La nozione di perdono è implicita nel cristianesimo, probabilmente introdotta dall’espressione di Gesù: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (Luca 23 34).
La visione cristiana appare coerente con un certo senso di «buonismo» già presente alla nascita della nuova religione. Intendiamoci: può sicuramente essere un progresso per i tempi storici e sicuramente è un sentimento che permette una convivenza migliore. Ma il camminatore non può accontentarsi di sentimentalismi.
Che significa perdono?
Anche il perdono è un legarsi al mondo dell’impermanente; può essere compartecipazione con chi ti ha fatto un torto, ma sempre nell’impermanente.
Il perdono cristiano è coerente con l’etica “della punizione e della premiazione”, mentre il buddhista verte sul “controllo” del lavoro svolto. Il perdono buddhista infatti è astensione da passioni fonti di dolori e gioie. «Quelli che mi danno dolore e quelli che mi danno gioia, io sono uguale verso di tutti; non conosco né inclinazione né odio. Nella gioia e nel dolore resto impassibile, nell’onore e nell’assenza d’onore, ovunque io resto uguale. E’ questa la perfezione della mia inalterabilità d’animo» (cit. in Hermann Oldenberg, Budda, Milano, 1937, p. 327).
L’impassibilità e l’inalterabilità d’animo non sono disinteresse per gli altri, ma concentrazione verso il proprio lavoro spirituale, concentrazione che non ammette deroghe o deviazioni.
Ciò che pare disinteresse per gli altri (sembianza che sembra superata nel cristianesimo – apparentemente superata, aggiungo io, perché sotto la veste di altruismo potrebbe celarsi un egoismo ancora più sottile e ambiguo) viene temperato con la presenza del Bodhisattva, di quegli spiriti, cioè che ad un passo dal Nirvana si fermano per aiutare gli altri a percorrere il cammino.
01 marzo 2010
25 febbraio 2010
9.6.4 Il cristianesimo e la storia
Il cristianesimo è metafisica, da cui segue una prassi operativa, che prende significato da quella.
Se per esempio Buddha non è unico, ma ne sono esistiti molti, e altri ne esisteranno (chiunque può raggiungere l’illuminazione e diventare Buddha – se ne ha le capacità), la figura di Gesù invece, come emerge dalla religione cristiana, non può che essere unica, pena la sua autodistruzione.
Buddha è l’uomo che si risveglia, e può essere chiunque: io, tu, lui, l’altro… Gesù nel cristianesimo è dio che scende sulla terra, e ciò non può essere che un atto unico e irripetibile. Dopo Gesù qualunque altra ierofania non può accadere che nel suo solco, pena la distruzione della religione “cristianesimo”.
Mi spiego. La religione cristiana (in realtà paolina) nasce con un profondo senso escatologico di attesa: la parusia è ritenuta imminente, al più entro pochi anni. Il cristiano delle origini l’attende entro il corso della propria vita: la promessa di Gesù è chiarissima ( Marco 9 1: Diceva loro: «In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio venuto con potenza». Giovanni 21 22: Gesù gli rispose: «Se voglio che lui rimanga finché io venga, che te ne importa? Tu seguimi!».). La resurrezione è intesa come rinascere qui, con il corpo fisico dopo la morte, e quindi diventa sconfitta della morte fisica. La promessa è, per la prima volta nella storia, per tutti, non solo per pochi privilegiati, sia pure i migliori. Il concetto di immortalità dell’anima e di sopravvivenza post mortem non è ebraico, ma ellenizzante e aristocratico. Con il cristianesimo invece la sopravvivenza è dispensata a tutti: è sufficiente avere fede (Per esempio cfr. Romani 1 16-17: Infatti io non mi vergogno dell'evangelo di Cristo, perché esso è la potenza di Dio per la salvezza, di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. Perché la giustizia di Dio è rivelata in esso di fede in fede, come sta scritto: «Il giusto vivrà per fede»).
Il mancato avverarsi della “venuta del Regno” porta la chiesa nascente come struttura organizzata a spostare prima l’evento nel futuro, poi – visto che non si poteva affermare che la storia andasse verso quell’obiettivo – nel passato, che avrebbe visto storicamente verificarsi gli eventi narrati dai documenti canonici. Di qui l’esigenza di rendere effettivamente accaduti quegli avvenimenti e di insistere dogmaticamente sulla verità storica dei vangeli. In un certo senso si può vedere nel cristianesimo più che una anticipazione o promessa al compimento del tempo piuttosto la riaffermazione quasi nostalgica di un passato escatologico in cui certi fatti si sono effettivamente verificati: la salvezza si è storicamente compiuta non illud tempus, ma in quel tempo storico, la Palestina provincia romana al tempo di Tiberio.
Chi non concorda con l’impostazione generale rimane comunque all’interno del quadro cristiano di riferimento, introducendo il concetto di “storicizzazione delle religioni”: una religione compare in un dato momento storico dall’esaurimento della religione precedente e ne rappresenta un progresso. Il mito di oggi era la religione di ieri; la religione di oggi sarà il mito di domani
Da una parte il quadro di riferimento rivela la forza del cristianesimo che può ben dirsi l’elemento fondante del mondo occidentale (negli aspetti sia positivi che negativi) tanto da aver fatto dire a più d'uno: Non possiamo non dirci cristiani; dall’altra anche chi non condivide tale elemento fondante è obbligato a riferirvisi, sia pure per andare oltre.
Il modello di storicizzazione delle religioni presenta però alcune difficoltà.
E’ riferibile a tutte le religioni oppure solo ad alcune? Solo per l’occidente o anche per l’oriente?
L’induismo (meglio: l’insieme delle religioni che gli occidentali denotano sotto tale termine) può essere datato fin da trentasette secoli fa. L’ebraismo nasce circa trentadue secoli fa. Il buddhismo nasce ventiquattro o venticinque secoli fa. Il cristianesimo nasce diciotto-venti secoli fa. L’islamismo nasce quattordici secoli fa.
Tutte queste religioni sono oggi ben rigogliose e se pure mostrano elementi di reciproca influenza è azzardato pensare che una possa essere lo sviluppo di un’altra.
Di più. Se per esempio è possibile affermare che il cristianesimo si innesta sul solco del paganesimo (dove con questo termine intendo la religione del mondo greco e romano) – piuttosto che dell’ebraismo – appropriandosi di manifestazioni proprie della religione morta (per esaurimento storico e violenza della nuova religione), si fa più fatica, in America latina, a pensare al cattolicesimo come evoluzione delle preesistenti religioni di Maya, Aztechi e Incas. Non si trattò di evoluzione, ma di eliminazione (anche se motivi delle vecchie religioni sono stati assorbiti dal cattolicesimo locale). Altrettanto dicasi nell’America settentrionale. Il cristianesimo non fu evoluzione delle religioni animiste delle popolazioni autoctone, ma si trovò unica religione (sia pure nei diversi aspetti del mondo protestante e cattolico) dopo l’annientamento delle popoli indigeni.
Il principio di storicizzazione delle religioni, invece, vale all’interno di una religione.
Così all’interno della religione ebraica è difficile sostenere che la religione dei primordi abramici sia la stessa degli esseni o la stessa di oggi, dopo duemila anni di diaspora.
All’interno della stessa religione cristiana, il cristianesimo paolino con la insistenza sulla sufficienza della fede non è lo stesso del cristianesimo medievale francescano o del luteranesimo o calvinismo o del controriformismo post-tridentino o del cristianesimo all’inizio del terzo millennio (volutamente parlo di cristianesimo e non di chiesa, perché l’osservazione è riferita alle forme religiose e non alla struttura organizzativa).
L’idea stessa di religione si evolve nel tempo e nello spazio, anzi, all’interno della stessa società. Si potrebbe quasi dire che la struttura sociale produce una “sua” religione e la religione produce una “sua” struttura sociale: religione e società sono reciprocamente interdipendenti, quasi come aspetti diversi (e parziali) di una stessa realtà.
Se per esempio Buddha non è unico, ma ne sono esistiti molti, e altri ne esisteranno (chiunque può raggiungere l’illuminazione e diventare Buddha – se ne ha le capacità), la figura di Gesù invece, come emerge dalla religione cristiana, non può che essere unica, pena la sua autodistruzione.
Buddha è l’uomo che si risveglia, e può essere chiunque: io, tu, lui, l’altro… Gesù nel cristianesimo è dio che scende sulla terra, e ciò non può essere che un atto unico e irripetibile. Dopo Gesù qualunque altra ierofania non può accadere che nel suo solco, pena la distruzione della religione “cristianesimo”.
Mi spiego. La religione cristiana (in realtà paolina) nasce con un profondo senso escatologico di attesa: la parusia è ritenuta imminente, al più entro pochi anni. Il cristiano delle origini l’attende entro il corso della propria vita: la promessa di Gesù è chiarissima ( Marco 9 1: Diceva loro: «In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il regno di Dio venuto con potenza». Giovanni 21 22: Gesù gli rispose: «Se voglio che lui rimanga finché io venga, che te ne importa? Tu seguimi!».). La resurrezione è intesa come rinascere qui, con il corpo fisico dopo la morte, e quindi diventa sconfitta della morte fisica. La promessa è, per la prima volta nella storia, per tutti, non solo per pochi privilegiati, sia pure i migliori. Il concetto di immortalità dell’anima e di sopravvivenza post mortem non è ebraico, ma ellenizzante e aristocratico. Con il cristianesimo invece la sopravvivenza è dispensata a tutti: è sufficiente avere fede (Per esempio cfr. Romani 1 16-17: Infatti io non mi vergogno dell'evangelo di Cristo, perché esso è la potenza di Dio per la salvezza, di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco. Perché la giustizia di Dio è rivelata in esso di fede in fede, come sta scritto: «Il giusto vivrà per fede»).
[Ma Quinzio osserva (I vangeli della domenica, Milano, 19983, p. 27): La salvezza degli uomini appare, non destinata a pochi, ma di fatto capace di salvare solo pochi, come è scritto nel Vangelo di Matteo: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto invece stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» (7, 13-14).]Passano in secondo piano o non assumono la stessa rilevanza il comportamento (le opere prescritte dalla Legge mosaica, per gli ebrei) o l'aristocrazia di stirpe (per esempio l'appartenenza a gruppi limitati di iniziati, per i provenienti dal mondo pagano). Si può quasi affermare che con il cristianesimo-paolinismo princìpi prima riservati a pochi vengono “allargati” a tutti, e quindi scaturiscono susseguenti comprensioni distorte (la resurrezione dal piano simbolico viene trasposta a quello fisico).
Il mancato avverarsi della “venuta del Regno” porta la chiesa nascente come struttura organizzata a spostare prima l’evento nel futuro, poi – visto che non si poteva affermare che la storia andasse verso quell’obiettivo – nel passato, che avrebbe visto storicamente verificarsi gli eventi narrati dai documenti canonici. Di qui l’esigenza di rendere effettivamente accaduti quegli avvenimenti e di insistere dogmaticamente sulla verità storica dei vangeli. In un certo senso si può vedere nel cristianesimo più che una anticipazione o promessa al compimento del tempo piuttosto la riaffermazione quasi nostalgica di un passato escatologico in cui certi fatti si sono effettivamente verificati: la salvezza si è storicamente compiuta non illud tempus, ma in quel tempo storico, la Palestina provincia romana al tempo di Tiberio.
[Se si intende il cristianesimo come una religione positiva, che ha origine da fatti storicamente accaduti, allora la crisi nasce se quei fatti non sono accaduti oppure sono accaduti in modo diverso. E’ significativa la risposta di un componente la ML Il 13simo Apostolo ai miei dubbi sulle manipolazioni storiche di Paolo: Carissimo Maurizio, se la tua impostazione è giusta (il "se" non si riferisce alla tua competenza ma alla mia impossibilità di entrare nel dibattito per "ignoranza"), che cioè "sia ormai accertato, che la narrazione storica dei primi documenti (leggi i canonici) non è attendibile", non si può sorvolare sulla crisi che ne può derivare. Tu citi il Buddhismo. Che Buddha sia esistito veramente è stato accertato dagli studiosi occidentali, ma per gli orientali, cioè per i "fedeli" di Buddha la cosa non è mai stata importante. Per gli orientali la spiritualità, il dharma, è un cammino verso la trascendenza e Buddha è soltanto un uomo che ha indicato una strada più "efficace" di altre, non più vera. Libera concorrenza quindi. Per noi è diverso. Il Vangelo si è sempre pensato che fosse la narrazione storica del Dio incarnato che ha dettato una verità oggettiva, non sindacabile da nessuno, che non può essere messa in concorrenza. E su quella insindacabilità è stata costruita una dogmatica e una morale rigorosissime, che hanno plasmato e plasmano la nostra esistenza. Se siamo invece in presenza di un piccolo episodio di ribellione politica fallita, eretta a simbolo di una vittoria ad altro livello da parte di una persona che non ha neppure conosciuto il Gesù storico, le cose cambiano. Hai ragione se dici che il simbolo è più importante della realtà, ma non è più realtà o è realtà di altro tipo. Nel Cristianesimo non si dice: quello che importa è il Regno dei cieli, come raggiungerlo è affar vostro; il cardinal Biffi dice invece che in Paradiso ci si può andare solo attraverso la Chiesa perché essa è la custode della rivelazione storica. Caro Maurizio, non si tratta della pittura di una parete di un edificio, ma della sue fondamenta. Il Buddhismo dice: la mia via è più efficace, il Cristianesimo dice la mia via è la sola vera.L’atteggiamento del cristianesimo nei confronti della storia, non potendosi descrivere come una evoluzione verso la futura venuta del Regno diventa storia di affermazione del cristianesimo. In tal senso nel mondo occidentale si assiste alla completa supremazia del cristianesimo come religione e come struttura organizzata.
