14 maggio 2014

Parla il nuovo Apprendista



E' tarda sera. Un uomo ritorna a casa. E' a piedi e cammina lentamente, con fare assorto: sembra avere passato un'esperienza e pare pensare a ciò che ha appena vissuto.
All'improvviso gli va incontro un altro; i due sembrano conoscersi, perché si fermano a parlottare. Improvvisamente si capisce: sono due Fratelli massoni, uno dei quali è reduce da una tornata, mentre l'altro a quella tornata non ha potuto partecipare. Se ne scusa e chiede come è andata.
Il primo risponde: nella tornata appena conclusa è stato iniziato Apprendista.
Noi tendiamo l'orecchio per ascoltare il dialogo tra il neo Maestro e un suo Fratello di Loggia.
Nulla vieta di supporre che il neo Maestro, ritornando a casa dopo la tornata di Elevazione, non incontri nessun altro che se stesso che lo faccia riflettere su quanto è successo.

Domanda: Dove siete stato preparato per diventare Apprendista Libero Muratore?
Risposta: Il Fratello che mi aveva presentato mi accompagnò alla sede della Loggia.
D: Come foste accolto?
R: Fu molto strano.
D: Perché strano?
R: Il mio accompagnatore mi fece andare avanti ed entrai in un locale in penombra.
D: Non pare una situazione strana.
R: In quel locale (seppi poi che era la Sala dei Passi Perduti) mi aspettava un uomo che indossava una veste nera. Non potevo vederne il viso nascosto da un impenetrabile cappuccio.
D: Rimaneste colpito?
R: Certo. Mi sembrava di essere capitato in pieno Medioevo.
D: Cosa vi disse quell'uomo?
R: Mi disse di consegnargli i miei metalli.
D: Che voleva dire?
R: Non ne avevo idea. Vide la mia faccia perplessa (probabilmente se l'aspettava) e mi spiegò che dovevo posare sul vassoio che aveva in mano tutti gli oggetti metallici in mio possesso, compreso il portafoglio.
D: E voi?
R: Obbedii; che altro potevo fare?
D: Poi cosa doveste fare? 
R: Il mio mentore mascherato mi invitò ad accomodarmi in un piccolo locale, tutto nero e senza finestre, invitandomi a redigere il mio testamento.
D: Testamento?
R: Si, disse proprio così: Accomodatevi e scrivete il vostro Testamento.
D: Cosa faceste?
R: Niente, obbedii. In altre situazioni mi sarei ribellato, ma mi sentivo molto docile ed entrai in un ambiente angusto, molto più strano della stanza in cui mi trovavo.
D: Che successe?
R: Quell'uomo mascherato mi fece sedere ad un tavolino e chiuse la porta lasciandomi solo, dopo avermi ordinato di attendere il suo ritorno.
D: Perché parlate di stanza strana?
R: Era tutto nero, fiocamente illuminato da una sola candela.
D: Ambiente un po' inquietante.
R: Molto inquietante. Sul tavolo vicino alla candela c'erano un foglio e una penna. Immaginai fosse il foglio del testamento.
D: Ma perché scrivere il proprio testamento?
R: E' quello che mi domandai anch'io. Mi sentii quasi come un condannato prima dell'esecuzione e lì per lì mi venne quasi voglia di andarmene da quell'ambiente bizzarro e strambo.
D: Però rimaneste.
R: Sì, rimasi.
D: Perché rimaneste?
R: Ad essere sinceri, non lo so.
D: Non lo sapete?
R: No, non so rispondere. Non lo so. Certo per curiosità, ma anche un po' per il timore di una brutta figura agli occhi dei miei misteriosi anfitrioni, che io ancora non conoscevo ma che al contrario potevano conoscermi.
D: Quindi scriveste il vostro testamento?
R: Sì, lo scrissi.
D: Non vi pare macabro?
R: Molto macabro.
D: Come faceste testamento?
R: Dovetti rispondere a tre domande.
D: Ricordate le domande?
R: Certo. Riguardavano i doveri dell'uomo.
D: Volete ripetere le domande?
R: La prima: Quali sono i doveri dell'uomo verso l'Essere Supremo?
La seconda: Quali sono i doveri dell'uomo verso se stesso?
La terza: Quali sono i doveri dell'uomo verso l'Umanità?
D: Dopo aver risposto alle domande cosa successe?
R: Nulla. Fui lasciato lì in attesa, da solo e in silenzio.
D: Voi cosa faceste?
R: Mi guardai attorno e osservai quella stanza con un po' di curiosità: non ne avevo mai viste di simili.
(continua)




