra.
Il corpo rigido di Alice si tese all'infuori, uno scatto violento in verticale, che le partì dalle natiche e la attraversò tutto il corpo, dal basso in alto, nell'aspro ronzio dell'elettricità, un rumore di pancetta che frigge.
Un attimo dopo_l'impatto con la piastra di contatto, il corpo della donna ripiombò sul sedile della sedia elettrica.
Cinque secondi dopo la Macchina della Morte iniziò il secondo degli otto cicli: un'emissione di 25 secondi di corrente a voltaggio inferiore, da 2250 volt a 1000 volt, mentre l'amperometro saliva da 0 a 20.
Teoricamente Alice era incosciente dal momento in cui aveva ricevuto la prima scarica da 2250 volt, ma questo non era mai stato provato. C'erano anzi quelli che sostenevano che il condannato provava dolore, in vario grado, man mano decrescente, fino alla totale estinzione di ogni funzione vitale.
Mentre l'amperometro saliva a 20, aveva inizio la fibrillazione ventricolare.
Il petto di Alice si gonfiò e sgonfiò, spasmodicamente, mentre il passaggio del sangue veniva sconvolto dall'amperaggio che agiva sui ventricoli. Le dita ossute si contrassero in pugni privi di forza. Le nocchie scricchiolarono, la gamba destra si contrasse e la sinistra tremò ritmica orizzontalmente.
Il ciclo terminò. L'indice davanti al boia registrò la salita a 2250 volt mentre l'amperometro continuava a segnare circa 20.
Ormai la temperatura corporea di Alice era salita a ottanta gradi. Le sue mani erano color rosa acceso. A causa della corrente aveva perso il controllo della vescica e l'orina gocciolava dalla sedia.
Dopo i primi trenta secondi dell'esecuzione intervenne la paralisi respiratoria ai polmoni, gli occhi di Alice cominciarono a sporgere all'infuori, mentre le guance le si gonfiarono in un frenetico tentativo di pompare ossigeno.
Alla fine del quinto ciclo, da cinque secondi ad alto voltaggio, il centro cerebrale che presiedeva alla respirazione era distrutto, e il corpo di Alice e il suo cervello rimasero totalmente privati di ossigeno.
Gli ultimi 55 secondi di emissione le fermarono cuore e pulsazioni con un gracchiante brusio.
Quando l'emissione di corrente si interruppe, allo scoccare dei due minuti, rimase silenzio di morte...

Quando tu dormirai dimenticata
Sotto la terra grassa.
E la croce di Dio sarà piantata
Ritta sulla tua cassa,
Quando ti coleran marcie le gote
Entro i denti malfermi
E nelle occhiaie tue fetenti e vuote
Brulicheranno i vermi...

Prende il teschio.
...Povero Yorick.
Io lo conobbi... Un uomo di un'arguzia infinita, di una fantasia senza pari.
Mille volte mi portò a cavalcioni sulle spalle, e ora come lo aborre la mia immaginazione!
Lo stomaco mi si rovescia. Qui pendevano le labbra che baciai non so quante volte. Dove sono ora le tue canzoni, le facezie, le burle, gli scoppi di allegria cui faceva eco tutta la tavolata?
Nessuno più da far ridere con queste smorfie?
Affacciati allo specchio della mia bella, e dille... che si ridipinga pur quanto vuole, ma a questa apparenza dovrà venir anche lei.

"Lurido porco!...Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?".

"Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella
che staje malato ancora e' fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'è?...è una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti...nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie ... appartenimmo à morte!"


Se un giorno passi tra i bianchi avelli
e, in un pensier d'amor m'appelli,
un uccellin vedrai sul mio
cipresso. Parla con lui: son io.


Dì solo "Egli non c'è".
Tornerà
tra cinque milioni di anni.

Niente di lui si dissolve
ma subisce una metamorfosi marina
in qualche cosa di ricco e di strano.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morràno ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Schubert, Ave Maria, canta Luciano Pavarotti
https://www.youtube.com/watch?v=vsqmDjIFHoE

Musica fino a quando il Maestro Venerabile disporrà diversamente....




28 ottobre 2015

Tutto è giusto e perfetto

Metto nel post di domani una mia tavola che ho steso tanti anni fa e, a volte o spesso, riprendo, rimastico, rimedito.

L'argomento è quello che è; un argomento che nel nostro mondo viene tenuto nascosto e coperto, come nascoste e coperte sono le funzioni fisiologiche essenziali, non quelle in "ingresso", al contrario ben evidenziate, ma quelle in "uscita", relegate a luoghi separati, quelli che noi chiamiamo "gabinetti".