Il corrispondente si pone il problema se ciò che si narra sia storia o mito. Indaga onestamente sulle vicende narrate dai vangeli, ma con la speranza di dimostrare che siano vere, in caso contrario si troverebbe in una crisi religiosa drammatica.
Io più modestamente postillo: storia o mito? O, più semplicemente, simbolo?
Non ritengo importante l’aspetto storico. Non credo alla religione che per affermare la propria superiorità deve attaccarsi alla realtà storica (e si trova in difficoltà quando la storia, con i propri strumenti di indagine, mette in dubbio quella verità). Ritengo le religioni strumenti dell’uomo create dall’uomo per collegarsi a qualcosa che l’uomo sente altrove. Il collegamento può avvenire come sforzo di evoluzione dell’uomo (dal “basso” verso l’“alto”) oppure come proiezione delle insicurezze dell’uomo (il dio padre, punitore ma rassicurante – appunto come una super figura paterna).
Non importa se quell’uomo sia storicamente esistito, ma importa cosa la sua figura, il suo esempio (in una parola il suo simbolo) dica all’uomo.
Così, per restare nell’ambito del cristianesimo, non mi interessa che Gesù sia storicamente esistito in quelle modalità (che tra l’altro sono storicamente se non impossibili certo molto improbabili). Non mi interessa nemmeno se storicamente sia resuscitato o no (a mio parere sicuramente no).
Mi interessa invece il simbolo della rinascita che con la sua figura assume (la rinascita) una valenza praticamente universale e diventa possibilità alla portata di tutti e non solo di pochi.
L’attimo fuggente dell’intuizione non avviene nel flusso storico del mondo, ma nel flusso storico della vita – anche, ma non solo, storica – individuale. Collocare l’atto nella storia del mondo (il giorno x dell’anno y) è irrilevante per chi intuisce, ma diventa importante per chi vuole fondare su quell’atto una sovrastruttura conseguente (appunto una religione).]
Chi non concorda con l’impostazione generale rimane comunque all’interno del quadro cristiano di riferimento, introducendo il concetto di “storicizzazione delle religioni”: una religione compare in un dato momento storico dall’esaurimento della religione precedente e ne rappresenta un progresso. Il mito di oggi era la religione di ieri; la religione di oggi sarà il mito di domani
Da una parte il quadro di riferimento rivela la forza del cristianesimo che può ben dirsi l’elemento fondante del mondo occidentale (negli aspetti sia positivi che negativi) tanto da aver fatto dire a più d'uno: Non possiamo non dirci cristiani; dall’altra anche chi non condivide tale elemento fondante è obbligato a riferirvisi, sia pure per andare oltre.
Il modello di storicizzazione delle religioni presenta però alcune difficoltà.
E’ riferibile a tutte le religioni oppure solo ad alcune? Solo per l’occidente o anche per l’oriente?
L’induismo (meglio: l’insieme delle religioni che gli occidentali denotano sotto tale termine) può essere datato fin da trentasette secoli fa. L’ebraismo nasce circa trentadue secoli fa. Il buddhismo nasce ventiquattro o venticinque secoli fa. Il cristianesimo nasce diciotto-venti secoli fa. L’islamismo nasce quattordici secoli fa.
Tutte queste religioni sono oggi ben rigogliose e se pure mostrano elementi di reciproca influenza è azzardato pensare che una possa essere lo sviluppo di un’altra.
Di più. Se per esempio è possibile affermare che il cristianesimo si innesta sul solco del paganesimo (dove con questo termine intendo la religione del mondo greco e romano) – piuttosto che dell’ebraismo – appropriandosi di manifestazioni proprie della religione morta (per esaurimento storico e violenza della nuova religione), si fa più fatica, in America latina, a pensare al cattolicesimo come evoluzione delle preesistenti religioni di Maya, Aztechi e Incas. Non si trattò di evoluzione, ma di eliminazione (anche se motivi delle vecchie religioni sono stati assorbiti dal cattolicesimo locale). Altrettanto dicasi nell’America settentrionale. Il cristianesimo non fu evoluzione delle religioni animiste delle popolazioni autoctone, ma si trovò unica religione (sia pure nei diversi aspetti del mondo protestante e cattolico) dopo l’annientamento delle popoli indigeni.
Il principio di storicizzazione delle religioni, invece, vale all’interno di una religione.
Così all’interno della religione ebraica è difficile sostenere che la religione dei primordi abramici sia la stessa degli esseni o la stessa di oggi, dopo duemila anni di diaspora.
All’interno della stessa religione cristiana, il cristianesimo paolino con la insistenza sulla sufficienza della fede non è lo stesso del cristianesimo medievale francescano o del luteranesimo o calvinismo o del controriformismo post-tridentino o del cristianesimo all’inizio del terzo millennio (volutamente parlo di cristianesimo e non di chiesa, perché l’osservazione è riferita alle forme religiose e non alla struttura organizzativa).
L’idea stessa di religione si evolve nel tempo e nello spazio, anzi, all’interno della stessa società. Si potrebbe quasi dire che la struttura sociale produce una “sua” religione e la religione produce una “sua” struttura sociale: religione e società sono reciprocamente interdipendenti, quasi come aspetti diversi (e parziali) di una stessa realtà.
19 febbraio 2010
9.6.3 Il dolore
I rituali delle camere cavalleresche non accentuano la nozione di dolore, che viene affrontato quasi di sfuggita. E’ un’assenza che mi ha stupito soprattutto in relazione al fatto che nella visione cristiana il dolore appare essenzialmente come dolore fisico, sofferenza materiale dovuta simbolicamente alle guerre del cavaliere e materialmente agli stenti della vita, che la religione aiuta a sopportare. Alcuni sono poi passati dalla posizione consolatrice del dolore fisico al conforto della sofferenza esistenziale e metafisica, ma sempre con l’occhio puntato alle gioie del post mortem (la vita eterna) nell’incrociato gioco della punizione e ricompensa. Dunque, una posizione che ritengo tipicamente occidentale, e che nel mondo occidentale ha trionfato e che a sua volta ha riplasmato il mondo occidentale.
In oriente l’impostazione è diversa. Il dolore nel Buddha, per esempio, è essenzialmente la sofferenza del vivere in un mondo di impermanenza. La beatitudine del Buddha non è un appagamento che può principalmente attrarre chi nella vita materiale ha già superato livelli di dolore, ma è il risultato di chi ha ottenuto la vittoria su se stesso e mostra che la meta è raggiungibile da tutti gli uomini disposti a lavorare su se stessi.
In oriente l’impostazione è diversa. Il dolore nel Buddha, per esempio, è essenzialmente la sofferenza del vivere in un mondo di impermanenza. La beatitudine del Buddha non è un appagamento che può principalmente attrarre chi nella vita materiale ha già superato livelli di dolore, ma è il risultato di chi ha ottenuto la vittoria su se stesso e mostra che la meta è raggiungibile da tutti gli uomini disposti a lavorare su se stessi.
27 gennaio 2010
9.6.2 Fede, Speranza e Carità
Diverse camere cavalleresche indicano esplicitamente come princìpi fondamentali irrinunciabili Fede, Speranza e Carità. Sta al singolo cavaliere ricercare e indagare e trovare la libertà dai legami di una singola religione per assurgere a significati universali o – almeno – non troppo parziali.
Punto di partenza è sicuramente l’accezione religiosa: Fede in Dio (e magari nella [in una] chiesa), Speranza di salvezza e di vita eterna e fiducia nella potenza di Dio (che ci ha promesso la salvezza), Carità che da amore verso il prossimo diventa amore di Dio.
Il camminatore invece sente i limiti di una idea religiosa (nel senso di appartenente ad una religione) e si sforza di andare oltre.
Impara come cavaliere Kadosch a considerare la metodologia muratoria contestualizzata al tempo e allo spazio, e quindi come tale da abbandonare al momento opportuno: i simboli infatti vanno considerati alla stregua degli altri attrezzi di lavoro, strumentalmente utilizzati fino a quando il loro compito è terminato. Ora invece il camminatore è solo di fronte a se stesso e deve imparare a lavorare “a mani nude”, discepolo e maestro di se stesso. E’ un impegno, drammatico e scomodo, di libertà: libertà dalle idee preconcette, libertà dalle chiese, libertà dalle ideologie, libertà anche dalle idee che l’uomo si è costruito come conquiste anteriori, che ora deve abbandonare per cercare nuove conquiste, come lo scalino di una scala serve di appoggio per un istante poi viene abbandonato per lo scalino successivo. Nel proprio testamento Krishnamurti ha insegnato: In te stesso giace il mondo intero e se tu sai come guardare ed imparare, avrai la porta a distanza vicina e la chiave nella tua mano. Nessuno al mondo, eccetto te stesso, può darti né quella chiave né quella porta.
Il lavoro interiore non può essere assimilato né alla via mistica né tanto meno alla via devozionale. Non può essere atteggiamento devozionale in quanto avviene al di fuori di qualsiasi canone stabilito da qualsiasi attività religiosa. Non può essere atteggiamento mistico, perché il camminatore non cerca esperienze e conoscenza del divino prescindendo dall’esperienza sensibile e dalle facoltà umane.
Fede, Speranza e Carità - ritengo - diventano la chiave per accedere allo stadio successivo del lavoro cavalleresco. Giulio Giorello, in un dibattito su Rai tre, puntualizzò: Il mio amico Bruno Forte dice una frase molto bella: che ogni ateo ha dentro un piccolo germoglio, che si pone le domande del credente e ogni credente però ha un ateo che ogni tanto cerca di corrodere questa fede. Il camminatore ha in sé un grande antidoto alle soluzioni propostegli da altri: il dubbio, il piccolo grande tarlo che intacca ogni certezza e permette di sradicare opinioni precostituite e sostituirle con costruzioni personali.
Il seguace (di una religione, di una filosofia, di una ideologia) non sente il desiderio di camminare per ricercare se non entro i canoni già stabiliti. Il ricercatore invece non riesce a fermare il proprio viaggio: è spinto da quella inquietudine che significa stare tra il sì e il no, che non significa non credere o non ragionare ma significa credere sfidando sempre l’assenza di fede, significa ragionare sfidando sempre l’antiragione (per usare una frase di Vincenzo Vitiello).
La fede deve quindi essere unita alla ragione, non perché non può essere senza quella, ma perché la ragione, svolgendo una funzione di “controllo”, non permette alla fede di trasformarsi in cieca credenza o addirittura superstizione. E accanto deve stare il dubbio. Ogni passo del camminatore sposta in avanti i confini della conoscenza, ma ogni passo sposta i confini anche dietro sé, perché ogni conquista non può non essere contestualizzata allo spazio e al tempo. Conquista è anche perdita, se non altro di ciò che viene superato: è perdita anche e soprattutto di vecchia fede perché non è necessario credere in ciò che si sa, che si è sperimentato.
Il confine tra fede buona e fede non buona, tra credenza e dottrina, è fugace. Matthieu Ricard (in Jean-François Revel e Matthieu Ricard, Il monaco e il filosofo, Milano, 1997, p. 17. Matthieu Ricard è il figlio di Jean François Revel, questo filosofo, quello monaco buddhista) riesce in poche parole a individuare il problema. Si riferisce esplicitamente al buddhismo, ma le sue parole vanno oltre i confini di una singola religione: il buddhismo non esclude nemmeno la fede, se per fede si intende una convinzione intima e incrollabile che nasce dalla scoperta di una verità interiore. La fede è anche stupore di fronte a questa trasformazione interiore. Ma più avanti (p. 270) puntualizzerà: La fede diviene superstizione quando si oppone alla ragione e si stacca dalla comprensione del senso profondo del rituale. Il rituale ha un senso (del resto la parola latina ritus significa «azione corretta»). Chiama alla riflessione, alla contemplazione, alla preghiera, alla meditazione.