13 maggio 2014

L'Inno di Marcia degli Iniziati


R. Kipling

  1. Ecco, noi ce ne stiamo ammucchiati all’Oriente,
  2. a mezza strada verso gli alti gradi!
  3. Non invidiate le nostre sciarpe cangianti?
  4. Non vorreste avere tre gradi di più?
  5. Non vi piacerebbe avere un grembiule così,
  6. teso come il perizoma di Mandulis?
  7. Adesso vi arrabbiate, ma... non importa.
  8. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  9. Ecco, noi sediamo composti in molte file,
  10. pensando alle troppe cose che sappiamo;
  11. sognando le cose che vogliamo fare,
  12. e che saranno tutte quante compiute
  13. fra un minuto o due.
  14. Qualcosa di nobile, di grandioso e di segreto
  15. ottenuto con il semplice desiderio.
  16. Ora farem... non importa.
  17. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  18. Tutti i discorsi che sentiamo esternare,
  19. fatti da stolti, da saggi o da apprendisti;
  20. noi tolleranti tutto incameriamo
  21. senza nessuno porre in discussione
  22. che così detta la stolta uguaglianza.
  23. Eccellente! Meraviglioso! Un'altra volta!
  24. Adesso noi parliamo proprio come gli uomini.
  25. Facciamo finta di essere... non importa.
  26. Fratello, ti pende la coda di dietro!
  27. Questo è quanto fanno gli iniziati.
  28. Allora unitevi alle nostre file
  29. che impettite marciano a squadra,
  30. d’intorno a tre pilastri a triangolo,
  31. che delimitano un quadro ormai stinto.
  32. I pensieri, che non sappiamo dire,
  33. in una lingua un minimo umana,
  34. vi daranno certezza, vi daranno certezza
  35. che noi stiamo per fare splendide cose!
  36. Fratello, ti pende la coda di dietro!
Buon vecchio Kipling. Conosciuto come l'autore di Kim e di Capitani Coraggiosi, che durante la mia adolescenza passavano superficialmente per romanzi per bambini o adolescenti (e oggi riprendo la lettura di Kim). Lo conobbi anche per L'Uomo che volle farsi re, da cui John Huston trasse un film con Sean Connery. Ma quelli erano tempi in cui chiunque avesse pubblicato qualcosa con il nome Massoneria ben in vista avrebbe ricevuto il plauso pressoché universale dei massoni. Kipling fu anche conosciutissimo tra i massoni è per la sua poesia Loggia Madre, composta da uomini talnto estranei dal punto di vista profano quanto uniti come Fratelli Massoni.
Ho invece conosciuto l'Inno di cui parliamo da poco tempo, che dimostra come Kipling conoscesse a fondo gli uomini massoni. E' una rielaborazione della Canzone del Popolo delle Scimmie nel Libro della Jungla. Mi sorge però un piccolo dubbio: è di Kiplig oppure è apocrifa?
Dunque, Inno degli Iniziati. Titolo stupendo, ma fondamentalmente ironico. descrive quel certo tipo di uomo frequente nel mondo quotidiano che che ritroviamo anche all'interno della Massoneria.
Ammucchiati all'Oriente. E' la descrizione più accurata di chi si sente "appagato" nel sedere là dove (nella sua fantasia) siedono le persone importanti, a mezza strada verso gli alti gradi; cioè, si potrebbe dire, visto che nell'Ordine non si riconoscono gradi oltre il Terzo, più maestri dei maestri.
Non invidiate le nostre sciarpe cangianti?... Non vi piacerebbe avere un grembiule così? Per quanto possa sembrar loro strano, no. Molti massoni rifuggono da tali ornamenti perché rifiutano l'apparire e cercano l'essere. Ma loro, quelli dell'ammucchiata, lo sanno, riescono a capirlo?
Mandulis era la forma nubiana del dio Horus.
Fratello, ti pende la coda di dietro! La tua vera natura emerge, non la riesci a nascondere. Così il paludato che siede all'Oriente, non perché ricopre al momento un ruolo effettivo (per esempio i Venerabili di altre Logge) ma perché gli è stato dato un titolo per soddisfare la sua vanità, mostra effettivamente ciò che è.
Tutta la canzone svolge una parodia del porsi di certuni con la loro supponenza vuota, dove l'ornamento è diventato prima un sostegno per stare in piedi, poi una gabbia che mantiene in vita.
Le troppe cose che sappiamo. Il camminatore percorre una via, incontra "cose" che andranno a far parte del suo patrimonio. Ma... più sa e più si accorge di saper poco, più amplia la cerchia delle sue conoscenze, più si accorge di quanto invece sia ristretta. Altri invece... sanno di sapere. Beh, cito il buon Dante: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Noi tolleranti tutto incameriamo. Costoro, gli ammucchiati all'Oriente, non sanno cosa sia la tolleranza scambiandola con la sopportazione di qualunque sciocchezza venga detta. Non è vero che in Loggia ogni opinione vale quanto le altre in un appiattimento che impedisce ogni tipo di lavoro.
Stolta uguaglianza. Già, ricordate Orwell? Tutti gli animali sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri.
I pensieri, che non sappiamo dire,... vi daranno certezza. Si sente dire spesso che il massone è l'uomo del dubbio. In realtà la dizione è imprecisa: il massone, come tutti gli uomini, ha le sue certezze; ma a differenza di altri non ritiene le proprie certezze definitive ed è pronto sempre a confrontarle con la realtà e a cambiarle. E' un atteggiamento, però, che richiede grande impegno personale e disponibilità, che non tutti sono disposti ad utilizzare.