Leggo in www.etimo.it una definizione certo corretta (comunque un po' datata) e, oggi, un po' "spassosa":

Gabinetto e piu antic. cabinetto sp. gabinete: dal fr. cabinet dimin. di cabine, cabina, cameretta.
Piccola stanza; Salotto; indi Stanza appartata, intima e particolarm. di palagio, corte, reggia, pubblico ufficio, accademia; e usasi comunemente a denotare il Luogo dove i sovrani o i ministri trattano e deliberano delle cose dello Stato: e fig. Consiglio de' ministri, il Governo.
Fortunato vocabolo, che da umile origine è salito ai piu alti onori, che possano desiderarsi sotto il sole!

Così la definizione. Mentre oggi l'uso comune indica proprio quel luogo (spesso pudicamente chiamato bagno, toilette, wc) appartato ed intimo dove si effettuano le necessarie funzioni fisiologiche.

Cancellate le funzioni fisiologiche, abbiamo anche cancellato la fisiologica fine della vita materiale, di modo che assume a simbolo significativo la morte di Giuseppe Mazzini che muore nascosto, in esilio nella propria patria.

Insomma il morto è da nascondere e la morte è da celare.

E così la nostra vita diventa quasi una vita a metà. 

Qualcuno potrebbe osservare: Ma che bell'argomento!

Bello non so (ma dovremmo giungere a dir di sì!). Fondamentale ed essenziale invece sicuramente sì, perché la morte fa parte della vita, è l'altra faccia della medaglia-vita.

Ci sono morti naturali e morti innaturali. E' innaturale che un padre sopravviva al figlio e credo sia la cosa peggiore in assoluto che possa capitare a qualcuno. E' invece naturale che il figlio sopravviva ai genitori, anche se i figli faticano ad accettarne la morte, specie se avviene troppo presto.

E' naturale, ed è una bella legge della vita, se i figli riescono (perché hanno compreso) ad accompagnare il padre al termine della sua vita, quasi prendendolo per mano, silenziosi compagni in questo percorso misterioso. E magari cercando di aiutarlo nell'abbandonare le sue zavorre nella speranza che poi qualcuno ci aiuterà ad abbandonare le nostre.

Credo che proprio questo sia il senso più vero, più intimo, più profondo dell'essere Compagno di Mestiere: Compagno del padre e stargli vicino, essere lì. Proprio in quei certi momenti. Un vincolo ancora più "strano" e "forte" se il legame padre - figlio è rafforzato dall'essere da quarant'anni Fratelli di Loggia.

E' legge di vita: tutti noi ci troveremo davanti alla porta chiusa, che ad un certo momento si aprirà, prima per chi abbiamo accompagnato, e poi al momento giusto, anche per noi. 

La mia Loggia ha dedicato l'ultima Tornata al senso del lavoro dei massoni, ma credo che solo allora, quando si aprirà la porta, qualcuno (l'Oratore?, il Maestro Venerabile?) potrà scandire con sincerità e con determinazione il Marchio del Maestro: Tutto è giusto e perfetto.









27 ottobre 2015

Il Maestro nel Gabinetto di Riflessione 7

(continua dal post precedente)

Il soggiorno di Ulisse nel Gabinetto di Riflessione sta volgendo al termine.

Ulisse-2 rimane in silenzio per alcuni minuti. Poi continua.

«Vedi, Ulisse, non avere equilibrio significa avere perso qualcosa di sé, essersi separato da qualcosa di sé. L’uomo “diviso” in un certo senso soffre, appunto perché sente che gli manca qualcosa. Che cosa? Noi possiamo solo immaginarcelo.

Soffre perché è diviso dalla totalità, magari ricercando vagamente quella specie di “anima di gruppo” alla quale un tempo lontano apparteneva?

Soffre perché è diviso dalla sua metà avendo smarrito la sua componente opposta, come un Adamo che ha perso la sua Eva?».

«Mi sembri uno psicanalista!» ribatte Ulisse.

«Attento Ulisse – lo ammonisce il suo interlocutore – a non confondere i piani. Qui ci muoviamo su un terreno simbolico, mentre la psicanalisi è una attività medica. Hanno certo punti in comune, ma le tornate di Loggia non sono terapia di gruppo: ne verrebbe snaturata la funzione. Certi simboli, certi atteggiamenti possono essere interpretati anche con strumenti psicanalitici, ma solo nei primi passi, poi bisogna volare alto e abbandonare gli schemi umani».

«Volare alto!?!».

«Essere Maestri significa affilare sempre più la propria sensibilità».

«Che vuol dire? Non è già abbastanza affinata la sensibilità del Compagno?».

«Ti hanno detto Ecco Hiram rinato fra noi. E’ una bella frase, ma non è una presa d’atto di qualcosa che è avvenuto in te. E’ solo un bel sogno».

«Sogno? Non sei riduttivo?» chiede polemicamente Ulisse.

