28 dicembre 2018

La Forza tempera la Bellezza

Altro caso paradigmatico.


Questa è la storia
di uno di noi,
anche lui nato per caso in via Gluck,
in una casa, fuori città,
gente tranquilla, che lavorava.
Là dove c’era l’erba ora c’è
una città,
e quella casa
in mezzo al verde ormai,
dove sarà?

Questo ragazzo della via Gluck,
si divertiva a giocare con me,
ma un giorno disse,
vado in città,
e lo diceva mentre piangeva,
io gli domando amico,
non sei contento?
Vai finalmente a stare in città.
Là troverai le cose che non hai avuto qui,
potrai lavarti in casa senza andar
giù nel cortile!
Mio caro amico, disse,
qui sono nato,
in questa strada
ora lascio il mio cuore.
Ma come fai a non capire,
è una fortuna, per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro respiro il cemento.
Ma verrà un giorno che ritornerò
ancora qui
e sentirò l’amico treno
che fischia così,
“wa wa”!

Passano gli anni,
ma otto son lunghi,
però quel ragazzo ne ha fatta di strada,
ma non si scorda la sua prima casa,
ora coi soldi lui può comperarla
torna e non trova gli amici che aveva,
solo case su case,
catrame e cemento.

Là dove c’era l’erba ora c’è
una città,
e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà.


1966. Adriano Celentano compone una delle sue più famose canzoni: Il ragazzo della via Gluck.

E’ un brano ispirato dalla nostalgia del passato (ammessa la buona fede dell’autore e non la rincorsa programmata all’accattivarsi del pubblico): la periferia della Milano postbellica fu soggetta ad una urbanizzazione spinta e pochi anni dopo era completamente cambiata. Chi vi aveva abitato non poteva più riconoscere i posti. 

Le case più o meno fatiscenti non c’erano più. Non c’erano più nemmeno prati e giardini: al loro posto case e case, palazzi e palazzi .

La canzone è un inno al verde, sacrificato per costruire case su case, catrame e cemento.

Periodicamente ritorna il “senso della nostalgia del vivere semplice in campagna”.

Ricordate l’Arcadia, l’accademia secentesca che si richiamava alla classica semplicità della vita agreste e idillica della campagna, con “villici” soddisfatti contrapposti ai “cittadini” e al poeta stesso, dalla vita complicata e innaturale, artificiosa e snervante?

Quei poeti non conoscevano la vita che cantavano e ne amplificavano particolari che avevano deformato e che in realtà non erano così.

Le pastorelle che sorvegliano candide pecorelle al pascolo intente a suonare zufoli per ingannare l’attesa esistevano solo nelle menti di quei poeti, non nella realtà.
Vesti pulite, piedi scalzi ma immacolati. Ambiente disteso, gradevole e piacevole.

E’ una Bellezza che non ti coinvolge e senti estranea

Non dicono quei poeti della sporcizia, della fame, dei parassiti, delle malattie, del freddo. Né della morte.

Non dicono delle scomodità, della fatiscenza, del freddo, della fame. 

E’ una Bellezza finta, astratta, sterile. E’ Bellezza senza vitalità, senza la Forza.

A Celentano alcuni mesi dopo rispose Giorgio Gaber.


Era un ragazzo un po’ come tanti che lavorava, tirava avanti
ed aspettava senza pretese il suo stipendio a fine mese;
la madre a carico, in due locali, mobili usati, presi a cambiali
in un palazzo un po’ malandato servizi di corte, fitto bloccato.

Morta la madre, rimasto solo, pensa alle nozze e alla morosa
che già prepara il velo da sposa ed il corredo per la sua casa.
Per quella casa, fitto bloccato, tremila al mese, spese comprese
lui la guardava tutto contento ed aspirava l’odor di cemento.

Già tutto è pronto, le pubblicazioni, il rito in chiesa e i testimoni,
quand’ecco arriva un tipo astratto con barba e baffi e avviso di sfratto.
E quel palazzo un po’ malandato va demolito per farci un prato,
il nostro amico la casa perde per una legge del piano verde.

