venerdì 18 settembre 2015

Tagliatelle 5

(continua dal post precedente)

Alceo, Callisto e Mentore si sono incontrati e stanno discutendo di un argomento apparentemente futile: le tagliatelle al ragù.
Ma è attinente con il lavoro della Massoneria. Anche in Loggia i Massoni lavorano sull'equilibrio, ognuno portando il proprio contributo, perché l'equilibrio di tutti è ricerca di equilibrio interiore.
Alceo, Callisto, Mentore... A, C, M,... Non viene in mente nulla? A come Apprendista, C come Compagno, M come Maestro...




Mentore ha ascoltato attentamente i due. Apprezza di Alceo la capacità di giungere direttamente al cuore del problema, e riconosce in Callisto la maturità nel pensare e il saper "danzarci" intorno, come il sarto che vuole abbellire un abito, e così facendo può cogliere sfumature particolari.

Mentore ha confrontato in silenzio le due ricette dello stesso piatto, anzi, per così dire, di due piatti simili ma diversi pur chiamati con lo stesso nome. Eh, sì. E' proprio vero che siamo nel mondo del relativo!...

Sì, è vero. Non esiste il ragù absolutum. Esistono tanti ragù, tanti quanto sono i luoghi, tanti quanto sono gli ingredienti e tanti quanti sono i cuochi. Il ragù absolutum è l'idea di ragù, archetipo quasi platonico che informa ogni ragù cucinato.

Ogni ragù particolare ha una sua Bellezza che adorna la Forza nascosta del composto, come il capitello adorna la colonna. I tanti ragù sono come le colonne che sostengono il Tempio. Tante Colonne materiali che sostengono il Tempio materiale, ma al contempo nell'altrove ci sono tante Colonne non materiali che sostengono il Tempio non materiale.

Il saggio è colui che sa che la Forza è forte e la Bellezza è bella, e conosce sia la Forza della Bellezza sia la Bellezza della Forza. Ma saggio è colui che sa anche che la Forza non deve essere troppo forte altrimenti si trasforma in brutalità distruttiva e la Bellezza non deve essere troppo bella altrimenti diventa leziosaggine fine a se stessa.

Gli viene in mente un certo piatto di tagliatelle al ragù che gli offrirono una volta. Si informò sulla ricetta e rimase stupito dello squilibrio degli ingredienti.

A condire le tagliatelle c'erano: maiale e bovino nella stessa quantità; poi un terzo di pancetta di maiale oppure la metà di fegatini di pollo; facoltativamente un terzo di prosciutto crudo oppure la metà di salsiccia. Quindi carota, sedano e cipolla; poi un bicchiere di vino indifferentemente bianco o rosso e abbondante passata di pomodoro. Infine brodo, olio e burro e, facoltativamente, latte.

Ringraziò per il piatto, ma - dentro di sé - non approvò quella ricetta. Troppo squilibrata; troppa, troppa forza e poca poca bellezza. Insomma, in quel piatto non c'era equilibrio, non c'era benefizio, nel senso diretto del termine: benefizio da bene facere, cioè far bene. Far bene agli altri, ma anche far bene il proprio lavoro.

Come non mettere in relazione il benefizio con quanto già incontrato: la serietà e il senno?

L’uomo serio, che conosce la “gravità” delle proprie azioni, che possiede la facoltà di discernimento, si comporta con “benefizio”, cioè si comporta bene, verso il mondo ma anche verso se stesso. E' il benefizio a mettere in relazione il proprio mondo con i mondi degli altri.

Serietà e senno sono sotto l'egida del razionale, il benefizio amalgama le qualità, come il fuoco basso trasforma un miscuglio di carni, ortaggi e pomodoro in un intingolo straordinario e succulento. Benefizio è il pentagono inscritto nel cerchio, benefizio è la sezione aurea, benefizio è la "mandorla" geometrica che compare all'interno di Squadra e Compasso. Benefizio sono i Fratelli che lavorano insieme, ciascuno con le proprie scabrosità e individualità, ma tutti con lo spirito costruttivo che vuole servirsi delle scabrosità di tutti come collante per tenere insieme tutte le pietre nel muro.

(continua)

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