12 maggio 2014

Loggia Madre

LOGGIA MADRE
C'erano Rundle, il capo stazione,
E Beazeley, delle Ferrovie,
E Ackman dell'Intendenza,
E Donkin delle Prigioni,
E Blake il sergente istruttore,
Per due volte fu il nostro Venerabile
Con quello che aveva il negozio «Europa»,
Il vecchio Framjee Eduljee.

Fuori - «Sergente, Signore, Saluto, Salaam»
Dentro, «Fratello», e non c'era nulla di male.
Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra,
Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù!

Avevamo Bola Nath il contabile
E Saul, l'israelita di Aden,
E Din Mohammed disegnatore al Catasto,
C'erano Babu Chuckerbutty,
E Amir Singh, il Sikh,
E Castro delle officine di riparazione,
Il Cattolico Romano!

Non avevamo belle insegne,
E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,
Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,
E li osservavamo per filo e per segno.
E guardando tutto ciò all'indietro,
Mi colpisce questo fatto,
Che non esiste qualcosa come un infedele,
Eccetto, forse, noi stessi.

Poiché ogni mese, finiti i Lavori,
Ci sedevamo tutti e fumavamo,
(Non osavamo fare banchetti
Per non violare la casta di un Fratello),
E si parlava, uno dopo l'altro,
Di Religione e di altre cose,
Ognuno rifacendosi al Dio che meglio conosceva.

L'uno dopo l'altro si parlava,
E non un solo Fratello si agitava,
Fino a che il mattino svegliava i pappagalli,
E quell'altro uccello vaneggiante;
Si diceva che ciò era curioso,
E si rincasava per dormire,
Con Maometto, Dio e Shiva
Che facevano il cambio della guardia nelle nostre teste.

Sovente, al servizio del Governo,
Questi passi erranti hanno visitato
E recato saluti fraterni
A Logge d'oriente e d'occidente,
Secondo l'ordine ricevuto,
Da Kohat a Singapore,
Ma come vorrei rivedere
Ancora una volta quelli della mia Loggia Madre!

Vorrei potere rivederli,
I miei Fratelli neri e scuri,
Tra l'odore piacevole dei sigari di là,
Mentre ci si passa l'appiccicafuoco;
E con il vecchio khansamah che russa
Sul pavimento della dispensa,
Ah! essere Maestro Massone di buona fama
Nella mia Loggia Madre, ancora una volta!