Persa la casa, fitto bloccato, la sua morosa l’ha abbandonato.
L’amore è bello ma non è tutto e per sposarsi occorre un tetto.
Ora quel prato è frequentato da qualche cane e qualche coppietta
e lui ripensa con grande rimpianto a quella casa che amava tanto

Ma quella casa ma quella casa ora non c’è più.
Ma quella casa ma quella casa l’han buttata giù.


La Forza prova a “smontare” (non a distruggere) la visione nostalgico-idilliaca dell’erba di una volta contro le case di oggi.

In quelle case andranno a vivere persone senza casa o con case non più adeguate.

L’ironia di Gaber qui è estrema, come estrema è la sua fantasia che immagina cose estreme (case abbattute - negli anni Sessanta - per sostituirle con prati e giardini!?!). Ma è bello il contrasto tra immaginazione volitiva alla Gaber contro immaginazione nostalgica alla Celentano!). La Forza colpisce nel segno e mostra come non si debba essere parziali, pena la perdita di armonia.

In genere si pensa alla Bellezza come modalità che “tempera” e “adornna” la Forza (tipico lo scalpello che indirizza la forza del maglietto). Ma anche la Forza ha compiti di “attutire” certe caratteristiche della Bellezza.


P. S. = Per la cronaca il “Piano Verde” fu la legge del 1961 “Piano di Sviluppo Agricolo” per rimodernare il settore agricolo a quel tempo ancora arretrato.


24 dicembre 2018

Bruno Lauzi e Sergio Endrigo

Se Forza e Bellezza non sono in equilibrio non si costruisce nulla. E quindi sono parziali i punti di vista che privilegiano un paradigma a scapito dell’altro.

Una donna di nome Maria
È arrivata stanotte dal Sud
È arrivata col treno del sole
Ma ha portato qualcosa di più.
Ha portato due labbra corallo
E i suoi occhi son grandi così,
Mai nessuno che l’abbia baciata
A nessuno ha mai detto di sì.

Ha posato la cesta d’arance
E mi ha dato la mano perché
La portassi lontano per sempre,
La tenessi per sempre con me.
Io le ho dato la mano ridendo
E non gliel’ho lasciata mai più,
Poi siam corsi veloci nel vento
Per non farci trovare quaggiù.

La donna del sud è una canzone degli anni Sessanta scritta da Bruno Lauzi, cantautore genovese.
 
E’ un testo poetico, molto intrigante. In una grande stazione del nord una ragazza scende da un treno giunto da una lontana città meridionale, presumibilmente della Sicilia, suggerita dal cesto d’arance che lei – tipica bellezza mediterranea – ha portato con sé. Scesa dal treno si è incontrata con l’autore, è scoccata la scintilla e i due son fuggiti veloci nel vento per non farci trovare quaggiù.

E’ una vera e propria poesia in musica. Coinvolge l’ascoltatore, specie il giovane di cinquant’anni fa, facendo rivivere stati d’animo legate all’innamoramento, lo stadio della vita che immagina il futuro roseo, dalle difficoltà tutte superabili con un pizzico di buona volontà.
La ragazza, bellissima, candida, spontanea, simpatica, non fa in tempo a metter piede in terra e si trova già con un piede in Paradiso.

Il cantautore di oggi (cantante che canta le canzoni che compone) può essere considerato quello che anticamente era l’aedo in Grecia o il bardo nell’Europa celtica: mette in musica problemi, aspirazioni, difficoltà, successi. E Lauzi mette in musica il momento magico della vita che si unisce alla vita, il sogno della vita sognato da molti adolescenti degli anni Sessanta pre 1968, vero spartiacque del costume.

Situazione affascinante ma in un certo senso stilizzata e semplificata.

La ragazza scende dal treno. Chi ascolta non può non identificarsi in chi la prende per mano per correre verso il futuro. Il sognatore la immagina fresca e profumata; non gli interessa (non è rilevante) quanto è durato il viaggio, da dove è partita, perché ha viaggiato.

All’epoca i treni erano suddivisi in quattro categorie: accelerati (che fermavano in tutte le stazioni), diretti (fermavano solo nelle città meno piccole), direttissimi (fermavano nei capoluoghi di provincia) e rapidi (biglietto più costoso, fermavano nei capoluoghi di regione).

Se ben ricordo il direttissimo Palermo – Torino era chiamato il “treno del sole” ed era quello usato da chi passava direttamente dalla miseria del campo siciliano alla torinese fabbrica Fiat. Un viaggio lungo, che durava un giorno: non scendevi leggiadro e riposato.

