25 novembre 2016

Uguaglianza

Riporto una tavola che molti anni fa mio padre tenne in Loggia.

Nel trinomio Libertà – Uguaglianza – Fratellanza che orna i nostri templi il concetto di uguaglianza non è dei più facili.

Spesso mi sono chiesto se quando lavoriamo in camera d’apprendista siamo tutti effettivamente uguali. E’ l’apprendista uguale al compagno? E’ questi uguale al maestro? Può cioè esserci uguaglianza effettiva dove esiste una gerarchia spirituale?

Come ormai mi è di consuetudine quando l’astrattezza della speculazione mi conduce in un vicolo cieco, mi rivolgo alla maestria della natura per verificare se l’uguaglianza è un fatto naturale chiaramente riscontrabile. Purtroppo debbo constatare che in natura l’uguaglianza non esiste. Sia nel regno vegetale, che in quello animale, che in quello umano, la pianta, l’animale o l’uomo nascono con un patrimonio genetico diverso da qualsiasi altra pianta, animale o uomo della stessa specie o razza o addirittura della stessa famiglia. Ma non solo il patrimonio genetico non è uguale per tutti, ma lo stesso ambiante dove la pianta, l’animale o l’uomo crescono e si sviluppano non è uguale per tutti. Le condizioni ambientali influiscono sulla crescita e sulla maturazione, e nel caso dell’individuo umano effetti diversi possono manifestarsi per la maggiore o minore presenza nell’ambiente di crescita del calore degli affetti familiari.

Tutte queste considerazioni ci dicono che proprio la natura sembra indicarci che l’uguaglianza non esiste. Purtuttavia nella stessa natura è stato osservato un fenomeno biologico particolare: la “regressione verso la media”. E’ stato osservato per esempio che da due genitori di intelligenza superiore alla media possono nascere figli che, se ereditano la caratteristica dell’intelligenza per meno del 100% di quella dei genitori, la loro intelligenza, pur essendo ancora superiore alla media, sarà in misura inferiore a quella dei genitori avvicinandosi alla media degli altri individui, che è inferiore. Questo potrebbe significare che, pur non esistendo l’uguaglianza in natura, la natura tende a mediare i valori di disuguaglianza ed a ridurre le differenze.
Da questo fenomeno di “regressione verso la media” deriva un insegnamento profondo: l’uguaglianza non esiste, bisogna saperla costruire. Dobbiamo pertanto essere capaci di farci uguali, dobbiamo voler essere uguali eliminando le discriminazioni per inferiorità o superiorità.

Questo forse lo sentiamo meglio quando desideriamo sentirci uguali a coloro che consideriamo superiori a noi. Ma dobbiamo maggiora mente sentirlo e desiderarlo anche nei confronti di coloro che non sono ancora pervenuti al nostro livello. Vincere la presunzione verso coloro che riteniamo inferiori può aiutarci a superare eventuali complessi di inferiorità verso coloro che noi riteniamo superiori. La reciprocità nei rapporti di loggia è reversibile ed è per questo che ogni fratello deve compiere nel suo interiore una volontaria “regressione verso la media”. Azione volontaria in quanto può esplicarsi solo se il fratello intende il valore del trinomio nel suo insieme ed alla luce del concetto “Diritto – Dovere” che un massone dovrebbe sempre avere presente in sé, in ogni momento. Ed è proprio in tal modo che si ha anche la verifica che solo nella Libertà può nascere l’Uguaglianza.

23 novembre 2016

Le scimmie che viaggiano

Io non credo ai cosiddetti "libri massonici", che ti parlan di Massoneria, che ti spiegan cosa è la Massoneria, e Massoneria di qua..., e Massoneria di là..., e ti fanno tutti i collegamenti possibili e immaginabili tra questo e quello, e pure i collegamenti inimmaginabili...
Forse Massoneria è qualcosa di più semplice e allo stesso tempo molto più complicato. E tanti tanti spunti ci vengono, se sappiamo coglierli, da fonti insospettate e inaspettate.
Ed ecco qui un esempio, una "lettura muratoria" di una della "Favole al telefono" di Gianni Rodari.

 
Oratore. Un giorno tre scimmie dello zoo decisero di fare un viaggio alla scoperta del mondo.

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, impadronitevi del Candidato e fatelo viaggiare.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il primo viaggio è già stato compiuto nel Gabinetto di Riflessione.

Segretario. E’ un viaggio strano, descritto da una formulina, una specie di gioco enigmistico: Vitriol, che non è il vetriolo, quello che qualcuno ha gettato in faccia per vendetta a qualche ex che l’ha mollato.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo, e come è istruttivo viaggiare!

PAUSA

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il Candidato.

Oratore. Le scimmie salutarono gli amici e partirono all’alba. Cammina, cammina, dopo aver percorso molta strada, a metà mattina si fermarono a riposare e una domandò alle altre due: Che bel panorama! Cosa si vede?

Segretario. La gabbia del leone, la vasca delle foche e il recinto della giraffa.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il secondo viaggio è terminato.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo, e come è istruttivo viaggiare.

PAUSA

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il Candidato.

Oratore. Le scimmie ripresero il cammino e si fermarono soltanto a mezzogiorno a riposare e una domandò alle altre due: Che bel panorama! Cosa si vede adesso?

Segretario. Il recinto della giraffa, la vasca delle foche e la gabbia del leone.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il terzo viaggio è terminato.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo e come è istruttivo viaggiare.

PAUSA

Maestro Venerabile. Fratello Esperto, continuate a far viaggiare il Candidato.