Invece di fede io preferisco il termine fides, per indicare non solo la credenza in qualcosa che va oltre l’esperienza dei sensi, ma anche la fiducia, l’onestà, la lealtà, la coscienziosità, la probità, il senso di un collegamento con altro, l’aspirazione di trascendere senza connettersi ad idee consolatorie. Il senso della fides, a mio parere, recupera la positività della credenza in qualcosa di altrove, senza cadere nella religione e in intermediazioni tra l’uomo e la propria esigenza interiore. Ma fides non è fede nell’Assoluto (ammesso che esista): è fides nell’uomo, in se stesso, in ciò che viene indicato come il «crocifisso in sé» da chi sceglie la via della religione cristiana o come l’«uomo da risvegliare» da chi vuole lavorare su se stesso. E’ fiducia nel proprio lavoro e considerazione sulle capacità di eseguirlo considerando le proprie esperienze e non trascurando esperienze altrui; è la pietra squadrata del maestro massone, la chiave di volta del maestro dell’Arco Reale che ha conquistato la capacità di “firmarla” con il proprio marchio. E’ fides in quel quid che spinse l’ominide nostro antenato migliaia di anni fa ad alzare gli occhi alla volta stellata ed iniziare quel percorso, anche ma non solo darwiniano, che ha portato all’homo sapiens sapiens (e purtroppo anche all’homo “hodiernus”). E’ fides verso quel quid che spinse migliaia di anni fa un pastore errante dell’Asia a intuire quegli Elohim [che] disse: Sia la luce!. E la luce fu. Dio-Elohim creò il mondo e l’uomo in sette giorni; ma prima (o contemporaneamente?) l’uomo creò Dio-Elohim in sette notti. Questo spiegherebbe la molteplicità di concetti di dio dall’alba dell’umanità ad oggi (e la molteplicità dei concetti ancora a venire). Molte sono le idee di dio e molti sono l’unico Dio o non-Dio: unico invece è il principio verso il quale è rivolta la fides, la disponibilità interiore che mantiene l'uomo in cammino. Ogni aumento di fides comporta una diminuzione di fede o credenze; ma, attenzione, anche la fides dovrà essere a suo tempo abbandonata, come strumento superato e inutile per il prosieguo.
Per il religioso si tratta di amare Dio e amare il prossimo come se stesso per amore di Dio. Il primo passo consiste nel comprendere che non si tratta di pietà condiscendente o di semplice compassione (qui il termine non ha l’accezione buddhista). Successivamente si giunge a capire che amore per il prossimo e compassione nel senso buddhista sono la stessa cosa e non sono appannaggio di una religione, ma risultano atteggiamenti propri di qualunque religione e quindi trascendenti qualunque visuale religiosa.
La carità e la compassione non sono che aspetti dell’armonia che il risvegliante deve costruire per sentirsi in accordo con tutto. Se io sono in armonia con il mondo allora conseguentemente comprenderò che sono io stesso aperto in un afflato universale il mio prossimo,e in questa visione di apertura non avvertirò più differenze tra l'io e gli altri; sentirò il desiderio di alleviare o por fine al dolore e specialmente alle cause della sofferenza (e questa è la compassione buddhista). Orbene, nella tradizione aristotelica la caritas è la passione che spinge a porre il bene comune al di sopra del bene individuale (cfr. Maurizio Viroli, Come se Dio ci fosse - Religione e libertà nella storia d'Italia, Torino, 2009, p. 31), quindi nell'accezione completa è la coscienza che spinge ad uscire dalla individualità limitata per assumere una visione più ampia.
Punto di partenza è sicuramente l’accezione religiosa: Fede in Dio (e magari nella [in una] chiesa), Speranza di salvezza e di vita eterna e fiducia nella potenza di Dio (che ci ha promesso la salvezza), Carità che da amore verso il prossimo diventa amore di Dio.
[Osservo che il Catechismo della chiesa cattolica è molto esplicito:Il fedele, il seguace della religione approfondisce ma non se ne discosta. Un esempio significativo (al di fuori di una specifica religione, ma tanto più eloquente per la fonte avulsa da schematismi di religione organizzata) viene fornito da Kierkegaard (cit. in Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, sei voll., Milano, 1972 (1976. Volume VII), vol. V, p. 36): La negazione del cristianesimo è proprio questa: quando colui che lo predica poi non l’attua, non mostra in sé quella cosa che nel sermone dice di essere il cristianesimo. Cristo non ha istituito dei docenti, ma dei seguaci e imitatori. Non parla qui l’uomo di chiesa, ma chi della religione (specificatamente il cristianesimo) ha fatto essenza di vita e strumento per risolvere le contraddizioni della quotidianità. Per cui la sua testimonianza assume una valenza sicuramente più rilevante di altre.
[1814] La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Santa Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede «l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente» . Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. «Il giusto vivrà mediante la fede» (Rm 1,17). La fede viva «opera per mezzo della carità» (Gal 5,6).
[1817] La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo. «Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso» (Eb 10,23). Lo Spirito è stato «effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, Salvatore nostro, perché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna» (Tt 3,6-7).
[1822] La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio.]
Il camminatore invece sente i limiti di una idea religiosa (nel senso di appartenente ad una religione) e si sforza di andare oltre.
Impara come cavaliere Kadosch a considerare la metodologia muratoria contestualizzata al tempo e allo spazio, e quindi come tale da abbandonare al momento opportuno: i simboli infatti vanno considerati alla stregua degli altri attrezzi di lavoro, strumentalmente utilizzati fino a quando il loro compito è terminato. Ora invece il camminatore è solo di fronte a se stesso e deve imparare a lavorare “a mani nude”, discepolo e maestro di se stesso. E’ un impegno, drammatico e scomodo, di libertà: libertà dalle idee preconcette, libertà dalle chiese, libertà dalle ideologie, libertà anche dalle idee che l’uomo si è costruito come conquiste anteriori, che ora deve abbandonare per cercare nuove conquiste, come lo scalino di una scala serve di appoggio per un istante poi viene abbandonato per lo scalino successivo. Nel proprio testamento Krishnamurti ha insegnato: In te stesso giace il mondo intero e se tu sai come guardare ed imparare, avrai la porta a distanza vicina e la chiave nella tua mano. Nessuno al mondo, eccetto te stesso, può darti né quella chiave né quella porta.
Il lavoro interiore non può essere assimilato né alla via mistica né tanto meno alla via devozionale. Non può essere atteggiamento devozionale in quanto avviene al di fuori di qualsiasi canone stabilito da qualsiasi attività religiosa. Non può essere atteggiamento mistico, perché il camminatore non cerca esperienze e conoscenza del divino prescindendo dall’esperienza sensibile e dalle facoltà umane.
Fede, Speranza e Carità - ritengo - diventano la chiave per accedere allo stadio successivo del lavoro cavalleresco. Giulio Giorello, in un dibattito su Rai tre, puntualizzò: Il mio amico Bruno Forte dice una frase molto bella: che ogni ateo ha dentro un piccolo germoglio, che si pone le domande del credente e ogni credente però ha un ateo che ogni tanto cerca di corrodere questa fede. Il camminatore ha in sé un grande antidoto alle soluzioni propostegli da altri: il dubbio, il piccolo grande tarlo che intacca ogni certezza e permette di sradicare opinioni precostituite e sostituirle con costruzioni personali.
Il seguace (di una religione, di una filosofia, di una ideologia) non sente il desiderio di camminare per ricercare se non entro i canoni già stabiliti. Il ricercatore invece non riesce a fermare il proprio viaggio: è spinto da quella inquietudine che significa stare tra il sì e il no, che non significa non credere o non ragionare ma significa credere sfidando sempre l’assenza di fede, significa ragionare sfidando sempre l’antiragione (per usare una frase di Vincenzo Vitiello).
La fede deve quindi essere unita alla ragione, non perché non può essere senza quella, ma perché la ragione, svolgendo una funzione di “controllo”, non permette alla fede di trasformarsi in cieca credenza o addirittura superstizione. E accanto deve stare il dubbio. Ogni passo del camminatore sposta in avanti i confini della conoscenza, ma ogni passo sposta i confini anche dietro sé, perché ogni conquista non può non essere contestualizzata allo spazio e al tempo. Conquista è anche perdita, se non altro di ciò che viene superato: è perdita anche e soprattutto di vecchia fede perché non è necessario credere in ciò che si sa, che si è sperimentato.
Il confine tra fede buona e fede non buona, tra credenza e dottrina, è fugace. Matthieu Ricard (in Jean-François Revel e Matthieu Ricard, Il monaco e il filosofo, Milano, 1997, p. 17. Matthieu Ricard è il figlio di Jean François Revel, questo filosofo, quello monaco buddhista) riesce in poche parole a individuare il problema. Si riferisce esplicitamente al buddhismo, ma le sue parole vanno oltre i confini di una singola religione: il buddhismo non esclude nemmeno la fede, se per fede si intende una convinzione intima e incrollabile che nasce dalla scoperta di una verità interiore. La fede è anche stupore di fronte a questa trasformazione interiore. Ma più avanti (p. 270) puntualizzerà: La fede diviene superstizione quando si oppone alla ragione e si stacca dalla comprensione del senso profondo del rituale. Il rituale ha un senso (del resto la parola latina ritus significa «azione corretta»). Chiama alla riflessione, alla contemplazione, alla preghiera, alla meditazione.
Invece di fede io preferisco il termine fides, per indicare non solo la credenza in qualcosa che va oltre l’esperienza dei sensi, ma anche la fiducia, l’onestà, la lealtà, la coscienziosità, la probità, il senso di un collegamento con altro, l’aspirazione di trascendere senza connettersi ad idee consolatorie. Il senso della fides, a mio parere, recupera la positività della credenza in qualcosa di altrove, senza cadere nella religione e in intermediazioni tra l’uomo e la propria esigenza interiore. Ma fides non è fede nell’Assoluto (ammesso che esista): è fides nell’uomo, in se stesso, in ciò che viene indicato come il «crocifisso in sé» da chi sceglie la via della religione cristiana o come l’«uomo da risvegliare» da chi vuole lavorare su se stesso. E’ fiducia nel proprio lavoro e considerazione sulle capacità di eseguirlo considerando le proprie esperienze e non trascurando esperienze altrui; è la pietra squadrata del maestro massone, la chiave di volta del maestro dell’Arco Reale che ha conquistato la capacità di “firmarla” con il proprio marchio. E’ fides in quel quid che spinse l’ominide nostro antenato migliaia di anni fa ad alzare gli occhi alla volta stellata ed iniziare quel percorso, anche ma non solo darwiniano, che ha portato all’homo sapiens sapiens (e purtroppo anche all’homo “hodiernus”). E’ fides verso quel quid che spinse migliaia di anni fa un pastore errante dell’Asia a intuire quegli Elohim [che] disse: Sia la luce!. E la luce fu. Dio-Elohim creò il mondo e l’uomo in sette giorni; ma prima (o contemporaneamente?) l’uomo creò Dio-Elohim in sette notti. Questo spiegherebbe la molteplicità di concetti di dio dall’alba dell’umanità ad oggi (e la molteplicità dei concetti ancora a venire). Molte sono le idee di dio e molti sono l’unico Dio o non-Dio: unico invece è il principio verso il quale è rivolta la fides, la disponibilità interiore che mantiene l'uomo in cammino. Ogni aumento di fides comporta una diminuzione di fede o credenze; ma, attenzione, anche la fides dovrà essere a suo tempo abbandonata, come strumento superato e inutile per il prosieguo.
[Molto tempo dopo avere scritto queste righe ho letto in Capruzzi (Giuseppe Capruzzi, Riflessioni muratorie sulla fede nei vangeli in Acacia, Roma, n. 11, 1982, p. 39): Quando penso allo sviluppo che nel tempo ha avuto il concetto di fede, mi ricordo di un proverbio giapponese: “Prima l’uomo prende il vino, poi il vino prende il vino, poi il vino prende l’uomo”. Questo proverbio (…) esprime un concetto profondo. La progressione (…), che avviene per qualsiasi idea, che iniziandosi nella mente umana, dove ha inizio ogni cosa che ci riguarda, va acquistando progressivamente consistenza, fino a divenire una entità a se stante, non più controllata dall’uomo, ma di cui l’uomo diventa succube, e di cui in definitiva dovrà liberarsi se vorrà tornare ad essere se stesso.Il cristiano religioso spera nella vita eterna e nella resurrezione. Il camminatore assume una posizione che trascende la speranza di vita eterna e si collega al cammino. Da non dogmatico, non sa se raggiungerà la o una o qualche meta o se la raggiungerà in una eventuale vita futura: sa solo che deve camminare e rivolge quindi la speranza, l’antica spes, al cammino. Non speranza di vita eterna, ma speranza di non fermarsi (e tanto peggio se sbaglierà strada, prima o poi se ne accorgerà e correggerà il proprio errore).
E’ quanto appunto è avvenuto con la “fede”, che nata per servire l’uomo, ha finito col diventare il padrone.
Spesso le immagini mentali diventano talmente forti che la creatura si svincola dal creatore e assume vita autonoma. La soluzione? Distruggere i falsi idoli che l’uomo si è costruito e non crearsene di nuovi.]
Per il religioso si tratta di amare Dio e amare il prossimo come se stesso per amore di Dio. Il primo passo consiste nel comprendere che non si tratta di pietà condiscendente o di semplice compassione (qui il termine non ha l’accezione buddhista). Successivamente si giunge a capire che amore per il prossimo e compassione nel senso buddhista sono la stessa cosa e non sono appannaggio di una religione, ma risultano atteggiamenti propri di qualunque religione e quindi trascendenti qualunque visuale religiosa.
La carità e la compassione non sono che aspetti dell’armonia che il risvegliante deve costruire per sentirsi in accordo con tutto. Se io sono in armonia con il mondo allora conseguentemente comprenderò che sono io stesso aperto in un afflato universale il mio prossimo,e in questa visione di apertura non avvertirò più differenze tra l'io e gli altri; sentirò il desiderio di alleviare o por fine al dolore e specialmente alle cause della sofferenza (e questa è la compassione buddhista). Orbene, nella tradizione aristotelica la caritas è la passione che spinge a porre il bene comune al di sopra del bene individuale (cfr. Maurizio Viroli, Come se Dio ci fosse - Religione e libertà nella storia d'Italia, Torino, 2009, p. 31), quindi nell'accezione completa è la coscienza che spinge ad uscire dalla individualità limitata per assumere una visione più ampia.