Vecchie fotografie dell’epoca mostrano i veri e propri arrembaggi alla stazione di Palermo, con la gente che si affannava ad entrare persino dai finestrini alla caccia di un posto a sedere. Mostrano quelle foto le straboccanti valigie di cartone, legate con lo spago; rivelano fagotti con qualcosa di sostentamento durante il viaggio.

Altre foto mostrano alla stazione di Torino le stesse scene all’incontrario. In realtà nessuna ragazza avrebbe potuto posare le ceste d’arance sulla pensilina e fuggir nel vento: la calca lo avrebbe reso impossibile.

Il sogno poetico di una persona non deve necessariamente essere realistico, altrimenti non sarebbe un sogno. Del resto nessuno si è mai chiesto se la siepe di Recanati sia stata abbastanza alta o sufficientemente bassa e quanto lontano dal poeta e nemmeno se le trecce morbide di Ermengarda fossero state pulite o sporche. 

Sarebbero osservazioni fuori posto.

Ma la diffusione dei mezzi moderni di ascolto è più alta di una poesia sia pure celeberrima. Nessuno deduce dalla leopardiana donzelletta che vien dalla campagna o dal villano del Pascoli che pone dalle spalle gobbe la ronca e afferra la scodella la felicità e la serenità della vita di campagna.

Neanche dalla lauziana Maria dovremmo dedurre la “bellezza” dell’emigrazione e la felicità di quei viaggiatori.

Però il gran numero di ascoltatori raggiunti dalla canzone, molti dei quali senza i necessari parametri critici, potrebbe vedere in questo grande movimento verso il nord un aspetto quasi turistico oppure ludico piuttosto che un viaggio causato da fame e miseria.

A Lauzi rispose, sempre in canzone, Sergio Endrigo, altro cantautore di origini istriane.

Il treno che viene dal sud
Non porta soltanto Marie
Con le labbra di corallo
E gli occhi grandi così
Porta gente gente nata tra gli ulivi
Porta gente che va a scordare il sole
Ma è caldo il pane
Lassù nel nord

Nel treno che viene dal sud
Sudore e mille valigie
Occhi neri di gelosia
Arrivederci Maria
Senza amore è più dura la fatica
Ma la notte è un sogno sempre uguale
Avrò un casa
Per te per me

Dal treno che viene dal sud
Discendono uomini cupi
Che hanno in tasca la speranza
Ma in cuore sentono che
Questa nuova questa bella società
Questa nuova grande società
Non si farà

Endrigo di emigrazione se ne intendeva. Nato a Pola, riparò in Italia nel dopoguerra quando la popolazione italiana fu costretta a lasciare Istria e Dalmazia passati alla Jugoslavia. Sapevano per diretta esperienza quegli italiani che il loro non era un viaggio di piacere ma la fuga dalla morte, lasciando alle spalle tutto (casa, lavoro, amicizie) in quella che non era più la loro patria.

Endrigo canta ciò che Lauzi aveva taciuto o non aveva considerato rilevante per il suo sogno.

Le Marie sono giunte al nord non in cerca dell’amore, ma del pane caldo. Non hanno portato ceste di arance, ma valigie stracolme di qualunque cosa che avrebbe potuto essere utile.

Le Marie ieri erano ancora sul campo a lavorare e domani magari saranno alla Fiat alla catena di montaggio; altro che correre verso il sole!

Le Marie hanno un grande sogno: trovare lavoro e casa, e poter chiamare i familiari e i promessi sposi. Sistemarsi.

Le Marie hanno forza, sono la Forza. Le Marie hanno anche la Bellezza dei sogni, non la fantasticheria di correre verso il sol dell’avvenire: hanno la Bellezza della speranza, la speranz.

Allora è falsa la Maria di Lauzi mentre son vere le Marie di Endrigo?

No, non è possibile affermarlo. Sono due facce della stessa medaglia e, perciò, incomplete. La prima è certo Bellezza ma carente di Forza; le seconde son certo Forza, e la Bellezza verrà in prospettiva. Queste sono la spada del Copritore Interno e debbono ancora salire sulla scala curva; quella è sulla scala curva ma deve ricordare la spada del Copritore.