Oratore. Le scimmie ripresero il cammino e si fermarono soltanto al tramonto del sole a riposare e una domandò alle altre due: Che bel panorama! Cosa si vede adesso?

Segretario. La gabbia del leone, il recinto della giraffa e la vasca delle foche.

1° Sorvegliante. Maestro Venerabile, il quarto viaggio è terminato.

Maestro Venerabile. Candidato, il viaggio che avete compiuto è il quadro della vita umana.

Oratore. Come è grande il mondo e come è istruttivo viaggiare.

Segretario. Ma la terza scimmia non appariva così entusiasta.

1° Sorvegliante. Il mondo è troppo noioso: si vedono sempre le stesse cose.

2° Sorvegliante. E viaggiare non serve proprio a niente. Quanta fatica inutile!

Maestro Venerabile. Già! Viaggiavano, viaggiavano, ma non erano uscite dalla gabbia. Non facevano che girare in tondo come i cavalli della giostra.




11 novembre 2016

Oriente Eterno: dialogo tra due Logge

Nell'autunno del 1978 la Loggia Carducci n. 103 di Bologna fece conoscere una tavola "collettiva" nata dalle riflessioni dei Fratelli.
La Loggia Garibaldi n. 520 di Forlì continuò la riflessione.


Il tema che la L. Carducci questa sera pone all’attenzione ed alla riflessione è il frutto del comune lavoro di alcuni appartenenti a questa Officina ove ognuno di essi ha apportato quanto di intimo è scaturito dalle proprie meditazioni.

“Oriente Eterno”: due parole che, frequentemente ricorrono nella fraseologia tipica della nostra Famiglia, due parole che sprofondano l’animo nella concettualità più misteriosa. Forse non vi è tema che lasci il pensiero umano tanto sgomento, incerto, titubante. 

L’argomento implica necessariamente un intreccio di considerazioni che promanano da conoscenze religiose, filosofiche, naturalistiche. Gli aspetti possono ricondursi a tema di fede, in campo religioso; a razionalismo metafisico, in campo filosofico; ad osservazioni fisiche, in campo di natura–materia.

E’ stato detto, a ragione, che il nostro secolo e troppo affaccendato per potersi occupare del mistero della morte, di ciò che ad Essa possa o non possa seguire.

E’ ormai cospicuo il numero di coloro i quali volgendo le loro cure e sollecitudini alle risorse materiali ed agli onori che la vita esteriore offre, trascurano le problematiche di ordine spirituale che la esistenza propone anche in proiezione futura. Persino le Chiese e le Religioni, il cui scopo prevalente dovrebbe essere la meditazione sull’eterno destino, sembrano dedicare le loro migliori energie all’aumento dei consensi o, nella migliore delle ipotesi, a rendersi utili allo convivenza sociale. Il che sarebbe positivo ed auspicabile se non servisse a relegare in secondo piano l’atto più religiose dell’esistenza: la riflessione sul destino dell’uomo.

“ Virtù grande è il non temere la Morte, di guisa che la Sua immagine non sia di impedimento a ciò che è nostro dovere: operare nella vita”.

Tuttavia l’esistenza non andrebbe considerata solo come una successione di atti volti al raggiungimento di esiti materiali, ma piuttosto come una tendenza al raggiungimento di esiti spirituali nel presente ed ancor più nel futuro, quando il corpo, dissolvendosi, lascia la propria eredità spirituale su questa terra.

Il problema dell’immortalità non può essere abbandonato, né alle dogmatiche predicazioni religiose, né alle facili negazioni di un naturalismo scientifico strettamente empirico; a questi due estremi stanno due categorie di persone per le quali, l’una per l’altra, tale questione non sussiste e sono, in egual misura, al coperto da ogni dubbio: da un lato coloro che sono portatori di una certezza assoluta ed immutabile, derivata dalla rivelazione fideistica di Verità definitive; dall’altro gli alfieri del positivismo, per i quali la sopravvivenza post-mortem è una ipotesi nata morta, una questione indiscutibilmente risolta in senso negativo. Il quesito quindi dell’immortalità può sussistere per coloro che, pur vivendo le più alte aspirazioni dell’animo, hanno bisogno di un rigore scientifico. Ma in che senso va intesa questa ultima espressione “rigore scientifico”? Va forse considerata come un ricorso al metodo razionale per comprovare l’esistenza di una vita ulteriore | o non piuttosto, per noi massoni, quale richiamo alle folgoranti intuizioni, se pur prive di un sostegno razionalizzante, di cui è costellata la nostra esistenza? 

Siamo per questa seconda spiegazione in quanto ci sembra non utilizzabile il metro razionalistico per localizzare entità non misurabili scientificamente. In realtà quando si parla di immortalità ci si riferisce alla immortalità dei Valori, nel senso che dell’Essere Umano e della Sua Opera sopravvivono e si evolvono soltanto questi.

Noi siamo, sì, vivi e tale realtà percepiamo, ma da dove veniamo, dove andiamo non lo sappiamo. La nostra intelligenza è sconfitta dal Mistero; la nostra intelligenza è finita, essa vaga, con la sua limitatezza conoscitiva, nella infinita creazione dell’universo. La nostra vita, che è vita in quanto scaturita da eventi, è la vita stessa dell’universo poiché il nostro corpo (materia) è la materia stessa dell’universo. La vita è trasformazione perché la materia è trasformazione; la vita è divenire, divenire eterno ed anche la Morte non e altro che un aspetto diverso della vita. Nell’Universo non vi è nulla di morto ma tutto è vivo, tutto in continuo mutamento. Vita e morte sono apparenze diverse che sfuggono alla nostra mente, ai nostri sensi, perché la nostra mente, i nostri sensi sono parte nascente e morente della nostra forma corporea, del nostro piano materico.
Noi non siamo in grado di conoscere con la nostra ragione quel fenomeno continuo che si dipana ogni giorno rotto i nostri occhi: la nascita, cioè, e la morte.