26 gennaio 2010
9.6.1 La Ricerca
Per parte mia ribadisco che il cavaliere è colui che ricerca. Ogni uomo è dominato da un desiderio di ricerca: può essere il piccolo piacere quotidiano o la ricerca di un fantasma o di un sogno (l’Eldorado, il passaggio a Nord-Ovest, il tesoro nascosto, il Graal). Il fantasma che lo spinge può dimostrarsi alla fine più reale della realtà. Ma nella ricerca il cavaliere cavalca e quindi governa il cavallo e lo dirige dove vuole, dominando di conseguenza gli istinti e i desideri dell’animale e quindi le proprie passioni e se stesso. Non deve attardarsi alla ricerca di un pastore o di un vescovo (non maestro, ma proprio pastore...
L’Ordine del Tempio accoglie i “risanati”, i “dimessi dall’Ospedale di Malta” (sSono però considerazioni parziali, che valgono solamente se la camera di Malta precede quella Templare). Il cavaliere così risanato intraprende il pellegrinaggio in Terrasanta (che non deve essere il luogo geografico Palestina), scontrandosi con saraceni e predoni (le proprie passioni, le vie deviate, gli smarrimenti), accettando pure il rischio di perdersi (il fallimento).
Nel suo errare impara a conoscere la vita e quindi a capire la morte, cioè quel processo di trasformazione che l’uomo chiama morte; cerca il termine intermedio tra vita e morte, la mediana via di mezzo che gli permetta di uscire dalle antinomie insolubili. Bene e male, come vita e morte, essenza e apparenza, spirito e materia, sono aspetti opposti che il libero muratore ha già incontrato nel simbolismo delle due colonne. Ha già risolto apparenti (nel mondo della quotidianità) contraddizioni. Deve ancora affrontare il dilemma fondamentale, quello che colpisce l’uomo in prima persona, quello che alla fin fine è il problema fondamentale dell’uomo: la morte. Il difficile (ecco perché solo a questo punto del cammino se ne può parlare) è percepire la morte non come aspetto assoluto e definitivo, ma come stato di trasformazione (lo si è sempre detto fin dal grado di apprendista, ma una cosa è l’esame intellettuale, un’altra invece viverne l’esperienza).
Il cavaliere non crede all’inferno e quindi non cerca il paradiso: inferno e paradiso sono creazioni della mente umana per prolungare nel post-mortem il senso di giustizia (o di rivalsa?) che nel mondo quotidiano non viene messo in pratica. Non cerca ricompense e non teme punizioni ultraterrene perché non crede in un Padre che premi e punisca secondo regole di un codice etico legato inevitabilmente alle morali e ai costumi del tempo storico.
Il mio paradiso – se proprio devo spiegarlo – è qualcosa di più vicino al nirvana buddhista: la fine dell’impermanenza. E non ci sono madonne e santi né tanto meno il dio assiso in trono con il figlio alla destra e a sinistra chi sa chi.
C’è invece la reintegrazione finale o il finale annullamento della goccia d’acqua che ritorna al mare, ammesso che ci sia il mare; non c’è comunque la sopravvivenza di una qualunque mia individualità dopo la morte, come fa reputare il cristianesimo e di rimando pure il rituale. Se dovessi usare un termine non troppo scorretto userei il buddhista vacuità, nel senso di un ritorno al principio di partenza, alle infinite potenzialità (con la maturità ottenuta dall’esperienza compiuta).
Per essere comunque obiettivo, devo riconoscere che non tutto il cristianesimo sostiene la sopravvivenza individuale: vi sono infatti teologi cristiani che non vedono dissonanze tra il post mortem del cristianesimo e – per esempio – quello del buddhismo. Hans Küng (cfr. Cristianesimo e religioni universali, Milano, 1986, p. 386), tanto per fare un nome, sostiene appunto non esserci differenze tra lo stato finale positivo del cristianesimo (vita eterna) e lo stato finale positivo del buddhismo (nirvana), precisando che la vita eterna del cristiano non può essere descritta dai nostri parametri mentali (sopravvivenza individuale, gioia e felicità) legati necessariamente alla vita - spiega Küng - quotidiana, ma sarà uno stato tutto da sperimentare e da non poter ora descrivere. Insomma nell’un caso e nell’altro si tratta della classica “altra sponda”. E nell’un caso e nell’altro nulla impedisce di concepirvi l’annullamento nella totalità o altro.
E’ una concezione che mi è più vicina, anche perché supera i particolarismi religiosi e ridimensiona nel folklore religioso l’immortalità dell’anima (che prolunga la consolazione della sopravvivenza individuale esorcizzando la paura della morte), le immagini monarchiche dei troni celesti e dei cori angelici e pure le vergini illibate ma pronte a far godere il fedele mussulmano morto in una guerra santa solo per lui
La religione è stata ed è ancora oggi uno strumento praticabile per il fedele, per chi percorre un cammino anche personale ma entro paletti prestabiliti e invalicabili.
Il camminatore invece si rende conto dei limiti della religione e riconosce alla base dei diversi credi princìpi somiglianti, magari enunciati spazio-temporalmente in modo diverso, mentre l’uomo di religione intende incanalare il sacro entro canoni costituiti e per così dire “comandarlo”.
Un esempio per tutti. Il rito del matrimonio cattolico prevede la prescrizione non separi l’uomo ciò che Dio ha unito, come se la celebrazione “obbligasse” la divinità ad unire ciò che l’uomo (in questo caso gli sposi e/o il sacerdote) vogliono unire. E’ quindi un comando cui la divinità ubbidisce (deve ubbidire).
Troppo spesso nel corso della storia l’uomo ha “comandato” alla divinità per sacralizzare i propri atti.
Troppo spesso l’uomo ha parlato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva dire.
Troppo spesso l’uomo ha rivelato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva rivelare.
Troppo spesso l’uomo ha comandato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva comandare.
Troppo spesso l’uomo ha benedetto in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva benedire.
Troppo spesso l’uomo ha maledetto in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva maledire.
Troppo spesso l’uomo ha combattuto in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva combattere.
Troppo spesso l’uomo ha condannato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva condannare.
Io considero guerra e pace come facce della stessa medaglia, polarità diverse della stessa realtà. Io sono il mio nemico e dal punto di vista simbolico la pace è un momento di stasi tra due mie guerre interiori come la guerra è un passaggio tra mie due paci interiori (la seconda diversa e più profonda della prima perché ho sconfitto un altro mio nemico).
Il Cavaliere deve essere l’esempio dell’uomo che ricerca, non il campione che difende la propria causa e la propria religione. Io non so se storicamente sono veri gli incontri che all'epoca cavalieri templari e cavalieri arabi avrebbero tenuto negli intervalli tra le battaglie. Personalmente dubito si siano mai verificati (almeno non in modo generalizzato e forse solo per qualcuno), ma simbolicamente sono molto significativi: il combattente per la propria causa non è fazioso e capisce che anche l'avversario può essere un "compagno di cammino" nella ricerca spirituale. Il Cavaliere arturiano va alla ricerca del Graal. Il Cavaliere templare si pone l’obiettivo della difesa del pellegrinaggio in terra santa, del suo pellegrinaggio nella sua Terrasanta.
Il massone in cammino non deve darsi fuorviare dalla veste esteriore cristiana. Il Cavaliere Templare deve essere - se effettivamente massone - libero ricercatore e svincolarsi dalla esteriorità della religione non solo delle singole fedi (cristiane). Dopo aver lavorato nelle camere precedenti in assonanza e comunanza con il gruppo-cantiere ora ricerca da solo e liberamente.
Ricerca da solo. Non sa dove giungerà, ma è disposto a mettersi in gioco. Ciò che raggiungerà (se raggiungerà qualcosa) sarà “suo”, sarà “sua conquista”. Perderà, si perderà, verrà perso? Non è detto. Ma chi vuole ottenere qualcosa deve anche rischiare qualcosa; chi vuole ottenere molto, deve rischiare molto.
Parlo per esperienza personale. Quel poco che ho raggiunto mi ha scombussolato e ha rivoltato la mia visione e le mie concezioni. Ho “compreso” – non solo capito – la provvisorietà di ogni nostra conquista. O noi, nostra generazione! Noi siamo lo scalino, non la scala… scrisse Evtushenko.
O noi cavalieri che cerchiamo – posso imitarlo io – noi cerchiamo, ma non sappiamo cosa troveremo… E quello che troveremo saremo noi… E non saremo noi…
Qui insomma si verifica l’incontro dell’uomo con la religione. E’ uno dei più drammatici che l’uomo possa accettare, ma è fondamentale nel divenire, e ben a proposito non avviene ai primi passi (potrebbe essere prematuro e un problema di impossibile soluzione).
Pesa sicuramente l’educazione e la situazione sociale nella quale dobbiamo pur vivere. Chi non ricorda le suggestioni di certe cerimonie religiose dell’infanzia: la prima comunione, la cresima, le frequentazioni con gruppi religiosi? O il rito religioso del matrimonio?
Non è facile nell’età adulta affrontare criticamente situazioni che ormai vengono ricoperti dai ricordi individuali (una specie di buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria). I dolci ricordi legano e non sempre si riesce a delinearli come impacci da cui liberarsi, come scorie che appesantiscono il progredire e possono talmente ostacolare da rallentare o far fermare. Profanamente non mancano spunti che possono spingere alla meditazione sul fenomeno religione, ma ritengo che senza una preparazione specifica non possa esserci attività feconda. Così l’opinione di quel sacerdote che disse: Dieu? Connais pas. Je connais le Christ et l’humanité (cit. in Guglielmo Levi, La coscienza religiosa del Massone, in Hiram, Roma, n. 1 1980, p.8) resterà sterile senza un preventivo lavoro su se stessi che ci liberi da una parte dai legami della religione e dall’altra dai pericoli della negazione della religione.
Simbolicamente è penetrante la virtù dei Cavalieri Templari (di Scozia) che escono in ricognizione nel deserto, incontrano il pellegrino e lo rifocillano. Risultano talmente efficaci nel loro vivere esemplare, che il pellegrino comprende che l’esperienza templare può aiutarlo nel percorrere la via e chiede di entrare nell’ordine, combatte gli infedeli (che per il massone non possono essere i nemici del Vangelo) che si oppongono al suo viaggio e riesce a bere il vino della sapienza a ridosso della porta della morte.
Nel momento in cui il ricercatore, già Maestro Muratore, già Maestro dell’Arco Reale, si impegna nell’esperienza cavalleresca, deve essere in grado di affrontare una delle prove che possono risultare più impegnative: si deve liberare dai vincoli di una religione vissuta sul piano materiale e sociale, incontrare le proprie esigenze di assoluto e “fare i conti con queste”. Deve riconoscere i propri limiti e le proprie debolezze individuando al contempo le proprie potenzialità. Soprattutto, essendo il lavoro incentrato sul rapporto di se stesso con la religione (non questa o quella religione, ma la religione) riconoscere che è espressione particolare della Conoscenza. Il cavaliere invece è ormai completamente autonomo nel cammino e ha già imparato a procedere da solo: può quindi oltrepassarne i limiti realizzando il volo della colomba noachita che, dopo aver riportato al patriarca Noè, padre dell’umanità post-diluviana precedente le singole suddivisioni in razze e religioni, il ramoscello di ulivo, si invola e sorpassa definitivamente l’orizzonte senza far più ritorno.
Senso della trascendenza non implica la religione o il canone di una religione. Per cui a questo punto non è più problema di ateo o non ateo. L’ateo integrale (sia pure nella versione dell'uomo moderno) non esiste (se non altro crede di non credere…) e, ora più che mai, non mi pare lecito rifiutarne l’ammissione alla Libera Muratoria come prescriveva il pastore Anderson.
L’afflato di apertura che si respira nella camera Rosa-Croce è molto pronunciato. Appare l’approdo quasi necessario del cavaliere templare vittorioso sui nemici (anche se a mia conoscenza non esiste un sistema muratorio nel quale il Principe Rosa-Croce segue la camera del Cavaliere del Tempio). Infatti, sconfitti i propri nemici, il principe Rosa-Croce si rende conto che le singole religioni, se correttamente intese, hanno in sé un nucleo comune universale che le varie liturgie non riescono a nascondere, ma nemmeno a comprendere.
Non nego la pregnanza di atti propri della religione, per i quali esiste una motivazione non sempre immediatamente percepibile, ma significativa. E’ certo sostanziale che numerosissime persone contemporaneamente si concentrino sullo stesso simbolo o compiano lo stesso atto o partecipino alla stessa cerimonia, perché in tal modo si “costruisce” o si vivifica “qualcosa”. Si pensi per esempio alla “magia” della notte di Natale: non è una proprietà del tempo per cui quella particolare notte è diversa dalle altre per una caratteristica peculiare sua propria, bensì è la percezione di qualcosa messo in moto da milioni di persone che in quel momento e si concentrano sugli stessi simboli e partecipano agli stessi riti.