Fuori - «Sergente, Signore, Saluto, Salaam»
Dentro, «Fratello», e non c'era nulla di male.
Ci incontravamo sulla Livella e ci separavamo sulla Squadra,
Ed io ero Secondo Diacono nella mia Loggia Madre laggiù!


Nato a Bombay da genitori inglesi, a cinque anni Kipling fu mandato in patria per ricevere un'educazione adeguata. Ritornato in India, a Lhaore, il suo comportamento gli acquisì la fiducia di due colonnelli dell’esercito inglese che gli fecero da garanti consentendo l'ingresso, nell'aprile 1886 non essendo ancora maggiorenne (come prescritto) nella Loggia Hope and Perseverance n.782 all'Oriente di Lahore, Loggia di cui fu subito Segretario, poi Direttore delle Cerimonie, ma che dovette lasciare ben presto, l'anno dopo, perché inviato per lavoro altrove.
La poesia, un vero e proprio inno alla Loggia nella quale (per usare il linguaggio muratorio) vide la luce, è del 1896, dieci anni dopo la propria iniziazione. Solo un anno su dieci Kipling trascorse, giovane Fratello, alla Hope and Perseverance, il dieci per cento, cioè della sua vita massonica. Ma evidentemente un dieci per cento così fondamentale, da ricordare quei suoi Fratelli con accenti di una grande nostalgia struggente che ancora oggi ci fa commuovere.
La Loggia Madre è una delle sue poesie più note ed è citatissima da tutti i massoni. Tanto citata, però, quanto non capita e incompresa, e proprio dai Liberi Muratori, da coloro, cioè, che più di altri, avrebbero gli strumenti per comprendere.
Guardiamoli questi Fratelli di Loggia, Fratelli del giovane Kipling e contemporaneamente, e per sempre, Fratelli nostri e di ogni Libero Muratore.
Dunque. Rundley, Beazeley, Ackman, Blake. Nomi inglesi.
Poi. Bola Nath, Saul, Din Mohammed, Babu Chuckerbutty, Amir Sing. Nomi indiani.
E ancora. Castro. Nome italiano.
E' certo una Loggia cosmopolita. Ma c'è di più.
Supponiamo gli inglesi protestanti, e l'italiano cattolico (cattolici e protestanti, gli uni contro gli altri armati, ma in Loggia no). E poi: induisti, musulmani, sikkh. Una miscela ieri come oggi esplosiva. Ma in Loggia no.
Ma andiamo avanti.
C'è il capostazione, l'impiegato delle Ferrovie, quello delle Prigioni, il sergente istruttore, il commerciante, il contabile, l'impiegato al Catasto, l'addetto delle Officine di riparazione.
Dunque: diversi per razza, per religione, per lavoro, per estrazione sociale. Difficile in una Loggia trovare Fratelli più diversi.
E come facevano - ci si può domandare - a stare assieme?
Ecco, qui sta il segreto della Massoneria. Segreto che, aggiungo polemicamente, sembra che tanti oggi abbiano dimenticato in certe Logge monotonamente uguali, di formazione religiosa monotonamente cattolica (anche se lo negano), monotonamente di razza bianca, monotonamente di certe professioni e non di altre. Logge monotone, dove però la monotonia sembra assurgere a regola.
Ma leggiamo il vecchio Kipling.
Non avevamo belle insegne,