«Esistono sogni che ti cambiano la vita perché li senti come progetto di qualcosa che tu devi (sì, proprio un imperativo: devi!) progettare e mettere in essere. Anche Hiram è un bel sogno, ma – se vuoi – ti cambierà la vita».

«Cioè?».

«Hiram è un concentrato di energie. Mettile in movimento».

«Che vuol dire?»

«C’è un grande rimpianto nell’uomo, il rimpianto di qualcosa perso definitivamente, di un sentiero irrimediabilmente franato, che non puoi più percorrere all’indietro.

E’ un rimpianto talmente profondo e radicato che tutti gli uomini, sotto qualunque cielo, in qualunque clima, hanno costruito? recepito? sognato? (forse sognato è il termine più bello, perché qui siamo nella concretezza del sogno che guida l’uomo che non dorme)...

Questi uomini dunque hanno sognato il mito dell’età dell’oro, il mito del Paradiso perduto, il mito cioè di qualcosa che si possedeva e poi si è persa.

Questo sogno è inscritto indelebilmente nel nostro patrimonio genetico: la nostalgia del ventre materno, vero e proprio laboratorio materiale, psicologico e spirituale del futuro adulto. E’ il nostro (nostro di uomini adulti) ricordo inconscio del Paradiso Perduto.

Il Massone ha dei rimpianti per la mitica età dell’oro? Sì, probabilmente sì.

Ma non in quanto Massone, bensì in quanto uomo.

Però il Massone non “rimpiange” il cantiere del Tempio di Salomone come un mitico periodo di giustizia e prosperità. Hiram è appunto una leggenda, un “sogno-guida”. In un certo senso il Massone non rimpiange nulla, ma cerca.

Tipicamente nostro è il simbolo della Parola Perduta. Ma non significa averla prima conosciuta e poi, per qualche evento catastrofico, dimenticata. No. 

L’uomo, così come è, non ha la capacità di conquistarla, la Parola, e chi ci riesce (quei pochi che ci riescono) non può comunicarla ad altri; e non per imperscrutabili decreti divini ma solo perché non è possibile, come non è possibile che l’uomo semplicemente agitando le braccia possa volare. 

Cercare la Parola significa conquistarla, da soli, per se stessi».

«Qui sta il difficile!»

«Sì. E’ difficile perché non esiste il manuale della “perfetta ricerca”.

Vedi, la Massoneria fu chiamata un grande nulla. E’ stata una considerazione che mi ha sempre trovato contrario; ma, a ben guardare, ha un fondo di verità: è un vuoto che l’uomo riempie con se stesso, con le sue aspirazioni e le sue ricerche».

«...E il suo lavoro».

«Certo – conclude Ulisse-2 – Il lavoro del Libero Muratore è fondamentale.

E’ individuale e personale, continuo, di giorno e di notte. In Loggia periodicamente si verifica con il lavoro degli altri, ma quella è solo una verifica e un accogliere nuovi spunti per la propria attività».

«Insomma, è un lavoro individuale ma puntellato di relazioni umane...».

Ulisse non fa in tempo ad aggiungere altro. Il Vecchio Copritore apre la porta.

«Ulisse, vieni. La Loggia è aperta in Terzo Grado e desidera accoglierti come Maestro Libero Muratore».

Poi aggiunge:

«Tu, Maestro, hai ancora la spada puntata sul petto nudo...

Tu, Maestro, ancora sali e risali sulla scala curva...

Tu, Maestro, hai scavalcato una bara, ma solo quella simbolica...

Tu, Maestro, “conosci l’acacia”, ma non quella vera, solo quella simbolica...

Tu, Maestro, hai ancora vincoli, non simbolici, ma vincoli veri...».

Giunti alla porta Ulisse bussa, mentre sottovoce, quel vecchio ed esperto Massone aggiunge: «Ulisse, non inorgoglirti. Ricordati che hai appena cominciato a camminare...».

La porta si apre ed il Copritore Interno lo annuncia: «E’ alla porta Ulisse, Maestro Libero Muratore, che chiede di entrare».

La via è appena iniziata.

(fine)

26 ottobre 2015

Il Maestro nel Gabinetto di Riflessione 6

(continua dai post precedenti)

Nel Gabinetto di Riflessione Ulisse, neo Maestro Libero Muratore, sta riflettendo sul senso della Massoneria, mentre la sua Loggia sta aprendo i lavori in Terzo Grado in una Tornata che vuole essere continuazione del Rito di Elevazione.
Ulisse riflette sul senso della Massoneria, cioè sul senso della vita e della morte.

«Se è così – conclude Ulisse – allora comprendo il senso di chi sostiene che la Massoneria non significa altro che cercar di imparare come si fa a morire».