Le religioni affondano le radici nel patrimonio spirituale dell’umanità, materialmente scolpite nel retaggio genetico dell’uomo. Da queste premesse, continuando la cerca del Graal, il Rosa-Croce può raggiungere l’essenza stessa della Religione (superando - senza negarle - le religioni): la cristicità, la buddhità o come dir si voglia.
Il Rosa-Croce contestualizza gli aspetti della religione in ottica universale. Ad esempio il termine pastore non indica il pastore vescovo come figura cui affidarsi in un afflato consolatorio, bensì un fratello esperto che può indicare la via agli altri: un maestro, non il maestro. Nella Camera manca del tutto l’atmosfera devozionale e si è portati quasi a raggiungere l’universalità della sacralità, quell’aspetto che ha portato gli uomini al divino prima e alla religione poi.
Noi non abbiamo ancora trovato la verità eterna. Abbiamo solo trovato il cammino che ci porta così vicino onde l’intelligenza umana possa intuirla, dice a un certo punto il Saggissimo, che all’atto della cerimonia di consegna della spada al neo cavaliere lo ammonisce ad usarla soltanto per difendere il diritto e non i valori di una qualche religione.
Anche la Cena rituale con pane e vino, che chiude i lavori del capitolo Rosa-Croce, viene riferita al lavoro muratorio dal quale assume pieno senso, trasformandosi così in un pasto sacro al di fuori dei riferimenti a religioni particolari. La Cena che noi stiamo per consumare – avverte il Saggissimo – è forse il ricordo di quella che fece Gesù cogli Apostoli… Qualunque ne sia l’origine, tal Cena è un rito consacrato dagli undici Rosa Croce del VI secolo…Il nutrimento che ora prenderemo rappresenta il nostro corpo e il nostro sangue. Che esso ci aumenti le forze della vita!
Si tratta di un vero e proprio pasto sacro, al di fuori di impalcature di religioni.
Dubito molto che si possa indicare il Principe Rosa-Croce come uno dei gradi cristiani (qualche autore giunge fino a ritenerlo il grado più cattolico!) della massoneria. Ritengo anzi che possa essere uno dei gradi più significativi dell’iter di un libero muratore. E’ ben vero che nell’Ordine (il complesso dei primi tre gradi: Apprendista, Compagno d’Arte, Maestro Libero Muratore) è racchiuso tutto il percorso muratorio, ma è sicuramente utile al massone avere la possibilità di lavorare in camere che enucleino modalità particolari, presenti ma non evidenziate nei primi tre gradi.
Al recipiendario Rosa-Croce viene insegnato che Fede, Speranza e Carità sono i tre pilastri della nuova legge.
Ma subito segue la puntualizzazione inserendole in un quadro in cui tutte le credenze sono considerate transitorie e parziali. Ad orecchie comuni, invece, le parole fede, speranza e carità richiamano immediatamente le tre virtù teologali: fede in Dio, speranza nella vita eterna e carità verso il prossimo.
Molti massoni avanzano una interpretazione analoga: non esplicitamente propria di una confessione religione, ma sicuramente entro quell’alveo. La cosa non può stupire se – specie nel mondo anglosassone – ribadita la cristianità dell’evento Massoneria, per non perderne l’universalità si ammette il termine Grande Architetto, ma lo si considera più o meno implicitamente sinonimo del Dio della o di una religione. In www.zen-it.com si legge (in Il quadro di Loggia degli Apprendisti): La copertura di una Loggia di Massoni è una canopia di diversi colori, che arriva fino ai Cieli. Noi speriamo di arrivare in cima con l'aiuto di una scala, chiamata nelle Scritture la Scala di Giacobbe. Questa scala ha tanti gradini da comprendere tutte le morali virtù, ma tre sono le principali: Fede, Speranza e Carità. Fede nel G A D U; Speranza nella salvezza; e Carità verso ogni persona.
E’ invece sulla nozione stessa di rivelazione che si deve lavorare. La rivelazione cristiana viene intesa come la manifestazione del dio nella storia, rivelazione che ha portato a quella e solo a quella religione. La Gran Loggia Unita d'Inghilterra aveva già parlato di volontà rivelata del Grande Architetto. Per il camminatore invece la rivelazione diventa la percezione della molteplicità delle espressioni religiose per cui la manifestazione avviene – come insegnava Carlo Gentile – nella coscienza dell’uomo. In quel tempo e in quel luogo, aggiungo io. Infatti io intendo rivelazione come rivalutazione della capacità conoscitiva dell’atto intuitivo, non come verità che un dio comunica all’uomo. Segue che rivelazione non è data nella storia una volta per tutte e per tutti, ma è continuo svelarsi e rivelarsi uomo dopo uomo, momento dopo momento, situazione dopo situazione.
[La figura del pastore è rassicurante: guida, conduce e protegge. Non a caso è stata mutuata nella mitologia di quella che chiamo la religione consolatoria. L’immagine di Cristo Buon Pastore è molto diffusa, come amore pratico che cerca le pecorelle smarrite (nota la finezza: pecorella smarrita, non pecorone stupido che ha perso la strada), il vescovo è chiamato il pastore del popolo a lui affidato.... e vescovo, figure ben diverse! Io non sono una pecora, né tanto meno un agnello e non mi compete la qualità della mansuetudine, che non ricerco, anche se mi sforzo di non eccedere nelle passioni), ma deve cercare: spesso fermarsi significa fallire.
Non dimenticare: la guida, il pastore ti porta dove vuole lui e impedisce il tuo cammino libero e quindi libero anche di sbagliare (rivaluta la funzione positiva dello sbaglio, perché solo dai propri errori si può imparare)]
L’Ordine del Tempio accoglie i “risanati”, i “dimessi dall’Ospedale di Malta” (sSono però considerazioni parziali, che valgono solamente se la camera di Malta precede quella Templare). Il cavaliere così risanato intraprende il pellegrinaggio in Terrasanta (che non deve essere il luogo geografico Palestina), scontrandosi con saraceni e predoni (le proprie passioni, le vie deviate, gli smarrimenti), accettando pure il rischio di perdersi (il fallimento).
Nel suo errare impara a conoscere la vita e quindi a capire la morte, cioè quel processo di trasformazione che l’uomo chiama morte; cerca il termine intermedio tra vita e morte, la mediana via di mezzo che gli permetta di uscire dalle antinomie insolubili. Bene e male, come vita e morte, essenza e apparenza, spirito e materia, sono aspetti opposti che il libero muratore ha già incontrato nel simbolismo delle due colonne. Ha già risolto apparenti (nel mondo della quotidianità) contraddizioni. Deve ancora affrontare il dilemma fondamentale, quello che colpisce l’uomo in prima persona, quello che alla fin fine è il problema fondamentale dell’uomo: la morte. Il difficile (ecco perché solo a questo punto del cammino se ne può parlare) è percepire la morte non come aspetto assoluto e definitivo, ma come stato di trasformazione (lo si è sempre detto fin dal grado di apprendista, ma una cosa è l’esame intellettuale, un’altra invece viverne l’esperienza).
Il cavaliere non crede all’inferno e quindi non cerca il paradiso: inferno e paradiso sono creazioni della mente umana per prolungare nel post-mortem il senso di giustizia (o di rivalsa?) che nel mondo quotidiano non viene messo in pratica. Non cerca ricompense e non teme punizioni ultraterrene perché non crede in un Padre che premi e punisca secondo regole di un codice etico legato inevitabilmente alle morali e ai costumi del tempo storico.
Il mio paradiso – se proprio devo spiegarlo – è qualcosa di più vicino al nirvana buddhista: la fine dell’impermanenza. E non ci sono madonne e santi né tanto meno il dio assiso in trono con il figlio alla destra e a sinistra chi sa chi.
C’è invece la reintegrazione finale o il finale annullamento della goccia d’acqua che ritorna al mare, ammesso che ci sia il mare; non c’è comunque la sopravvivenza di una qualunque mia individualità dopo la morte, come fa reputare il cristianesimo e di rimando pure il rituale. Se dovessi usare un termine non troppo scorretto userei il buddhista vacuità, nel senso di un ritorno al principio di partenza, alle infinite potenzialità (con la maturità ottenuta dall’esperienza compiuta).
Per essere comunque obiettivo, devo riconoscere che non tutto il cristianesimo sostiene la sopravvivenza individuale: vi sono infatti teologi cristiani che non vedono dissonanze tra il post mortem del cristianesimo e – per esempio – quello del buddhismo. Hans Küng (cfr. Cristianesimo e religioni universali, Milano, 1986, p. 386), tanto per fare un nome, sostiene appunto non esserci differenze tra lo stato finale positivo del cristianesimo (vita eterna) e lo stato finale positivo del buddhismo (nirvana), precisando che la vita eterna del cristiano non può essere descritta dai nostri parametri mentali (sopravvivenza individuale, gioia e felicità) legati necessariamente alla vita - spiega Küng - quotidiana, ma sarà uno stato tutto da sperimentare e da non poter ora descrivere. Insomma nell’un caso e nell’altro si tratta della classica “altra sponda”. E nell’un caso e nell’altro nulla impedisce di concepirvi l’annullamento nella totalità o altro.
E’ una concezione che mi è più vicina, anche perché supera i particolarismi religiosi e ridimensiona nel folklore religioso l’immortalità dell’anima (che prolunga la consolazione della sopravvivenza individuale esorcizzando la paura della morte), le immagini monarchiche dei troni celesti e dei cori angelici e pure le vergini illibate ma pronte a far godere il fedele mussulmano morto in una guerra santa solo per lui
[Condivido la conclusione di Küng, anche se mi permetto di dubitare che sia del cristianesimo tutto e non di qualche cristiano. In Küng sembra accolta l’idea dell’annientamento (specie alla luce della sua spiegazione di termini apparentemente negativi che l’uomo occidentale comunque accoglie, quali l’Inconcepibile, l’Ineffabile, l’annullamento in Dio), mentre in altri sembra prevalere l’idea della sopravvivenza post mortem di una certa individualità: senza polemizzare fin troppo facilmente con certa liturgia “minore”, ma non per questo ininfluente, del tipo Salvami dalle fiamme dell’inferno, Non permettere che bruci nelle fiamme (appunto salva me, non permettere che io bruci, ecc.), è sufficiente ricordare la liturgia della messa in cui si chiede: Di’ una sola parola e io sarò salvo (precisamente io mi salverò, non specificando, ma sottintendendo, che sopravviverà qualcosa di me).]Posso accettare il concetto di guerra ai nemici della religione cristiana solo nel senso simbolico di guerra contro i miei nemici interiori. Non accetto l’idea di guerra contro i nemici della religione cristiana (ammesso che esista una religione cristiana, visto che i cristiani hanno passato la maggior parte degli ultimi venti secoli ad ammazzarsi tra di loro) perché a questo punto del mio cammino non accetto più il concetto di religione.
La religione è stata ed è ancora oggi uno strumento praticabile per il fedele, per chi percorre un cammino anche personale ma entro paletti prestabiliti e invalicabili.
Il camminatore invece si rende conto dei limiti della religione e riconosce alla base dei diversi credi princìpi somiglianti, magari enunciati spazio-temporalmente in modo diverso, mentre l’uomo di religione intende incanalare il sacro entro canoni costituiti e per così dire “comandarlo”.
Un esempio per tutti. Il rito del matrimonio cattolico prevede la prescrizione non separi l’uomo ciò che Dio ha unito, come se la celebrazione “obbligasse” la divinità ad unire ciò che l’uomo (in questo caso gli sposi e/o il sacerdote) vogliono unire. E’ quindi un comando cui la divinità ubbidisce (deve ubbidire).
Troppo spesso nel corso della storia l’uomo ha “comandato” alla divinità per sacralizzare i propri atti.
Troppo spesso l’uomo ha parlato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva dire.
Troppo spesso l’uomo ha rivelato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva rivelare.
Troppo spesso l’uomo ha comandato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva comandare.
Troppo spesso l’uomo ha benedetto in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva benedire.
Troppo spesso l’uomo ha maledetto in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva maledire.
Troppo spesso l’uomo ha combattuto in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva combattere.
Troppo spesso l’uomo ha condannato in nome di dio per affermare ciò che l’uomo (non dio) voleva condannare.
Io considero guerra e pace come facce della stessa medaglia, polarità diverse della stessa realtà. Io sono il mio nemico e dal punto di vista simbolico la pace è un momento di stasi tra due mie guerre interiori come la guerra è un passaggio tra mie due paci interiori (la seconda diversa e più profonda della prima perché ho sconfitto un altro mio nemico).
Il Cavaliere deve essere l’esempio dell’uomo che ricerca, non il campione che difende la propria causa e la propria religione. Io non so se storicamente sono veri gli incontri che all'epoca cavalieri templari e cavalieri arabi avrebbero tenuto negli intervalli tra le battaglie. Personalmente dubito si siano mai verificati (almeno non in modo generalizzato e forse solo per qualcuno), ma simbolicamente sono molto significativi: il combattente per la propria causa non è fazioso e capisce che anche l'avversario può essere un "compagno di cammino" nella ricerca spirituale. Il Cavaliere arturiano va alla ricerca del Graal. Il Cavaliere templare si pone l’obiettivo della difesa del pellegrinaggio in terra santa, del suo pellegrinaggio nella sua Terrasanta.