Solo con un giusto e armonico intreccio di Forza e Bellezza si potrà realizzare la speranza, il sogno della Speranza.

Forza e Bellezza; e Speranza.

La Speranza che spera è la speranza che sogna, che sa sognare e non fantasticare. E' la Speranza con i piedi per terra, che costruisce un poco alla volta ciò che sogna, che opera appunto con Forza e Bellezza.

21 dicembre 2018

Solstizio

Oggi è il solstizio.

Anche noi, come il sole, fermiamoci un attimo a riflettere...

20 dicembre 2018

Ricordare

Continuo a riflettere sul ricordare e sulla memoria, la "Bellezza" della memoria.


La memoria dei fatti da cronaca si fa storia, non ricordare non significa vivere meglio, ma più semplicemente, far finta di non aver vissuto... Ci sono molti modi di ricordare. C’è chi lo fa con celebrazioni, chi con la protesta, chi con le opere, chi con la preghiera.

Sono parole che il dramma vissuto rende toccanti, tratte dalla Prefazione che Silvia Tortora premette alla raccolta di alcune lettere del padre Enzo scritte durante la di lui “avventura” giudiziaria.

Noi vogliamo ricordare, noi dobbiamo ricordare; e non solo le “piccole” tappe del personale cammino, “stazioni” della mia personale via, che, accomunata ad altri personali cammini di chi mi è vicino (moglie e figli, amici, i Fratelli di Loggia) e di tutti gli uomini, si trasforma nel cammino collettivo dell’Umanità intera.

Il personale grande viaggio continua e il nostro piccolo diario di bordo fissa i porti che la nostra “arca di Noè” ha toccato.

Ma non illudiamoci. Non è qui il nostro lavoro. Se allora “non sbarcammo” in qualche porto, non è con i gozzaniani “oggetti col monito Salve, Ricordo” o con le immagini impettite, baffute, ricciolute dagli occhi vitrei e trasognanti, spenti quasi, che emergono dalle nebbie del passato nelle vecchie fotografie color seppia che possiamo rimediare a quanto non si fece.

Oggi, novello caminante, “antroponauta” di me stesso, ricordo... rivivo... rievoco... il percorso nel “dentro” senza altra bussola che il desiderio di andare.

E’ un fatale andare? E’ un volere andare? O semplicemente è un andare e non restare, perché restare è un po’ come morire?

Nelle Istruzioni di Primo Grado allegate all’edizione 1954 dei Rituali del Grande Oriente leggo:

D: Che rappresenta la tavola per incidere e per tracciare [cioè il Tracing Board, il nostro Quadro di Loggia]?
R: È il simbolo della memoria, di questa preziosa facoltà che ci è stata concessa per formare i nostri giudizi, conservando le tracce di ogni nostra percezione.

Memoria come scrigno dei lavori ma anche come scrigno di se stessi.

Ricordare non è un semplice riportare alla luce fatti e avvenimenti.

E’ anche un rielaborarli, un rimestarli, come se dovessimo mescolare la polenta nel paiolo, mentre “si cuociono” nel nostro fuoco.

“Cuocere” significa anche riprendere sotto altre prospettive, cambiare, mutare, e pure dimenticare.

Perché se siamo veramente partecipi sulla via, che liberamente scegliemmo senza nessuna costrizione, scopriremo che in qualche modo misterioso anche i “banali” avvenimenti (una riunione di lavoro, una lezione scolastica particolarmente significativa o noiosa, una guardia durante il servizio militare) fanno parte del nostro vissuto.

E può anche essere che le volessimo dimenticare, come sgradevoli. 

Ammesso che si possa veramente dimenticare una esperienza e non “seppellirla” altrove in attesa di una dispettosa madeleine che la riporti alla luce.

19 dicembre 2018

La Bellezza della memoria

Nei ricordi sta l’identità di una persona.

Lo sapeva bene Dumas che fece riflettervi Edmond Dantes proprio nella cella dove era stato rinchiuso per tanti anni.

Sull’altra parete del muro un’iscrizione attrasse la sua attenzione. Si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: “Mio Dio” lesse Montecristo, “conservatemi la memoria”. “Oh, sì” gridò, “ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi. Io non chiedevo più la mia libertà, io chiedevo la memoria, temevo di diventare pazzo, e di dimenticare tutto. Mio Dio, mi avete conservata la memoria, ed io mi sono ricordato di tutto. Grazie, grazie, mio Dio!”.
(Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo)
Io oggi sono così perché feci certe cose e non feci certe altre cose.