La morte e la nascita rappresentano, nel lungo cammino dell’uomo, l’aspetto più singolare di una sconcertante realtà mista a visioni ultraterrene. Già dalle epoche le più remoto, allorché l’uomo ha cominciato a dare sepoltura ai suoi simili, vi ora, nell’individuo, la percezione di un sentimento proiettato in una dimensione al di là della realtà in cui si muoveva; anelito all’immortalità oltre lì passo della morte.

In tutte le epoche, in tutte lo religioni si riscontra una certezza di vita ultra terrena, un desiderio cioè che si manifesta in forme più o meno coerenti con la realtà della vita vissuta. L’Ade presso i Romani, il Paradiso e l’Inferno del Cristianesimo, Stato di Nirvana o beatitudine eterna nell’annichilimento del proprio Io in seno all’Essere Universale nel Buddhismo, Paradiso edonistico nell’Islamismo sono sinteticamente le espressioni di concezioni mistico – religiose dell’al di là che si possono concretizzare con la codificazione ed il rispetto di norme di vita terrena più o meno dogmatiche.

La sperimentazione non ci dice che esiste l’al di là; l’al di là è una creazione di noi ohe viviamo. Nell’espressione “oriente eterno” è implicato il concetto dell’infinito e questo è un concetto che presenta aspetti vari e rientra nel quadro di quei fatti religiosi e mitici che sono stati osservati da antico tempo; fatti che fanno dubitare della stessa esistenza fisica, della stessa esistenza materiale vista appunto da una concettualità relativistica.

Nascita e morte, tempo e spazio tolgono alla razionalità la possibilità, implicita in ogni ricerca, di afferrare la verità, la certezza. Quid ante, quid post? sono interrogativi ai quali non può corrispondere che una intima ricerca soggettiva da parte di ogni essere intelligente.

Assume rilevanza l’ottica nella quale ci si pone; si può partire da alcune semplici considerazioni sulla coscienza dell’uomo, intesa come affermazione dell'io individuale e nello stesso tempo rappresentazione da parte dell’io, di altre individualità a lui estranee ed esterne. La coscienza individuale esplica la propria facoltà di ricevere, connettere, rielaborare o ricordare dati; ci si domanda se tale IO capace di attività psichica, di giudizio, di libera scelta, possa annullarsi dopo la morte. Propendiamo per il no: intendendo che la esistenza temporanea sia conferma dell’essere, che la psiche sia facoltà sottile dell’essere.

Pensiamo che i Fratelli massoni abbiano un rapporto dis-alienato con la morte perché se ne sono riappropriati. Nella società profana non c’è possibilità di realizzare cosa significa morire. Per i Fratelli esiste invece un punto di demistificazione della morte: 1’Iniziazione. Possono in seguito decidere della loro vita totalmente coscienti. E’ necessario entrare in rapporto con la propria morte e uno dei modi è attraverso la meditazione nel Tempio.

Tempio: rappresentazione dell’universo, punto di incontro fra macrocosmo esterno e macrocosmo interno; i Suoi Simboli catalizzano “Id quod est superius et inferius”. L’Oriente Eterno è uno di questi simboli.

Dove è la Luce ivi è la Forza. Dove è il Fuoco ivi è anche l’immutabile origine di ogni trasformazione. L’Uomo è trasformazione. Noi diciamo infatti: “il fratello è passato all’Oriente Eterno”. Il Fratello non muore; noi avvertiamo solo che un anello della Catena si è spezzato. La parola, cioè la comune Fede, è smarrita. Il fratello passato all’Oriente eterno ci da quindi ansia di ricerca che non è mestizia. Ci da fiducia il fatto che la parola è solamente “smarrita” e quindi esiste. Dipende solo da noi il ritrovarla. Noi sostiamo ancora in ricerca. Noi fissiamo ed usiamo ancora il compasso. Lui fisserà all’Oriente Eterno ciò che la sua nuova Iniziazione gli farà sentire: sarà una nuova perfezione della nostra perfezione? Con quale involucro corporeo o meno avvenga questo noi non sappiamo perché non lo possiamo sapere. Degli infiniti involucri noi ora siamo limitati ad uno solo. L’affetto terreno di questo ci da il dolore della dipartita. Il ricordo di questo sopprime il dolore: è vita. Il ricordo, quindi, supera l’affetto: vale a dire che la vita esclude la morte. Il Fratello lascia il vuoto di un anello spezzato della Catena: è il richiamo affinché un altro fratello colmi questo vuoto. A noi lascia un compito dì perfezione: la dipartita di un Fratello è precisa indicazione di dovere per i Fratelli che rimangono. La perfezione di questo dovere di tutti è in tutti. Il passaggio all’Oriente eterno è trasposizione di Luce. Dove è la Luce ivi è la Forza. Dove è il Fuoco ivi è anche la immutabile origine di ogni trasformazione. Chi è destinato a trasformarsi incessantemente non potrà mai comprendere cosa sia questa trasformazione. L’avverte non per erudizione, ma per intuizione.

L’anello della catena è spezzato ma un fratello che si sostituisca a chi è uscito può rinsaldarne la compattezza.

La parola non è svanita, è soltanto perduta.

A noi Fratelli il dovere di ritrovarla.

La Loggia Garibaldi ha lavorato sulla tavola e il Segretario ha sintetizzato in una specie di “risposta” inviata ai fratelli della Carducci.