Il massone in cammino non deve darsi fuorviare dalla veste esteriore cristiana. Il Cavaliere Templare deve essere - se effettivamente massone - libero ricercatore e svincolarsi dalla esteriorità della religione non solo delle singole fedi (cristiane). Dopo aver lavorato nelle camere precedenti in assonanza e comunanza con il gruppo-cantiere ora ricerca da solo e liberamente.
Ricerca da solo. Non sa dove giungerà, ma è disposto a mettersi in gioco. Ciò che raggiungerà (se raggiungerà qualcosa) sarà “suo”, sarà “sua conquista”. Perderà, si perderà, verrà perso? Non è detto. Ma chi vuole ottenere qualcosa deve anche rischiare qualcosa; chi vuole ottenere molto, deve rischiare molto.
Parlo per esperienza personale. Quel poco che ho raggiunto mi ha scombussolato e ha rivoltato la mia visione e le mie concezioni. Ho “compreso” – non solo capito – la provvisorietà di ogni nostra conquista. O noi, nostra generazione! Noi siamo lo scalino, non la scala… scrisse Evtushenko.
O noi cavalieri che cerchiamo – posso imitarlo io – noi cerchiamo, ma non sappiamo cosa troveremo… E quello che troveremo saremo noi… E non saremo noi…
Qui insomma si verifica l’incontro dell’uomo con la religione. E’ uno dei più drammatici che l’uomo possa accettare, ma è fondamentale nel divenire, e ben a proposito non avviene ai primi passi (potrebbe essere prematuro e un problema di impossibile soluzione).
Pesa sicuramente l’educazione e la situazione sociale nella quale dobbiamo pur vivere. Chi non ricorda le suggestioni di certe cerimonie religiose dell’infanzia: la prima comunione, la cresima, le frequentazioni con gruppi religiosi? O il rito religioso del matrimonio?
Non è facile nell’età adulta affrontare criticamente situazioni che ormai vengono ricoperti dai ricordi individuali (una specie di buone cose di pessimo gusto di gozzaniana memoria). I dolci ricordi legano e non sempre si riesce a delinearli come impacci da cui liberarsi, come scorie che appesantiscono il progredire e possono talmente ostacolare da rallentare o far fermare. Profanamente non mancano spunti che possono spingere alla meditazione sul fenomeno religione, ma ritengo che senza una preparazione specifica non possa esserci attività feconda. Così l’opinione di quel sacerdote che disse: Dieu? Connais pas. Je connais le Christ et l’humanité (cit. in Guglielmo Levi, La coscienza religiosa del Massone, in Hiram, Roma, n. 1 1980, p.8) resterà sterile senza un preventivo lavoro su se stessi che ci liberi da una parte dai legami della religione e dall’altra dai pericoli della negazione della religione.
Simbolicamente è penetrante la virtù dei Cavalieri Templari (di Scozia) che escono in ricognizione nel deserto, incontrano il pellegrino e lo rifocillano. Risultano talmente efficaci nel loro vivere esemplare, che il pellegrino comprende che l’esperienza templare può aiutarlo nel percorrere la via e chiede di entrare nell’ordine, combatte gli infedeli (che per il massone non possono essere i nemici del Vangelo) che si oppongono al suo viaggio e riesce a bere il vino della sapienza a ridosso della porta della morte.
Nel momento in cui il ricercatore, già Maestro Muratore, già Maestro dell’Arco Reale, si impegna nell’esperienza cavalleresca, deve essere in grado di affrontare una delle prove che possono risultare più impegnative: si deve liberare dai vincoli di una religione vissuta sul piano materiale e sociale, incontrare le proprie esigenze di assoluto e “fare i conti con queste”. Deve riconoscere i propri limiti e le proprie debolezze individuando al contempo le proprie potenzialità. Soprattutto, essendo il lavoro incentrato sul rapporto di se stesso con la religione (non questa o quella religione, ma la religione) riconoscere che è espressione particolare della Conoscenza. Il cavaliere invece è ormai completamente autonomo nel cammino e ha già imparato a procedere da solo: può quindi oltrepassarne i limiti realizzando il volo della colomba noachita che, dopo aver riportato al patriarca Noè, padre dell’umanità post-diluviana precedente le singole suddivisioni in razze e religioni, il ramoscello di ulivo, si invola e sorpassa definitivamente l’orizzonte senza far più ritorno.
Senso della trascendenza non implica la religione o il canone di una religione. Per cui a questo punto non è più problema di ateo o non ateo. L’ateo integrale (sia pure nella versione dell'uomo moderno) non esiste (se non altro crede di non credere…) e, ora più che mai, non mi pare lecito rifiutarne l’ammissione alla Libera Muratoria come prescriveva il pastore Anderson.
L’afflato di apertura che si respira nella camera Rosa-Croce è molto pronunciato. Appare l’approdo quasi necessario del cavaliere templare vittorioso sui nemici (anche se a mia conoscenza non esiste un sistema muratorio nel quale il Principe Rosa-Croce segue la camera del Cavaliere del Tempio). Infatti, sconfitti i propri nemici, il principe Rosa-Croce si rende conto che le singole religioni, se correttamente intese, hanno in sé un nucleo comune universale che le varie liturgie non riescono a nascondere, ma nemmeno a comprendere.
Non nego la pregnanza di atti propri della religione, per i quali esiste una motivazione non sempre immediatamente percepibile, ma significativa. E’ certo sostanziale che numerosissime persone contemporaneamente si concentrino sullo stesso simbolo o compiano lo stesso atto o partecipino alla stessa cerimonia, perché in tal modo si “costruisce” o si vivifica “qualcosa”. Si pensi per esempio alla “magia” della notte di Natale: non è una proprietà del tempo per cui quella particolare notte è diversa dalle altre per una caratteristica peculiare sua propria, bensì è la percezione di qualcosa messo in moto da milioni di persone che in quel momento e si concentrano sugli stessi simboli e partecipano agli stessi riti.
Le religioni affondano le radici nel patrimonio spirituale dell’umanità, materialmente scolpite nel retaggio genetico dell’uomo. Da queste premesse, continuando la cerca del Graal, il Rosa-Croce può raggiungere l’essenza stessa della Religione (superando - senza negarle - le religioni): la cristicità, la buddhità o come dir si voglia.
Il Rosa-Croce contestualizza gli aspetti della religione in ottica universale. Ad esempio il termine pastore non indica il pastore vescovo come figura cui affidarsi in un afflato consolatorio, bensì un fratello esperto che può indicare la via agli altri: un maestro, non il maestro. Nella Camera manca del tutto l’atmosfera devozionale e si è portati quasi a raggiungere l’universalità della sacralità, quell’aspetto che ha portato gli uomini al divino prima e alla religione poi.
Noi non abbiamo ancora trovato la verità eterna. Abbiamo solo trovato il cammino che ci porta così vicino onde l’intelligenza umana possa intuirla, dice a un certo punto il Saggissimo, che all’atto della cerimonia di consegna della spada al neo cavaliere lo ammonisce ad usarla soltanto per difendere il diritto e non i valori di una qualche religione.
Anche la Cena rituale con pane e vino, che chiude i lavori del capitolo Rosa-Croce, viene riferita al lavoro muratorio dal quale assume pieno senso, trasformandosi così in un pasto sacro al di fuori dei riferimenti a religioni particolari. La Cena che noi stiamo per consumare – avverte il Saggissimo – è forse il ricordo di quella che fece Gesù cogli Apostoli… Qualunque ne sia l’origine, tal Cena è un rito consacrato dagli undici Rosa Croce del VI secolo…Il nutrimento che ora prenderemo rappresenta il nostro corpo e il nostro sangue. Che esso ci aumenti le forze della vita!
Si tratta di un vero e proprio pasto sacro, al di fuori di impalcature di religioni.
Dubito molto che si possa indicare il Principe Rosa-Croce come uno dei gradi cristiani (qualche autore giunge fino a ritenerlo il grado più cattolico!) della massoneria. Ritengo anzi che possa essere uno dei gradi più significativi dell’iter di un libero muratore. E’ ben vero che nell’Ordine (il complesso dei primi tre gradi: Apprendista, Compagno d’Arte, Maestro Libero Muratore) è racchiuso tutto il percorso muratorio, ma è sicuramente utile al massone avere la possibilità di lavorare in camere che enucleino modalità particolari, presenti ma non evidenziate nei primi tre gradi.
Al recipiendario Rosa-Croce viene insegnato che Fede, Speranza e Carità sono i tre pilastri della nuova legge.
Ma subito segue la puntualizzazione inserendole in un quadro in cui tutte le credenze sono considerate transitorie e parziali. Ad orecchie comuni, invece, le parole fede, speranza e carità richiamano immediatamente le tre virtù teologali: fede in Dio, speranza nella vita eterna e carità verso il prossimo.
Molti massoni avanzano una interpretazione analoga: non esplicitamente propria di una confessione religione, ma sicuramente entro quell’alveo. La cosa non può stupire se – specie nel mondo anglosassone – ribadita la cristianità dell’evento Massoneria, per non perderne l’universalità si ammette il termine Grande Architetto, ma lo si considera più o meno implicitamente sinonimo del Dio della o di una religione. In www.zen-it.com si legge (in Il quadro di Loggia degli Apprendisti): La copertura di una Loggia di Massoni è una canopia di diversi colori, che arriva fino ai Cieli. Noi speriamo di arrivare in cima con l'aiuto di una scala, chiamata nelle Scritture la Scala di Giacobbe. Questa scala ha tanti gradini da comprendere tutte le morali virtù, ma tre sono le principali: Fede, Speranza e Carità. Fede nel G A D U; Speranza nella salvezza; e Carità verso ogni persona.
[Quale è la differenza tra le frasi «Fede nel GADU; Speranza nella salvezza; e Carità verso ogni persona» e «Fede in Dio; Speranza nella salvezza; e Carità verso ogni persona», se non un mero aspetto linguistico, appunto Gadu invece di Dio? Nelle intenzioni dell’autore (per altro molto diffuse tra i massoni di oggi) si pone una equivalenza pressoché totale tra Dio e Gadu, con buona pace dell’universalità massonica (si confronti anche la posizione della Gran Loggia d’Inghilterra).]Questa scala poggia sul Volume della Legge Sacra , perché le dottrine contenute in questo Santo Libro ci insegnano a credere che la Divina Provvidenza distribuisce largamente i suoi doni: e questa dottrina rafforza la nostra Fede e ci permette di ascendere il primo gradino. Perciò la Fede naturalmente crea in noi una Speranza di partecipare alle beate promesse in quel Libro contenute: questa Speranza ci permette di ascendere il secondo gradino. Ma la terza ed ultima, la Carità, comprende tutto, e il Massone che possiede questa virtù nel suo senso più alto, si può considerare che sia arrivato al sommo della Massoneria:
[O anche, non mutatis mutandis, al sommo di una qualche religione cristiana.]si trova, figurativamente parlando, in una dimora eterea, velata agli occhi mortali dal firmamento stellato. Essa è emblematicamente rappresentata nelle nostre Logge da sette stelle, che sono in rapporto coi sette Massoni regolari, senza i quali nessuna Loggia è perfetta: e dunque, nessun candidato può esservi legalmente iniziato. Il riferimento al GADU come il Dio cristiano-rivelato (non proprio di una religione cristiana particolare, ma sicuramente non incoerente con le varie confessioni cristiane) è a mio parere chiaro.
E’ invece sulla nozione stessa di rivelazione che si deve lavorare. La rivelazione cristiana viene intesa come la manifestazione del dio nella storia, rivelazione che ha portato a quella e solo a quella religione. La Gran Loggia Unita d'Inghilterra aveva già parlato di volontà rivelata del Grande Architetto. Per il camminatore invece la rivelazione diventa la percezione della molteplicità delle espressioni religiose per cui la manifestazione avviene – come insegnava Carlo Gentile – nella coscienza dell’uomo. In quel tempo e in quel luogo, aggiungo io. Infatti io intendo rivelazione come rivalutazione della capacità conoscitiva dell’atto intuitivo, non come verità che un dio comunica all’uomo. Segue che rivelazione non è data nella storia una volta per tutte e per tutti, ma è continuo svelarsi e rivelarsi uomo dopo uomo, momento dopo momento, situazione dopo situazione.
25 gennaio 2010
9.6 Osservazioni
La prima domanda da porsi è sul senso di un cavalierato cristiano (non si parla di cavallerie di altre religioni) innestata sulla Massoneria dei tre gradi e sul sistema dell'Arco Reale.
Sorge inoltre immediata la questione di possibili “doppioni”.
Limito l'analisi ai tre sistemi che ho conosciuto, cioè l'americano dello York (Cavaliere di Malta prima e Templare poi), l'inglese del Gran Priorato di Scozia (Cavaliere Templare prima e di Malta poi), il tedesco della Costantino (Cavaliere della Croce Rossa di Costantino, che ammette Cavalieri Templari, prima, poi - federati - Cavaliere del Santo Sepolcro e Cavaliere di San Giovanni Evangelista).