E il nostro Tempio era vecchio e spoglio,
Ma conoscevamo gli antichi Landmarks,
E li osservavamo per filo e per segno.
Un Tempio vecchio e spoglio, scarno quasi nella sua semplicità, insegne non belle, ma - immagino - essenziali. Nessuna concessione alla vanità, ma ricerca della sostanza: conoscevamo gli antichi Landmarks, e li osservavamo per filo e per segno.
Vestiti semplici, quasi abiti da lavoro, non il prescritto (!?!) abito scuro o nero (tanto che in certi eventi se così non sei vestito, non ti fanno entrare!).
Mi colpisce un fatto. Al termine dei lavori stavano seduti a fumare e a parlare
Non osavamo fare banchetti
Per non violare la casta di un Fratello...
C'è una delicatezza profonda in queste parole. Costumi diversi, estrazioni diverse, religioni diverse, ognuno con le proprie caratteristiche e le proprie prescrizioni: chi non può mangiar carne, chi non può assumere bevande alcoliche, chi non può sedersi a tavola con caste inferiori, e così via. E allora cosa fanno ? Semplicemente stanno assieme a fumare e a parlare (magari oggi non fumerebbero nemmeno per non disturbare qualche Fratello).
Io lo vedo come il piacere di stare assieme, senza discutere, parlando ordinatamente uno dopo l'altro, in letizia. Una vicinanza che unisce e non divide, che fa capire come siano assurde le guerre sante contro l'infedele:
E guardando tutto ciò all'indietro,
Mi colpisce questo fatto,
Che non esiste qualcosa come un infedele,
Eccetto, forse, noi stessi.
Nei colloqui non si cercano i punti che dividono, ma quelli che uniscono. Non si mette quindi un Dio contro l'altro Dio, ma tutti parlano rifacendosi al Dio che meglio conoscevano. Divinità diverse o aspetti diversi dell'unico Dio? Non importa, ognuno ha un solido senso di religiosità che "descrive" e "interpreta" come i parametri che sente più confacenti a lui. E questo per loro è sufficiente.
Il senso della Loggia Madre è di uno struggimento commovente.
Il legame è forte. La Loggia Madre è unica, per tutta la vita massonica. Puoi cambiare Loggia, puoi cambiare Istituzione, puoi venire ri-iniziato per certe regole che all'una Istituzione non fanno riconoscere l'altra Istituzione, puoi entrare in Corpi Rituali ed avere altre iniziazioni o come si chiamano, ma la prima Loggia, la tua Loggia Madre, è sempre e solo quella, e non altre.
Il legame che si è costruito con quella è viscerale e lo avverti se i casi della vita ti portano a cambiare Loggia o se la tua Loggia da madre diventa matrigna (perché certi fratelli cambiano, altri ancora non ci sono più e nuovi fratelli sono entrati). Solo così avverti la profondità, la sacralità quasi del legame costruito in quella lontana tornata dove sei stato fatto Apprendista, e proprio lì, in quella particolare Loggia, e non altrove.
E se anni dopo ritornerai come visitatore ti renderai conto, anche se fisicamente i Fratelli di allora non ci sono più, che è rimasto il legame forte con la Loggia.