Detto così suona quasi banale il ricordare il passato di una persona, ma lì vi è tutto ciò che è.

Lo sa bene il religioso che pone nella sponda “altra” rispetto alla nostra vita la conseguenza delle nostre azioni.

Che valore potrebbe avere il “giudizio finale” se non fosse preservato in qualche modo il senso del ricordo e della memoria?

La memoria è parte dell’uomo, è l’uomo: è il ricordo di tutto ciò che è stato. Se io oggi sono così è perché ho commesso o non commesso certe azioni, ho pensato o non pensato certi pensieri, sono stato o non sono stato in un certo modo. E’ il mio vissuto personale, il mio bagaglio che, volente o nolente, mi accompagna.

La mia memoria lo sa; e come il conte di Montecristo chiedo che mi venga conservata, perché altrimenti sono parti di me che vanno perdute e nessuno – neppure io! – potrà più recuperarle.

La memoria deve anche essere stimolo per “solstiziamente” riflettere su quanto accaduto: appunto, ricordare e riflettere per meglio essere.

Noi abbiamo una specie di Diario personale nel quale registriamo l’accaduto.

Ma ciò che registriamo è proprio l’ “accaduto” ?

Oppure, per quanto precisi e pignoli, l’impresa è impraticabile perché non è possibile fissare qualcosa obiettivamente?

La piccola madeleine che accende il ricordo dovrà a farci riflettere,  almeno per qualche istante, sulla strada che abbiamo percorso e se la strada che abbiamo percorso è stata proprio quella ricordata (rivisitata dalla memoria).

Noi siamo come tanti piccoli Brancaleone, e lo dico con l’affetto e il senso più positivi.

Non il Brancaleone dell’omonima armata che nel linguaggio comune ha ormai assunto il significato di vacuità, sbruffoneria e becera inconcludenza; ma il Brancaleone da Norcia, che pur a capo di un gruppo di personaggi “scassati” e sconclusionati (le nostre qualità positive e negative?), senza aiuto di nessuno, riesce a superare innumerevoli pericoli e a giungere in Terra Santa.

Il Brancaleone da Norcia (perché proprio Norcia? perché "suona bene"?) che sopravvive alla lotta contro l’invincibile Angelo della Morte (non a vincerlo, impresa impossibile per un mortale, ma ad allontanarlo, sia pure per un po’).

E raggiunta una meta, forse impensata perché senza alternative (ma ha alternative il camminatore se non il camminare?), continua il suo viaggio in compagnia di una gazza, uccello che molte culture vedono come psicopompo [dal greco psiché = anima e pompòs = conduttore] e compagno di viaggio nell'altrove.


18 dicembre 2018

Il troppo di Forza - E la Bellezza?...

Plus jamais ça!

La frase fu popolare nella Francia dell’ultimo dopoguerra (mai più ciò): mai più gli orrori delle guerre, mai più sterminii, mai più governanti insipienti che portarono a quegli orrori.

Doveva iniziare un mondo nuovo.

Avremmo imparato dai nostri errori – si diceva.

Historia magistra vitae?

Lo disse Cicerone. Ma è proprio così?

No, non è così.

Il cammino nostro non è lineare, con la spiegazione di ogni atto come conseguenza (quasi logica e necessaria) di azioni precedenti.

Il cammino è invece un reticolo di vie che a volte si ripresentano e devi ripercorrere.

L’uomo responsabile lo fa consapevole; l’uomo normale invece no: non pensa al cammino, alla meta, a cosa fare e non fare. Il minus habens va dove lo trascina il vento, o meglio – come si dice oggi – la pancia.

E la pancia non guarda a percorsi già visti, a conseguenze già vissute; non guarda nemmeno se e come si mangerà dopo due o tre giorni: guarda solo all’immediato pasto. Al mangiare ora, non dopo.

Non si preoccupa di ripercorrere le stesse strade verso le stesse mete commettendo gli stessi errori, semplicemente lo fa.