«Lo dici quasi come battuta – sottolinea Ulisse-2 – ma hai appena detto una grande verità. Ulisse, ti ricordi il tuo maestro, quello che ti insegnò a leggere, a scrivere e a far di conto?».

«E come potrei dimenticarlo? Ma ti obietto subito – lo corregge Ulisse – che dovresti dire che mi insegnò anche a leggere e scrivere: in realtà mi insegnò ben altro...».

«Certo. E il fatto che ne hai ricordi così nitidi dopo tanti anni è significativo dell’importanza che ebbe per la tua crescita.

Ebbene il tuo maestro un giorno – terza o quarta elementare? – vi disse: Ci sono delle persone che passano tutta la vita a cercar di scoprire perché si vive. E aggiunse subito dopo: e quando credono di aver capito,... è giunta l’ora di morire!

Non era un prendere in giro chi si inoltrava in ricerche così profonde (proprio anche da lui hai imparato il gusto di ricercare!), ma un semplice consiglio a non perder tempo in ricerche che non potranno avere risposte certe.

Non cercar di capire perché viviamo, ma accontentati di vivere non inutilmente. E soprattutto cerca di imparare a saper morire, perché quello è un traguardo che aspetta tutti noi, nessuno escluso.

Scavalcare la bara non è in un certo senso fare i conti con la morte? Con la propria morte? Non è anche fare i conti con tutto il coacervo di forze, reazioni, impulsi che dànno origine a quel qualcosa che chiamiamo “io”?».

«In un certo senso, la morte è collegata alla vita, e forse è proprio la vita».

«Sì – lo incoraggia Ulisse-2 – la morte e la vita sono facce diverse della stessa medaglia. Cosa sono effettivamente l’uomo non può sapere, ma deve procedere, camminare».

Tutto tace per un po’. Poi Ulisse-2 riprende.

«Concentrati sulla vita, Ulisse, perché così facendo ti concentrerai anche sulla morte. Senza paure e affanni, ma con tranquillità e serenità. Cerca il tuo equilibrio interiore e sforzati di mantenerlo: l’equilibrio è importante, direi quasi essenziale».

Ulisse osserva sconsolato: «Non è facile».

«E’ vero. Non è facile. Ma non sei solo nello sforzo. Qualcuno ti può aiutare. Ma l’aiuto fondamentale lo trovi solo nelle tue forze.

Vedi, Ulisse, tu hai scelto un certo tipo di cammino, quello muratorio. Non è l’unico cammino, e non è cammino privilegiato. E' sbagliato affermare che sia l’unico cammino valido. E’ un percorso confacente alla tua persona e non adatto a tanti altri, come gli altri cammini sono confacenti ad altri viaggiatori ma non adatti a te. Sono strade diverse, tutte valide, tutte convergenti da qualche parte, ma ognuno deve trovare la propria via.

Il cammino muratorio ti propone una certa simbolica. Sono simboli universali, che appartengono a tutte le tradizioni, non necessariamente appannaggio della sola Massoneria. Ma è muratoria la combinazione particolare di quei simboli, quella combinazione, e non altre, di simboli universali. Per il Massone questa simbolica è importante e significativa.

Il Candidato a Maestro Massone è un lavoratore del Craft, anzi un lavoratore con certe responsabilità: oggi verrebbe chiamato un quadro intermedio. Si presume quindi che sia in possesso di certe qualifiche di conoscenza e di capacità.

E’ quindi incamminato verso il proprio equilibrio interiore.

L’equilibrio non è solo l’obiettivo della ricerca del Libero Muratore. E’ proprio di ogni uomo. Senza equilibrio l’uomo non può procedere.

L’uomo squilibrato non esiste, deflagra. L’uomo squilibrato è quello che distrugge la sua configurazione di “energia – uomo”, togliendosi la capacità di esistere: senza una propria configurazione si cade inevitabilmente nella patologia mentale.

Quello che comunemente viene indicato come uomo “squilibrato” è in realtà un uomo che si è allontanato un poco dalla posizione di equilibrio “naturale” raggiungendo una parvenza di equilibrio di “compromesso”. Senza equilibrio infatti la configurazione uomo non si mantiene più.

E’ come quel fenomeno delle cosiddette “lacrime di Batavia”. Una piccola quantità di vetro fuso e incandescente viene colato in acqua molto fredda e si solidifica rapidamente in forma di goccia con una piccola coda filamentosa a mo’ di girino. Solidissime, costituite come sono da vetro temprato, si possono prendere a martellate senza causarne la minima scalfittura.

Ma è sufficiente spezzare con due dita la coda per polverizzarle senza sforzo a causa delle fortissime tensioni nel vetro. Le vedo, queste lacrime di Batavia, come una grande metafora dell’uomo: solido e incrollabile se è in perfetto equilibrio, ma friabilissimo se l’equilibrio vien meno anche di poco».

(continua)
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.