Una possibile risposta può trovarsi nelle origini dei due ordini. I cavalieri di Malta nascono con il nome di Cavalieri Ospitalieri (Ospedalieri) per dedicarsi alla cura e al sostentamento dei pellegrini in Terra Santa. Solo in un secondo tempo, l’ordine prenderà le armi e si dedicherà alla difesa dei pellegrini (come tanti ordini coevi, templari compresi). L’Ordine dei Cavalieri Templari, invece, nasce con l’esigenza di difendere il pellegrinaggio ai luoghi santi: all’origine quindi ha proprio esigenze militari (difesa, principalmente, e attacco dei nemici).
La pratica dei lavori rituali di Malta fa risaltare un pieno recupero dei valori della religione cristiana, e ciò può essere stato – forse - l’obiettivo di chi introdusse una cavalleria in un ambito muratorio più universalista e meno caratterizzato dal punto di vista della religione.
Per parte mia non ho vissuto l’esperienza di Malta come recupero dei valori cristiani (non può essere il mio obiettivo), quanto come capacità di comprensione della validità anche dei valori cristiani.
Sottolineo un aspetto essenziale (posizione evidentemente del tutto personale) che tiene conto dell’essere la cavalleria cristiana innestata in un sistema muratorio e quindi della impossibilità conseguente di assumere come obiettivo primario il recupero dei valori di una religione (nella fattispecie cristiana) se non in un’ottica muratoria (che appunto per essere muratoria è per sua natura universale, disdegna le settorialità e non può accettare lo scopo di una massoneria cristiana). D’altro canto la Bibbia appare aperta nei lavori massonici, ma non come libro della rivelazione religiosa, visto che vi è sovrapposto il sigillo di squadra e compasso, indicazione ben precisa della metodologia muratoria.
La camera di Malta è “curatrice”, cura cioè il corpo e lo spirito. La “cura” (la virgolettatura del vocabolo è necessaria in quanto la camera di Malta si rivolge a Maestri Massoni che hanno conquistato il diritto di segnare la propria pietra e hanno costruito il proprio arco interiore e non possono essere considerati alla stregua di profani ammalati) si rivolge alle modalità del libero muratore verso la religione. Nel contesto occidentale la religione è la cristiana, nella quale il libero muratore, volente o nolente, è cresciuto.
Forse è proprio nel richiamo alle beatitudini del discorso della montagna che è possibile notare l’aspetto “curativo” della camera di Malta. Il Maestro dell’Arco Reale, portato a compimento le strutture architettoniche (ha costruito, avendo imparato prima ed applicato poi le leggi che regolano le costruzioni) ora cerca la propria “salute” nell’incontro con la religione.
Mi spiego meglio. Il libero muratore ovviamente ha già incontrato il religioso e la religione. Il precedente lavoro lo ha portato a posizioni per così dire “tangenziali” alla religione, senza un contatto effettivo (appunto il suo obiettivo è la costruzione dell’edificio sacro, non l’uso successivo che ne verrà fatto). Affrontare ora il religioso e quindi la religione significa riflettere sull’«uso» del Tempio.
Il percorso religioso inserito in una ottica muratoria deve necessariamente raggiungere l’obiettivo di riconoscere le parzialità di una singola religione e la cognizione che l’universalità può essere conquistata solo superando le singole religioni per raggiungere una condizione che le sovrasti tutte. Il metodo muratorio infatti non è quello della religione e quindi obiettivo del lavoro muratorio non può essere quello di vivere più a fondo la propria religione (per questo è sufficiente un qualsiasi movimento religioso) quanto il superamento delle parzialità della religione (di tutte le religioni!) per conquistare una universalità che non è più religione (anche se non la nega).
Significa quindi riconoscere che il singolo uomo che rifiuta il discorso religioso o che lo parzializza (da una parte) o lo assolutizza (dall’altra) è fondamentalmente un “ammalato” (non è completamente sano, ha solo una salute parziale) in quanto non si è ancora impadronito di tutte le sue dimensioni.
A me però interessa qui il senso con il quale ho vissuto l’esperienza di Malta (anche se non coerentemente con ciò che il rituale indica) o almeno le indicazioni che vi ho trovato, anche se - lo sottolineo ancora una volta - sono solo considerazioni mie, probabilmente in contrasto con lo spirito delle camere cavalleresche (qui sta il motivo per cui ho preso atto che quella mia esperienza cavalleresca era terminata).
Nel percorso spirituale il camminatore incontra suggerimenti e soluzioni (proposte però da altri). Alcune sono valide, altre parziali, altre invece fuorvianti (il termine fuorviare viene inteso nel pieno significato etimologico di mandare fuori, distogliere dalla via).
Un confronto necessario interseca l’esperienza della propria religione o della religione nella quale il camminatore è cresciuto (magari anche senza aderirvi, ma sicuramente rimanendone influenzato). Anche l’esperienza della ideologia che condividiamo può assumere un valore analogo all’adesione ad una religione, e dunque mi pare corretto associare qui religione ed ideologia.
La "salute spirituale" nasce dal riconoscere che un sistema religioso o ideologico (che pure ha valenza positiva per molti) non può mai essere – per definizione quasi – universale.
Il rituale delle camere di Malta tuttavia non appare indirizzare all’opera “risanatrice”, ma si presenta come un tentativo di potenziamento delle basi cristiane. Sta al cavaliere comprendere la valenza universale alla base di una interpretazione non parziale del discorso della religione, andando quindi oltre l’interpretazione meramente letterale e contestualizzando il rituale stesso al sistema muratorio. Può essere utile ricordare che in genere (ma non sempre) una religione nasce nell’alveo culturale di una religione precedente che sta per esaurire o ha già esaurito la sua valenza (A volte una religione muore di morte violenta, estirpata dalla religione di conquista. Ma anche in tal caso la nuova religiose dominatrice, pur nata in netta contrapposizione con la precedente, assorbe elementi della religione sconfitta e distrutta).
Un altro pericolo è ben presente a Spartacus (L’uomo nell’angoscia del suo divenire ultraterreno, 3 voll., Portici (Na), 1967-70, v. 1, p. 181): Ma là dove tutto non finisce nel materialismo e nella realtà materiale dominata dalla tecnica, l’individuo staccato dal mondo spirituale tende ad una specie di ascesi come esasperazione della volontà dominatrice e della sua libertà, e forgia il mito del Superuomo… Risulta così pericoloso non solo l’eccesso di materialismo, ma anche l’eccesso di spiritualismo, intendendo per tale uno spiritualismo non equilibrato o male indirizzato (i falsi profeti), aperto ad una sola esperienza e negatore delle altre.
Il cavaliere di Malta dunque è chiamato a “sanare” se stesso (immunizzandosi come Paolo dal morso della vipera) rifuggendo da vie non adeguate alla ricerca e non equilibrate: rifiuta la via devozionale, perché non implica la libertà nella ricerca e rifiuta l’eccesso di libertà, la libertà sfrenata che diventa licenza ed arbitrio e non permette una ricerca effettivamente “libera”.
La libertà per essere feconda deve essere associata al dovere. Così possono essere interpretate le parole del Priore al neofita: Questa candela accesa simbolicamente ti ammonisce che d’ora in poi tu dovrai essere luce brillante per gli altri, con il tuo comportamento esemplare (punto 91 del rituale di Cavaliere di Malta dello York). Il collegamento di due modalità così contrastanti (libertà e dovere) non solo non limita il camminatore (come al contrario potrebbe apparire a chi non sa andar oltre il quotidiano)...
E’ vero che tale metodologia è già stata acquisita nel lavoro operativo di costruzione nell’Ordine e nelle camere operative dell’Arco. Ma ogni nuova camera, pur non indispensabile nel viaggio del camminatore, portando un nuovo contributo di conoscenze, permette anche di affinare e migliorare il metodo. La camera di Malta quindi permette di applicare tale metodologia alla religione o, più esattamente, al rapporto che noi abbiamo verso la religione.
Il rituale della camera templare è prettamente religioso e devozionale.
Sia ben chiaro: non mi disturbano le singole citazioni evangeliche e nemmeno i gesti, come l’inginocchiarsi o il segno della croce. Ogni passo, ogni gesto essendo fondamentalmente simbolico è passibile di innumerevoli chiavi di interpretazione, anche se sono persuaso che in certi contesti alcune interpretazioni simboliche possano essere privilegiate ed altre vanificate o escluse.
Sorge inoltre immediata la questione di possibili “doppioni”.
Limito l'analisi ai tre sistemi che ho conosciuto, cioè l'americano dello York (Cavaliere di Malta prima e Templare poi), l'inglese del Gran Priorato di Scozia (Cavaliere Templare prima e di Malta poi), il tedesco della Costantino (Cavaliere della Croce Rossa di Costantino, che ammette Cavalieri Templari, prima, poi - federati - Cavaliere del Santo Sepolcro e Cavaliere di San Giovanni Evangelista).
[Del sistema della Croce Rossa di Costantino americana federata al Rito di York e introdotta ultimamente in Italia come “grado aggiuntivo onorifico” non posso parlare perché non ne so nulla, anche se posso immaginare abbia una ritualità non molto diversa dal sistema tedesco (e sia stata introdotta "concorrenzialmente" alla tedesca).]Mi domando, restando entro i limiti del sistema americano oppure inglese) se le differenze tra le due camere cavalleresche (Malta e Templari) siano necessarie o piuttosto non si tratti di copie volutamente differenziate (è opinione non solo mia che i collegamenti che si pretende esistano con gli ordini storici siano privi di fondamento].
Una possibile risposta può trovarsi nelle origini dei due ordini. I cavalieri di Malta nascono con il nome di Cavalieri Ospitalieri (Ospedalieri) per dedicarsi alla cura e al sostentamento dei pellegrini in Terra Santa. Solo in un secondo tempo, l’ordine prenderà le armi e si dedicherà alla difesa dei pellegrini (come tanti ordini coevi, templari compresi). L’Ordine dei Cavalieri Templari, invece, nasce con l’esigenza di difendere il pellegrinaggio ai luoghi santi: all’origine quindi ha proprio esigenze militari (difesa, principalmente, e attacco dei nemici).
La pratica dei lavori rituali di Malta fa risaltare un pieno recupero dei valori della religione cristiana, e ciò può essere stato – forse - l’obiettivo di chi introdusse una cavalleria in un ambito muratorio più universalista e meno caratterizzato dal punto di vista della religione.
Per parte mia non ho vissuto l’esperienza di Malta come recupero dei valori cristiani (non può essere il mio obiettivo), quanto come capacità di comprensione della validità anche dei valori cristiani.
[E' una posizione mia. Non posso dimenticare quel fratello che al termine di una tornata a tu per tu mi disse che le mie erano sì belle parole, ma che la sostanza del sistema cavalleresco dello York era quello che emergeva dai documenti americani, non dai nostri lavori...]Direi anzi che fondamentalmente ho vissuto l’esperienza della cavalleria (nelle varie camere frequentate) inizialmente come un incontro con i valori della religione in particolare e della fede in generale. Per essere più precisi, non ho cercato di prendere atto della validità della religione cristiana (magari considerandone gli aspetti tipicamente consolatori), quanto di capacitarmi della necessità (per il mio divenire) di recuperare anche i princìpi basilari del cristianesimo, in una prospettiva che comporterà il superamento di una visione strettamente religiosa.
Sottolineo un aspetto essenziale (posizione evidentemente del tutto personale) che tiene conto dell’essere la cavalleria cristiana innestata in un sistema muratorio e quindi della impossibilità conseguente di assumere come obiettivo primario il recupero dei valori di una religione (nella fattispecie cristiana) se non in un’ottica muratoria (che appunto per essere muratoria è per sua natura universale, disdegna le settorialità e non può accettare lo scopo di una massoneria cristiana). D’altro canto la Bibbia appare aperta nei lavori massonici, ma non come libro della rivelazione religiosa, visto che vi è sovrapposto il sigillo di squadra e compasso, indicazione ben precisa della metodologia muratoria.
La camera di Malta è “curatrice”, cura cioè il corpo e lo spirito. La “cura” (la virgolettatura del vocabolo è necessaria in quanto la camera di Malta si rivolge a Maestri Massoni che hanno conquistato il diritto di segnare la propria pietra e hanno costruito il proprio arco interiore e non possono essere considerati alla stregua di profani ammalati) si rivolge alle modalità del libero muratore verso la religione. Nel contesto occidentale la religione è la cristiana, nella quale il libero muratore, volente o nolente, è cresciuto.
[Attenzione, non sto affatto ribadendo l’osservazione crociana che non possiamo non dirci cristiani, ma semplicemente osservo che la società occidentale è stata “informata” dal cristianesimo e che pure l’uomo occidentale si è formato in ambiente cristiano o almeno dal cristianesimo è stato condizionato, in positivo e in negativo.]L’aspetto “religione” è per necessità parziale. Intanto il metodo della religione non può essere quello del libero ricercatore. Chi cerca liberamente, può anche sovrapporre parte del suo cammino con il percorso della religione, ma non del tutto: non cerca salvezza, bensì conoscenza; non cerca guide e pastori, ma è guida di se stesso, disposto anche a rischiare in prima persona.