Al Fratelli della R. L. “G. Carducci” n. 103

Carissimi Fratelli,

gli operai forlivesi hanno lavorato a lungo sulla vostra tavola “L’Oriente Eterno” e hanno contribuito alla costruzione del Tempio con le seguenti pietre.

La moltitudine degli uomini è portata a cercare il concreto quotidiano e non si preoccupa del resto. I Liberi Muratori si distinguono per l’interesse rivolto a ciò che trascenda la realtà quotidiana! Essi sono per l’essere invece che per l’avere (citando il dilemma dello psicanalista Erich Fromm) .

Con la morte termina il corpo fisico. Che fine fa tutto il bagaglio di animico e spirituale che ci accompagna? C’è una parte di noi che può dirsi puro spirito, ma anche una parte composta da sensazioni, sentimenti: questa seconda componente muore oppure no? Non importa rispondere, importa invece rivolgersi al nostro interno/e lavorare per cambiarci.

Forse la morte fa paura perché si lascia il noto per l’ignoto, perché si abbandonano gli affetti che ciascuno di noi ha creato nella vita.

Una delle molle che spingono gli uomini è il terrore della morte. Le religioni offrono un palliativo, e l’uomo spesso non cerca altro, poiché psicologicamente è incapace di considerare la propria morte.
Tutte la religioni fanno balenare la possibilità di una vita dopo la morte. Molte, per tenere i fedeli soggiogati, si basano su un futuro castigo o premio.

Ogni religione ha instaurato dogmi, quasi volesse impedire all’uomo di indagare per trovare la propria verità. Infatti l’uomo ohe ricerca è libero, mentre la religione vuole seguaci, magari anche fanatici. Il seguace – colui che segue altri – non può essere un uomo libero.
La morte è un sipario nero, non si vede cosa c’è al di là. Forse è opportuno parlare, invece che di paura della morte, di amarezza per l’ignoto. Dall’amarezza nasce la paura, che ormai nell’uomo è inculcata quasi per eredità atavica: ogni religione ha infatti basata su essa la propria morale (v. il “post mortem: si è insistito spesso sulla paura della punizione come conseguenza dei propri errori; “Se hai sbagliato, pagherai”).

La morte non può essere spiegata con la ragione. Dove la ragione non arriva comincia ad operare la nostra “razionalità interna”, intendendo con questo termine quella facoltà che aiuta a sondare dentro di noi dove non è possibile giungere altrimenti. E’ una facoltà diversa da individuo ad individuo che fa parte del nostro segreto e costituisce il supporto necessario per la nostra meditazione.

La morte è un cambiamento di stato. Una spunto alle meditazioni dei fratelli può essere l’analogia della vita umana con il ciclo dell'acqua. Il mare è composto da innumerevoli gocce di acqua, che evaporano e si accumulano in nuvole. Da nuvole si trasformano in pioggia e cadono sul terreno, dove si arricchiscono di minerali e inglobano anche scorie. Tramite ruscelli, torrenti e fiumi ritornano al mare, nel quale si annullano e si “purificano” abbandonando la loro scorie e preparandosi a un nuovo ciclo.

L’iniziazione è demistificazione della morte nel senso che le restituisce il suo significato di trasformazione, di passaggio da uno stato ad un altro (si pensi alla morte come condizione essenziale per ricevere la luce nella iniziazione muratoria, o al simbolo della porta tracciato in molte tombe).

Il problema della morte non si innesta solo sulla paura, ma anche sulla vita. Non può esserci la morte senza la vita e non può esserci la vita senza la motte. La morte è una trasformazione. Del resto lo insegna pure la materia (la componente del corpo fisico): essa non si crea e non si distrugge, ma si trasforma.

L’uomo deve operare in questa vita indipendentemente dalle eventuali conseguenze dopo la morte (paradiso, inferno, reincarnazioni successive, ecc.). Solo se compie lo sforzo continuo e sincero di cambiarsi e migliorarsi può affrontare serenamente quel cambiamento di stato che i profani chiamano morte e i Liberi Muratori passaggio all’Oriente Eterno.

La Massoneria aiuta ad affrontare la paura che ci portiamo dentro e che continueremo ad avere fino a quando non avremo dato la nostra spiegazione.

L’aiuto nella ricerca viene anche dal sentire vicino i Fratelli mentre si comunicano i propri risultati e si ascoltano i loro, per avere spunti per le proprie meditazioni.

L’Oriente Eterno è un simbolo, e come tale in esso si trova l’unificazione di due opposti: da una parte il timore innato della morta (e quindi il tentativo di proiettare la propria sopravvivenza individuale oltre il limite di questa vita), dall’altra la consapevolezza della immortalità di un certo “quid” che è in noi, del quale non sappiamo precisare l’essenza, ma sappiamo solo che esiste.

Va precisata l’identificazione della Parola con la Fede comune (vedi: “la Parola, cioè la comune Fede, è smarrita”). L’iniziato cerca la conoscenza, non la fede. Chi sa non ha bisogno di credere, perché sa: è il credente, il fedele che deve credere, perché non sa. La differenza tra Iniziato e fedele è sottolineata anche nell’insegnamento di un maestro: “Là dove il devoto si pente, l’iniziato si cambia”.









08 novembre 2016

A un nuovo Maestro

Spesso al termine di un rito l'Oratore pronuncia alcune parole di saluto al neofita. A volte è un cordiale ricevimento, a volte sono narcisistici discorsi, a volte sono saluti sentiti.
Riporto qui il saluto dell'Oratore dopo l'Elevazione a Maestro di un Compagno. Era il 14 novembre del 1990.