La visuale limitata non gli permette di individuare possibili conseguenze e non può imparare nulla da situazioni analoghe del passato. Anzi, non conosce il passato e non sa cosa successe.

Abituato ai videogiochi, impara che l'eroe del momento (cioè lui) può accidentalmente essere eliminato ma poi si rialza e continua come se nulla fosse.

Non sa applicarsi sulla bellezza, conosce solo la forza. Non sa nemmeno cosa sia una scala dritta, figurarsi una scala curva!

16 dicembre 2018

Dopo una tornata in Secondo Grado

Dopo una vecchia tornata in Secondo Grado riflettei così sul lavoro svolto. Oggi posso rivedere le tappe del mio cammino...

Richiamo al fatto storico. Motivi della suddivisione in gradi. Sul simbolismo c'è sovrapposto qualcosa inseritosi in seguito (sovrastrutture storiche).

Inizialmente due gradi (in ogni loggia c'era un solo maestro): apprendisti e compagni. Un compagno prestava lavoro finché acquisita (se ne aveva le capacità) la maestria poteva fondare una sua Loggia.

Su questi fatti si fonda il significato più semplice della cerimonia di iniziazione al 2° grado.

Nella iniziazione al 1° grado è coinvolto l'irrazionale, l'emotivo, un qualcosa che si vive a livello inconscio. Nella iniziazione al 2° grado la situazione è diversa: c'è un qualcosa di quasi calcolato, di emotivo non c'è niente. E' un prendere coscienza di un altro aspetto dell'essere, della totalità. Si comincia a vivere sotto l'aspetto della operatività.

Qualcuno considera l’ Apprendista condizione ricettiva e di ascolto e il Compagno sostiene fare un lavoro diverso, quindi è posizione attiva.
Io non concordo con questa interpretazione: ogni posizione ha dell’uno e deell’altro: deve invece “valorizzare” l’uono o l’alro e “comprenderne” il senso.

Passando da Boaz a Jakin, prima caratteristica del Compagno è la pazienza: il Compagno deve incanalare la volontà dell'Apprendista in un lavoro più calmo e paziente.

La Libera Muratoria conferisce una iniziazione in tre gradi - è un qualcosa di dinamico.
In primo grado si lavora in un certo modo, in secondo in un altro ancora, per concludersi nella leggenda di Hiram, creazione autentica ed originale della Massoneria moderna.

I viaggi del compagno sono un insieme di semplicità chiarissime e di sovrastrutture aggiuntive posteriori (si pensi agli strumenti muratori nelle mani dell ' iniziando e ai nomi che deve leggere sui cartelli).

L'apprendista deve superare il binario e raggiungere un completamento in 3°. Lavora in una situazione di attività. Il suo silenzio non è passivo, ma è come un mantello che lo avvolge, è un rifugiarsi in se stessi, un individuare l'obiettivo.

Deve però imparare a conoscere anche l'altro aspetto del dilemma, la passività (ma può anche essere l'apprendista passivo e il compagno attivò).

Sono i “contrasti incrociati” che permettono di "giungere" alla totalità.

Apprendista: attivo, ma in silenzio. Boaz (forza) ma Beth è la seconda lettera dell'alfabeto ebraico, e cabalisticamente significa il principio passivo e sostanziale della creazione.

Compagno: passivo. Ma lavora (e lavorare è attività, quindi attivo). Jakin (resistenza), ma Jod è cabalisticamente il simbolo della potenza suprema.

I contrasti non vanno negati (scegliere un corno del dilemma a scapito dell'altro) ma inglobati (v. significato esoterico di "tolleranza").

II 2° grado sembra quasi un grado di passaggio. Non c'è il distacco esistente tra mondo profano e 1° grado o tra 2° e 3° grado. Quando si deve simbolicamente morire c'è un cambiamento di piano: qui c'è un arricchimento.
Reminiscenze di passati impegni nel mondo profano nel giuramento (“diffusione dei principi massonici” ed alla loro applicazione in ogni settore della vita profana"). Sono gli aspetti caduchi del rituale.

Il rituale in alcuni aspetti è volutamente sbagliato. Se non lo fosse si metterebbero in moto forze tali da poter essere controllate solo se esiste nei partecipanti una comune e concorde volontà (che troppo spesso non c’è: vedi le diffuse concezioni politiche o morali della Massoneria).
Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.