11 maggio 2014

Davanti San Guido

Lettura personale e tendenziosa dell'ode carducciana

1866. Giosuè Carducci è tra i sette fondatori della Loggia Felsinea (Bologna)
1867. La Loggia Felsinea lascia il Grande Oriente d'Italia e aderisce al Rito Simbolico Italiano.
1868. Il Rito Simbolico aderisce al Grande Oriente d'Italia. Carducci non viene gradito.
1868 - 1886. Carducci non risulta iscritto a nessuna Loggia bolognese, con le quali però mantiene numerosi contatti
1886. Carducci, su invito del Gran Maestro Lemmi, viene affiliato alla Loggia P2.
La poesia fu iniziata (le prime quattro strofe, vv. 1-21) nel 1874 e completata nel 1886.
  1. I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
  2. van da San Guido in duplice filar,
  3. quasi in corsa giganti giovinetti
  4. mi balzarono incontro e mi guardar.
I cipressi sono in duplice filar, come le due file delle Colonne del Tempio. L'orientamento da San Guido (sulla vecchia Aurelia) a Bolgheri è Ovest - Est, quindi le due file di cipressi indicano le due Colonne del Settentrione e del Meridione.
  1. Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
  2. Bisbigliaron vèr' me co 'l capo chino —
  3. Perché non scendi ? Perché non ristai ?
  4. fresca è la sera e a te noto il cammino.
v. 5. Mi riconobbero. E come avrebbero potuto dimenticarsi di lui, che molti o pochi non avevano voluto rientrasse nel Grande Oriente? Oppure, più significativamente, riconoscono il fratello che si era incamminato su altre strade e che per un attimo incrocia il proprio cammino (per caso? per desiderio?) con loro.
v. 8. Conosci bene il cammino. E non intendiamo solo la strada per il ritorno tra le Colonne (appartenenza amministrativa che può essere utile ma non fondamentale), bensì il cammino (questo sì fondamentale) della vita.
  1. Oh sièditi a le nostre ombre odorate
  2. ove soffia dal mare il maestrale:
  3. ira non ti serbiam de le sassate
  4. tue d'una volta: oh non facean già male!
vv. 10, ecc, 41. Maestrale, mare, vento, risse nel petto, quercia. Sono immagini che richiamano i quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco). Ritengo però improbabile che sia un simbolismo deliberatamente inserito. Carducci mi sembra lontano da certe tematiche. Vero è, però, che i quattro elementi erano richiamati nel rituale scozzese di iniziazione al primo grado (e Carducci era scozzese) e non si può escludere una loro "assimilazione". E' comunque probabile che lo schema dei quattro elementi derivi da un archetipo fondamentale che la sensibilità del poeta riesce a captare indipendentemente dalla massoneria.
v. 11. Il poeta immagina che i rancori del passato siano stati dimenticati e superati.
  1. Nidi portiamo ancor di rusignoli:
  2. deh perché fuggi rapido cosí ?
  3. Le passere la sera intreccian voli
  4. a noi d'intorno ancora. Oh resta qui! —
I versi descrivono una armonia della vita nella quale il Fratello separato potrebbe inserirsi.
  1. Bei cipressetti, cipressetti miei,
  2. fedeli amici d'un tempo migliore,
  3. oh di che cuor con voi mi resterei —
  4. Guardando lor rispondeva — oh di che cuore !
Qui terminano i versi scritti nel 1874. I versi seguenti vengono ripresi nel 1886, all'epoca della sua affiliazione alla Loggia Propaganda 2. Ci domandiamo: scrivendoli, Carducci pensò ai ai Fratelli Massoni? Non ho la risposta; ma gli indizi sono tanti. Accontentiamoci della domanda senza risposta e cogliamo il fascino dell'indefinito e del non risposto.
v. 18. Fedeli amici. Sono i Fratelli Cipressi?
  1. Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
  2. or non è piú quel tempo e quell'età.
  3. Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
  4. ma oggi sono una celebrità.
vv. 21-28. Sembra quasi ricalcare la risposta alla Tegolatura. Io sono un uomo arrivato (una celebrità); sono scrittore; ho molte virtù; non sono più un birichino (contestualizzando, il termine oggi si è caricato di un significato affettuoso ed è rivolto ai bimbi un po' troppo vivaci, mentre un tempo prevaleva il senso negativo. Lo si riteneva o da buricco = saltimbanco o, preferibile, da bric = briccone), non tiro sassi alle piante (ai Fratelli).
  1. E so legger di greco e di latino,
  2. e scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
  3. non son piú, cipressetti, un birichino,
  4. e sassi in specie non ne tiro piú.
  1. E massime a le piante. — Un mormorio
  2. pe' dubitanti vertici ondeggiò
  3. e il dí cadente con un ghigno pio