Col Rito di questa sera sei diventato un massone a tutti gli effetti, con tutti i diritti e con tutti i doveri. E’ una responsabilità alla quale ti sei preparato durante il noviziato come apprendista prima, e come compagno d’arte poi. E stasera hai vissuto la leggenda di Hiram con tutto il suo simbolismo. Hiram ti invita a riflettere sulle possibilità che la Massoneria ti offre.

Mentre il Rito di iniziazione al Primo grado è uno psicodramma che coinvolge sopratutto la parte emotiva del neofita, e tu ne sai la ragione, e quello di passaggio al Secondo grado si rivolge sopratutto alla parte razionale del candidato, la leggenda ai Hiram ti introduce al mistero della morte iniziatica ed alla nascita del maestro massone attraverso la fase alchemica della putrefazione. E’ un mistero che nessuno ti può svelare perché chi ne ha trovato la chiave, per quanto possa essere un abile parlatore in possesso di una buona dialettica, non potrà mai trovare espressioni e parole per poterlo adeguatamente trasmettere ad altri. Dovrai indagare tu stesso questo mistero, darti le risposte che riterrai soddisfacenti, e trasformarle coi tempo in altre più soddisfacenti man mano che la tua coscienza crescerà. Da queste parole comprenderai, carissimo fratello, che il maestro massone è maestro soltanto a se stesso. Ed infatti avrai udito dire molte volte in loggia che in massoneria siamo sempre degli apprendisti. Non si finisce mai d’imparare.
Ma se non mi è possibile svelarti il segreto della maestria che si nasconde dietro la leggenda di Hiram, voglio almeno dirti alcune cose, le più elementari.

Nel simbolismo del grado i cattivi compagni rappresentano non solo il fanatismo, l’ignoranza e l’intolleranza, ma rappresentano anche le forze della controiniziazione, forze esterne e interne, continuamente in antitesi conflittuale con l’iniziazione che faticosamente ognuno cerca di costruire in sé.
I cattivi compagni rappresentano anche le tre grandi tentazioni da cui devono guardarsi i massoni che si dedicano al lavoro simbolico ed esoterico: la prima è l’adagiarsi nella retorica delle belle parole e delle frasi ad effetto; la seconda è la seduzione di una immaginazione sfrenata, incontrollata, senza regole e senza sicuri riferimenti di base; la terza è la speculazione intellettuale fine a sé stessa che provoca un inaridimento.
Il simbolo va interiorizzato, va vissuto. Guai a chi non vive in coerenza coi risultato delle sue ricerche!
Tieni presente, caro U., che ogni simbolo ha almeno due significati, uno positivo ed uno negativo: gli strumenti che servono ad uccidere Hiram, servono a lavorare, a costruire il tempio. Perciò gli strumenti non sono né buoni né cattivi. Può essere buono o cattivo l’uso che se ne fa. Il regolo è il simbolo della rettitudine, ma nelle mani dei cattivi compagni diventa simbolo di fanatismo: la squadra è simbolo di equità, nelle mani dei cattivi compagni diventa simbolo di intolleranza; e cosi il maglietto simbolo di autorità iniziatica, può diventare invece simbolo di prepotenza brutale e di prevaricazione.
Come vedi la leggenda di Hiram è fonte di tante meditazioni. Ad esempio il carattere collettivo del lavoro muratorio ti è stato confermato stasera dal fatto che Hiram risorge col concorso delle tre Luci unite in un concorde sforzo comune. Non dimenticare mai cosa può fare la vera fratellanza e la concordia d’intenti!
La rinascita di Hiram ti conferma inoltre che i principi dell’evoluzione umana, propri della massoneria, non muoiono mai. In circostanze difficili possono tutt’al più rimanere latenti in attesa della possibilità di manifestarsi nuovamente. E oggi non ne abbiamo forse una verifica nel risorgere della massoneria nei paesi dell’est europeo?
Ed ugualmente il pensiero quando è sopraffatto dalla forza brutale si occulta come, fu occultato il corpo dell’architetto del Tempio in una tomba. Ma, come il corpo di Hiram, esso risorge non appena tre massoni si uniscono a lavorare con concordia d’intenti, con fratellanza d’amore, disinteressatamente. Tienilo sempre presente.
E ricordati che i cattivi compagni sono sempre fra noi. Anzi sono in noi stessi. Dobbiamo combatterli con il fuoco trasmutatore, il fuoco discreto degli alchimisti, lavorando con costanza e con perseveranza su noi stessi.
E’ quindi con vero spirito d’Amore che ti do questa sera il benvenuto nella camera di mezzo, con quell’Amore che non deve mai abbandonare il vero massone, Amore con l’A maiuscola, Amore disinteressato, non possessivo, non egoistico, l’Amore che è alla base della vera Fratellanza massonica.

06 novembre 2016

La zanzara e il leone



Piccolo divertissement suggerito dalla lettura della favola di Tolstoj La zanzara e il leone nei Quattro Libri di Lettura.

Segretario. Protagonisti della favola sono: una zanzara ed un leone.

Il leone è il re della foresta, animale feroce e vigoroso, che tutti temono. Questa sera ha la voce del 1° Sorvegliante.

La zanzara è un insetto dell’ordine dei ditteri. Solo la femmina è ematofaga: per lo sviluppo delle uova assorbe proteine succhiando il sangue delle vittime. Questa sera ha la voce del 2° Sorvegliante.

1° Sorvegliante. Sono il leone. Animale erculeo e possente. Molti mi identificano con il sole e chiamano sol-leone il periodo della maggior forza del sole. Molti non mi capiscono e mi temono. Io sono il forte tra i forti.

