Alceo, Callisto e Mentore si sono incontrati e stanno discutendo di un argomento apparentemente futile: le tagliatelle al ragù.
Ma è attinente con il lavoro della Massoneria. Anche in Loggia i Massoni lavorano sull'equilibrio, ognuno portando il proprio contributo, perché l'equilibrio di tutti è ricerca di equilibrio interiore.
Alceo, Callisto, Mentore... A, C, M,... Non viene in mente nulla? A come Apprendista, C come Compagno, M come Maestro...
Mentore ha ascoltato attentamente i
due. Apprezza di Alceo la capacità di giungere direttamente al cuore
del problema, e riconosce in Callisto la maturità nel pensare e il
saper "danzarci" intorno, come il sarto che vuole abbellire
un abito, e così facendo può cogliere sfumature particolari.
Mentore ha confrontato in silenzio le
due ricette dello stesso piatto, anzi, per così dire, di due piatti
simili ma diversi pur chiamati con lo stesso nome. Eh, sì. E'
proprio vero che siamo nel mondo del relativo!...
Sì, è vero. Non esiste il ragù
absolutum. Esistono tanti ragù, tanti quanto sono i luoghi,
tanti quanto sono gli ingredienti e tanti quanti sono i cuochi. Il
ragù absolutum è l'idea di ragù, archetipo quasi platonico
che informa ogni ragù cucinato.
Ogni ragù particolare ha una sua
Bellezza che adorna la Forza nascosta del composto, come il capitello
adorna la colonna. I tanti ragù sono come le colonne che sostengono
il Tempio. Tante Colonne materiali che sostengono il Tempio
materiale, ma al contempo nell'altrove ci sono tante Colonne non
materiali che sostengono il Tempio non materiale.
Il saggio è colui che sa che la
Forza è forte e la Bellezza è bella, e conosce sia la Forza della
Bellezza sia la Bellezza della Forza. Ma saggio è colui che sa anche
che la Forza non deve essere troppo forte altrimenti si trasforma in
brutalità distruttiva e la Bellezza non deve essere troppo bella
altrimenti diventa leziosaggine fine a se stessa.
Gli viene in mente un certo piatto di
tagliatelle al ragù che gli offrirono una volta. Si informò sulla
ricetta e rimase stupito dello squilibrio degli ingredienti.
A condire le tagliatelle c'erano:
maiale e bovino nella stessa quantità; poi un terzo di pancetta di
maiale oppure la metà di fegatini di pollo; facoltativamente un
terzo di prosciutto crudo oppure la metà di salsiccia. Quindi
carota, sedano e cipolla; poi un bicchiere di vino indifferentemente
bianco o rosso e abbondante passata di pomodoro. Infine brodo, olio e
burro e, facoltativamente, latte.
Ringraziò per il piatto, ma - dentro
di sé - non approvò quella ricetta. Troppo squilibrata; troppa,
troppa forza e poca poca bellezza. Insomma, in quel piatto non c'era
equilibrio, non c'era benefizio, nel senso diretto del termine:
benefizio da bene facere, cioè far bene. Far bene agli
altri, ma anche far bene il proprio lavoro.
Come non mettere in relazione il
benefizio con quanto già incontrato: la serietà e il senno?
L’uomo serio, che conosce la
“gravità” delle proprie azioni, che possiede la facoltà di
discernimento, si comporta con “benefizio”, cioè si comporta
bene, verso il mondo ma anche verso se stesso. E' il benefizio a
mettere in relazione il proprio mondo con i mondi degli altri.
Serietà e senno sono sotto l'egida
del razionale, il benefizio amalgama le qualità, come il fuoco basso
trasforma un miscuglio di carni, ortaggi e pomodoro in un intingolo
straordinario e succulento. Benefizio è il pentagono inscritto nel
cerchio, benefizio è la sezione aurea, benefizio è la "mandorla"
geometrica che compare all'interno di Squadra e Compasso. Benefizio
sono i Fratelli che lavorano insieme, ciascuno con le proprie
scabrosità e individualità, ma tutti con lo spirito costruttivo che
vuole servirsi delle scabrosità di tutti come collante per tenere
insieme tutte le pietre nel muro.
(continua)
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