  4. tra i verdi cupi roseo brillò.
La professione del poeta non appare creduta o credibile (dubitanti, ghigno), ma sembra prevalere il sentimento di affetto (ghigno pio, gentil pietade del v. 34)) piuttosto che quello di giustizia del rifiuto. Insomma: i Fratelli massoni non sembrano dar credito alla confessione carducciana, tanto che il Nostro riuscì a rientrare nel GOI solo per intercessione del Gran Maestro.
  1. Intesi allora che i cipressi e il sole
  2. una gentil pietade avean di me,
  3. e presto il mormorio si fe' parole:
  4. Ben lo sappiamo: un pover uom tu se'.
vv. 36 sgg. La risposta viene da "chi sa". Il poeta ha enunciato vantaggi solo materiali o al massimo morali. Nel "vero mondo" un pover uom tu se'. Sei in basso, nella (per usare un termine muratorio) profanità. I Fratelli Cipressi sono molto chiari e contrappongono il "vero mondo" alle illusioni del mondo dei rei fantasmi (v. 48).
  1. Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
  2. che rapisce de gli uomini i sospir,
  3. come dentro al tuo petto eterne risse
  4. ardon che tu né sai né puoi lenir.
Il mondo dei cipressi ti dirà come superare le eterne risse. Tu puoi contare su questo mondo, saldo e stabile come una quercia, armonico ed in sintonia con il tutto.
  1. A le querce ed a noi qui puoi contare
  2. l'umana tua tristezza e il vostro duol.
  3. Vedi come pacato e azzurro è il mare,
  4. come ridente a lui discende il sol!
Qui, nel "nostro mondo" potrai abbandonare l'umana tristezza e il vostro duol. Qui potrai cogliere l'armonia del mare e del tramonto.
  1. E come questo occaso è pien di voli,
  2. com'è allegro de' passeri il garrire!
  3. A notte canteranno i rusignoli:
  4. rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
Qui puoi ascoltare i rosignoli: impara ad ascoltarli!
  1. i rei fantasmi che da' fondi neri
  2. de i cuor vostri battuti dal pensier
  3. guizzan come da i vostri cimiteri
  4. putride fiamme innanzi al passegger.
  1. Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
  2. che de le grandi querce a l'ombra stan
  3. ammusando i cavalli e intorno intorno
  4. tutto è silenzio ne l'ardente pian,
v. 53. Mezzo il giorno. Fr. 2° Sorvegliante, che ora è? Mezzogiorno in punto.
v. 56. Lo spazio sacro dei lavori è stato circoscritto e riorganizzato. Il mondo profano non vi può più accedere: per gli operai del Tempio tutto è silenzio nel mondo profano, che è stato "chiuso fuori" dal Tempio. Il sacro nasce dal silenzio interiore.
  1. ti canteremo noi cipressi i cori
  2. che vanno eterni fra la terra e il cielo:
  3. da quegli olmi le ninfe usciran fuori
  4. te ventilando co 'l lor bianco velo;
vv. 57-58. Il canto tra la terra e il cielo è il lavoro alla Gloria del Grande Architetto. Il lavoro muratorio è corale, di gruppo.
  1. e Pan l'eterno che su l'erme alture
  2. a quell'ora e ne i pian solingo va
  3. il dissidio, o mortal, de le tue cure
  4. ne la diva armonia sommergerà. —
v. 63. Il dissidio degli affanni umani verrà risolto nell'armonia del lavoro di Loggia, coerente con l'armonia della natura.
  1. Ed io—Lontano, oltre Appennin, m'aspetta
  2. la Tittí — rispondea; — lasciatem'ire.
  3. È la Tittí come una passeretta,
  4. ma non ha penne per il suo vestire.
v. 65. Il poeta pare respingere la proposta dei cipressi. La sua materialità si oppone e fa resistenza, e richiama affetti e passioni del mondo profano (attenzione! non sono passioni basse, da respingere, ma sentimenti ed affetti da trasformare. Non sono negatività).
  1. E mangia altro che bacche di cipresso;
  2. né io sono per anche un manzoniano
  3. che tiri quattro paghe per il lesso.
  4. Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! —
v. 72. Il poeta rifiuta l'invito e i Fratelli Cipressi gli porgono l'immagine della Sapienza che scende dall'Oriente.
  1. Che vuoi che diciam dunque al cimitero
  2. dove la nonna tua sepolta sta? —
  3. E fuggíano, e pareano un corteo nero
  4. che brontolando in fretta in fretta va.
  1. Di cima al poggio allor, dal cimitero,
  2. giú de' cipressi per la verde via,
  3. alta, solenne, vestita di nero
  4. parvemi riveder nonna Lucia:
Nonna Lucia (per ora; poi: signora) appare di cima al poggio, cioè in alto, con l'immediata idea dello scendere.
  1. la signora Lucia, da la cui bocca,
  2. tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
  3. la favella toscana, ch'è sí sciocca
  4. nel manzonismo de gli stenterelli,