2° Sorvegliante. Sono una piccola zanzara, ma nel mio piccolo sono forte anch’io. Riesco a battere le mie ali seicento volte in un secondo. Prova a farlo te, o forte leone!

1° Sorvegliante. Non fare lo sbruffone! Il battito delle tue ali è straordinario, è bello, è armonico, produce un ronzio intrigante: ma non è forte. Sarai anche bella, ma non sei forte. Non puoi cacciare un’antilope come faccio io: non ne sei capace.

2° Sorvegliante. E che me ne faccio di un’antilope? Una piccola goccia del tuo sangue è sufficiente per far schiudere cinquecento delle mie uova. Prova tu a far cinquecento leoncini con una goccia di sangue, se sei capace.

1° Sorvegliante. Cinquecento leoncini? Ne basta uno per essere il re. Accontentati di vedere schiudere cinquecento uova. Così vuole la Natura.

2° Sorvegliante. La mia famiglia esiste da cento milioni di anni, è una delle più antiche sulla terra. E voi leoni? Ci siete solo da neanche due milioni di anni. Siete solo dei parvenu.

1° Sorvegliante. Ma io sono forte e non pretendo di essere bello. Tu forte non lo sarai mai. Non è la tua natura. Accontentati di essere ciò che sei e non altro.

2° Sorvegliante. Tu credi di essere più forte di me? Sbagli! Sì, sai graffiare, sai mordere, ma le donne, quando litigano con i loro uomini, fanno altrettanto. Io, invece, sono veramente più forte di te. Ti dichiaro guerra. Vedremo chi vincerà.

Segretario. E la zanzara suona la sua tromba di guerra e comincia a punzecchiare il muso del leone. Il leone, per difendersi, si dà zampate, si batte il muso e si ferisce con gli artigli.

Oratore. La Forza, venuta a mancare l’ornamento della Bellezza, infierisce su se stessa.

1° Sorvegliante. Tregua, tregua. Sono esausto.

Oratore. La Forza è forte. Ma se è troppo forte non è più Forza.

Segretario. La zanzara, soddisfatta, intona il canto della sua vittoria, e vola via.

Oratore. Vola, zanzara, vola. Sei soddisfatta della tua vittoria. Ma... Attenta!

Segretario. Insetto presuntuoso. Registro la tua vittoria. Ma... Attento!

Oratore. Il saggio conosce la Legge. Sa che la vittima di oggi può essere il vincitore di domani. E il vincitore di oggi può essere la vittima di domani.

Segretario. La zanzara vola, vola, vola,... danza il volo della vittoria, impaziente di raccontare a tutti ciò che è successo: la piccola zanzara ha sconfitto il forte leone.

Oratore. La Bellezza è bella. Ma se è troppo bella non è più Bellezza.

Segretario. La zanzara vola, vola, vola... Canta la sua vittoria, intona inni mai cantati: il piccolo ha vinto. La forza è stata sconfitta da una più forte. La minuscola zanzara, con voli strani, curvi, ha colpito: ha sconfitto chi pareva invincibile.

Oratore. Attenta zanzara. Non cantar troppe vittorie....

Segretario. La zanzara vola, vola, vola... Ma... improvvisamente... un ostacolo..., non prevedibile, invisibile... indistruttibile.

Oratore. Mia piccola zanzara, canti, canti, ma il canto si spegne...

Segretario. La zanzara s'impiglia nella tela di un ragno, un piccolo e minuscolo ragno che corre e colpisce la zanzara. Il veleno del ragno liquefa il corpo della preda e il ragno succhia il liquido che fu la zanzara.

Maestro Venerabile. La bellezza della ragnatela ha avuto il sopravvento sulla bellezza che non voleva essere bella e pretendeva di essere forte.

05 novembre 2016

Carlo Gentile

Fu un "curiosus" dello Spirito: massone, martinista, teosofo, mazziniano. Fu limpida figura della Massoneria, anche istituzionale, della seconda metà del Novecento. Fu Grande Oratore e Gran Maestro Aggiunto del GOI nella seconda e terza Giunta di Lino Salvini e non fu nemmeno sfiorato dalla tempesta di quegli anni partita dall' "affaire" P2.
Mi è venuto in mente in questi giorni alla notizia della morte di Tina Anselmi, che fu presidente della Commissione Parlamentare sulla P2. Sempre la morte di un essere umano mi rattrista, ma deve anche essere occasione di meditazione. Su ciò che ci attende dopo e sul comportamento in vita. Credo che Tina Anselmi sia stata una persona per bene (almeno non ho elementi per sostenere il contrario), ma anche lei, come quasi tutti i politici dell'epoca, ebbe una sorta di occhiali ideologici che le fecero distorcere il vero senso della P2: un bubbone nato nel sottobosco della politica che ha indossato le vesti massoniche per pura comodità. Non la Massoneria deviata, ma la Politica deviata. Che trovando il fatto "inconcepibile" scaricò tutto sulla Massoneria.


Ho trovato questa lettera che mio padre inviò a Carlo Gentile il 22 giugno 1981, all'epoca della Gran Maestranza di Battelli, in piena eruzione del vulcano P2. Credo riesca a dare, a distanza di tanti anni, un'immagine dell'atmosfera che vivevamo in quegli anni, disorientati e frastornati, ma certi che la Massoneria non poteva essere quella che descrivevano i giornali (almeno la Massoneria che conoscevamo noi quotidianamente).