Forse è proprio nel richiamo alle beatitudini del discorso della montagna che è possibile notare l’aspetto “curativo” della camera di Malta. Il Maestro dell’Arco Reale, portato a compimento le strutture architettoniche (ha costruito, avendo imparato prima ed applicato poi le leggi che regolano le costruzioni) ora cerca la propria “salute” nell’incontro con la religione.
Mi spiego meglio. Il libero muratore ovviamente ha già incontrato il religioso e la religione. Il precedente lavoro lo ha portato a posizioni per così dire “tangenziali” alla religione, senza un contatto effettivo (appunto il suo obiettivo è la costruzione dell’edificio sacro, non l’uso successivo che ne verrà fatto). Affrontare ora il religioso e quindi la religione significa riflettere sull’«uso» del Tempio.
Il percorso religioso inserito in una ottica muratoria deve necessariamente raggiungere l’obiettivo di riconoscere le parzialità di una singola religione e la cognizione che l’universalità può essere conquistata solo superando le singole religioni per raggiungere una condizione che le sovrasti tutte. Il metodo muratorio infatti non è quello della religione e quindi obiettivo del lavoro muratorio non può essere quello di vivere più a fondo la propria religione (per questo è sufficiente un qualsiasi movimento religioso) quanto il superamento delle parzialità della religione (di tutte le religioni!) per conquistare una universalità che non è più religione (anche se non la nega).
Significa quindi riconoscere che il singolo uomo che rifiuta il discorso religioso o che lo parzializza (da una parte) o lo assolutizza (dall’altra) è fondamentalmente un “ammalato” (non è completamente sano, ha solo una salute parziale) in quanto non si è ancora impadronito di tutte le sue dimensioni.
A me però interessa qui il senso con il quale ho vissuto l’esperienza di Malta (anche se non coerentemente con ciò che il rituale indica) o almeno le indicazioni che vi ho trovato, anche se - lo sottolineo ancora una volta - sono solo considerazioni mie, probabilmente in contrasto con lo spirito delle camere cavalleresche (qui sta il motivo per cui ho preso atto che quella mia esperienza cavalleresca era terminata).
Nel percorso spirituale il camminatore incontra suggerimenti e soluzioni (proposte però da altri). Alcune sono valide, altre parziali, altre invece fuorvianti (il termine fuorviare viene inteso nel pieno significato etimologico di mandare fuori, distogliere dalla via).
Un confronto necessario interseca l’esperienza della propria religione o della religione nella quale il camminatore è cresciuto (magari anche senza aderirvi, ma sicuramente rimanendone influenzato). Anche l’esperienza della ideologia che condividiamo può assumere un valore analogo all’adesione ad una religione, e dunque mi pare corretto associare qui religione ed ideologia.
La "salute spirituale" nasce dal riconoscere che un sistema religioso o ideologico (che pure ha valenza positiva per molti) non può mai essere – per definizione quasi – universale.
[Cinquecento anni, o Ananda, sussisterà la dottrina della verità, dice il Budda al discepolo. La ristrettezza di tempo e luogo può essere (agli occhi occidentali) indice di ristrettezza di vedute. A mio parere, invece, ciò che è valido qui e oggi può non essere valido altrove o domani. Ogni filosofia, ogni religione, ogni via di liberazione deve essere connaturata al diverso livello raggiunto da chi opera in quel luogo e in quel momento. Sotto questa luce intendo l’affermazione dei cinquecento anni. Del resto, il buddhismo di oggi è uguale al buddhismo delle origini? Così come il cristianesimo dell’inizio del terzo millennio non è il cristianesimo di Paolo (per lui – tanto per fare un esempio – è sufficiente la fede, mentre per il cattolicesimo di oggi la fede da sola non basta).]L’esperienza di Malta deve far riconoscere al cavaliere la parzialità delle idee (sia pur nobili) nelle quali era cresciuto e che aveva cercato di applicare per raggiungere idee ancora più generali. L’obiettivo è quindi riconoscere deviazioni e parzialità spirituali e opporvisi: in termini iniziatici si tratta di riconoscere la morte e di non scambiarla con la vita. Se il cavaliere si pone nell’ottica del camminatore e del ricercatore, allora deve conquistare la propria interiorità: insomma, provocatoriamente, deve essere un po’ più Buddha che conquista l’illuminazione per proprie qualità e un po’ meno l’iconografico Gesù che quelle qualità possiede “per diritto di nascita” [anche perché – continuando sullo stesso tono provocatorio – di Buddha ce ne possono essere tanti, di Gesù invece ce ne è stato uno solo (ammesso che storicamente sia stata possibile una incarnazione del dio sulla terra)].
Il rituale delle camere di Malta tuttavia non appare indirizzare all’opera “risanatrice”, ma si presenta come un tentativo di potenziamento delle basi cristiane. Sta al cavaliere comprendere la valenza universale alla base di una interpretazione non parziale del discorso della religione, andando quindi oltre l’interpretazione meramente letterale e contestualizzando il rituale stesso al sistema muratorio. Può essere utile ricordare che in genere (ma non sempre) una religione nasce nell’alveo culturale di una religione precedente che sta per esaurire o ha già esaurito la sua valenza (A volte una religione muore di morte violenta, estirpata dalla religione di conquista. Ma anche in tal caso la nuova religiose dominatrice, pur nata in netta contrapposizione con la precedente, assorbe elementi della religione sconfitta e distrutta).
Un altro pericolo è ben presente a Spartacus (L’uomo nell’angoscia del suo divenire ultraterreno, 3 voll., Portici (Na), 1967-70, v. 1, p. 181): Ma là dove tutto non finisce nel materialismo e nella realtà materiale dominata dalla tecnica, l’individuo staccato dal mondo spirituale tende ad una specie di ascesi come esasperazione della volontà dominatrice e della sua libertà, e forgia il mito del Superuomo… Risulta così pericoloso non solo l’eccesso di materialismo, ma anche l’eccesso di spiritualismo, intendendo per tale uno spiritualismo non equilibrato o male indirizzato (i falsi profeti), aperto ad una sola esperienza e negatore delle altre.
Il cavaliere di Malta dunque è chiamato a “sanare” se stesso (immunizzandosi come Paolo dal morso della vipera) rifuggendo da vie non adeguate alla ricerca e non equilibrate: rifiuta la via devozionale, perché non implica la libertà nella ricerca e rifiuta l’eccesso di libertà, la libertà sfrenata che diventa licenza ed arbitrio e non permette una ricerca effettivamente “libera”.
La libertà per essere feconda deve essere associata al dovere. Così possono essere interpretate le parole del Priore al neofita: Questa candela accesa simbolicamente ti ammonisce che d’ora in poi tu dovrai essere luce brillante per gli altri, con il tuo comportamento esemplare (punto 91 del rituale di Cavaliere di Malta dello York). Il collegamento di due modalità così contrastanti (libertà e dovere) non solo non limita il camminatore (come al contrario potrebbe apparire a chi non sa andar oltre il quotidiano)...
[Nel campo quotidiano la libertà si esplica come possibilità di scelta, indipendentemente dalla decisione effettuata: se sono libero di scegliere allora posso scegliere tra A e B, e nella scelta esplico la mia libertà. Che poi la scelta di A sia migliore di quella di B, questo è un altro discorso (solo chi ha scelto A concorda con l’affermazione!). Il camminatore invece tra A e B si domanda quale scelta debba compiere; non necessariamente sceglie o A o B (potrebbe anche preventivamente far coincidere A e B oppure costruire e scegliere una terza alternativa C oppure ancora scegliere di non scegliere e proseguire.]...ma nel connubio dei contrasti permette la modifica dei due opposti in una sintesi superiore che non vede più i due aspetti irriducibili, anzi li considera come due facce della stessa medaglia. Anzi, più compiutamente, effettua il passaggio dal concetto di dovere come costrizione di una norma (legislativa, religiosa, etica, …) vista come costrittiva in un comportamento che nasce dalla propria volontà: in altri termini il passaggio dall’io devo all’io voglio. Per cui risulterebbe che per essere più liberi bisogna “aumentare” il proprio dovere e che per praticare meglio il proprio dovere bisogna essere più liberi: solo così il dovere diventa il volere; solo così il camminatore diventa uomo di desiderio (desiderio secondo una etimologia simbolicamente molto efficace, viene martinisticamente inteso come andar verso le stelle), desiderando la propria volontà, risultato della trasmutazione del proprio dovere. Infatti dovere è legge che ancora viene dall'esterno e può essere vissuta come costrizione, mentre desiderio (nel senso martinista) è legge che viene dall'interno e viene vissuta come spinta interiore.
E’ vero che tale metodologia è già stata acquisita nel lavoro operativo di costruzione nell’Ordine e nelle camere operative dell’Arco. Ma ogni nuova camera, pur non indispensabile nel viaggio del camminatore, portando un nuovo contributo di conoscenze, permette anche di affinare e migliorare il metodo. La camera di Malta quindi permette di applicare tale metodologia alla religione o, più esattamente, al rapporto che noi abbiamo verso la religione.
Il rituale della camera templare è prettamente religioso e devozionale.
Sia ben chiaro: non mi disturbano le singole citazioni evangeliche e nemmeno i gesti, come l’inginocchiarsi o il segno della croce. Ogni passo, ogni gesto essendo fondamentalmente simbolico è passibile di innumerevoli chiavi di interpretazione, anche se sono persuaso che in certi contesti alcune interpretazioni simboliche possano essere privilegiate ed altre vanificate o escluse.
24 gennaio 2010
9.5.3 Post-Scriptum
L’esperienza costantiniana si rivolge a chi si è sanato nell’ospedale di Malta, ha combattuto gli infedeli come cavaliere templare sorvegliando e proteggendo il pellegrinaggio al proprio interiore, ha rettificato come principe Rosa-Croce e cavaliere Kadosch la valenza di metodologie di lavoro in ottiche meno legate al particolarismo religioso.
Il cavaliere della Croce Rossa di Costantino si muove in ambito cristiano, ma svincolato da un devozionismo improduttivo per chi aspira all’universale. Diciamo, con termini forse troppo superficiali ma chiari, che la Croce Rossa di Costantino accoglie i “reintegrabili” e propone loro una metodologia che si svolge tra i due pilastri di Costantino e di Elena1 (il sole e la luna? Può essere significativo che le due figure siano una il figlio dell’altra, togliendo quindi alla coppia qualunque valenza di unione creativa?), la famiglia reale che scopre e conserva la croce che inchiodò lo spirito alla materia, trascurando l'ambiguità politica del simbolo (la regalità che si impadronisce della religione plasmandola e strumentalizzandola ai propri fini di supremazia). Il cavaliere deve ora percorrere la via inversa, ricco dell’esperienza dello spirito “croce-fisso” nella materia. Basilare nel lavoro è l’indicazione del segno, simbolo dell’ordine cavalleresco che nel proprio stemma ha messo le quattro iniziali del motto In hoc signo vinces. Apparentemente cristiano, il segno si collega alle antiche sapienze, se come tale viene compreso, e indica la vittoria del camminatore su se stesso.
Tappa fondamentale del cammino e della vittoria sono indicate nella camera di cavaliere del Santo Sepolcro: la discesa nel nostro sepolcro e la rinascita, debitamente sollecitata, dell’homo novus che dorme: il vero Pinocchio non più burattino.
Finalmente come cavaliere di San Giovanni Apostolo scopre il vangelo di Giovanni e ciò gli permette di gustare il vino della sapienza che viene fatto circolare durante l’agape conclusiva. Il ciclo è compiuto e il cavaliere può finalmente ribadire (l’ormai non più cristiano?) consummatum est.
Il cavaliere della Croce Rossa di Costantino si muove in ambito cristiano, ma svincolato da un devozionismo improduttivo per chi aspira all’universale. Diciamo, con termini forse troppo superficiali ma chiari, che la Croce Rossa di Costantino accoglie i “reintegrabili” e propone loro una metodologia che si svolge tra i due pilastri di Costantino e di Elena1 (il sole e la luna? Può essere significativo che le due figure siano una il figlio dell’altra, togliendo quindi alla coppia qualunque valenza di unione creativa?), la famiglia reale che scopre e conserva la croce che inchiodò lo spirito alla materia, trascurando l'ambiguità politica del simbolo (la regalità che si impadronisce della religione plasmandola e strumentalizzandola ai propri fini di supremazia). Il cavaliere deve ora percorrere la via inversa, ricco dell’esperienza dello spirito “croce-fisso” nella materia. Basilare nel lavoro è l’indicazione del segno, simbolo dell’ordine cavalleresco che nel proprio stemma ha messo le quattro iniziali del motto In hoc signo vinces. Apparentemente cristiano, il segno si collega alle antiche sapienze, se come tale viene compreso, e indica la vittoria del camminatore su se stesso.
Tappa fondamentale del cammino e della vittoria sono indicate nella camera di cavaliere del Santo Sepolcro: la discesa nel nostro sepolcro e la rinascita, debitamente sollecitata, dell’homo novus che dorme: il vero Pinocchio non più burattino.
Finalmente come cavaliere di San Giovanni Apostolo scopre il vangelo di Giovanni e ciò gli permette di gustare il vino della sapienza che viene fatto circolare durante l’agape conclusiva. Il ciclo è compiuto e il cavaliere può finalmente ribadire (l’ormai non più cristiano?) consummatum est.
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Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.