Nonna Lucia ora diventa la signora Lucia, assumendo una chiara veste simbolica. Per comprendere bene esaminiamo la costruzione del periodo, croce degli studenti obbligati alla spiegazione letterale. Il periodo va correttamente inteso così: la signora Lucia, dalla bocca della quale (tra l'ondeggiare dei bianchi capelli) la favella toscana (così sciocca nel manzonismo degli stenterelli) discendeva canora. Ma nella lettura poetica non è peregrino che il canora discendea venga attribuito alla signora Lucia (e non alla favella toscana), cioè: la signora Lucia (ecc. ecc.) canora discendea eccetera. E' sbagliato? Certo, ma è errore spontaneo. E soprattutto fa discendere di cima al poggio direttamente la signora Lucia, che assume così nel simbolismo muratorio la funzione della sapienza del Maestro Venerabile.
Osserviamo inoltre che Lucia deriva etimologicamente da Lux, la luce, etimo sostanziale del simbolismo muratorio.
  1. canora discendea, co 'l mesto accento
  2. de la Versilia che nel cuor mi sta,
  3. come da un sirventese del trecento,
  4. piena di forza e di soavità.
v. 88. Forza e soavità sono due archetipi muratori, la Forza e la Bellezza, che unitamente alla Sapienza informano i lavori di Loggia.
  1. O nonna, o nonna! deh com'era bella
  2. quand'ero bimbo! ditemela ancor,
  3. ditela a quest'uom savio la novella
  4. di lei che cerca il suo perduto amor!
v. 91. Il poeta ribadisce il senso dei tre pilastri. La signora Lucia (Forza e Bellezza) parla all'uom savio (la Sapienza). Ma qui savio può avere anche una sfumatura negativa: conosceva il percorso del viaggio, ma non ha accettato il cammino nel Tempio.
  1. Sette paia di scarpe ho consumate
  2. di tutto ferro per te ritrovare:
  3. sette verghe di ferro ho logorate
  4. per appoggiarmi nel fatale andare:
vv. 93 sgg. E' una versione della fiaba del Re Porco. Per sfuggire ad un incantesimo la ragazza dovrà per sette anni consumare sette paia di scarpe di ferro e sette verghe sempre di ferro; dovrà anche riempire di lacrime sette fiasche e svegliare il suo amato prima del canto del gallo.
Qui però sembra quasi lo svolgimento di un rituale particolare e non possiamo non rilevare che il sette è il numero del Maestro. Potrebbe essere riferito alla situazione personale del Poeta, che da tempo (sette lunghi anni?) ha chiesto di rientrare, il gallo ormai canta, ma non ha ancora ricevuto la sospirata risposta?
  1. sette fiasche di lacrime ho colmate,
  2. sette lunghi anni, di lacrime amare:
  3. tu dormi a le mie grida disperate,
  4. e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.
v. 100. Il gallo compare nel Gabinetto di Riflessione. Incita il recipiendario nel suo itinere. Ma se il gallo canta e non ti vuoi svegliare? Beh, il fallimento è vicino.
  1. Deh come bella, o nonna, e come vera
  2. è la novella ancor! Proprio così.
  3. E quello che cercai mattina e sera
  4. tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Ecco, l'intuizione giunge improvvisamente: qui prosegue il cammino. Il viaggiatore giunge alla consapevolezza del percorso, che continua sotto questi cipressi (v. 105), tra i Fratelli.
  1. sotto questi cipressi, ove non spero,
  2. ove non penso di posarmi piú:
  3. forse, nonna, è nel vostro cimitero
  4. tra quegli altri cipressi ermo là su.
  1. Ansimando fuggía la vaporiera
  2. mentr'io cosí piangeva entro il mio cuore;
  3. e di polledri una leggiadra schiera
  4. annitrendo correa lieta al rumore.
Terminano le sensazioni e i ricordi: ritorniamo al quotidiano. La vaporiera continua il suo viaggio, insensibile ai drammi di chi trasporta. Il Poeta non scende (e come potrebbe? Non è ancora stato accettato dai Fratelli). Il mondo quotidiano continua a vivere nell'indifferenza. C'è una indifferenza "giovanile"(la mandria di puledri, lieti ed esuberanti) che potrebbe nella maturità trasformarsi in altro; e c'è una indifferenza per così dire "esistenziale" indicata dall'asin bigio che continua apatico e impassibile il suo triste pasto (ma non è nemmeno un pasto, quanto un rodere, un mesto rosicchiare che non appaga nemmeno lo stomaco), chiuso in ciò che crede saggezza e che invece è anchilosi della mente e del corpo.
  1. Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
  2. rosso e turchino, non si scomodò:
  3. tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
  4. e a brucar serio e lento seguitò.






Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.