Carissimo,
approfitto dell'amicizia fraterna che mi lega a te per mandarti questo mio sfogo. Dalle mie parole ti renderai conto dei sentimenti che si agitano non solo in me, ma anche in molti fratelli.
Nelle vicende che in questi mesi tengono la prima pagina dei giornali si nota subito che molti tendono strumentalmente a confondere quello che è stato il gruppo della P2 con le logge regolari della massoneria. Questa strumentalizzazione non può stupirci. Siamo uomini liberi, amanti della libertà, impegnati a rendere sempre più operante la libertà nella nostra società, e pertanto non siamo graditi agli integralisti di qualunque colore essi siano. E così si può spiegare l'intensa campagna di alcuni giornali di ispirazione dogmatica cattolica o comunista volta a colpevolizzare tutta la massoneria.
A nostra scusante potremmo dire che la società attuale, marcia di materialismo, è riuscita ad inquinare anche la nostra istituzione. Ma sarebbe solo una scusa, poco seria e poco corretta. Una istituzione che si propone come fine, uno dei fini, il progresso ed il miglioramento dell'Umanità non può e non deve lasciarsi corrompere da una società corrotta. Se ciò avviene è perché nella massoneria ci sono delle componenti che per lo meno non sono all'altezza di un fine tanto nobile, per non dire di peggio. Ed è proprio questo il punto che mi addolora profondamente. Siamo entrati nella famiglia per migliorarci e migliorare, e la profanità della società ci ha contaminati e corrotti, gettando fango su una delle più nobili e più pure istituzioni.
Al di là delle interessate strumentalizzazioni altrui, al di là delle volute confusioni, rimane il fatto, grave, che questo gruppo di potere, cresciuto al di fuori della massoneria, è nato purtroppo con la complicità di massoni autorevoli. Ed anche se non possiamo del tutto escludere in certi casi la buona fede, dobbiamo pure affermare chiaramente che in questo caso anche l'errore in buona fede è colpa grave, gravissima. E provvedimenti gravi e severi si impongono. E' necessario ed urgente fare una pulizia accurata e rigorosa nella nostra casa. I fratelli sentono questa esigenza come prima condizione per riprendere i lavori e ridare serenità al nostro ambiente. Bisogna fare pulizia degli arrivisti, degli intrallazzatori, di tutti coloro che nella massoneria hanno ricercato e ricercano solo favorì profani. E' un'opera di purificazione necessaria perché la massoneria possa riprendere al più presto la sua missione.
Liberiamoci dall'etichetta di organismo mafioso che la stampa profana ci ha affibbiato, e non del tutto a torto. La solidarietà massonica non può essere mafia.
E togliamoci sopratutto dalla testa la pericolosa tentazione di voler influenzare la politica. Il massone può fare politica, ed in tal caso la preparazione acquisita frequentando i lavori di loggia ne fa un cittadino esemplare, un modello da imitare ed al di sopra di qualsiasi sospetto. Mai però il massone deve coinvolgere la massoneria nella sua azione politica, o chiedere alla massoneria coperture o complicità. La massoneria non fa politica, non può fare politica. Tutte le volte che i massoni hanno coinvolto la massoneria nella politica, la massoneria ha preso, giustamente, solenni bastonate.
Scusami questo sfogo dettato dall'amarezza di questa disgraziata situazione che ci coinvolge tutti. Come ti ho detto all'inizio queste non sono solo idee mie; sono anche le idee della mia loggia, di quasi tutti i massoni che conosco. Sono le idee dei fratelli che vogliono essere massoni nel senso pieno e reale dell'espressione. Scrivo a te per la fraterna amicizia che ci lega e perché ti conosco e so quanto vali. Se è possibile iniziare un'opera di rinnovamento essa non può prescindere dai fratelli migliori e più autorevoli, conosciuti e stimati da tutta la famiglia. Ma è possibile? Se lo è, cominciamo tutti a lavorare subito. Il momento è propizio: il sole al solstizio d'estate può darci le forze necessarie.
Ti abbraccio, carissimo, con tutta la sincera fraternità che il mio cuore può esprimerti e con la speranza che la controiniziazione non prevalga.


04 novembre 2016

L'Uomo,... questo sconosciuto

Il titolo è lo stesso di un saggio del secolo scorso di Alexis Carrel, premio Nobel per la medicina centoquattro anni fa. Sconvolto dalle esperienze di medico al fronte durante la prima guerra mondiale, si fece fautore di un nuovo umanesimo, oggi forse, almeno in parte, un po' datato.
Ho immaginato una tornata di Loggia appoggiandomi su due personaggi di Giovanni Guareschi, il prete don Camillo e il sindaco comunista Peppone, che a gente della mia generazione ricordano l'Italia del dopoguerra. Ovviamente don Camillo e Peppone non hanno nulla a che fare con la Massoneria. Ma... se la Massoneria lavora sull'uomo, allora tutto ciò che c'è di umano le è vicino. La frase non è mia, ma è sempre attuale.





Maestro Venerabile. Fratelli 1° e 2° Sorvegliante avvisate le vostre Colonne che chiamo la Loggia al lavoro.

1° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Meridione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

2° Sorvegliante. Fratelli della Colonna del Settentrione, il Maestro Venerabile chiama la Loggia al lavoro.

Maestro Venerabile. Dispongo che la Loggia lavori sull’uomo.

1° Sorvegliante.
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t'ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
«Andiamo ai campi»...

2° Sorvegliante.
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

1° Sorvegliante.
Ho visto l'uomo malvagio e prepotente ergersi
come albero verdeggiante sul suolo natìo,
ma poi è scomparso, ed ecco,
non c'è più;
io l'ho cercato, ma non si è più trovato.

2° Sorvegliante.
Chi salirà al monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
L'uomo innocente di mani e puro di cuore,
che non eleva l'animo a vanità
e non giura con il proposito di ingannare.

Segretario. Ricorderete tutti, i personaggi di Peppone e don Camillo, il sindaco comunista di Brescello e il parroco del paese.
Sono nati dalla penna di Giovanni Guareschi.
Ricordano l’Italia degli anni cinquanta, le lotte politiche, senza esclusione di colpi. Le grandi passioni.
Ma ricordano anche la condivisione di valori, oggi forse estranei ai più..., né i valori né, tanto meno, la loro condivisione...
Insomma, sentiamo la nostalgia di quel piccolo mondo povero di contro a quello che oggi è il nostro povero piccolo mondo.

Oratore. L’ultimo episodio della sagra è “Il compagno don Camillo”. Un viaggio nella Russia sovietica, in visita a un kolkoz, assieme a Peppone e a un gruppetto di compagni scelti.
Don Camillo, con un piccolo ricatto al sindaco, parte, sotto mentite spoglie, aggregandosi alla combriccola di comunisti di ferro. E visita la Forza del comunismo sovietico.

Segretario. Don Camillo rientrato dalla Russia sovietica deve accompagnare un gruppetto di agricoltori cattolici negli Stati Uniti dove visiteranno una grande fattoria. E don Camillo convince il sindaco Peppone ad aggregarsi, sotto mentite spoglie, al gruppo di cattolici.

Oratore. La fattoria americana è condotta da un vecchio immigrato italiano che ha fatto fortuna in America.

Segretario. Il vecchio immigrato ormai vive nelle nebbie dell’autunno. Per lasciarlo tranquillo i suoi dieci figli gli hanno nascosto la tragedia della guerra mondiale e la disfatta dell’Italia.

Oratore. In quella fattoria il tempo è fermo agli anni Trenta del Novecento e il vecchio non sa nulla di ciò che è successo dopo.

Segretario. Storia semplice e patetica. Una casa senza futuro! Forse metafora della società occidentale?

Oratore. Gli agricoltori hanno visitato la fattoria. Hanno ammirato la moderna organizzazione aziendale. Hanno visto come si possono ricavare profitti anche in campagna. Hanno visto la Forza del capitalismo occidentale.

Segretario. E il viaggio termina. Ritornati al paese Peppone e Don Camillo si ritrovano in campagna: il sindaco ha fatto un sopralluogo agli argini del grande fiume e il parroco ha visitato la cappelletta sull’argine.

Oratore. Ora sono seduti a terra per uno spuntino. E parlano. Comincia il prete a parlare al sindaco comunista.

1° Sorvegliante. Adesso che hai visto com’è la realtà in Russia e in America, perché non stracci la tessera del partito comunista?

2° Sorvegliante. E poi quale tessera dovrei prendere? Siate onesto, se ci riuscite.

1° Sorvegliante. Ci riesco: nessuna tessera.

2° Sorvegliante. E com’è possibile? Bisogna pur credere in qualcosa.

1° Sorvegliante. Basta credere in Dio.

2° Sorvegliante. (con vigore) No. Bisogna anche credere negli uomini. Altrimenti perché sarebbero morti tutti i milioni di uomini che si sono sacrificati per migliorare le condizioni umane?

1° Sorvegliante. (tra sé) Signore che cosa debbo rispondere a quest’uomo?

Segretario. Dovete sapere che Don Camillo riesce a parlare col Signore che – miracolo a dirsi – spesso gli risponde. E anche questa volta risponde.

Maestro Venerabile. Non so.

PAUSA

Segretario. Il Signore ha risposto.

PAUSA

Maestro Venerabile. Anche io ho creduto negli uomini...

PAUSA

Segretario. E don Camillo tace. Non ha più nulla da dire.

1° Sorvegliante. Addio. Ognuno vada per la sua strada, compagno sindaco...

2° Sorvegliante. Addio. Ognuno cammini per la sua strada, reverendo parroco...

Oratore. I due si alzano, e se ne vanno, uno a destra l'altro a sinistra. La Forza propone.

Segretario. Ma i due sentieri, a un certo punto, si riuniscono. La Bellezza dispone.

Maestro Venerabile. Don Camillo e Peppone proseguono verso il paese, fianco a fianco.

Segretario. L’uno accanto all’altro. L’uno ha bisogno dell’altro. L’uno “deve” avere vicino l’altro.

Oratore. Forza e Bellezza. Bellezza e Forza.

Maestro Venerabile. La Sapienza conosce... La Sapienza sa...

Il lavoro si basa su una traccia di Guareschi su come avrebbe dovuto essere l'ultimo episodio della saga: Il Compagno don Camillo. Ne fu tratto un film che racconta il viaggio sotto mentite spoglie del prete in compagnia della delegazione comunista del paese nella Russia sovietica. Nelle intenzioni di Guareschi avrebbe dovuto esserci un seguito: Peppone in una delegazione cattolica negli Stati Uniti. E al ritorno, la fine che qui ricordo.

Questo lavoro non vuole essere un saggio, ma è semplice raccolta di appunti, annotati anche in tempi diversi, a commento di tornate rituali o dopo riflessioni e meditazioni o dopo letture. E’ quindi stesura provvisoria (a volte ripetitiva) e sempre lo sarà perché legato strettamente al mio percorso, che in questa dimensione terminerà solo quando salirò sulla Grande Montagna.
La bibliografia fondamentale è riferita a lavori rituali delle camere cui ho partecipato. Ciò non toglie che nello scrivere e sistemare gli appunti abbia fatto riferimento anche ad altre letture. Poiché gli autori letti hanno a volte espresso con più precisione ciò che sentivo, in quelle occasioni ho riportato i loro passi.